Il buon milanese che, vergognoso, solo, rincantucciato nel fondo di una
vettura, arriva sulla piazza della Fonte Lelia, allo stabilimento del mio
amicone Giorgetti, e guarda l'orologio e vi trova segnate le 6,30 dopo il
mezzogiorno non può a meno di consolarsi, dicendo:--Qui fra i monti si fa
presto sera. Almeno domani la _Sagra_ sarà finita, e tutto sarà in pace
per la mia cura felice. Che festa è quella d'oggi sul calendario?--Sì, le
mie signore lettrici: a 6.30 le campane di Recoaro tampellano giù nella
vallata con un suono maestoso e lieto: sulle allee trottano a torme gli
asinelli bardati, e i mulattieri vociano nel loro festosissimo dialetto;
davanti alle cento trabacche variopinte una folla oziosa brulica con un
ronzio da vincere la voce del Prechel dirocciante nelle tane dell'Agno:
là le grida dei venditori e le risa delle compratici: qui un'ondata di
musica e un acciottolio di tazze da caffè e... È appunto qui che proprio
il nuovo arrivato non s'arrischia a dare un'occhiata: ma è appunto qui
per sua condanna che deve discendere dalla vettura, e sgranchirsi, e
pigliarsi il fascio dei paracqua, dei parasole, dei bastoni, e far calare
le non stemmate valigie, e cavare di tasca il telegramma del Giorgetti
che ieri gli assicurava una camera... ritarda persino il maggiordomo!
Quelle 6,30! benedetta ora per gli stomachi deboli! Proprio sotto la
_verandah_ d'ingresso v'è il crocchio del dopopranzo, le ciarle graziose,
i bisbigli crudeli, i commenti arguti. Qui le scarpine proterve che
batterebbero i tacchi anche sui frantumi di un paradiso, pur di correre
ad un trionfo d'orgoglio: le calze nere e bianche, e carnicine, quanto
pii schiette, tanto più superbe: qui la seta stupenda, i percali
capricciosi, i velluti, i merletti antichi, le foggie studiatissime e le
semplicità insidiose, i colori, i profumi, le linee olimpiche e le
birichine audacie del Watteau: qui le candide manine straricche di
anella, e le braccia nude, dal colore della cardenia, misteriosamente
affogate nelle trine e roseamente tormentate dalla depressione dell'oro
massiccio dei braccialetti... Il nuovo arrivato non ha coraggio di
arrischiare un solo sguardo su quei volti femminili, e maledicendo al suo
stomaco, al suo fegato, alle sue febbri intermittenti, si dice condotto
nel regno della vanità, non nella severa valle d'Igea. Buona notte
all'amico. Siccome è un figliuolo tanto giudizioso, ed ha la guida alle
acque di Recoaro, prima di soffiar sul lume, legga quanti malanni
affliggono l'umanità fisicamente e ricordi quanti altri la percotano
moralmente, e poi si rassegni a pigliare il mondo com'è. Sognando qualche
bionda testina di veneziana, con un garofano di Vicenza alle treccie, una
collana di perle al collo, pensi a sant'Antonio, che solo, nel deserto,
meditabondo ed arcigno, doveva sbadigliare fino a sgangherarsi le
mascelle. E ciò è poca lode di messer Domeneddio, che, creando Recoaro,
lo volle proprio sacro ad Imene ed alla Salute; ei volle che la vita qui
fosse animatissima, come una perpetua sagra, senza santi di calendario:
il giorno rallegrato dalla festa del sole, dalla vista dei monti, dallo
scroscio dei torrenti; il crepuscolo vespertino poetizzato dalle gite sui
somarelli pei viottoli deserti, e la notte dedicata alla musica, alla
tombola, alla danza.
* * *
E si fa sera--la sera solenne dei monti. Le cime aduste e stagliate
mano mano prendono le tinte violastre che fondono in un velo solo le
frane, i torrenti, le insenature, le gobbe, gli ruffii selvatici, gli
scaglioni, i torracchiotti: giù per i pendii vestiti di boscaglie,
una fredda oscurità cancella i contorni dei faggi, dei castagni,
dei pioppi, e versa il solo verde cupo della solitudine; i pratelli
erbosi sembrano aggelati da cento rivoletti che, gorgogliando dalle
chiuse e perdendo il luccicore, per tane e bugigattoli si smarriscono
giù in fili bisbiglianti; i falciatori tornano soli e senza canzoni
su pei viottoli di sassi ammontati e sui sentieruzzi guazzosi,
sciacquano i falcioni alle cascatelle, e si dilungano tra i macchioni
dei castagni, dove s'alza un filo di fumo color cobalto da un
tettuccio di tegole muscose. Il cielo è del più intenso azzurro,
profondo senza un fiocco di nube; e la prima stella sembra aprire e
chiudere, ammiccando, la sua pupilla di luce, quasi mesta fra tanta
pace, fra tanto silenzio, fra tanta solennità di morte. L'uggioso
guaiolare di qualche cane, qualche lontanissimo muggito, il fragore
basso dell'Agno: ecco i saluti di questo deserto che si addorme, che
si sprofonda nell'oscurità, che ha i fremiti degli abissi e i
sussulti del vento.
