_Devoted in the stormiest hour._
BYRON.
O da una bruna siepe d'ortaglia verso il bastione rompesse fuori un
canto sonoro di gallo: o da due finestre umidiccie in tutta la
facciata sonnolenta di un collegio di suore venisse trasodando un
barlume di luce giallosa su un corso solitario; o sotto i pilastri di
un _foppone_ suburbano si raccosciasse pigramente la solita povereila
del mattino, il fazzoletto a gronda sugli occhi, la polenta e il
rosario nelle mani, a guardare la folla bianco-nera delle
croci:--v'è chi di voi ha udito la prima voce della Quaresima? Chi
ne ha indovinato gli sguardi? Chi se l'è veduta innanzi nella sua
lercia e sconsolata figura?
* * *
All'alba le vie popolari della città sembravano sfondare giù
giù in un sonno cenerugiolo: chiuse le botteghe, chiuse le porte,
chiuse le finestre: le gronde, le altane, i comignoli perduti in una
nebbia torpidiccia; il selciato sudicissimo: i lampioni dormigliosi:
il cielo d'un colore di gesso annacquato. E va, e va, e va, non c'era
in volta anima nata. In qualche luogo, in certi bugigattoli alti,
sotto i poggiuoli o le scale, si gonfiava a un venticello di scirocco
qualche lurido saccone di _Pierrot_ o dondolava qualche giubba verde di
Beltrame: e su certe portine affumicate girava una cassetta colle
quattro faccie di carta inoliata, e, spento quel po' di moccoluccio,
non vi si leggevano più gli sconci caratteri del cuciniere: davanti
a qualche topaia di cantina fuggiva qualche gattone foderato di
velluto e di mistero.
Nelle vie larghe e aristocratiche le facciate di granito impallidivano
a un certo albore che si spiegava giù dai fastigii delle chiese:
tutto chiuso: su dai tetti allineati torreggiava qualche campanile: il
selciato aridissimo: rade le fiammelle del gas: il cielo con una luce
d'acquario marino. Non una persona viva. I portoni colle maschere
delle lionesse, le finestre coi cappelli del Vignola, qualche
balconata colle vesti doriche delle cariatidi, accennavano
nell'immobilità del sonno e della pietra che anche lì era finito
un grande carnevale, quello dei classici: nessuna cassetta spenta che
dicesse che li s'erano mangiati i tortelli, ma certe piastre lucide di
bronzo a segnare dove si cucinavano bancariamente i milioni: gli
stessi gatti che fuggivano coi topi o che cercavano gli amori.
Erano terminati i veglioni: i vetturali avevano frustato i ronzini:
gli ubbriachi si sorreggevano l'un l'altro per cadere insieme: le
mascherine si erano dileguate....
* * *
O mia lettrice, oggi io vi brontolo nel quarto d'oretta della vostra
insidiosissima e stanchissima noia, quando voi, sotto le coltri e il
baldacchino e magari la protezione di una Madonna su fondo d'oro, vi
provate ad aprire gli occhi per rivedere lì intorno, nella camera
da letto, nel disordine d'una battaglia stizzosa, e sul tappeto e
sulle seggiole e sui tavoli, la vostra gonna affiorata, una nuvola
antica di luci temporalesche, e il vostro busto a cordelle, tutto a
schiume di trine, e un vostro guanto a bracciale, ancora colla
pienezza rotonda delle vostre polpe, e le calze rosate in avvolgimenti
serpentini, e le scarpette Montespan coi tacconi fiaccati dalla danza
perversa.... Vi ricordate tutto? Vi ricordate il dono che avete fatto
a un povero poeta? Vi ricordate come la vostra mano, sguantata, fosse
più flessuosa e confidente e olezzante di muschio?
Siete tornata a casa stamattina alle sette, in una carrozza coi vetri
appannati, con una pelliccia di tigre, sui coltroncini imbottiti, con
una amica che ciarlava e col marito che taceva: avete fatto una
dormitona fino a mezzogiorno, sognando baffi neri e baffi biondi:
avete sonnecchiato sino alle due, decisa pei baffi neri: e sino alle
quattro, convinta invece pei biondi: e covate sotto, obliqua, come una
liopardessa, aspettando caldamente che i botoletti di scuderia abbaino
dietro agli staffieri che faranno dondolare sulle dodici molle,
trascinandolo fuori dalla rimessa, il gran cocchione pel corso di
gala.
* * *
Gli ubbriachi erano stramazzati per la ventesima volta: e le
mascherine si erano messe strillare, dileguandosi agli angoli delle
vie.
