11 agosto 1880.

Il buon milanese che, vergognoso, solo, rincantucciato nel fondo di una

vettura, arriva sulla piazza della Fonte Lelia, allo stabilimento del mio

amicone Giorgetti, e guarda l'orologio e vi trova segnate le 6,30 dopo il

mezzogiorno non può a meno di consolarsi, dicendo:--Qui fra i monti si fa

presto sera. Almeno domani la _Sagra_ sarà finita, e tutto sarà in pace

per la mia cura felice. Che festa è quella d'oggi sul calendario?--Sì, le

mie signore lettrici: a 6.30 le campane di Recoaro tampellano giù nella

vallata con un suono maestoso e lieto: sulle allee trottano a torme gli

asinelli bardati, e i mulattieri vociano nel loro festosissimo dialetto;

davanti alle cento trabacche variopinte una folla oziosa brulica con un

ronzio da vincere la voce del Prechel dirocciante nelle tane dell'Agno:

là le grida dei venditori e le risa delle compratici: qui un'ondata di

musica e un acciottolio di tazze da caffè e... È appunto qui che proprio

il nuovo arrivato non s'arrischia a dare un'occhiata: ma è appunto qui

per sua condanna che deve discendere dalla vettura, e sgranchirsi, e

pigliarsi il fascio dei paracqua, dei parasole, dei bastoni, e far calare

le non stemmate valigie, e cavare di tasca il telegramma del Giorgetti

che ieri gli assicurava una camera... ritarda persino il maggiordomo!

Quelle 6,30! benedetta ora per gli stomachi deboli! Proprio sotto la

_verandah_ d'ingresso v'è il crocchio del dopopranzo, le ciarle graziose,

i bisbigli crudeli, i commenti arguti. Qui le scarpine proterve che

batterebbero i tacchi anche sui frantumi di un paradiso, pur di correre

ad un trionfo d'orgoglio: le calze nere e bianche, e carnicine, quanto

pii schiette, tanto più superbe: qui la seta stupenda, i percali

capricciosi, i velluti, i merletti antichi, le foggie studiatissime e le

semplicità insidiose, i colori, i profumi, le linee olimpiche e le

birichine audacie del Watteau: qui le candide manine straricche di

anella, e le braccia nude, dal colore della cardenia, misteriosamente

affogate nelle trine e roseamente tormentate dalla depressione dell'oro

massiccio dei braccialetti... Il nuovo arrivato non ha coraggio di

arrischiare un solo sguardo su quei volti femminili, e maledicendo al suo

stomaco, al suo fegato, alle sue febbri intermittenti, si dice condotto

nel regno della vanità, non nella severa valle d'Igea. Buona notte

all'amico. Siccome è un figliuolo tanto giudizioso, ed ha la guida alle

acque di Recoaro, prima di soffiar sul lume, legga quanti malanni

affliggono l'umanità fisicamente e ricordi quanti altri la percotano

moralmente, e poi si rassegni a pigliare il mondo com'è. Sognando qualche

bionda testina di veneziana, con un garofano di Vicenza alle treccie, una

collana di perle al collo, pensi a sant'Antonio, che solo, nel deserto,

meditabondo ed arcigno, doveva sbadigliare fino a sgangherarsi le

mascelle. E ciò è poca lode di messer Domeneddio, che, creando Recoaro,

lo volle proprio sacro ad Imene ed alla Salute; ei volle che la vita qui

fosse animatissima, come una perpetua sagra, senza santi di calendario:

il giorno rallegrato dalla festa del sole, dalla vista dei monti, dallo

scroscio dei torrenti; il crepuscolo vespertino poetizzato dalle gite sui

somarelli pei viottoli deserti, e la notte dedicata alla musica, alla

tombola, alla danza.

* * *

E si fa sera--la sera solenne dei monti. Le cime aduste e stagliate

mano mano prendono le tinte violastre che fondono in un velo solo le

frane, i torrenti, le insenature, le gobbe, gli ruffii selvatici, gli

scaglioni, i torracchiotti: giù per i pendii vestiti di boscaglie,

una fredda oscurità cancella i contorni dei faggi, dei castagni,

dei pioppi, e versa il solo verde cupo della solitudine; i pratelli

erbosi sembrano aggelati da cento rivoletti che, gorgogliando dalle

chiuse e perdendo il luccicore, per tane e bugigattoli si smarriscono

giù in fili bisbiglianti; i falciatori tornano soli e senza canzoni

su pei viottoli di sassi ammontati e sui sentieruzzi guazzosi,

sciacquano i falcioni alle cascatelle, e si dilungano tra i macchioni

dei castagni, dove s'alza un filo di fumo color cobalto da un

tettuccio di tegole muscose. Il cielo è del più intenso azzurro,

profondo senza un fiocco di nube; e la prima stella sembra aprire e

chiudere, ammiccando, la sua pupilla di luce, quasi mesta fra tanta

pace, fra tanto silenzio, fra tanta solennità di morte. L'uggioso

guaiolare di qualche cane, qualche lontanissimo muggito, il fragore

basso dell'Agno: ecco i saluti di questo deserto che si addorme, che

si sprofonda nell'oscurità, che ha i fremiti degli abissi e i

sussulti del vento.

