Da Recoaro, per Rovegliana e i sentieruzzi montani, l'arrivare a Schio
sul dorso di una somarella orecchiuta, coll'armoniosa compagnia di un
_mussaro_, che, menando botte da orbo sulla groppa paziente della
_barberina_, fa rimbombare anche la nostra carcassa di ventiquattro
costole; e lo sdrucciolare di sella colla disinvoltura di un pievano
che stringa sotto le ascelle il parapioggia di cotone rosso e finisca
di sonnecchiare sull'eterno salmo dell'eterno breviario non deve punto
garbare alle mie gentili signore, che conoscendo già Schio, non
possono soffrire di vedermi tanto goffo e impacciato da non rispettare
i civili costumi di questa città dell'industria, sì moderna e
sì famosa. Accetto il consiglio: _Wer reisen will, tret'an am
frühen Morgen und lasse heim die Sorgen!_ rinuncio agli sproni e
alla nobile gualdrappa, prendo a nolo una prosaica carrozza, mi ci
accomodo poltronescamente, e mi lascio trascinare sulla strada
maestra, che corre ai piedi dei monti, fra colti e vigneti; dolcemente
passa un _colle_, per selvette cedue di castagni e massi lucenti di
micaschisti, e, per valloncelli e distese di campi, attraversando i
paesi di Malo e di San Vito, ci conduce a Schio.
* * *
Malo, con circa 3000 abitanti, presso la sinistra riva del Torlo,
antico feudo dei vescovi di Vicenza, è un paesotto lungo lungo, che
qua e là presenta qualche facciata di casa a linea severa, qualche
finestra coi vetrucci tondi, qualche porta di tipo schietto, insomma
qualche dettaglio che sa meritarsi uno sguardo da noi, avvezzi
all'uniforme e merciaia pezzenteria di tante nostre borgate, a cui la
ferrovia portò la secchia dell'imbianchino e i portenti artistici
del ferro fuso. Se Malo sia proprio stato costrutto nel secolo VI dal
gotico Amali e se la classica chiesa parrocchiale sia fondata sulle
mine di un castello, lo domanderei al gentilissimo signor I. Rossi dei
Club alpino italiano, a lui che mi fece imparare per queste valli
tante belle cose antiche, ed io tutte le perdetti di memoria, quando
sì fieramente e sì potentemente sussultai di gioia e di
meraviglia nell'opificio di Schio. Così pochissimo so dirvi di San
Vito: che sia stato percosso dalla peste del 1630 lo lessi in una
lapide nel muro del cimitero: che conservi nella chiesa parrocchiale
alcune pale del Maganza, lo credo benissimo, giacchè lo trovo in un
libro stampato.
* * *
Schio, con circa 10,000 abitanti, con giurisdizione distrettuale su
quindici comuni, giace lungo il torrente Leogra: a nord ha i monti
Novegno e Summano; ad ovest, il Corneto, il Bufelan, la Cima di Pasta;
a sud-est, la pianura veneta. Il Leogra, unitamente al Gogna, per
mezzo di un canale, detto la Roggia, dà ai terreni una rete
irrigatoria per più di 700 ettari, e agli opifici una forza di
oltre 800 cavalli. L'agricoltura qui non spiega alcun sistema
particolare: anzi, il lombardo che è abituato ad ammirare
meritamente i propri latifondi, come una mappa, sì ordinati,
geometrici, proficui, qui si scontenta nel vedere le viti inacidire i
grappoli, nascondendoli nelle chiome amiche degli olmi, il grano-turco
soffocato nell'ombre, i gelsi lasciati egoistici padroni dell'aria e
della luce, le falde delle montagne improvvidamente disboscate. Ma il
visitatore tace quasi a sè stesso il suo malumore, perchè al
disopra di questo arruffio di verde e sullo sfondo delle montagne
denudate, vede sorgere le immense torri che sbuffano il fumo del
carbon fossile e l'alito possente delle macchine a vapore. È Schio!
Quando si pronuncia il nome di questa città, non pare possibile si
possa dire _Schio antica_ e _Nuova Schio_. Schio antica? mi osserverete
anche voi con fare dispettoso. Ho capito benissimo. Lascio quindi ai
foglietti del mio taccuino le annotazioni su alcuni particolari dello
stile gotico-francescano (secolo XV), sugli stalli di legno (1504) e
sulla Vergine del Verla (1512), che vidi nella chiesa di San
Francesco; certe altre sul San Nicolò, nel 1536 dato ai cappuccini,
sulla Santa Trinità (secolo XV), sull'antica rocca, distrutta nel
1512, e sul tiglio secolare. Ricordo solo il nome del domenicano
Giovanni da Schio, morto verso il 1266, il predicatore alla famosa
pace di Paquara; quello di Gerolamo Bencucci, benemerito a Giulio II,
Leone X, Clemente VII; quello di Giordano Pace, precettore d'Ippolito
Aldobrandini; di Francesco Gualtieri, pittore; dei due valorosi
Manfron: di Bernardino Turinzio, letterato e fondatore dell'Accademia
olimpica di Vicenza; di Francesco Grisellini, che fu nel secolo scorso
segretario della nostra Società patriottica... Chiudo i fogli del
mio taccuino, condannando al vostro oblìo tanti altri nomi
illustri, perchè voi, le mie signore, vi spazientite quando io
piglio la penna d'oca del professore, e, badate! torcete anche la
faccina dal muso riccioluto di messer Nicolo Tron, patrizio veneto,
che, col busto sì impettito, dalla sua nicchia rococò sul
palazzo municipale, guarda giù la Schio nuova, come un nonno la sua
nipotina diletta. Ma io vi condanno a prendervi l'inscrizione latina e
il numero romano. _Nicolao Trono, equiti divi Marci, utilium artium
patrono scientissimo, primi Scledi mercatores m.h.p.p.a. MDCCLXXII_.
