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Una dichiarazione? E perchè dovrei farvela, a tanta distanza?
Rassicuratevi: sono già in un'età che più non si prova nessun gusto nel
commettere certe inutili sciocchezze.... Però, m'inganno?...
l'aspettavate; e forse io avrò torto privandovi del piacere di questa
nuova sensazione: la dichiarazione d'un ignoto; giacchè siamo ancora due
ignoti, voi ed io. Rispetto a me, voi dite di no; avete letto i miei
libri e, per quanto l'uomo si celi sotto la maschera dell'artista —
ripeto le vostre parole — questa vi sembra abbastanza trasparente da far
intravedere la figura che vi si nasconde sotto. Può darsi che non
v'inganniate; ma potrebbe anche darsi di sì. Io non protesto pel mio
ritratto che avete avuto la compiacenza di delineare nella vostra ultima
lettera; è lusinghiero, e mi manca il coraggio di additarvi i punti dove
mi sembra sbagliato. Non protesto neppure per i difetti attribuitimi,
per i nèi, come gentilmente voi li chiamate. Credo che ne abbiate messo
qualcuno di più in un posto, e qualcuno di meno in un altro. Lasciamo
andare: c'è compenso. È bene, intanto, che abbiate un'idea un po'
concreta del vostro nuovo amico; approssimativa o anche erronea, che
importa? In questi casi — è la mia opinione — un tantino d'incertezza
non nuoce.
Avevo commesso una stupidità chiedendovi la vostra fotografia; e voi mi
avete reso un prezioso favore negandomela. Così ora posso farmi e
rifarmi il vostro ritratto secondo le varie occasioni, a ogni inattesa
rivelazione delle vostre lettere che diventano, di settimana in
settimana, un vero regalo colla sorpresa. La fotografia potrebbe forse
darmi la malizia che deve brillarvi negli occhi quando mi scrivete certe
cose? Potrebbe darmi il vostro sorriso quando me ne scrivete certe
altre? Potrebbe rivelarmi quell'aria indignata ed altiera che prendete
di fronte alle mie _tranquille enormità_, allorchè perdo, secondo voi,
il senso della convenienza e della misura, da quel contadino che sono
ridiventato, vivendo tra bruti veri e bruti umani in campagna?
Restiamo dunque intesi: dichiarazione niente. Siete contenta? E
continueremo le nostre lunghe chiacchierate da buoni amici, finchè non
vi sarete annoiata di me e di questa nostra conversazione concentrata
nel vuoto. Non so che forza di resistenza possiate voi avere: è una
prova curiosa. Però, ve lo dico subito, son convinto che vi seccherete
assai presto. Peggio per me! Avevo quasi compiutamente perduta
l'abitudine di scrivere e, ve lo assicuro, me ne trovavo bene. Quando si
è preso gusto a pensare, a sentir pensare gli altri leggendo i loro
scritti (eccetto che non si abbia la convinzione di aver in testa belle
o sublimi cose nuove da dire, grandi verità da rivelare; ed io non le
ho) lo scrivere diventa, a lungo andare, un'occupazione pesantissima.
Volere o non volere, il passaggio del concetto pensato nella forma
letteraria — anche in questa, umilissima, epistolare — è proprio uno
sforzo, una fatica da far disperare. Si dice sempre qualcosa di più o
qualcosa di meno di quel che si vorrebbe; le sfumature, il meglio, van
tutte perdute; da ciò tanti malintesi nella vita e tante fiacchezze o
tante esagerazioni nelle opere d'arte. La forma è restìa, è traditrice:
credetelo a un povero diavolo che ha sofferto tutte le feroci torture di
questa tiranna e si è dato per vinto. Ah, se sapeste che bei libri ho
qui composti in certi quarti d'ora, all'ombra di un ulivo, sdraiato
sull'erba!... E come me li sono goduti, solo solo, cogli occhi
socchiusi, fumando una deliziosa sigaretta, felice di pensare che non
avrei dovuto mai scriverli, mai!...
Voi mi avete fatto rimettere l'inchiostro nel calamaio inaridito, e
cambiare nel porta-penne le pennine di acciaio arrugginite...