Quaresima! quaresima!--sembrava intonasse il primo campanone del Duomo
al di sopra del colpevole silenzio dell'alba; e la sua voce pareva il
rimbrotto cadenzato di un nonno certosino che sta allineando una
processione che si sbranca e non vuol andare verso le tombe: e le
campanelle pettegole di cento campanili sopra i solai deserti si
sbatacchiavano ossesse colle ciarle dottoresche delle matrine
incuffiate che tormentano i bimbi per l'esame di coscienza.
O santo, o santone, che ci hai a dire col tuo fatidico tuono di
bronzo? O prioresse tabaccose, perchè volete guaiolare colle voci
dei gesuiti?
I vecchi canonici, piccini piccini sotto l'immenso Duomo, s'avviavano
al pieno buio del coro. Le beghinelle, ipocrite per aver la sola
età della Madonna o quella di sant'Anna, dondolanti negli androni
delle sacristie, lumacavano verso il focherello del braciere.
Quaresima! Quaresima!--continuava il nostro campanone, e quasi pareva
che la sua voce, come un enorme calabronaccio, ronzasse in ogni casa,
sotto ogni letto di dormiente, nella camera ove un dì era morto
qualcuno.--Quaranta giorni per noi: per noi!--ciancicavano le altre
pinzochere, e sembrava accorressero, acciabattando, dalle guantaie a
strappare le mezze mascherette nere, e nelle sarte a nascondere i
ritagli di trine, e ai capezzali dei felici, fugando le visioni e i
profumi....
Oh i buoni canonici, nonni senza figli, sugli stalli pontificali,
colle armelline del re, si addormentavano, sognando, su le vetriere
dei finestroni, le belle scale di Giacobbe che conducono al Dio del
perdono. Le arpie senz'amore, zie pel testamento, sulle seggiole
impagliate, colle caste mantiglie, si facevano arcigne, immaginando
fremebonde, giù per le lastre dei sepolcri, gli orrendi castighi
che ci precipitano all'inferno.
* * *
--Perchè sei tanto triste?--sembrava dirmi la prima occhiata di
luce che, strisciando fra gli alberi secchi di un giardino, veniva a
sbirciare nei vetri del mio studiolo.... Ed io spensi il lume.
Tornando da un veglione, avevo accompagnato a casa una frotta di amici
strillanti.
E, solissimo, m'ero dilungato fino ad una siepe d'ortaglia verso un
bastione, e poi ad un corso remoto, e poi ai due pilastri di un
ossario suburbano.
M'ero chiuso nel mio studiolo: avevo nel fosco del crepuscolo acceso
il lume, e cercavo la mia chiave per deporre in un cofanetto antico un
lungo guanto a bracciale che odorava di serpente.
Spensi il lume, e, arrovesciatomi sul letto, volli dormire.
Mi volgevo a destra, mi volgevo a sinistra, mi soffocavo contro i
guanciali....
Veniva sempre a ferirmi l'orecchio un canto acuto, sonoro, biblico, il
canto di un gallo. E dal fondo delle mie memorie, di là dalle mie
campagne innocenti, dai primi anni delle mie malattie religiose,
ascoltavo come una voce che diceva;--Sei tu? Ricordi le caste mattine
primaverili, e l'ultima stella della notte, e il tuo primo pensiero? e
la tua prima preghiera?
E mi giungeva all'occhio un chiarore lontano lontano, quasi mistico,
in cui si movevano cento figure bianche di ragazze e di monache, e
stava fisso un crocione con un'àncora, e genuflessa, come in
purissimo tormento, una fanciulla che guardava e che vedeva Iddio.
E mi pareva d'essere in un vasto campo seminato di croci e di fiori,
ed io non cercavo nessuna croce e non avevo nessun fiore. Una vecchia,
una vecchia mendicante, mi diceva:--Pregate pei morti.--Oh morto mi
sentivo io! perchè nell'anima avevo il gran gelo dell'oblìo! E,
volgendomi alla terra, supplicavo:--Ditemi voi! Voi siete ben più
felici di noi, quando siete ricordati!
E allora mi alzavo dalle coltri, e rompevo la serratura di quel
cofanetto antico, per gettarmi sulle mie memorie, per sapere proprio
che un dì avevo pianto anch'io, e avevo sperato e avevo creduto!
Il tarlo su quei foglietti ingialliti aveva già fatto cadere dei
monticelli di polvere di legno....
* * *
O gentile lettrice, ecco che la vostra cameriera entra nella stanza da
letto, e, raccogliendo in una cesta imbottita la vostra gonna, il
vostro busto, e le calze e le scarpine, vi domanda:--O-dov'è
l'altro suo guanto a bracciale?
--Era tanto sucido che devo averlo buttato per via
stamattina,--così rispondete.
Quando la vostra carrozza dava un subito balzo, perchè un ubbriaco
attraversava la strada?
Gli amici mi dicono che non ho toccato vino.
È una grande ubbriachezza il dolore!