Questo magnifico signore, per la Repubblica ambasciatore in varie
contrade d'Europa, dall'Inghilterra, dall'Olanda, dalla Francia,
imparò a conoscere e a derivare macchine, sistemi opranti per
l'arte della lana, che, stabilita in questa vallata nel secolo XIV,
subiva le fortunose vicende della vita politica italiana. Per opera
sua principalissima, nel 1738, sotto la firma Stal e Conig, coi
capitali di vari soci, sorse un opificio con 44 telai, 500 impiegati
nell'arte, su 4000 abitanti di Schio, nel luogo ora occupato da parte
della sezione Rossi del Lanificio, verso il giardino, sulla via
Palestro. Subite varie mutazioni, l'opificio di Schio, nel 1818 pel
prezzo d'it. L. 7800, era arricchito del primo apparato di macchine a
cardare, per opera del benemerito signor Francesco Rossi, il padre
dell'illustre senatore Alessandro, unitosi allora in Società col
signor Eleonoro Pasini, padre del geologo fu senatore Lodovico. Per
parlarvi dell'industria dei pannilani dovrei farvi un grosso libro di
economia e di meccanica industriale: e in mezzo a quei mastri di
Mercurio tra un fragore di Vulcano, coll'entusiasmo mezzo artistico,
mezzo poetico, tutto italiano, di un giovane che si sente trascinato
ad inneggiare alla strapotenza del progresso, come raccapezzare
un'idea? I magazzini sembrano una dogana di città mercantile, le
macchine a vapore con ritmo possente scuotono le gallerie, i telai
danno una completa immagine della celerità, dell'ordine, della
perfezione; gli operai hanno l'aria severa di chi sente la coscienza
del primo dovere dell'uomo, il lavoro. Più di 500 persone, dice il
signor Rossi, sono occupate, nelle due vallate del Leogra e
dell'Astico, per l'arte della lana, e in massima parte dalla
Società del Lanificio, fondata nel 1873, per iniziativa del
senatore Alessandro Rossi, col capitale di 24 milioni di lire. Ed
eccomi coi nomi del Tron e dei Rossi, a parlare della _Schio nuova_. Lo
scopo del fondatore di questa città del progresso fu di rendere
possibile all'artiere di diventare proprietario, a poco a poco, di una
casa sana, comoda, libera, costruendogliela o cedendola al costo.
Così, 16 ettari di terreno sono per più di metà occupati da
costruzioni, o isolate, o unite, od aggruppate, con orti, corti,
giardini; e non c'è quella monotonia che incoglie nella città di
Sir Titus Salt, Saltaire, dalle larghe strade, dalle piazze ornate di
sontuosi edifici pel culto e per l'istruzione, dall'elegante parco.
Monotoni non saranno i quartieri ad Essen, ma ivi, come a Saltaire, le
case, date a pigione dalla ditta industriale, non sono acquistabili.
Oggidì a Schio le case nuove sono presso a 100; gli abitanti 500,
di ogni condizione. L'illuminazione è bastante, copiosa l'acqua; le
vie macadamizzate, e, tranne la principale che è comunale, son
tuttora in manutenzione privata.--Così si espresse il signor
Francesco Rossi nel 1878: come io debba modificare i suoi dati non so
precisamente: certo è che Schio nuovo, sulle cui mura è
scritto--_il lavoro e il risparmio nobilitano l'uomo_--cresce e
crescerà e starà a modello di civile progresso e di vera morale
educativa. Non vi sono taverne col tanfo del vino e dell'acquavite,
nè gazzette colle acri fermentazioni dei romanzi e della falsa
declamazione, nè spassi romorosi che facciano perdere la
tranquilità dell'onesta vita dell'artiere. Ma vi sono le Scuole
elementari, l'asilo, l'ospizio di maternità, la Palestra, il Bagno,
il Lavatoio pubblico, il Panificio, ecc., ecc. Il sentimento che si
prova visitando questi luoghi è tutto di dignità e d'amore.
L'Asilo solo meriterebbe un libro popolare che lo illustri: la
direttrice è la madre dei bimbi, le signorine istitutrici ne sono
altrettante sorelle, la educazione, mirando tutta al cuore, sembra la
più facile, la più persuasiva, la più proficua, per questi
figli d'operai che sino dai tre anni sono avvezzi ad aver sottocchio
il Nazzareno soave che invita a sè i piccini, e che grandicelli,
nell'opificio tergendosi il sudore, leggeranno la scritta della
massima morale, civile e religiosa:--L'operaio e il padrone sono
eguali dinnanzi a Dio.