Certamente, una lettera la settimana, una specie di giornale, di
confessione, di conversazione interrotta e ripresa, è tutt'altro che un
tormento. Vi dico, press'a poco, quello che intendo dirvi: se vo un
pochino più in là o voi mi fraintendete, finisco spessissimo col
compiacermene; non me ne pento almeno, oh no! Vi porgo in tal modo
l'occasione di punzecchiarmi, di deridermi garbatamente, di sgridarmi,
di scrivermi tante cosine argute, fini, maligne, graziose, cattive, come
sa scriverle una signora vostra pari, piena d'ingegno, colta, nervosa,
irritabile per un nonnulla.
Il male è che voi mi avete fatto così riprendere la brutta abitudine di
scrivere: il male è ch'essa ha tentazioni, malìe, grandi e piccole
soddisfazioni d'amor proprio, alle quali si cede, si cede, lasciandosi
trascinare inconsapevolmente fino ai colpevoli eccessi..... del libro. E
quando vi sarete seccata? Quando non dovrò più aspettare, con viva
ansietà, la vostra lettera settimanale e scrivervi la mia?... Dio metta
sulla vostra coscienza quel che potrà accadere dopo!
Pensavo a questo ier sera, sulla terrazza della villa: e sentivo (ho
promesso d'esser sincero, di dirvi tutto) una specie d'irritazione,
contro di voi. Siete venuta, zitta zitta, a rompere la clausura del mio
eremitaggio, ed io, imprudente! vi ho permesso di ritornare da me tutte
le volte che vi fosse piaciuto. Vi è bastato un pretesto insignificante,
uno schiarimento da chiedere _alla mia cortesia_, un ringraziamento per
la risposta ricevuta; ed eccovi qui, ospite ideale, ma già invadente, ma
già tiranneggiante coi vostri capricci di signora di spirito, di
curiosa, di maligna forse... Chi può sapere qual carattere si nasconda
sotto il nome da voi datomi come vostro?... È poi vero che sia il
vostro?... In qualche momento ne dubito. Infine, chi siete? Che volete
da me? Sono io uno dei vostri divertimenti di donna annoiata, e fino a
quando durerà?
Ero in un cattivo momento ier sera. I miei nervi (gli ho anch'io e
scoperti e sensibilissimi peggio dei vostri) presentendo il temporale
che s'addensava nell'aria, facevano prendermela con voi arrivata appunto
quel giorno sotto forma di dieci paginette fitte fitte, più caustiche,
più maliziose, più scintillanti del solito. Forse c'era in quella mia
sorda irritazione un po' di amor proprio ferito; mi scoprivo, nello
strano schermeggiare di botta e risposta che facciamo da un mese, molto
inferiore a voi, meno forte, meno agile, meno abile, e mi sentivo
umiliato... Non si può essere più sincero di così!
Forse pensavo all'avvenire. Conosco pur troppo la bestia che si annida
qui dentro e so di quali bestialità sia essa capace. Avrebbe sopportato
a lungo questo velo misterioso che vi circonda? Non avrebbe tentato di
strapparlo?... E vedevo già rovesciati in un momento tutti i miei
castelli in aria di separazione dal mondo, di raccoglimento, di studio,
di vita spirituale! Non ero più solo, non ero più libero! Che valeva
l'essersi venuto a rinchiudere in questa villa, l'aver vietato
bruscamente qualunque visita ai più intimi vicini, l'aver già rotto ogni
corrispondenza epistolare coi lontani? E le precauzioni per rimanere
soltanto in comunicazione col mondo del pensiero e dell'arte? E i
propositi di sprofondarmi, di perdermi dietro i grandi e terribili
problemi scientifici e religiosi che tormentano il mio intelletto, la
mia coscienza, il mio cuore, e ai quali non ho potuto ancora accordare
la riverente attenzione, il paziente studio, la severa e imparziale
attività dello spirito da essi meritata? Lo sapevo: si può cercar
d'esser santi eremiti quanto si vuole; non per questo la tentazione ci
lascia in pace. Nel caso mio però non avevo aspettato che il nemico
insidiosamente mi assalisse; gli avevo spalancato l'uscio; lo avevo
invitato a entrare; non mi accorgevo nemmeno di averlo lì; non mi
mettevo in guardia, non mi agguerrivo alla resistenza.... Al
contrario!...
V'ho appaiato con la tentazione; non ve l'abbiate a male. I teologi
affermano che il diavolo (persona intelligentissima, la quale sa bene
quel che fa) se vuol tentare con certezza di buona riuscita, prende le
sembianze di una donna. Il diavolo non vi adula; ha ragione.