* * *

E si fa notte--la notte lieta dello stabilimento Giorgetti. Il

mercante turco attraversa il piazzale con un paggio non maomettano che

gli regge religiosamente il _narguilè_ e s'abbatte coll'ambasciatore

russo: una signorina francese che fuma la sigaretta getta uno sbuffo

che va a sfioccarsi fra le tese di un tricorno da piovano bergamasco:

un professore col cappello a tuba cede la destra ad un _musseto_ che

trotta colla sua greppia: due dame che combatterono per la toletta, si

passano vicino e la gonna della trionfatrice fruscia ironicamente

sulla coda della vinta: un giovanotto _incendiato_ ed ardentissimo

s'incontra col _Pompiere_ del _Fanfulla_ e, guardate combinazione! una

signorina accetta il braccio e il bisbiglio di un signorino. Ma chi ve

la dipinge tutta questa folla! Sul piazzale si addoppia la vita alle

prime battute di una quadriglia. Il prezioso filo d'acqua del conte

Lelio Piovene, là sotto un portico del settecento, nella nicchia

umida, ferrugginosa, magnesiaca, con un lumino scoppiettante a lato,

sembra piangere di dover colare giù nelle bottigliette che si

spediscono a Milano, a Venezia, a Verona, lui che la salute la

vorrebbe regalare _in luogo_, accompagnato dall'allegria e dal corteo

degli asinelli. Il ringhioso leone repubblicano, dagli archi bugnati,

guarda giù, come un protettore, e se a vece del messale di San

Marco, stringesse l'altro storico di Recoaro lo dovrebbe aunghiare un

po' meno crudelmente, perchè ci sono pagine di color roseo e

celeste. La folla si versa nel salone del Vicentino; là la tombola,

i lancieri e le ciarle. E l'amico milanese, che non ha osato guardare

le teste femminili, là le vedrebbe innondate di luci e di sorrisi,

contornate da capelli biondi, neri e castagni, tante volte adorne

nobilmente di mazzolini di _edelweiss_, di ciclami, di margherite, di

grappolini di sorbo! E la cura? la cura felice, per cui s'è mosso

l'amico, affrontando sette ore di ferrovia, i pericoli di un tramway

snodato come una biscia, le scosse di una vettura a capponaia? La cura

non ha orario e non ha metodo e non ha noia. Bevete e bevete.

* * *

Uno sguardo all'elenco dei forastieri ed ho quasi finito. Abbiamo

avuto qui tanto corone da far invidia al fondatore dell'archivio

araldico del Vallardi: i nuovi venuti da Milano sono il marchese C., i

conti T., la nobile B.; da Torino, la contessa B. di G. e il

commendatore V.; da Bologna, la contessa A. Volete anche della

politica alle acque? È arrivato quel nostro insigne concittadino,

che è il senatore G., prefetto di Verona, l'onorevole O.,

l'onorevole R., e il nostro marchese V., se pure egli non desidera

d'essere posto fra i filarmonici.

* * *

Proprio l'ultime righe e ho finito. A Vicenza ebbi il piacere di

conoscere quel cesellatore famoso, queir ageminatore, quello

sbalzatore, quell'incisore che è il Coltellazzo. Come a lui,

così a voi non nascondo un mio schietto convincimento: il nostro

Gaggino a Milano è più amoroso dell'antico, è più ingenuo,

è più fino; ed oltre all'arte del fare, conosce gli accorgimenti

sagacissimi dell'irrugginire e dello sdrucire. Il Coltellazzo è

creatore e libero: il Gaggino è archeofilo. Concludo dicendo che

tra questi monti, a Valdagno, ho conosciuto un dotto istoriografo

della vallata, il signor Giovanni Soster, il quale raccoglie

documenti, pubblica monografie, incetta cose antiche, sì che la sua

casa può dirsi un piccolo museo di memorie locali.

Storia di un'anima · 第 90 / 118 题