II.

Alcune settimane dopo, il dottor Anguilleri che non lo vedeva da un

pezzo, incontratolo una mattina al Pincio, avea notato subito qualcosa

di nuovo nell'aspetto dell'amico.

— Ebbene? — gli domandò.

— Ebbene che cosa? — rispose Fausto accigliandosi.

Ma il dottore non avea dovuto insistere molto per ricevere la confidenza

d'un segreto già divenuto per Fausto insopportabile peso.

Egli si era recato colà per respirare a pieni polmoni un po' d'aria

libera. Soffocava nella sua cameretta, appena l'uscio, cautamente aperto

all'entrare, si richiudeva non meno cautamente all'andar via della

signora Ghedini, che vi faceva improvvise e fugaci apparizioni durante

la giornata, e sempre ansiosa, e sempre atterrita della propria audacia.

Stupefatta di quel che era avvenuto e che ella non giungeva a spiegarsi,

Paolina scongiurava Fausto di non tradirsi, di non perderla, di non far

sparire, con un'imprudenza, quel sogno d'amore che così avrebbe potuto

durare eternamente!

— Questo sogno, — gli aveva ella detto un giorno, — sarebbe principiato

un anno addietro, se io avessi saputo vincere gli ostacoli oppostimi

dalla coscienza, dalle convenienze, dalla paura di vedermi scoperta e

vituperata!

Egli invece, quantunque convinto della ragionevolezza e della necessità

di quelle cautele, avrebbe voluto gridare dalla finestra ai passanti per

la via:

— Sono amato! Sono adorato!

Egli, invece, avrebbe voluto essere invidiato, o vedere almeno che

qualcuno tentasse di insidiargli il possesso di quel cuore che

palpitava, e la prima volta, soltanto per lui, povero e ignorato

maestrucolo! Avrebbe voluto far sapere a tutti che, ora, scaldato da

quel fuoco, ora mostrerebbe intera la potenza del suo ingegno musicale.

— Vedranno! Vedranno!

E questo sentimento gli raggiava negli occhi, gli traspariva dall'aria

del viso e di tutta la persona, la mattina che il dottor Anguilleri

l'aveva incontrato al Pincio e gli aveva lanciato quell' — Ebbene? —

graditissimo. Fausto, non sapendo contenersi, s'era sgravato il cuore,

velando però molte particolarità, inventandone altre per sviare il

dottore, per ingannarlo intorno alla persona, pur augurandosi che colui

indovinasse, perchè il trionfo fosse completo.

Il dottore non aveva indovinato, s'era lasciato facilmente sviare.

Nominate due o tre signore, col suo solito sorriso sarcastico, col suo

risolino a scatti, s'era subito rassegnato a un'ignoranza che gli pareva

conveniente a un gentiluomo.

— Bravo! E lavorerai ora?

— Se lavorerò! Mi sento già diventato un altr'uomo. Da quell'amabile

scettico che era, il dottor Anguilleri si restrinse a scrollare la

testa:

— Vedremo!

E da allora in poi, ogni volta che tornava a incontrarlo, gli domandava:

— Lavori? Questa famosissima _Venere infernale_ sarà condotta presto a

fine? Temo che non t'accada come al protagonista nel tuo libretto.

Venere ha ricevuto al dito la tua fede, e le vostre nozze saranno

tristi; la leggenda è divinatrice.

Fausto non affermava, nè negava; si limitava a rispondergli con un cenno

della mano:

— Aspetta ancora un po'!

A Paolina, il cui amore era un misto di passione e di affetto materno, e

che lo stimolava anche lei, e spesso avrebbe voluto vederlo lavorare

sotto i propri occhi, quasi per assicurarsi il merito dell'ispirazione,

Fausto rispondeva diversamente:

— Tu mi assorbi!... Sono così felice di sentirmi tuo, che non posso per

ora occuparmi d'altro. Voglio esser tuo, tutto tuo. Che m'importa

dell'arte? La mia consolazione, il mio rifugio sei tu soltanto... Verrà

il momento dell'arte, ma più tardi. Lasciami intanto ritemprare in te;

ho bisogno di riprendere tutte le mie forze.

Ella non osava d'insistere. Non era lietissima anche lei che egli fosse

tutto suo, quantunque non credesse che l'arte potesse defraudarla? Come

tutte le donne che amano tardi, che commettono nella vita un unico

grande errore quasi per rifarsi di non averne commessi prima parecchi

minori, la signora Ghedini si lasciava facilmente acchetare dalle belle

parole.

