GENOVA.

S'io fossi il _cintrago_, il banditore medioevale di Genova, da ogni

legno che venisse di Sardegna con sale, ne riscoterei mine tre: e mine

tre o mine una di grano da ogni legno che tornasse di Corsica, oppure

_de Maritima et Romania_. E poi _marabottini_ d'oro dalle galee che

andassero in corso al di là della Sardegna o in Ispagna. Adunerei

il popolo a suono di tromba, citerei ai placiti, ordinerei le guardie

della città, pranzerei coll'arcivescovo, e davanti a qualche

palazzo de' Fieschi, de' Grimaldi, dei Doria, degli Spinola, per

privilegio di magna prosapia fasciato di marmi bianchi e neri,

canterei le glorie di Genova mia. Vorrei essere il _cintrago_ e campare

vecchissimo vecchissimo, dal tempo dei consoli ai dogi biennali, e

dire:--N'ho vedute di cose traverso i secoli!-

E canterei così:--Ho squillato la mia tromba pei consoli, pei

podestà, pei capitani della libertà, i Fieschi, i Grimaldi, i

Doria, gli Spinola, per il reggimento dei dodici, dei ventiquattro

coll'abate del popolo, per la signoria d'Arrigo, quella di Roberto di

Napoli e di Giovanni XXII, pei guelfi, pei ghibellini, pei dogi

perpetui della stirpe Guarca, Montalda, Adorna e Fregosa, pei dogi

biennali, i nobili privilegiati, tra l'imperversare delle fazioni di

Portico nuovo e di Portico vecchio, pei commessari francesi della

repubblica ligure.

E narrerei:--Venite al porto. Io ho veduto le venerande galee, i

galioni, le galiazze, le galeotte, le cetee, i taridi, i panfili, le

vacchette, le borbotte, i golabi, le gatte, le cocche, le saettìe,

i portantini, gli uscieri, le flotte di quei genovesi che ghermirono

la Corsica, la Capraia, la Gorgona, Tunisi e Minorca, Almeria,

Tortosa; navigatori e guerrieri, i ghibellini contro Carlo, i guelfi

che preferirono lo esiglio al pane dato dai vincitori, i sostegni del

seggio bizantino, i mercatanti da Ceuta al mar Libico, all'Egizio, al

Sinaco, al Panfilio, al Lido, all'Arcipelago.

E inviterei:--Moviamo al tempio di san Matteo, monumento de' Doria, al

san Donato dalla torre costantinopolitana: a san Tomaso, al san Marco

col Veneto lione, che rugge ancora coll'ultimo lamento di Andrea

Dandolo, il suicida di Curzola memoranda; che freme ancora

all'invisibile sogghigno trionfale di Pagano Doria trascinante dalla

poppa della galea capitana lo stendardo de' Veneziani. Andiamo al

Campo Pisano: ivi i tredicimila prigionieri fatti alla Meloria

cainesca e le larve disperatissime dei tremila uccisi fecero ringhiare

il proverbio tremendo:--_Chi vuol veder Pisa vada a Genova--_: i

catenoni del porto della rivale furono tagliati a pezzi, perchè

potessero essere appesi qua e là per le piazze e le vie della

trionfatrice: inventore di questa vendetta luciferina Niceto Chiarli

re delle incudi: e per lui i fabbri, devoti alle balestre, alle

bombarde, alle pignatte di fuoco lavorato, ascoltavano in Santo Sisto

un'annua messa di suffragio. A San Sepolcro sorgono le memorie de'

