Quando un mio amico, chimico-farmacista d'archiginnasio, mi tirò
fuori da uno scaffale polveroso il librattolo di messer Giovanni
Graziano bergamasco, professore di medicina a Padova, e me lo
spalancò dinanzi, sì ch'io vi lessi _Thermarum Patavinarum
Examen, Patavi MDCCI_, e quando mi citò le disquisizioni
dell'Arduino, del Lorgna, del Mastino, io confesso che non mi vidi
innanzi agli occhi (e come no?) altro che il conte Lelio Piovene da
Vicenza, lo scopritore della fonte che ancora ne conserva il nome, e
Fulgenzio e Domenico Griffani, usurpatori di essa; e il Serenissimo
Principe, e i Provveditori, e i Pregadi, gli ufficiali della sanità
pubblica, tutti riuniti in consiglio, una folla negra di parrucconi
grigi, coi musi nascosti dai ricciolotti tiepoleschi, inferraiuolati,
arcigni, incollarati, misteriosi. Mai, mai, mai non avrei sognato di
vedere, nemmeno fuggitiva come un baleno, la faccia sorridente così
gaia e la strettissima toletta bianco e nera di quella nostra signora
milanese.... Amici miei, neppure le iniziali del nome vi dò: vorrei
solo potervi dire il fascino di quelle linee elegantissime, il gusto
di quella semplicità, l'audacia di quell'abito, che una signora mia
conoscente dichiara il più bello e il più nuovo st'anno sin qui
veduto a Recoaro. Il conte Lelio sullodato quand'ebbe scoperta l'acqua
salutare, deve aver sorriso mestamente, pensando ai cento malanni
della misera umanità, e deve aver sognato solo volti scialbi di
montanari e di pastori, giù scendenti dalle Alpi Retiche, col
melanconico brontolìo del rosario sulle labbra. Ma sì! Se egli
avesse potuto ficcare gli occhi sino a noi! Avrebbe veduto, in groppa
agli asinelli, le più care signore, felici di svelare una scarpina
col tacco all'Efftein, e gli eleganti giovanotti felicissimi di poter
loro tener la staffa; i buoni papà e le mamme che lasciano
volontieri sviarsi tra i crocchi dei caffè e dei piazzali le loro
ragazze sui diciassette, e i bimbi allegri, vestiti alla marinaresca
che già offrono cavaliermente il braccio alle signorine, e i mariti
che domandano: _dov'è mia moglie?_ e le mogli che non domandano:
_dov'è mio marito?_ e i patriarcali piovani che sono sempre pronti e
convinti a dire che tutto succede con permissione del Signore. Che
festa! che gaiezza! che profumo di gioventù e di lusso! E quante
speranze di confetti e quante benedizioni dal cielo! Il patrizio
vicentino avrebbe veduto saloni elegantissimi per caffè e concerti;
stabilimenti idropatici; alberghi d'aspetto svizzero, coi maggiordomi
dalle basette all'inglese, colla tabella piena di titoloni, di
contesse, di marchese, di duchesse.... E la villa Tomello l'avrebbe
veduta quel cittadino d'una serenissima repubblica, la bianca villa
che accolse e ancora deve accogliere la prima e la gentilissima Regina
d'Italia? E avrebbe sognato, tra il basso fragore del torrente Agno,
bisbigli di donna per lo meno in sette lingue e ciarle e riso e
armonie di concerti musicali?
Pace nell'altra vita a quel conte Lelio: e pace in questa ai mariti e
ai babbi che mettono mano alle borse!
