Alcune settimane dopo, il dottor Anguilleri che non lo vedeva da un
pezzo, incontratolo una mattina al Pincio, avea notato subito qualcosa
di nuovo nell'aspetto dell'amico.
— Ebbene? — gli domandò.
— Ebbene che cosa? — rispose Fausto accigliandosi.
Ma il dottore non avea dovuto insistere molto per ricevere la confidenza
d'un segreto già divenuto per Fausto insopportabile peso.
Egli si era recato colà per respirare a pieni polmoni un po' d'aria
libera. Soffocava nella sua cameretta, appena l'uscio, cautamente aperto
all'entrare, si richiudeva non meno cautamente all'andar via della
signora Ghedini, che vi faceva improvvise e fugaci apparizioni durante
la giornata, e sempre ansiosa, e sempre atterrita della propria audacia.
Stupefatta di quel che era avvenuto e che ella non giungeva a spiegarsi,
Paolina scongiurava Fausto di non tradirsi, di non perderla, di non far
sparire, con un'imprudenza, quel sogno d'amore che così avrebbe potuto
durare eternamente!
— Questo sogno, — gli aveva ella detto un giorno, — sarebbe principiato
un anno addietro, se io avessi saputo vincere gli ostacoli oppostimi
dalla coscienza, dalle convenienze, dalla paura di vedermi scoperta e
vituperata!
Egli invece, quantunque convinto della ragionevolezza e della necessità
di quelle cautele, avrebbe voluto gridare dalla finestra ai passanti per
la via:
— Sono amato! Sono adorato!
Egli, invece, avrebbe voluto essere invidiato, o vedere almeno che
qualcuno tentasse di insidiargli il possesso di quel cuore che
palpitava, e la prima volta, soltanto per lui, povero e ignorato
maestrucolo! Avrebbe voluto far sapere a tutti che, ora, scaldato da
quel fuoco, ora mostrerebbe intera la potenza del suo ingegno musicale.
— Vedranno! Vedranno!
E questo sentimento gli raggiava negli occhi, gli traspariva dall'aria
del viso e di tutta la persona, la mattina che il dottor Anguilleri
l'aveva incontrato al Pincio e gli aveva lanciato quell' — Ebbene? —
graditissimo. Fausto, non sapendo contenersi, s'era sgravato il cuore,
velando però molte particolarità, inventandone altre per sviare il
dottore, per ingannarlo intorno alla persona, pur augurandosi che colui
indovinasse, perchè il trionfo fosse completo.
Il dottore non aveva indovinato, s'era lasciato facilmente sviare.
Nominate due o tre signore, col suo solito sorriso sarcastico, col suo
risolino a scatti, s'era subito rassegnato a un'ignoranza che gli pareva
conveniente a un gentiluomo.
— Bravo! E lavorerai ora?
— Se lavorerò! Mi sento già diventato un altr'uomo. Da quell'amabile
scettico che era, il dottor Anguilleri si restrinse a scrollare la
testa:
— Vedremo!
E da allora in poi, ogni volta che tornava a incontrarlo, gli domandava:
— Lavori? Questa famosissima _Venere infernale_ sarà condotta presto a
fine? Temo che non t'accada come al protagonista nel tuo libretto.
Venere ha ricevuto al dito la tua fede, e le vostre nozze saranno
tristi; la leggenda è divinatrice.
Fausto non affermava, nè negava; si limitava a rispondergli con un cenno
della mano:
— Aspetta ancora un po'!
A Paolina, il cui amore era un misto di passione e di affetto materno, e
che lo stimolava anche lei, e spesso avrebbe voluto vederlo lavorare
sotto i propri occhi, quasi per assicurarsi il merito dell'ispirazione,
Fausto rispondeva diversamente:
— Tu mi assorbi!... Sono così felice di sentirmi tuo, che non posso per
ora occuparmi d'altro. Voglio esser tuo, tutto tuo. Che m'importa
dell'arte? La mia consolazione, il mio rifugio sei tu soltanto... Verrà
il momento dell'arte, ma più tardi. Lasciami intanto ritemprare in te;
ho bisogno di riprendere tutte le mie forze.
Ella non osava d'insistere. Non era lietissima anche lei che egli fosse
tutto suo, quantunque non credesse che l'arte potesse defraudarla? Come
tutte le donne che amano tardi, che commettono nella vita un unico
grande errore quasi per rifarsi di non averne commessi prima parecchi
minori, la signora Ghedini si lasciava facilmente acchetare dalle belle
parole.