crocesignati, dei cavalieri, degli spedalieri, e dei cinque cardinali

affogati nei cinque sacelli da Urbano VI. Alla Casa di San Giorgio

v'è il codice di _Gazaria_, o i cartulari della compera di Caffa,

Scio e Famagosta. Al Borgo di _Prè_ si spartivano le prede nel secolo

duodecimo. Al Duomo, ricordato anche da Fazio degli Uberti per _li

porfidi et marmi orientali_, non vi so dire gli archi acuti, coi fasci

di colonnine, gli ornati a mosaico, le zone, la simbolica cristiana

orfica, le tre navi, le sedici colonne di breccia africana coi

piedestalli di basalto, il coro, il presbiterio, la cupola, la

tribuna.... Avevo già novant'anni, o messeri, e madonne, ed io,

_cintrago_, l'ho veduto l'architettore! Era l'Embriaco, guerriero di

terra e di mare, consolo ed artista. E poi passarono gli anni! Un

giorno sotto queste vôlte, che accolsero le reliquie conquistate a

Mirrea e il sacro catino a Cesarea, sdegnosamente si ricusò il

giuro di fedeltà a Federigo imperatore!... E un altro giorno si

confermò Simone Boccanegra! Quante glorie di dogi! E in un tempo

funesto cinquanta fanciulle vestite di bianco, recando l'ulivo,

imploravano pace da Luigi XII!

E dirò ancora:--Andrea Doria fu insigne sul mare: Ambrogio Spinola

conquistò le Fiandre: Megallo Lercaro rappresenta la forza dei

traffici e delle colonie di san Giorgio benedetto. Volete leggere di

scienze, lettere e d'arti? Andalo del Negro, il Caffaro, Battista

Vernazza, Giustina Vageria, Bartolomeo Falamonica, Ansaldo Ceba,

Matteo Senarega hanno scritto: Tadisio Doria, i due Vivaldi, Colombo,

Antonio Noli, Usodimare hanno viaggiato: le pagine degli artisti le

vedrete nei palazzi: Via Nuova, a detta del Vasari, è unica al

mondo....

Imbocco la tromba d'oro, squillo tre volte tre, e proclamo a tutti i

venti. Udite, udite, udite:

_Ditis opes Asiæ et claros orientis honores

Quantaque ab Euxino traditur ora salo

Pisanas acies Thuscæ decora inclita pubis,

Et traxi ad ligures gallica signa manus:

Subjectis dominans tenui cervicibus Alpes

Et tremuit nostras Aphrica terra trabes.

Afflictus toties Venetus, qua fugerat olim

In patriis novit tela petitus aquis.

Frustra, Galle, cupis, frustra es frustator, Ibere,

Frustra sæva, Ferox Insuber, arena capis.

Vinco ego dum vincor, par est victoria damni,

Sumque eadem domina servaque facta mea._

* * *

In quel tempo in cui dal faro di Genova pendevano i lampioni fumigati

e le galee a velatura e palamento, dall'alta poppa teatrale, sparando

una straccia di bombarda, si piegavano su un fianco, in quei tempi in

cui una barca metteva fuori tanti remi da sembrare un millepiedi, si

poteva incominciare con quei versi la descrizione di Genova, prendere

l'aire, e gonfiarsi su fino al settimo cielo della poesia. Benedetti

tempi! Perchè non sono io nato allora? Allora non c'era questo

vezzo ribaldo di schizzare degli acquerelli fuggi fatica: così, e

così, quattro pennellate, senza fondo, senza un contorno deciso,

magari spropositati di disegno, su un brandello di carta qualunque,

per far ridere una marinara che non ci capisca un ette, per far

sorridere una marchesa, la quale indovina la sua _silhouette_

elegantissima nei tratti del pennello tinto d'azzurro. Lasciamola

lì. A quei tempi c'era l'incisione scrupolosa che vi dava l'idea

dell'infinito mare con mille o mille dugento righe orizzontali e

digradanti. La città si vedeva chiara e netta, come una mappa:

sulle terrazze dei palagi c'era l'A, B, C, D: nel cartellino poi

appiccato sul mare si leggeva la brava spiegazione dell'A, B, C, D....

--Adesso c'è la fotografia.

--Verissimo. Chi vuole le cose ammodo ricorra alla raccolta di vedute

che il padre Abate Giolfi pittore dedicava a Sua Eccellenza il signor

Giuseppe Boria Duca di Massanova e di Facina.

---Ricorra alle fotografie del Degoix.

Io non posso tracciare giù la pianta della città, nè

m'intendo di cose serie da imbandirvi, come s'usa, i primi cenni, la

scorsa da un capo all'altro, la Genova considerata militarmente, le

vecchie mura, il porto, il portofranco, l'acquidotto, le Belle Arti, i

palazzi, ecc., ecc.