* * *
Con questi quattro scarabocchi io non pretendo di cucirvi una
corrispondenza: vi mando delle note a lapis e se potessi vi darei
più volentieri degli acquarelli che ho pennellato sul mio albo. La
via provinciale che da Vicenza conduce per Tavernelle a Recoaro è
lunga 42 chilometri e con due cavalli l'ho percorsa in quattro ore. Le
montagne, i campi di granoturco, i cascinali, i prati, somigliano
affatto a quelli della sponda dell'Adda tra Lecco e Bergamo: solo i
vigneti hanno un aspetto diverso, perchè le viti sono arcadicamente
maritate agli olmi. I binari di un _tramway_ si vedono già collocati,
una macchina sbuffa potentemente e fra pochi giorni sarà aperto al
pubblico un servizio opportunissimo fra Tavernelle e Valdagno. Nel
lungo paese di Montecchio v'è il palazzo Cardelina, un esastilo
grandioso, d'inspirazione Palladiana, con statue, scalee, muraglioni,
cancellate, ma quasi deserto e mestissimo. Su un colle si veda la
fastosa villa del cantore epico dell'_Italia liberata dai Goti_, il
Trissino: e su su due castelli che dai crepacci delle mine sembrano
l'uno ringhiare verso l'altro con astio feroce: la tradizione li dice
i manieri dei Capuleti e dei Montecchi.
Una fermata a Valdagno, scrive l'egregio dottor Schivardi, è di
rigore: e nota che è capoluogo, borgata, con una bella piazza Roma,
il giardino dei conti Valle, le fabbriche di panno del signor
Manzotto.
Io mi compiaccio ad osservare delle poderose facciate di case del
secolo XVI, con balconi in ferro o parapetti a fogliami traforati in
sasso; vedo dei gustosi martelli di porta, e per la prima volta
disegno dei mascheroni o meglio delle testaccie tonde e scipite di
greci e di turchi, sporgenti dagli archivolti, come _serraglie_
bizzarre. Da Valdagno a Recoaro la strada si fa ripida, i monti
giganteggiano, il verde è intenso: tutta la valle si restringe.
Recoaro (da _Recubarium_, luogo di riposo, o da _Rex aquarum_, re delle
acque) fino agli ultimi anni del secolo XVII non era che un paesucolo
composto di gruppi di casolari qua e là sulle pendici delle Alpi
Retiche. Ora è un paesotto; meglio è un solo albergo, un solo
caffè, un solo stallo...
* * *
Chi sono e dove sono i Recoaresi? Tra questa folla in cento abiti,
dalle foggie date dalla nostra Chaillon alle vestaccie affagottate
delle alpigiane tirolesi, tra il sonare di otto o dieci lingue e la
babele di cento dialetti, fra il va e vieni delle carrozze, il
tempestare delle unghie degli asinelli, e gli inviti: _paron! paron!
paron!_ io non so dirvi chi sono e dove sono i Recoaresi. La scena è
pittoresca; il paese lungo, la via erta, le case affatto moderne e
come quelle della riviera ligure, la chiesa piccina e tutta bianca, il
campanile grosso, tozzotto, degno d'un proposto capo pieve, una casa
col tetto a quattro pioventi, un po' acuminato, la gronda a
volticciuole e l'aria di un torracchiotto; in fondo le allee che a
zig-zag vanno alle fonti, il santuario di Santa Giuliana raccosciato
come tra il verde; a sinistra, quasi sempre incoronata di nubi, la
vetta dello Spitz, e giù l'Agno dalle acque saponacee e dal letto
sassoso, e a chiudere la scena, aduste, violastre, cornute, le
formidabili alpi tirolesi.
Dello Stabilimento Giorgietti, del piazzale, dei divertimenti e delle
cure vi parlerò un'altra volta.
Per ora, prima che si muti la folla degli ospiti, mi faccio premura
ricordarvi che c'è qui il simpaticissimo e spiritosissimo Pompiere
del _Fanfulla_, la contessa W. alla villa Tonello, la marchesa P. di
Venezia. E infine dico alle lettrici colla massima gioia che, fra la
tolette di vera eleganza, noto sempre quelle delle nostre gentilissime
concittadine, signora C., signora M., signora S.