NATALE.

(FANTASIE)

Whilst thou art fair and I am young.

BYRON.

Giù, giù, sui campi mestissimi della nostra pianura lombarda,

s'intorbida la pallida alba del Natale.

Ecco i colti, qua aggelati nelle tinte verdi umidiccie del frumento in

germoglio, là a cinquanta passi addormiti nei lividi nebbionacci

del verno e dei concimi: i solchi colatoi bianchi di brina e giù

inzuppati da pozzatelle di pioggia: i gelsi coi tronchi neri e le

capitozze goccianti, in filatere allineate, come i morti a guardia di

un immenso camposanto obliato: i capannotti col tettuccio di sagginali

fradici, l'acciottolato fangoso e il sentieruolo senza più l'aia: i

pagliai col cappuccione ammuffito e sullo stocco la crocetta che si

scorteccia: le strade sepolte nel molliccio, colle rotaie allagate, e

i fossatelli pieni del mosaico giallastro delle foglie flagellatevi

dagli acquazzoni.

Ecco là un paese su uno sfondo tutto cenerugiolo e senza misura: i

muricciuoli di una pallidezza sucida da cenci immollati: gli orti

bruni, senza più una siepicina, tutti a stecchi ed arruffaglie: le

finestre ingozzate di fogliaccie: le casette rattrappite l'una

sull'altra, come chi si stringa nelle spalle: i palazzotti, su alti, a

grandi fioriture nere, coi solai abbandonati: e le chiese, più alte

ancora, coll'aspetto più freddo del nudo mattone e i vani più

bui delle arcature dei tetti: e, più alti ancora, i campanili, nudi

e soli, che sguardano cogli occhioni abbacinati nelle nebbie....

E su tutto, sui campi infiniti e sui paeselli perduti, un umido

intenso, una tristezza plumbea, una distesa persa, che non chiamiamo

cielo, ma chiamiamo oblìo.

E si intorbida sempre più la squallida alba del Natale.

Là, in fondo in fondo si accende un lumicino, una lucciola oleosa,

un occhio giallo e sonnolento, e poi là, dall'alto dall'alto, si

ode uno scricchiolìo: lo strido di un ceppo scheggiato, un rantolo

pesante e brontolone.

Il curato si veste: e il sacrestano incomincia a pigliare la fune

della campana....

* * *

O colombi, che con volo obliquo e soavissimo calate innanzi alle

scalee delle misteriose ville rococò a bere dolcemente nei cavi

della vecchia arenaria le piogge del dicembre infecondo: o passeri,

che, stormeggiando bellicosi, vi affollate sui santi cornicioni delle

chiese smattonate a beccare protervamente le lolle sospintevi dai

venti: o rampichini muraiuoli, che col capo in giù vi aggrappate ai

sagginali che tappano le finestruzze, arruffando lo spavaldo

ciuffetto, per cacciarvi in una stalla piena di marmocchi, di

contadine e di fole: o reatini, reatini minimi, che nei rosai brinati

dei cimiteri sbattete l'ali rapidissime, quasi cercando i nonni ai

radiconi del campo e ai cataletti del beccamorto, i nonni aggelati

che, come voi sono i simboli del verno:--o miei amici, amici della mia

casta infanzia e della mia trepida giovinezza, gentili poeti dei voli

e dei susurri, poveri uccelli che avete sete, che avete fame, che

avete freddo, che avete le nebbie nell'animuccia, venite alla mia

finestra in quest'alba sì mesta, venite ai miei vasi di fiori,

venite alla mia stanzetta.

Voi bevete le lagrime degli infelici? Voi beccate via le pule delle

nostre speranze inaridite? E vi tenete caldi sui nostri cuori e dentro

vi covate ancora le nuove illusioni della vita? E foracchiate ancora

nelle case di chi ha amato, cercando sempre le agugliate di refe della

massaia per i vostri nidi e le briciole dolci dei nostri bambini per i

vostri zuccotti senza piume?

Povera finestra, sempre quella, da cui non entrano più le

tranquille visioni dell'alba, e le placidezze amorose dei plenilunii:

poveri fiori della mia vecchiaia, che vi siete disseccati sulle

radicine delle più soavi viole del pensiero: povera stanzetta della

mia morte, senza una culla, senza un ritratto di donna, senza un

ricordo della mia giovinezza!

Venite voi, amici, che non ci abbandonate nei verni.

* * *

E vi dirò.

Era bello il mio bambino roseo: era santa la mia Madonna bionda: il

presepio tranquillo, la mia casetta, la casetta del povero poeta.