Morbosa esaltazione romantica, accoppiata a tardivo risveglio di
sensualità, sfogo improvviso di sentimenti che l'educazione e le
circostanze avevano compressi o lasciati inerti in fondo a un cuore
buono e gentile, la passione della signora Ghedini era diretta
conseguenza della mancata maternità, delle mancate intime consolazioni e
ch'ella non poteva più attendersi dal marito immerso in grandi
speculazioni edilizie, in complicatissime imprese di costruzioni
ferroviarie. E aveva avuto origine, come suole spesso accadere, dalla
pietà ispiratale dalla triste sorte di Fausto, dal contegno dimesso e
rassegnato di quel giovane altiero che non voleva umiliarsi davanti a
nessuno, che soffriva in silenzio, vivendo da quasi due anni in quelle
due stanzette dove raramente s'udiva il suono del pianoforte, e si
sdebitava dell'ospitalità col mezzo dell'arte sua nelle serate di
ricevimento. L'avea visto deperire di giorno in giorno e intristirsi; ma
ella non aveva saputo mai decidersi a fargli qualcuna delle tante
proposte escogitate per aiutarlo senza offendere il suo legittimo
orgoglio d'uomo e di artista.
Quella sera, la subitanea apprensione di vederlo cascare nelle reti
della Merlacchi le aveva prodotto uno scatto nel cuore; scatto di
pazzia, quasi si fossero improvvisamente spezzati i lacci che l'avevano
infrenata fino allora e le fosse dilagato per le vene qualcosa di
avvampante, di prepotente. E il giorno dopo, si gettava con le braccia
al collo di Fausto, singhiozzando: — Fausto, Fausto, come t'amo! Amami,
Fausto! — dichiarazione, grido di soccorso e preghiera disperata in uno;
ineffabile cosa più per lei che per l'amato. Il quale, preso così alla
imprevista, potè per qualche tempo illudersi di corrispondere a tanto
affetto con affetto quasi uguale.
Che paradiso quei primi mesi per la signora Ghedini! E che delizia anche
per Fausto, a cui la vanità soddisfatta impediva di notare le dissonanze
evidentissime dei loro caratteri, come gli aveva impedito di sentir
rimorso del vigliacco tradimento contro il suo benefattore.
— Non potrà neppur sospettare!
E questo bastava per mettergli l'animo in pace.
Niente pareva cambiato nel contegno della signora e di Fausto; anzi ora
accadeva che Fausto mancasse qualche volta ai soliti ricevimenti di casa
Ghedini, che erano un pretesto per ingraziarsi e tenersi amici uomini
capaci di giovare, con le loro alte influenze, agli affari
dell'ingegnere.
— E Fausto? — aveva egli domandato una volta alla moglie,
meravigliandosi di non vederlo.
— Che ne so io? Compatiamolo; deve annoiarsi con questa gente di affari.
— Bisogna avvertirlo di non mancare. Un po' di musica qui è necessaria.
E poi, ho in vista qualcosa per lui. C'è l'impresario dell'Argentina....
Ma si era interrotto per correre incontro a un senatore che entrava in
quel punto; e dell'impresario non avea più riparlato, nè quella sera nè
poi.
Di nuovo, infatti, c'era soltanto l'apertura segreta dell'uscio della
stanza da letto di Fausto, che dava nella stanza da toeletta della
signora.
La cameriera avrebbe potuto notare che da qualche tempo in qua, la sua
padrona impiegava nelle cure della persona e dell'abbigliamento maggior
tempo d'una volta; ma la padrona combinava le cose in modo che la
cameriera avesse altre occupazioni quando ella andava a chiudersi nella
stanza da toeletta: o che, appunto mentre stava ad aiutarla, Fausto
suonasse all'uscio di entrata per far avvertire la signora ch'egli
andava fuori, se mai dovesse incaricarlo di qualche commissione. Fatta
l'imbasciata, la cameriera riceveva parecchi ordini da trasmettere e da
eseguire; e così la signora, rimasta libera, metteva il paletto ed
entrava in camera di Fausto, che con quella finta uscita aveva già tolto
ogni pretesto di sospetto alla cameriera.