* * *
E si fa notte--la notte lieta dello stabilimento Giorgetti. Il
mercante turco attraversa il piazzale con un paggio non maomettano che
gli regge religiosamente il _narguilè_ e s'abbatte coll'ambasciatore
russo: una signorina francese che fuma la sigaretta getta uno sbuffo
che va a sfioccarsi fra le tese di un tricorno da piovano bergamasco:
un professore col cappello a tuba cede la destra ad un _musseto_ che
trotta colla sua greppia: due dame che combatterono per la toletta, si
passano vicino e la gonna della trionfatrice fruscia ironicamente
sulla coda della vinta: un giovanotto _incendiato_ ed ardentissimo
s'incontra col _Pompiere_ del _Fanfulla_ e, guardate combinazione! una
signorina accetta il braccio e il bisbiglio di un signorino. Ma chi ve
la dipinge tutta questa folla! Sul piazzale si addoppia la vita alle
prime battute di una quadriglia. Il prezioso filo d'acqua del conte
Lelio Piovene, là sotto un portico del settecento, nella nicchia
umida, ferrugginosa, magnesiaca, con un lumino scoppiettante a lato,
sembra piangere di dover colare giù nelle bottigliette che si
spediscono a Milano, a Venezia, a Verona, lui che la salute la
vorrebbe regalare _in luogo_, accompagnato dall'allegria e dal corteo
degli asinelli. Il ringhioso leone repubblicano, dagli archi bugnati,
guarda giù, come un protettore, e se a vece del messale di San
Marco, stringesse l'altro storico di Recoaro lo dovrebbe aunghiare un
po' meno crudelmente, perchè ci sono pagine di color roseo e
celeste. La folla si versa nel salone del Vicentino; là la tombola,
i lancieri e le ciarle. E l'amico milanese, che non ha osato guardare
le teste femminili, là le vedrebbe innondate di luci e di sorrisi,
contornate da capelli biondi, neri e castagni, tante volte adorne
nobilmente di mazzolini di _edelweiss_, di ciclami, di margherite, di
grappolini di sorbo! E la cura? la cura felice, per cui s'è mosso
l'amico, affrontando sette ore di ferrovia, i pericoli di un tramway
snodato come una biscia, le scosse di una vettura a capponaia? La cura
non ha orario e non ha metodo e non ha noia. Bevete e bevete.
* * *
Uno sguardo all'elenco dei forastieri ed ho quasi finito. Abbiamo
avuto qui tanto corone da far invidia al fondatore dell'archivio
araldico del Vallardi: i nuovi venuti da Milano sono il marchese C., i
conti T., la nobile B.; da Torino, la contessa B. di G. e il
commendatore V.; da Bologna, la contessa A. Volete anche della
politica alle acque? È arrivato quel nostro insigne concittadino,
che è il senatore G., prefetto di Verona, l'onorevole O.,
l'onorevole R., e il nostro marchese V., se pure egli non desidera
d'essere posto fra i filarmonici.
* * *
Proprio l'ultime righe e ho finito. A Vicenza ebbi il piacere di
conoscere quel cesellatore famoso, queir ageminatore, quello
sbalzatore, quell'incisore che è il Coltellazzo. Come a lui,
così a voi non nascondo un mio schietto convincimento: il nostro
Gaggino a Milano è più amoroso dell'antico, è più ingenuo,
è più fino; ed oltre all'arte del fare, conosce gli accorgimenti
sagacissimi dell'irrugginire e dello sdrucire. Il Coltellazzo è
creatore e libero: il Gaggino è archeofilo. Concludo dicendo che
tra questi monti, a Valdagno, ho conosciuto un dotto istoriografo
della vallata, il signor Giovanni Soster, il quale raccoglie
documenti, pubblica monografie, incetta cose antiche, sì che la sua
casa può dirsi un piccolo museo di memorie locali.