E lui aveva due occhioni a gemma, pieni dei riflessi del più

azzurro cielo; una boccuccia a pozzette che balbettava i nostri nomi

felici in terra; due mani a guancialini che rubavano già i

pesantissimi grappoli dorati della nostra vite sul portichetto. Lei in

quelle pupille specchiava le sue tanto dolci; a quelle labbra si

pendeva, succhiando colle sue, inebbrianti di baci; tra quelle dita

intrecciava le sue, così belle e così carezzose. La casetta,

quella dei babbi e dei bisnonni, piena di fiorelli campestri, di

specchi pallidi, di mezz'ombre pacifere.

Sì, sì, era il mio bambino bello, anche quando su un occhio

aveva una gran toppa di carta turchina odorante di aceto; o quando

gustava la boccuccia impacciucchiata di vinaccioli e di mocci; o

quando colle manine, impudicissimo, si teneva un piedino grasso, come

un tomboletto, sgranandone le dita, come coccole di burro.... Era la

mia Madonna santa, lei che piangeva da medichessa, lei che smoccolava

quel nasino, lei che toglieva il pannicello per vederlo tutto nudo, il

suo ometto peccatore!... E sul mio presepio gli angioli del cielo non

scendevano coll'ali a porre la bindella spiegazzata col _pax hominibus

bonæ voluntatis;_ ma nemmanco i notai della terra erano venuti coi

parrucconi ad aprire i volumacci delle ipoteche: ed era piccino, ed

era disadorno, ed era soffogato dai ciliegi e dai mandorli; ma un

bisnonno l'aveva chiamato _Palazzetto del ritiro_, un nonno vi aveva

messo i mobili del Maggiolino, e il mio babbo aveva piantalo per me

quegli alberi che s'erano fatti grossi pel mio bimbo.

Desideravamo l'autunno, la stagione più cara, più intima, più

dolce per la nostra lunga contemplazione amorosa. Era forse una

foglia, la prima che si staccava dal ramo, che ci diceva quanto noi

potevamo essere felici? Desideravamo i crepuscoli rosei, colla mitica

stella di Lucifero, colla sottile falce della luna, coi cirri

spolverizzati d'oro: e quando voi, o colombi, stendevate il volo su

quel terrazzo fiorito, là dove, infelicissima e peccatrice,

bisbigliava quella dama infeconda con quel cavaliere, più volte

babbo: e voi, passeri pendenti ad un ciuffo di parietaria, dal rosone

della facciata spiavate giù nella chiesa tutta calda di lumi i

poverelli, famelici fra le nidiate dei bimbi che cantavano le lodi

ambrosiane del Signore: e a voi, rampichini muraiuoli, intricati nei

garofani delle finestrette, giungeva il guaiolare degli orfanelli

dell'Ospedale: e a voi, reatini, salticchianti sulle rose innanzi le

croci cadute, taceva sempre impassibile il silenzio di chi nella fossa

dei vermi aveva sognato il bel paradiso d'oro:--noi, piegati su una

culla candidissima, rattenendo il respiro, come l'unica necessità

che accusasse la nostra vita del corpo, noi ci sentivamo

purissimamente degni di compiacerci per gli occhi giù fino in fondo

dell'anima, ove stava il segreto religioso della nostra giovinezza:

noi, affaccendati innanzi ad una seggiolina, versando il latte

butirroso in una scodella, ci dicevamo tanto ricchi e pasciuti che

avremmo dato tutti i nostri pani a tutti i poverelli e le briciole del

nostro bambino a tutti gli uccellini: noi, inginocchiati nel

portichetto dei nonni, udendo le leziose impazienze di quella

boccuccia che, tartagliando i nostri nomi, pareva comandasse al

destino di non dividerli mai, su tutta la terra, credevamo ad un Dio

che apparisse nei sogni agli innocenti e nei sorrisi agli amorosi:

noi, semi-addormentati allo spegnersi dell'ultime luci del giorno,

compiangendo tutti i libri luciferini che indagavano il nulla eterno,

l'avevamo dinnanzi la nostra vita, tanto sicura e tanto in pace!

E l'avremmo vissuta tutta! Desideravamo che l'autunno si avanzasse a

morire nel verno, la stagione carissima, intimissima, dolcissima per la

nostra eterna contemplazione amorosa.... Eterna?... Erano forse le

foglie, le ultime foglie che coprivano la terra, che ci dicevano come noi

dovevamo essere felici?... Desideravamo le serate lunghe....--Com'è di

fuori?--Dai vetri sudati non spiavamo nè tenebrore, nè stelle, nè luna,

nè pigre nuvolaglie. Oh volevamo la nostra stanzetta, piccina, come la

nostra ambizione, calda come un nido, illuminata come un santuario!