In quei primi mesi, trascurando più volte le poche lezioni da fare, egli
rimaneva zitto zitto chiuso in casa, attendendo le brevi ma reiterate
visite di colei che ormai pareva non potesse più vivere senza di lui. E
lui le si concedeva, lui si lasciava prendere; lui era il ricevuto,
l'accarezzato, il baciato; quasi il maggior merito fosse suo, e colei
dovesse essergli grata perchè le permetteva di amarlo, ora specialmente
ch'egli valutava quel che doveva valere per una donna di quarant'anni un
giovane di trent'anni con la splendida aureola di artista.
La certezza d'essere amato e l'illusione di amare prodottagli anche
dall'eccitazione dei sensi, lo aveano lusingato d'un prossimo risveglio
delle sue facoltà musicali. Ripreso in mano il libretto della _Venere
infernale_, di cui era molto contento dopo averlo fatto rimaneggiare più
volte dal poeta, e rilettine i due primi atti quasi musicati di tutto
punto, Fausto aveva tentato di continuare a comporre.
— Ah, tu non puoi immaginare che piacere mi fai! — esclamò la signora
Ghedini la prima volta che lo sorprese al lavoro.
Egli rimase seduto al pianoforte, e sotto la delicata sensazione di
quelle mani innamorate che gli accarezzavano la testa, un lieve sorriso
gli spuntava su le labbra.
— Stento, stento molto! — poi disse, incupendosi a un tratto.
— Non accorartene!
Pareva ch'egli non s'accorgesse più della presenza di lei, così
fissamente guardava la partitura aperta sul leggìo.
— Questo è l'inno nuziale, di stile greco antico, senz'armonia, —
esclamò dopo lungo intervallo, sospirando.
Ne accennò con la voce una strofa, ma voltò subito parecchie pagine,
infastidito, sdegnato. Quella melodia gli richiamava alla memoria i più
bei giorni del suo fervore artistico, e il confronto con la presente
impotenza gli riusciva tormentoso.
— No, no, lasciami: sono indegno di te!
Si era levato da sedere, allontanando bruscamente le mani dell'amante,
con un sentimento di rancore contro di colei che gli ridestava nel cuore
aspirazioni assopite, anzi, morte, e gli faceva riconoscere uno stato di
cui egli avrebbe potuto dubitare fino allora.
— Dovresti darti tutto a questo lavoro, non pensare ad altro, e
rinunziare anche alle lezioni, se fosse necessario... Te l'ho detto
tante volte! — soggiunse umilmente la signora Paolina.
— Non posso!
Rispondeva sempre così, seccamente, sgarbatamente; e la innamorata
donna, che non aveva mai insistito altre volte, non insistè neppur ora.
E gli cinse le braccia al collo col suo abituale gesto di abbandono e di
conforto, per fargli intendere che almeno avrebbe voluto esser lei la
sua unica consolatrice! Non gli bastava?
No, non gli bastava. Fausto si rimproverava spesso la propria aridità di
cuore. Ma niente ormai valeva a scuoterlo, a vivificarlo, neppur
quell'abbandono, quell'effusione inesauribile, quel continuo e sempre
nuovo prodigarsi d'un cuore innamorato e ogni giorno più disposto a
sacrificargli tutto, se Fausto avesse potuto avere la forza di chiederle
sacrifici maggiori che non quelli del suo affetto e del suo corpo. Ma da
qualche tempo in qua, al rimprovero seguiva subito una sdegnosa alzata
di spalla. Erano ormai lontani il tumulto del cuore e la gioia della
memorabile nottata, quando egli aveva creduto repentinamente vinta ogni
tristezza della sua vita, quando gli era parso vedersi spalancare
dinanzi l'avvenire luminoso di gloria, riboccante di benessere
materiale!
Otto mesi erano appena trascorsi, ed egli già cominciava ad accorgersi
di trascinare la catena che colei gli aveva avvinta al piede e sentirne
il fastidio.
— Che hai? — ella insisteva.
— Niente.
— Qualche cosa ti preoccupa, lo vedo bene: non negarlo.
— Niente.
Ella taceva per non irritarlo, sapendo per prova che nessuna insistenza
sarebbe valsa a altro strappargli di bocca che quella recisa parola —
Niente! — Triste parola, che la lasciava dubbiosa, agitata da terrore
indefinito, con gli occhi gonfi di lagrime, trattenute per non far
peggio.