Morbosa esaltazione romantica, accoppiata a tardivo risveglio di

sensualità, sfogo improvviso di sentimenti che l'educazione e le

circostanze avevano compressi o lasciati inerti in fondo a un cuore

buono e gentile, la passione della signora Ghedini era diretta

conseguenza della mancata maternità, delle mancate intime consolazioni e

ch'ella non poteva più attendersi dal marito immerso in grandi

speculazioni edilizie, in complicatissime imprese di costruzioni

ferroviarie. E aveva avuto origine, come suole spesso accadere, dalla

pietà ispiratale dalla triste sorte di Fausto, dal contegno dimesso e

rassegnato di quel giovane altiero che non voleva umiliarsi davanti a

nessuno, che soffriva in silenzio, vivendo da quasi due anni in quelle

due stanzette dove raramente s'udiva il suono del pianoforte, e si

sdebitava dell'ospitalità col mezzo dell'arte sua nelle serate di

ricevimento. L'avea visto deperire di giorno in giorno e intristirsi; ma

ella non aveva saputo mai decidersi a fargli qualcuna delle tante

proposte escogitate per aiutarlo senza offendere il suo legittimo

orgoglio d'uomo e di artista.

Quella sera, la subitanea apprensione di vederlo cascare nelle reti

della Merlacchi le aveva prodotto uno scatto nel cuore; scatto di

pazzia, quasi si fossero improvvisamente spezzati i lacci che l'avevano

infrenata fino allora e le fosse dilagato per le vene qualcosa di

avvampante, di prepotente. E il giorno dopo, si gettava con le braccia

al collo di Fausto, singhiozzando: — Fausto, Fausto, come t'amo! Amami,

Fausto! — dichiarazione, grido di soccorso e preghiera disperata in uno;

ineffabile cosa più per lei che per l'amato. Il quale, preso così alla

imprevista, potè per qualche tempo illudersi di corrispondere a tanto

affetto con affetto quasi uguale.

Che paradiso quei primi mesi per la signora Ghedini! E che delizia anche

per Fausto, a cui la vanità soddisfatta impediva di notare le dissonanze

evidentissime dei loro caratteri, come gli aveva impedito di sentir

rimorso del vigliacco tradimento contro il suo benefattore.

— Non potrà neppur sospettare!

E questo bastava per mettergli l'animo in pace.

Niente pareva cambiato nel contegno della signora e di Fausto; anzi ora

accadeva che Fausto mancasse qualche volta ai soliti ricevimenti di casa

Ghedini, che erano un pretesto per ingraziarsi e tenersi amici uomini

capaci di giovare, con le loro alte influenze, agli affari

dell'ingegnere.

— E Fausto? — aveva egli domandato una volta alla moglie,

meravigliandosi di non vederlo.

— Che ne so io? Compatiamolo; deve annoiarsi con questa gente di affari.

— Bisogna avvertirlo di non mancare. Un po' di musica qui è necessaria.

E poi, ho in vista qualcosa per lui. C'è l'impresario dell'Argentina....

Ma si era interrotto per correre incontro a un senatore che entrava in

quel punto; e dell'impresario non avea più riparlato, nè quella sera nè

poi.

Di nuovo, infatti, c'era soltanto l'apertura segreta dell'uscio della

stanza da letto di Fausto, che dava nella stanza da toeletta della

signora.

La cameriera avrebbe potuto notare che da qualche tempo in qua, la sua

padrona impiegava nelle cure della persona e dell'abbigliamento maggior

tempo d'una volta; ma la padrona combinava le cose in modo che la

cameriera avesse altre occupazioni quando ella andava a chiudersi nella

stanza da toeletta: o che, appunto mentre stava ad aiutarla, Fausto

suonasse all'uscio di entrata per far avvertire la signora ch'egli

andava fuori, se mai dovesse incaricarlo di qualche commissione. Fatta

l'imbasciata, la cameriera riceveva parecchi ordini da trasmettere e da

eseguire; e così la signora, rimasta libera, metteva il paletto ed

entrava in camera di Fausto, che con quella finta uscita aveva già tolto

ogni pretesto di sospetto alla cameriera.

