— Salendo le scale di casa Forcelli — continuò Romiti — avevo fermato
Diego trattenendolo per un braccio. — Bada di non tradirti! — gli dissi.
— La gran felicità ti si legge negli occhi. — Tanto meglio! — rispose,
strizzandosi le mani e scotendo la persona, quasi un brivido di voluttà
gli corresse improvvisamente per tutto il corpo.
Mi opprimeva il petto, da parecchie ore, un tristissimo presentimento.
Dopo che il caso mi aveva messo a parte del segreto di Diego Mutti, egli
non mi nascondeva nulla. Veniva a sfogare la piena della sua passione
nel mio studio di scultura in via Margutta, e, nei casi gravi, a
consultare la mia esperienza di vecchio scapolo, che ne ha viste d'ogni
colore, come egli soleva dirmi in quelle occasioni. Io lo ammonivo: —
Sii prudente! Se non per te, per lei. È moglie, è madre! Un marito che
non si è avvisto di niente in un anno, può aprire gli occhi in un
minuto. Bada! Sii prudente!
Egli mi assicurava sempre che la loro prudenza era anche eccessiva. Si
vedevano di rado, lontano, in una villetta fuori Porta Pia. Lui vi
andava da Porta del Popolo, pel viale dei Monti Parioli; lei,
direttamente per via Nomentana; era impossibile dar nell'occhio. Il
contegno del marito, tranquillissimo.
Non so perchè, appunto questo mi dava da pensare. Conoscevo quel marito.
Bell'uomo, affabile, innamoratissimo della moglie, pazzo dei suoi due
figliolini, una bambina bionda e un bambino bruno, che egli conduceva
spesso a passeggio per inebriarsi delle esclamazioni ammirative della
gente.
Perchè la signora Forcelli lo tradisse con Diego Mutti non ho mai saputo
spiegarmelo. Diego era, sì, più giovane di colui; ma il marito era assai
più bell'uomo, proprio bello. Intanto era stata lei la provocatrice.
Diego mi assicurava che non aveva mai pensato alla possibilità di
farsene, un giorno o l'altro, un'amante. Lo legava al Forcelli
un'amicizia di Università... Mah! Si vede che in certi fatti c'è davvero
un destino. Diego Mutti non ragionava più; aveva perduto con quella
passione ogni coscienza del bene e del male; pareva stregato.
Dunque, salendo le scale di casa Forcelli, io gli aveva raccomandato: —
Bada di non tradirti! — La mattina egli mi aveva raccontato alcuni
particolari nei quali la cecità del signor Forcelli mi era parsa
incredibile. Li avevo ripensati tutta la giornata; e il tristo
presentimento che mi opprimeva il cuore quella sera evidentemente era
effetto delle mie lunghe riflessioni. Volevo molto bene a Diego Mutti,
quantunque non approvassi la sua condotta; e per ciò lo avevo
accompagnato in casa Forcelli; immaginavo che la mia presenza dovesse
costringerlo ad esser più cauto dell'ordinario.
E, appena entrato in salotto, mi accorsi con dolore e dispetto, che la
inconsiderata era lei; stavo per dire: la sfacciata. Mi ero appartato in
un angolo col vecchio pittore polacco Mirloscky, e il fantastico
italiano che egli parlava, e che richiedeva uno sforzo di attenzione per
esser inteso, non mi aveva impedito di sorvegliare la manovra con cui
colei aveva attirato Diego nel vano di una finestra. Istintivamente, in
quel punto, avevo cercato con gli occhi il signor Forcelli. Era lì
vicino e guardava sua moglie e Diego sorridendo, senza nessun segno di
sospetto. Mi rassicurai. Mirloscky ragionava entusiasticamente della
padrona di casa.
Ne voleva fare la principale figura di un quadro storico a cui pensava
da parecchio tempo. Le aveva espresso il desiderio di averla per
modella. Col ricco costume polacco del 400 — e me lo descriveva — quella
bellissima persona, alta, bionda, quasi pallida, con quegli occhi
nerissimi, sarebbe stata una figura meravigliosa. E siccome ella ci
passava davanti, Mirloscky, alzatosi da sedere, la fermò dicendole: —
Parlavamo del mio quadro. — Ah, sì — ella rispose. — Intanto vengano a
vedere il mio albero di Natale.
Per quella festa, che si faceva la prima volta in casa sua, gli invitati
erano numerosi. — Bada! — io ripetei sottovoce a Diego che pareva non
stesse nei panni e mi stringeva le mani quasi volesse comunicarmi parte
della sua felicità.
L'uscio della sala da pranzo si spalancava in quel punto; me ne accorsi
dalla gran luce che arrivò fino in salotto e dall'affollarsi
degl'invitati.
Mi fermai su l'uscio assieme con Mirloscky. Lo spettacolo era bello.
Tutti ridevano contendendosi i regali che la signora andava staccando
dall'albero porgendoli alle mani tese con gioia infantile. E vidi
questo. La signora Forcelli stava per porgere uno di quei regali a
Diego, quando il marito, per ischerzo, se ne impossessò lui. Ella tentò
di strapparglielo di mano, e tentò anche Diego, ma il marito fu più
lesto. La signora Forcelli diventò pallida, tutt'a un tratto; Diego fece
un viso da morto... Io capii subito che qualcosa di sinistro era
avvenuto.
E accorsi presso il mio amico. — Oh, Dio! — mi sussurò all'orecchio. —
Bisogna impedire che il marito apra quell'involto! — E si slanciò dietro
il signor Forcelli, fingendo un'allegria che però lasciava trasparire
quanto fosse forzata. Lo raggiunsi. — Questo regalo era destinato a me;
non posso cedertelo, — disse Diego tentando di strapparglielo di mano. —
È di buona conquista! — rispose il Forcelli, mettendoselo intasca.
