10 aprile 1887.

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Venite con me sulla terrazza; ma non vi affacciate alla ringhiera tutt'a

un tratto, potreste avere le vertigini: lì sotto s'apre un abisso. Gli

oleastri, i caprifichi, i capperi si protendono dalle rocce, dondolando

i rami nel vuoto; l'ampelodesmo ancora verde riveste fittamente il fondo

e i dossi della vallata, si arrampica su pei sentieri, va a

rannicchiarsi tra un masso e l'altro, dove c'è posto, sotto i larghi

rami d'un carrubio, d'un mandorlo, d'un olmo, e rizza i fili duri e

taglienti delle sue lunghe e strette foglie, in piccoli ciuffetti, anche

lì dove parrebbe che non potesse esserci un pizzico di terriccio da

alimentarne le radici. Poi, qui di faccia, guardate quella roccia tutta

verde che l'edera ha imprigionato in una vasta rete da cima a fondo; e

laggiù, da quest'altra parte, ammirate l'orrido di quella muraglia di

rupi che fanno pancia, strapiombate, e da secoli minacciano di venir giù

e non si muovono mai. Vi sentite i brividi? Lo credo. Sarà meglio questa

sera, e meglio assai a notte avanzata, quando non ci sarà più la luna e

l'abisso spalancherà sotto la terrazza la sua nera bocca, e dalla

immensa gola saliranno rumori strani, indistinti, o urli di vento, quasi

grida lamentose di gente che soffre, o rumori solenni di mare in

tempesta col vasto stormire degli alberi e cogli echi sonori che si

desteranno dalle rocce fra lo orrore della notte. Allora, sì, avrete

paura!

Ebbi paura anch'io anni fa. Leggevo il _Re Lear_ dello Shakespeare,

precisamente in questa piccola stanza che precede la terrazza. La serata

si era coricata cattiva. Cielo coperto di nuvoloni neri neri, e

all'orizzonte strisce di nuvole infocate che diventarono livide quando

non ci fu più lume di crepuscolo. Il vento che avea soffiato forte tutta

la giornata, scoppiò, quasi improvvisamente, violento. I cupi rumori

della vallata davano proprio la illusione di ondate di mare in tempesta,

rompentisi a quelle rocce con fragore. Il vento urlava, fischiava,

scotendo le imposte, raggirandosi attorno alla villa come persona viva

che avesse voluto entrar di violenza... Ed ecco, d'un colpo, il cielo

che si mette d'accordo con la terra, e lampeggia e tuona, con quei tuoni

paurosi che brontolano, brontolano, interminabili, e si ripigliano e si

rotolano, e uno non è ancora finito che l'altro scoppia più fragoroso.

Leggevo il _Re Lear_ per la prima volta. Ero sbalordito, commosso.

Io te ne prego,

O figlia, non voler ch'io perda il senno!...

No, figlia mia, non vo sturbarti. Addio!...

Oh, non temer, non avverrà più mai

Che c'incontriam, che ci veggiamo in terra...

Pure, tu sei mia carne e sangue mio,

Pure tu sei mia figlia...

Ve ne ricordate? È la straziante scena che chiude il secondo atto. La

ragione del vecchio re già comincia a vacillare: la ingratitudine delle

sue due figlie è giunta al colmo, e il suo povero cervello non regge

più:

No, snaturate streghe! Alta vendetta

Vo' far di entrambe e tal che tutto il mondo

Ne sarà testimon. Contro di voi

Farò cose tremende.

Fino a questo punto io m'ero accorto appena della tempesta che infuriava

fuori; ma come lessi:

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 32 / 47 题