In questo momento mi par d'imitare coloro che avendo paura del buio si
mettono a cantare per via! Probabilmente non mi sento sicuro... No, no;
state pur tranquilla, non scivolo nelle giuccherie, non cerco di
fabbricarmi un ponte di madrigali (bella questa metafora!... È scappata
e la lascio stare per non urtarvi con una cancellatura di più; me ne
avete detto tante contro quel mio povero indice che fa giustizia d'una
parola mal posta, o creduta tale, insudiciando lestamente il foglio!)
Non cerco, dunque, di fabbricarmi — passi — un ponte di madrigali per
poi spiattellarvi quella dichiarazione che dite mi fa nodo alla gola e
che volete a ogni costo risparmiata!... — Siate un uomo diverso dagli
altri! — Pretendete un po' troppo da me. E poi... debbo credervi
sincera, mentre parlate così? O forse voi pretendete, anzi volete questa
mia dichiarazione, e fingete di vietarmela, col fermo convincimento che
il divieto l'affretterebbe? Vi stimo, non posso farne a meno, una donna
superiore, ma non per tanto sempre donna!... Ebbene, vi obbedirò. Voglio
così gastigare la vostra vanità, se mai fosse il caso.
— Rispondete alle mie domande; non mi fate stizzire!
Lo veggo: le mie risposte non vi appagano, non vi persuadono. Il mio
ritiro in questa campagna deve, secondo voi, nascondere qualche mistero:
o una felicità gelosa, o una forte delusione, o un gran dolore!...
Niente di questo: ve lo assicuro. La noia, la sazietà, la stanchezza da
una parte; il desiderio, la smania, il bisogno, dall'altra, di certe
ricerche, di certi studi che il gran trambusto della vita cittadina
impedisce di fare tranquillamente e seguitamente; ecco tutto: un'idea
vagheggiata da gran tempo, un sogno non mai potuto realizzare più per
fiacchezza di volontà, lo confesso, che per mancanza di mezzi.
Finalmente vi ero riuscito! In tre mesi avevo divorato e digerito un
centinaio di grossi e gravi volumi: metafisica, scienze naturali,
storia, teologia, esegetica... Non ridete; sì, teologia, esegetica!
Dimenticavo che voi mi credete uno scettico, forse un cinico, o per lo
meno un capo scarico, gaudente e indifferente. Sappiatelo: questo vostro
amico Giorgio che vi pare non debba occuparsi di altro all'infuori che
di sensazioni e un po' (pochino!) di sentimenti e di inutili
fantasticherie d'artista, questo vostro _buon amico_, come mi piace di
sentirmi di tanto in tanto chiamare da voi, ha la curiosità dell'ignoto,
la smania del _di là_, la sete dello _excelsior_: è quasi un mistico. Un
mistico sbagliato, se così vi aggrada; forse troppo cosciente da potere
esser tale addirittura, ma tanto quanto basta per spingerlo lontano,
lontano, lontano (e chi sa? un giorno probabilmente vi si smarrirà)
negli spazii dell'invisibile, dello spirituale, del divino!
Ci vuol la solitudine della campagna per abbandonarsi a voli così
deliziosi e non stancarsi subito. L'ebbrezza dell'infinito, la vera
grande poesia, la sacra vertigine panteistica, ero venuto a cercarle
qui, assetatamente. Non volevo respirare altro, nè vivere d'altro, nè
altro sentire e pensare.
Ma è inutile; voi non mi credete; e badate a insistere:
— Perchè? Perchè?
Dovrò dunque foggiarvi un romanzo, una fiaba qualunque? Darmi l'aria di
un deluso, di un pessimista, di un uomo che non sa consolarsi?
— È mai possibile? — voi ripetete. — E l'arte? E la gloria? E l'amore?
Dolci, belle, grandiose vanità! Ma lo spirito non può sempre pascersi di
esse. Sono il primo latte della mamma; un latte leggiero, acquoso, ben
adatto alle scarse forze digestive del neonato; ed io non sono più tale
da un pezzo.
L'arte?
Una forma inferiore tra le forme del pensiero. Non ne parliamo: ne sono
stufo.
La gloria?
Bisogna star troppo in alto per crederci, o essere troppo sciocchi; non
è il mio caso.
L'amore?
Dio mio! Io vorrei essere vergine!