Poh! questa mancherebbe: che voi mi pigliaste sul serio. No! no! Sono

chi sono: un poveraccio faticato dagli studi sui codici, un esule

volontario dalle dotte e morte biblioteche, un antiquario, che,

lavandosi la faccia nell'acqua limpidissima e scacciando la

polveraglia dei morti, incomincia a vederci meglio. Oh poesia

strapotente del cielo e del mare! Oh vita mia! Oh liberi sogni

d'artista! Se poi.... Marchesa, mi presti il suo occhialino

capriccioso: attraverso quelle lenti devo vederne di belle cose, se

già ci è passato il suo raggio visuale! Marchesa, mi favorisca

il suo albo.... Ella insidiosissimamente ha tutto profumato con quel

suo _muguet!_... Viaggiamo insieme verso Genova: in prima classe, già

s'intende.

Mi pare e non mi pare, ma il fischio della locomotiva, che entra

appunto nella stazione, ha come insultato il mio esordio, l'epigramma

dello Scaligero; perciò m'imbizzisco, e dimentico l'altro di

Maurizio Cattaneo, l'eroe delle tre navi, il vincitore della flotta di

Maometto, dimentico il distico di Antonio Asteggiano da Villanove, i

versi di Bettinelli, di Chiabrera, le lodi di Bonamico, di Muratori,

di Giovanni Villuani, del Brusoni, di Sua Maestà l'Imperatore

Cantacuzeno....

* * *

O Genova! o Genova! Chi può mai descrivere i tuoi palazzi di via

Balbi, della Nunziata, della Nuova o della Nuovissima, e le casette a

otto piani nelle strettucce che sembrano scolatoi al mare? Chi ti

dirà il nobile effluvio dei cedri e il plebeo fetore del

baccalà; la splendida pace dei pensili orti e l'arrabattarsi

lucroso nel porto: la vita opulentemente stanca nelle sale d'ozio e la

insaziabile voluttà della marmaglia saettata dal sole: la bianca

melanconia degli atri, degli scaloni, delle corti solitarie e

l'immensa gazzarra delle mille navi? Chi dirà, in qual reggia, in

qual sala dipinta da Guercino, Van Dik e Bubens, cento cavalieri e

quaranta dame furono convitati magnificentissimamente, serviti con

piatti d'argento e d'oro, e i piatti ammucchiati a formare tante

colonne fino alla volta: e chi descriverà la cena del pollivendolo,

il tozzo rosicchiato, sotto l'incarco d'una gabbiona pidocchiosa e

insudiciata?

Ma da che parte si deve incominciare?

--_Venturi non immemor ævi--Sibi et Urbi_--è scritto sui potenti

fastigi: Lodovico XII diceva ai patrizi di San Giorgio: «Voi siete

meglio alloggiati di me:» e lo dicevano Carlo V e Filippo II. Genova

è la città dei palazzi: vi architettarono l'Alessi, il Lurago,

il Vannone, il Bianco: vi pinsero il Calvi, il Semini, il Cambias, il

Tavarone, il Fiasella, i Carloni, l'Ansaldi.

Le facciate sono incrostate di marmi o coperte di freschi mitologici,

storici; le colonne di bianco Carrara o i pilastri di cupe bozze

sorreggono gli architravi stemmati delle porte maestre; le cornici, le

statue, le balaustre, gli scudi, i timpani, le piramidette, i festoni, i

bassorilievi, i loggiati, le inferriate sporgenti, con forte armonia

s'intonano alle linee del quadro, dovuto alla scuola di Michelangiolo e

del Bernino: una intera via, due, tre, quattro.... quattro prospettive

sceniche di sedi olimpiche. Nei vestiboli lastricati di marmi o s'adagia

un larghissimo scalone, coi lioni maestosi, veglianti sui piedestalli,

oppure un velo d'acqua frescamente scende a bagnare le muscose spalle di

due cariatidi reggenti la conchiglia, oppure tra le colonne appaiate

scintilla, come sfondo, l'azzurro mare e il cielo secato dagli apparecchi

aerei delle infinite alberature. Vi sono scalee che danno a cortili, e

nuovamente cortili che danno a scalee, e su ancora.... Arriviamo ai

terrazzi, alle logge, ai giardini sostenuti da baluardi, agli elisi, ove

le rose e gli aranci, la flora ligure venustissima non suade che amori,

coi profumi spossatori dei talami sempre fecondi. E vi sono scalee che

accedono alle straricche anticamere e agli appartamenti: ori, pietre,

stucchi, cristallo, basalto, alabastro, colonne doriche, ioniche,

corinzie, tele, freschi, statue, tutto vedi.... Cioè, non vedi niente:

perchè subisci là dentro un'arte sola strapotentissima, la seduzione. Là

comprendi quella incasta mitologia del decadimento, là fremi

all'incondito atteggiarsi delle Veneri, là capisci che la Medicea

formosissima non è donna, perchè perfetta. Sui terrazzi, ove ghignano i

mascaroni e nelle sale ove stringono l'occhietto le ninfe, una ebrietà di

tripudi ti dà il capogiro.... La dama, di cui si sparge l'olezzo mondano,

la dama che imagini con te, la vorresti coi nèi, colla cipria, colla

sapiente raffinatezza del secolo pettegolo, colla insidia vampirica delle

corti di Francia, nata espresso per esser civetta e dannatrice accorta

d'uomini. Ghigni anche tu, e anche tu stringi l'occhietto.... E quando

pensi che le acute scarpine, la veste _bergère_ a fiorami d'ortensia, il

busto colmo e giù appuntato, gli _accroche-coeurs,_ i nèi.... i meno

svelati.... tutto è finito! La dama giace sotto in qualche chiesa

barocca, sotto la pietra barocca, già dimenticata dalla prece barocca,

già.... Ah i lombrichi appartengono al realismo!... Quando ti trovi solo,

tu piangi d'amarissima voluttà! Guardi, cerchi e fantastichi: vedi il

bruno ritratto di _colei_ che t'avrebbe avvinghiato, lo scrittoio a

specchi ed oro su cui t'avrebbbe scritto il bigliettino galeotto, le

bugie olandesi che t'avrebbe accese....(11) Ti vanno e ti vengono innanzi

gli occhi le manine bianche, colle unghie rosee, coi braccialetti che

segnano nella carnicina grassottina la depressione sotto l'oro massiccio.

Non sono ancora accese le complici bugie per le?... Passi per le stanze

del riposo, coi moschetti di drappo a pennacchi, colle coltri dense, coi

cuscini gonfi, coi tavolini da notte inesplorabili: tutto sa l'odore

della vipera. Passi nella biblioteca, lunga, lunga, lunga.... Un

volumaccio è ancora aperto su un leggìo: ha il labbro rosso, le pagine

gialle e su una gottaccia tabaccosa.... Vegliava il geloso marito nella

biblioteca.... Passi nella galleria dei quadri, delle statue, delle

incisioni, delle conchiglie, in altre sale, in altre.... La semiluce è

triste: è triste la memoria dei morti: è tristissimo l'insaziabile

desiderio per coloro che non sono più. Chi guardi? Chi cerchi? Chi

domandi?--È morta da un un pezzo, eh!

Passando innanzi ai portoni, _la_ vedi sotto il velo d'acqua

freschissima. Adagio: prima di mettere il subbuglio in qualche

cuoricino. _La_ vedi che ha già fatto la doccia e sale lo scalone

mollissimamente. Adagio ancora: prima di compromettermi con qualche

mammina. _La_ vedi che, col parasole stillante, ti ride in faccia... Per

un capriccio la è passata sotto le spalle delle cariatidi a

spruzzarsi un po' giocherellando. Del rimanente sappi che la vestiva

un abito lunghissimo, alto, così e così. È la padrona del

palazzo che tornava dalla messa e ascendeva al sommo terrazzone...

O logge aeree, o grotte verdiccie; ultimi fastigi su cui trionfa lo

stemma, primi gradini col _salve_! O fiori che vedete il mare, marmi che

riflettete il cielo!... Donna, che mi appari, più formidabile del

Doria, appoggiata alla colonna, a cui già concessero le spalle la

mamma, la nonna, la bisnonna, fervidissima stirpe: o donna, sei

padrona del cielo, del mare, dell'infinito, dell'invisibile! Andrea

Doria nel classico suo palazzo fuor di Porta San Tomaso accoglieva

Carlo e Filippo re e la loro corte, e li faceva servire a suono di

fischietto, come se egli fosse sulla sua capitana. Tu accogli me, come

se tu fossi nel tuo regno e comandami col tuo riso... Non sono

imperatore, nè grande, nè poeta! E tu hai il riso del tuo regno,

del cielo, del mare, dell'infinito, dell'invisibile!... Io servirò

te... Andrea fischiava due coronati e ben faceva: tu fischi me colla

gola del serpente. Il tuo regno è il deserto: lo so: la vanità

della tua bellezza non ti concedette che il tormento della tua

bellezza.