Volevamo essere noi, noi soli, coi nostri ricordi, colle nostre ciarle,

col _suo_ balbettìo, col _suo_ respiro, co' _suoi_ starnuti, col nostro

bimbo che ci aveva dato tutta la pace! Ci amavamo! Ci amavamo, perchè

nessuno era venuto a soffiarci il gelo dei sapienti nell'anima! Ci

facevamo indietro indietro nella memoria a trovare le prime paure e i

primi rossori, i mutui sguardi e le feconde religioni dell'amore

ricambiato! Misuravamo giubboncini e camiciuole! O bimbo, quando credevi

di fare il tuo discorsone, pensavi alla mamma? quando tu dormi, ti sogni

di lei? quando starnuti, non ci dici _grazie?_ O piccino! O piccino!

Eravamo tanto egoisti che sobbalzavamo di scatto, scacciando l'idea e la

domanda:--Dove saranno i colombi? e i passeri? e i poveri rampichini? e i

poverissimi reatini?--Eravamo di dentro, con un lettuccio tutto morbido

di coltroncini, colle cucchiaiate fumanti di pappa, con un cosetto

d'avorio pacciucchiato, e, Dio mio! con un libro gualcito al capitolo più

serio e più sociale....--E i villeggianti pieni di galanterie? E i

contadini che hanno fame? E gli orfanelli dell'Ospedale? E i morti?--Oh

eravamo di dentro, colle fila d'oro dei destini in mano, colla gioia di

tre vite tutte felici, colle speranze di tre cuori tutti innamorati!... E

si fantasticava, si fantasticava.... Era un mondo senza oro e senza

pensieri....

Sì, sì, che affrettavamo i minuti e i desideri!

Il nostro bambino sarebbe cresciuto giorno per giorno.... O mia cara,

i suoi piedini battono già risoluti sulle tue ginocchia: ed ecco le

gambette le affagottiamo in due gran calze rosse, e le calcagna le

affondiamo in due scarpine piatte: e, ondeggiando, come un nonnuccio

senza bastoncello, e brancolando, e due, tre volte acculattando d'un

botto (ti sei fatto male?) ecco, eccolo.... ahi!... Piccino, tu corri

troppo! Eccolo da una canestra piena di guancialetti da popattola e di

cuffiette a mezzi gusci d'ova, eccolo a uno scrittoio ingombro di

carte, senza una sola poesia stampata: da te a me.....

Il nostro bambino sarebbe cresciuto giorno per giorno.... Diventiamo

vecchi anche noi? Oh i bei vecchietti!... Mia cara, ecco finalmente

s'imbianca un'alba di dicembre. Pel buio della pianura suonano le

campane gioconde: dicono che in cielo cantino gli angioli, mandando

giù le parole latine a tutti i presepi delle monache e dei

marmocchi: per le viuzze del paese alla chiesa s'avviano i contadini

puzzanti di frustagno: di là, di là, di là, dalle contrade

polverose della storia sacra si mettono in carovana i Re Magi coi

carrioni d'oro e colle barbe d'argento....

È Natale!... Mia carissima, ecco che il grand'omino, cogli occhi

ingarbugliati dal sonno, sarebbe sdrucciolato dal lettuccio, le calze

grinzose, le gambe pienotte, la camiciuola discinta su una spalla

grassoccia, una scarpetta scalcagnata nelle mani.... Una scarpetta pei

doni del bambino!... Ed ecco che s'avvia coll'ondeggiare di un

proposto in piviale, scantona un tavolo, barcolla contro una seggiola,

si rifà, cammina, cammina, e si perde nel vano di una porta: e

là si ascolta un sospirone dal naso tappato per il raffreddore e

dall'anima rigonfia di promesse.... Quanto oro avresti dato per quel

tomaio sì rifrusto che doveva chiudere per lui tutti i doni della

terra? Dentro una dozzina di confetti, e torno torno una carrozzuccia

di latta che odora di vernice e un ginnastico tirolese dinoccolato

nelle sue membra di abete bianco e un agnello lanoso col suo mantice

che soffia il lamento arcadico e felice!

È Natale! è Natale!... O Madonna, o mia Madonna bionda e della

terra, non mi svegliare dal casto sogno, per amore della tua mamma! O

bambino roseo, bambino della mia Madonna bionda e della terra, bambino

del mio presepio, bambino della casetta del povero poeta, vieni e

dammi questo bacio lungo, questo bacio santo, questo bacio di Natale!

* * *

Giù, giù, sui campi mestissimi della nostra pianura lombarda si

fa crassa di un nebbione rossigno la mattina del Natale.

Dormono i campi: si sgranchisce il paesello. Ecco qua un grigio

pesante e un silenzio di morte: là un lume piccino e uno strido di

ceppo scheggiato....

Il curato, si è vestito e il sacristano tira la fune della

campana....

Il primo squillo profondo di un saluto benedetto.

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_(Qui la carta del manoscritto è bruciata)._(12)

Storia di un'anima · 第 106 / 118 题