20 agosto 1880.

Da Recoaro, per Rovegliana e i sentieruzzi montani, l'arrivare a Schio

sul dorso di una somarella orecchiuta, coll'armoniosa compagnia di un

_mussaro_, che, menando botte da orbo sulla groppa paziente della

_barberina_, fa rimbombare anche la nostra carcassa di ventiquattro

costole; e lo sdrucciolare di sella colla disinvoltura di un pievano

che stringa sotto le ascelle il parapioggia di cotone rosso e finisca

di sonnecchiare sull'eterno salmo dell'eterno breviario non deve punto

garbare alle mie gentili signore, che conoscendo già Schio, non

possono soffrire di vedermi tanto goffo e impacciato da non rispettare

i civili costumi di questa città dell'industria, sì moderna e

sì famosa. Accetto il consiglio: _Wer reisen will, tret'an am

frühen Morgen und lasse heim die Sorgen!_ rinuncio agli sproni e

alla nobile gualdrappa, prendo a nolo una prosaica carrozza, mi ci

accomodo poltronescamente, e mi lascio trascinare sulla strada

maestra, che corre ai piedi dei monti, fra colti e vigneti; dolcemente

passa un _colle_, per selvette cedue di castagni e massi lucenti di

micaschisti, e, per valloncelli e distese di campi, attraversando i

paesi di Malo e di San Vito, ci conduce a Schio.

* * *

Malo, con circa 3000 abitanti, presso la sinistra riva del Torlo,

antico feudo dei vescovi di Vicenza, è un paesotto lungo lungo, che

qua e là presenta qualche facciata di casa a linea severa, qualche

finestra coi vetrucci tondi, qualche porta di tipo schietto, insomma

qualche dettaglio che sa meritarsi uno sguardo da noi, avvezzi

all'uniforme e merciaia pezzenteria di tante nostre borgate, a cui la

ferrovia portò la secchia dell'imbianchino e i portenti artistici

del ferro fuso. Se Malo sia proprio stato costrutto nel secolo VI dal

gotico Amali e se la classica chiesa parrocchiale sia fondata sulle

mine di un castello, lo domanderei al gentilissimo signor I. Rossi dei

Club alpino italiano, a lui che mi fece imparare per queste valli

tante belle cose antiche, ed io tutte le perdetti di memoria, quando

sì fieramente e sì potentemente sussultai di gioia e di

meraviglia nell'opificio di Schio. Così pochissimo so dirvi di San

Vito: che sia stato percosso dalla peste del 1630 lo lessi in una

lapide nel muro del cimitero: che conservi nella chiesa parrocchiale

alcune pale del Maganza, lo credo benissimo, giacchè lo trovo in un

libro stampato.

* * *

Schio, con circa 10,000 abitanti, con giurisdizione distrettuale su

quindici comuni, giace lungo il torrente Leogra: a nord ha i monti

Novegno e Summano; ad ovest, il Corneto, il Bufelan, la Cima di Pasta;

a sud-est, la pianura veneta. Il Leogra, unitamente al Gogna, per

mezzo di un canale, detto la Roggia, dà ai terreni una rete

irrigatoria per più di 700 ettari, e agli opifici una forza di

oltre 800 cavalli. L'agricoltura qui non spiega alcun sistema

particolare: anzi, il lombardo che è abituato ad ammirare

meritamente i propri latifondi, come una mappa, sì ordinati,

geometrici, proficui, qui si scontenta nel vedere le viti inacidire i

grappoli, nascondendoli nelle chiome amiche degli olmi, il grano-turco

soffocato nell'ombre, i gelsi lasciati egoistici padroni dell'aria e

della luce, le falde delle montagne improvvidamente disboscate. Ma il

visitatore tace quasi a sè stesso il suo malumore, perchè al

disopra di questo arruffio di verde e sullo sfondo delle montagne

denudate, vede sorgere le immense torri che sbuffano il fumo del

carbon fossile e l'alito possente delle macchine a vapore. È Schio!

Quando si pronuncia il nome di questa città, non pare possibile si

possa dire _Schio antica_ e _Nuova Schio_. Schio antica? mi osserverete

anche voi con fare dispettoso. Ho capito benissimo. Lascio quindi ai

foglietti del mio taccuino le annotazioni su alcuni particolari dello

stile gotico-francescano (secolo XV), sugli stalli di legno (1504) e

sulla Vergine del Verla (1512), che vidi nella chiesa di San

Francesco; certe altre sul San Nicolò, nel 1536 dato ai cappuccini,

sulla Santa Trinità (secolo XV), sull'antica rocca, distrutta nel

1512, e sul tiglio secolare. Ricordo solo il nome del domenicano

Giovanni da Schio, morto verso il 1266, il predicatore alla famosa

pace di Paquara; quello di Gerolamo Bencucci, benemerito a Giulio II,

Leone X, Clemente VII; quello di Giordano Pace, precettore d'Ippolito

Aldobrandini; di Francesco Gualtieri, pittore; dei due valorosi

Manfron: di Bernardino Turinzio, letterato e fondatore dell'Accademia

olimpica di Vicenza; di Francesco Grisellini, che fu nel secolo scorso

segretario della nostra Società patriottica... Chiudo i fogli del

mio taccuino, condannando al vostro oblìo tanti altri nomi

illustri, perchè voi, le mie signore, vi spazientite quando io

piglio la penna d'oca del professore, e, badate! torcete anche la

faccina dal muso riccioluto di messer Nicolo Tron, patrizio veneto,

che, col busto sì impettito, dalla sua nicchia rococò sul

palazzo municipale, guarda giù la Schio nuova, come un nonno la sua

nipotina diletta. Ma io vi condanno a prendervi l'inscrizione latina e

il numero romano. _Nicolao Trono, equiti divi Marci, utilium artium

patrono scientissimo, primi Scledi mercatores m.h.p.p.a. MDCCLXXII_.