In quei primi mesi, trascurando più volte le poche lezioni da fare, egli

rimaneva zitto zitto chiuso in casa, attendendo le brevi ma reiterate

visite di colei che ormai pareva non potesse più vivere senza di lui. E

lui le si concedeva, lui si lasciava prendere; lui era il ricevuto,

l'accarezzato, il baciato; quasi il maggior merito fosse suo, e colei

dovesse essergli grata perchè le permetteva di amarlo, ora specialmente

ch'egli valutava quel che doveva valere per una donna di quarant'anni un

giovane di trent'anni con la splendida aureola di artista.

La certezza d'essere amato e l'illusione di amare prodottagli anche

dall'eccitazione dei sensi, lo aveano lusingato d'un prossimo risveglio

delle sue facoltà musicali. Ripreso in mano il libretto della _Venere

infernale_, di cui era molto contento dopo averlo fatto rimaneggiare più

volte dal poeta, e rilettine i due primi atti quasi musicati di tutto

punto, Fausto aveva tentato di continuare a comporre.

— Ah, tu non puoi immaginare che piacere mi fai! — esclamò la signora

Ghedini la prima volta che lo sorprese al lavoro.

Egli rimase seduto al pianoforte, e sotto la delicata sensazione di

quelle mani innamorate che gli accarezzavano la testa, un lieve sorriso

gli spuntava su le labbra.

— Stento, stento molto! — poi disse, incupendosi a un tratto.

— Non accorartene!

Pareva ch'egli non s'accorgesse più della presenza di lei, così

fissamente guardava la partitura aperta sul leggìo.

— Questo è l'inno nuziale, di stile greco antico, senz'armonia, —

esclamò dopo lungo intervallo, sospirando.

Ne accennò con la voce una strofa, ma voltò subito parecchie pagine,

infastidito, sdegnato. Quella melodia gli richiamava alla memoria i più

bei giorni del suo fervore artistico, e il confronto con la presente

impotenza gli riusciva tormentoso.

— No, no, lasciami: sono indegno di te!

Si era levato da sedere, allontanando bruscamente le mani dell'amante,

con un sentimento di rancore contro di colei che gli ridestava nel cuore

aspirazioni assopite, anzi, morte, e gli faceva riconoscere uno stato di

cui egli avrebbe potuto dubitare fino allora.

— Dovresti darti tutto a questo lavoro, non pensare ad altro, e

rinunziare anche alle lezioni, se fosse necessario... Te l'ho detto

tante volte! — soggiunse umilmente la signora Paolina.

— Non posso!

Rispondeva sempre così, seccamente, sgarbatamente; e la innamorata

donna, che non aveva mai insistito altre volte, non insistè neppur ora.

E gli cinse le braccia al collo col suo abituale gesto di abbandono e di

conforto, per fargli intendere che almeno avrebbe voluto esser lei la

sua unica consolatrice! Non gli bastava?

No, non gli bastava. Fausto si rimproverava spesso la propria aridità di

cuore. Ma niente ormai valeva a scuoterlo, a vivificarlo, neppur

quell'abbandono, quell'effusione inesauribile, quel continuo e sempre

nuovo prodigarsi d'un cuore innamorato e ogni giorno più disposto a

sacrificargli tutto, se Fausto avesse potuto avere la forza di chiederle

sacrifici maggiori che non quelli del suo affetto e del suo corpo. Ma da

qualche tempo in qua, al rimprovero seguiva subito una sdegnosa alzata

di spalla. Erano ormai lontani il tumulto del cuore e la gioia della

memorabile nottata, quando egli aveva creduto repentinamente vinta ogni

tristezza della sua vita, quando gli era parso vedersi spalancare

dinanzi l'avvenire luminoso di gloria, riboccante di benessere

materiale!

Otto mesi erano appena trascorsi, ed egli già cominciava ad accorgersi

di trascinare la catena che colei gli aveva avvinta al piede e sentirne

il fastidio.

— Che hai? — ella insisteva.

— Niente.

— Qualche cosa ti preoccupa, lo vedo bene: non negarlo.

— Niente.

Ella taceva per non irritarlo, sapendo per prova che nessuna insistenza

sarebbe valsa a altro strappargli di bocca che quella recisa parola —

Niente! — Triste parola, che la lasciava dubbiosa, agitata da terrore

indefinito, con gli occhi gonfi di lagrime, trattenute per non far

peggio.

Fausto Bragia, e altre novelle · 第 9 / 47 题