O donna, stringi il libro delle preghiere convulsamente.

* * *

Se babbo, invece di darmi tra mano un codice ne' bei giorni della mia

giovinezza, m'avesse lasciato la carissima tavolozza, io avrei

schizzate tante macchiette quante ne abbisognavano per la processione

del _Corpus Domini:_ e potrei sorridere nel mio studiolo ad una ad una

di quelle che passano sotto gli arcucci dei tragetti, e s'affaccendano

nella contrada del mercato: una contrada fonda come un pozzo, dove da

una finestra all'altra delle case è in mostra sulle corde tutta

l'opera fatta dal bucato nella settimana: panni bianchi, panni rossi,

panni azzurri, l'allegra coccarda dei marinai a tre colori bagnati di

sudore. Alle botteghe a destra e a sinistra, qua e là panche e

corbe, e corbe e panche. La dico una contrada quella dove c'è di

tutto, dal mazzolino di fiori per lei, marchesa, al mucchio appetitoso

di lumache testacee chiuse nelle gabbie, come i passerotti: e pel

pittore tocchi di verde smeraldo, di cinabro, di giallolini: oh che

gazzarra! Fogliami spiccati, creste accese di galli, fette avvistate

di zucche, e via! Dove non c'è una cosa sola, quella santa pulizia.

Oh che sciupo di penne di pollastri e di spine di pesci! Che misto di

magro e grasso! Che confusione di venditrici austere e di sguaiate

esibitrici! E odore di baccalà, e grida senesi e filatere di

muletti, e risse sempre pronte...

Ho detto una processione di macchiette: nè più, nè meno. I

montanari sono già calati dalle viottole, quello colle frutta,

quello col pollame, quello col fieno, quello colla farina. Ecco i due

pescatori tozzotti che vengono reggendo l'uno di qua, l'altro di

là, la cesta piena di _murun_, il re dei pesci; ecco la donnaccia

colla stadera e colla corba dei _funzéti beli_: ecco la fante del

curato colla sporta e il libro della messa: e la massaia che cammina

cogli occhi a terra, a guardare le sue scarpe nuove dal pattume e

dagli scheggioni: ecco una ribaldella....

Che sei, ribaldella? Sei la bellissima dagli occhi neri. Se io fossi

pittore manierista, ti pingerei col pezzotto bianco, colla crocetta

d'oro in collo, colla camicia e le bretelle delle coriste pastorali,

colla gonna azzurra.... Ma tu sei la bellissima dagli occhi neri. Hai

la testa scoperta e i capegli scarmigliati, il guarnellino

procacemente discinto, la veste a strappi: sei tutta polverosa e

spensierata.... Anche tu somigli a quella sdegnosissima patrizia che

appoggiava le spalle alla colonna del terrazzo marmoreo. Chi sei? Che

cosa vendi?

* * *

Marchesa, le restituisco l'albo e il _pince-nez_. Mi scusi, ma.... le

sue lenti mi paiono maliziose, sì da farmi vedere sempre, troppo,

anche quando non voglio.

Mi metterò gli occhialoni d'antiquario e leggerò il catalogo

dell'Armeria genovese, che m'ha dato un reverendo scolopio. Dunque

c'erano:--«un cannone di legno antichissimo: un rostro di nave

probabilmente dei tempi delle zuffe con Magone cartaginese: alcune

corazze con intagli, geroglifici e sigle; la fama le diceva usate

dalle donne genovesi ch'erano andate a combattere in Terrasanta, la

forma del petto le dichiara....»

Se le dichiara! Anche pel dì d'oggi! Date due massime corazze per

la patrizia e per la ribaldella,

Storia di un'anima · 第 53 / 118 题