Questo magnifico signore, per la Repubblica ambasciatore in varie

contrade d'Europa, dall'Inghilterra, dall'Olanda, dalla Francia,

imparò a conoscere e a derivare macchine, sistemi opranti per

l'arte della lana, che, stabilita in questa vallata nel secolo XIV,

subiva le fortunose vicende della vita politica italiana. Per opera

sua principalissima, nel 1738, sotto la firma Stal e Conig, coi

capitali di vari soci, sorse un opificio con 44 telai, 500 impiegati

nell'arte, su 4000 abitanti di Schio, nel luogo ora occupato da parte

della sezione Rossi del Lanificio, verso il giardino, sulla via

Palestro. Subite varie mutazioni, l'opificio di Schio, nel 1818 pel

prezzo d'it. L. 7800, era arricchito del primo apparato di macchine a

cardare, per opera del benemerito signor Francesco Rossi, il padre

dell'illustre senatore Alessandro, unitosi allora in Società col

signor Eleonoro Pasini, padre del geologo fu senatore Lodovico. Per

parlarvi dell'industria dei pannilani dovrei farvi un grosso libro di

economia e di meccanica industriale: e in mezzo a quei mastri di

Mercurio tra un fragore di Vulcano, coll'entusiasmo mezzo artistico,

mezzo poetico, tutto italiano, di un giovane che si sente trascinato

ad inneggiare alla strapotenza del progresso, come raccapezzare

un'idea? I magazzini sembrano una dogana di città mercantile, le

macchine a vapore con ritmo possente scuotono le gallerie, i telai

danno una completa immagine della celerità, dell'ordine, della

perfezione; gli operai hanno l'aria severa di chi sente la coscienza

del primo dovere dell'uomo, il lavoro. Più di 500 persone, dice il

signor Rossi, sono occupate, nelle due vallate del Leogra e

dell'Astico, per l'arte della lana, e in massima parte dalla

Società del Lanificio, fondata nel 1873, per iniziativa del

senatore Alessandro Rossi, col capitale di 24 milioni di lire. Ed

eccomi coi nomi del Tron e dei Rossi, a parlare della _Schio nuova_. Lo

scopo del fondatore di questa città del progresso fu di rendere

possibile all'artiere di diventare proprietario, a poco a poco, di una

casa sana, comoda, libera, costruendogliela o cedendola al costo.

Così, 16 ettari di terreno sono per più di metà occupati da

costruzioni, o isolate, o unite, od aggruppate, con orti, corti,

giardini; e non c'è quella monotonia che incoglie nella città di

Sir Titus Salt, Saltaire, dalle larghe strade, dalle piazze ornate di

sontuosi edifici pel culto e per l'istruzione, dall'elegante parco.

Monotoni non saranno i quartieri ad Essen, ma ivi, come a Saltaire, le

case, date a pigione dalla ditta industriale, non sono acquistabili.

Oggidì a Schio le case nuove sono presso a 100; gli abitanti 500,

di ogni condizione. L'illuminazione è bastante, copiosa l'acqua; le

vie macadamizzate, e, tranne la principale che è comunale, son

tuttora in manutenzione privata.--Così si espresse il signor

Francesco Rossi nel 1878: come io debba modificare i suoi dati non so

precisamente: certo è che Schio nuovo, sulle cui mura è

scritto--_il lavoro e il risparmio nobilitano l'uomo_--cresce e

crescerà e starà a modello di civile progresso e di vera morale

educativa. Non vi sono taverne col tanfo del vino e dell'acquavite,

nè gazzette colle acri fermentazioni dei romanzi e della falsa

declamazione, nè spassi romorosi che facciano perdere la

tranquilità dell'onesta vita dell'artiere. Ma vi sono le Scuole

elementari, l'asilo, l'ospizio di maternità, la Palestra, il Bagno,

il Lavatoio pubblico, il Panificio, ecc., ecc. Il sentimento che si

prova visitando questi luoghi è tutto di dignità e d'amore.

L'Asilo solo meriterebbe un libro popolare che lo illustri: la

direttrice è la madre dei bimbi, le signorine istitutrici ne sono

altrettante sorelle, la educazione, mirando tutta al cuore, sembra la

più facile, la più persuasiva, la più proficua, per questi

figli d'operai che sino dai tre anni sono avvezzi ad aver sottocchio

il Nazzareno soave che invita a sè i piccini, e che grandicelli,

nell'opificio tergendosi il sudore, leggeranno la scritta della

massima morale, civile e religiosa:--L'operaio e il padrone sono

eguali dinnanzi a Dio.

Storia di un'anima · 第 92 / 118 题