Evidentemente era insospettito dell'aria stravolta di Diego. Mi voltai
verso la signora. Aveva cessato di distribuire i regali, lasciando che
gli altri invitati li prendessero da sè, e usciva dalla sala da pranzo
rapidamente. Nessuno degli invitati si era accorto di niente. Io
tremavo.
Eravamo quasi tutti ritornati in salotto. I due bambini stavano attorno
al babbo, carichi di regali, raggianti di gioia. Il signor Forcelli li
accarezzava, distratto. Poi li allontanò con le due mani, girò lo
sguardo attorno quasi cercasse qualcuno, e fece alcuni passi verso
l'uscio. Diego era appoggiato allo spigolo, come trasognato. Passando,
il signor Forcelli gli disse qualcosa. Diego stralunò gli occhi e lo
seguì nell'altra stanza. Lasciai Mirloscky che rideva dell'umoristico
regalo toccatogli, e giunsi in tempo per vedere sparire Diego e il
signor Forcelli in fondo al corridoio che metteva nel suo studio. Sentii
chiudere l'uscio. Un fruscio di veste femminile mi veniva dietro. — Dove
sono? — mi domandò affannosamente la signora Forcelli. Additai lo
studio. La signora si torse con atto disperato le mani e fuggì via.
Rimasi lì, atterrito, senza saper che fare; poi mi accostai pianamente
all'uscio e stetti a origliare. Udivo la voce del Forcelli, ma non le
parole. Il tono della voce era concitato. Allora accostai l'occhio al
buco della serratura. Diego, seduto presso la scrivania con la testa fra
le mani, non rispondeva niente. Di tratto in tratto vedevo passare
davanti al lume una mano del signor Forcelli, con gesto energico,
minaccioso, e la sua voce continuava, continuava irritata, minacciosa
anch'essa. Trattenni il respiro. Ora le parole, a intervalli, mi
arrivavano chiare all'orecchio accostato all'uscio. Compresi che ormai
il marito sapeva tutto! — Potrei ammazzarti come un cane!... I miei
figli!... I miei figli!... Per loro soltanto!
Appena le parole diventavano indistinte, mettevo l'occhio al buco. Vidi
Diego alzarsi da sedere, e fare un gesto di dolorosa rassegnazione. Mi
parve invecchiato improvvisamente. — Un duello! — pensai. Ma subito
dovetti persuadermi che si trattava di altro. Di che cosa? Non potevo
indovinare. Vedeva benissimo il signor Forcelli che cavava fuori da un
cassetto un foglio e una busta e metteva accosto ad esso il calamaio e
la penna. Diego sedette di nuovo con le spalle voltate a me. La voce del
signor Forcelli dettava, Diego scriveva. Cinque minuti di terribile
ansia! Quando la voce tacque, il signor Forcelli accostò al lume il
foglio, lesse, lo piegò, lo mise dentro la busta. Diego si alzò.
Compresi che tutto era finito e che quei due stavano per uscire. Mi
allontanai in punta di piedi, e tornai in salotto. La signora Forcelli
era là. Parlava, rideva, se non che, di tratto in tratto, guardava verso
l'uscio con sguardi di cui io solo intendevo il significato. — Vi
sentite _malo_? — mi domandò il Mirlascky. — Perchè? — dissi affettando
disinvoltura. — Avete un _faccio strano_! — Sorrisi e scossi il capo
negativamente. Il signor Forcelli e Diego tornavano in salotto,
discorrendo tranquillamente. Diego anzi sorrideva.
— Che è accaduto? — gli domandai, tirandolo da parte. — Niente —
rispose. Lo guardai negli occhi. — Andiamo via — soggiunse quasi subito.
— Non congedarti da nessuno.
Scendemmo le scale silenziosamente. Ma nella via mi fermai.
— Parla. Ho visto tutto, ho anche udito. Un duello?
— No. È finita. Meglio così! Sono stato un infame! Meglio così.
— Che cosa dunque? Parla, per carità!
— Niente — replicò Diego. — E non potei cavargli altro di bocca.
Soltanto quindici giorni dopo Diego Mutti si lasciò strappare il
terribile segreto.
— E tu adempirai? — gli dissi sbalordito dell'orrenda rivelazione.
— Sì.
— Ti ammazzerai.
— Sì.
— Parti, sparisci; è lo stesso!
— Domani egli metterà alla posta la mia lettera al direttore della
_Tribuna_, con cui gli spiego il mio suicidio. Non posso rendermi
ridicolo... Forcelli mi ha accordato quindici giorni di tempo per
assestare i miei affari e sviare ogni sospetto. Ha ragione; egli è
padre. Non vuole che pesi sui suoi figliuolini l'onta della madre. Ha
ragione!
Parlava quasi vinto da una suggestione; non mi pareva più lui.
— Ma io impedirò! — esclamai.
— Tu non farai niente! — m'impose. — Faresti uno scandalo inutile.
Addio! Addio!
Mi abbracciò ripetutamente, mi baciò. Io piangevo, tenendolo stretto
stretto tra le braccia. Credevo di fare un orrido sogno!...
Questo è il mistero del suicidio di Diego Mutti. I Forcelli ora sono in
America. Non torneranno più in Roma. Tu non li conosci; e, inoltre, mi
hai giurato di mantenermi il segreto!...
Infatti io ho trascritto il racconto di Romiti, mutando i nomi dei
luoghi e delle persone. E poi, il povero Romiti è morto anche lui, ed io
ho creduto che la morte mi abbia sciolto, almeno in parte, dal mio
giuramento.