L'amorevolezza, con cui accoglieste le brevi e semplici mie riflessioni
sul VI. e VII. Tomo della Storia del Sig. Gibbon della traduzione
Pisana, le quali v'indirizzai sì per rendervi cauti nella lettura di
un'opera pericolosa, che per varj titoli doveva sollecitare la vostra
letteraria curiosità, come ancora per animarvi a far uso in difesa della
Religione Cattolica del vostro raro talento e sapere: ed inoltre il
compatimento, che elleno meritarono presso il dotto ed illustre Prelato
della vostra nazione, Monsignor Stonor,[655] mi rendono coraggioso ad
indirizzarvene, unicamente pei fini medesimi, alcune altre poche, le
quali mi son presentate alla mente in leggendo l'ottavo Tomo uscito ora
alla luce. Ma in questo ancora sono tanto gli abbagli del Sig. Gibbon e
tanto varj, che senza nojarvi, censurandoli ad uno ad uno, vi mostrerò
soltanto l'Autore sempre coerente a se stesso nel pungere ed avvilire il
partito Cattolico; non accorgendosi egli per avventura, quanto, così
adoperando, ponga in diritto i suoi leggitori di applicare ai suoi libri
i giudiziosi canoni fissati da Plutarco nel suo aureo Opuscolo _de
Malignitate Herodoti_, per giudicare del merito di uno Storico.
Siccome un adulatore artificioso ed astuto frammischia talora tra molte
e lunghe lodi qualche ombra di biasimo[656], così la malignità ai
delitti medesimi accoppia la lode, affinchè quelli ritrovino più
agevolmente credenza. Vediamo se il Sig. Gibbon usa un cotal modo tanto
coi Padri Greci che coi Latini. «_Basilio e Gregorio Nazianzeno_ (egli
dice) _eran distinti sopra tutti i loro contemporanei per la rara unione
di profana eloquenza e di ortodossa pietà. Essi avevano coltivato i
medesimi studj liberali nelle scuole di Atene, si erano ritirati con
egual divozione alla solitudine... e pareva totalmente spenta ogni
scintilla di emulazione e d'invidia nei santi ed ingenui petti di
Gregorio e Basilio_». Ma che? _l'esaltazion di Basilio alla sede
Archiepiscopale di Cesarea scuoprì al Mondo, e forse a lui medesimo
l'orgoglio del suo carattere. Il primo favore, che Basilio fece
all'amico, fu preso per un insulto, e s'ebbe forse l'intenzione di
farlo. Invece d'impiegare i sublimi talenti di Gregorio in qualche utile
e cospicuo posto, l'altiero Prelato_ (Basilio) _diè il Vescovado del
miserabil villaggio di Sasima_ al Nazianzeno: _e questi dopo di essersi
sottomesso con ripugnanza a tale umiliante esilio, e_ dopo di aver
ajutato il proprio padre _nel governo della nativa sua Chiesa,
conoscendo bene di meritare un'altra udienza ed altro teatro, accettò
con lodevole ambizione l'onorevole invito, che gli fu fatto dal partito
ortodosso di Costantinopoli._ L'istesso Gregorio _sotto il modesto_ velo
d'un sogno _descrive il proprio buon successo nella predicazione,_ che
ivi ebbe, _con qualche umana compiacenza; ivi il Santo, che non avea
superate le imperfezioni dell'umana virtù, fu profondamente sensibile al
mortificante riflesso, che l'entrar che fece nell'ovile era piuttosto da
lupo che da pastore:_ ivi infine dopo molto _l'orgoglio o l'umiltà gli
fece evitare una contesa, che avrebbe potuto imputarsi ad ambizione ed
avarizia, e propose pubblicamente, non senza qualche dose di sdegno, di
rinunziare al governo di una Chiesa, che era risorta, e quasi creata per
le sue fatiche; e fu accettata la rinunzia dal Sinodo e dall'Imperatore
più facilmente di quello, che sembra che ei si aspettasse in quel tempo,
nel quale egli avea forse sperato di godere i frutti della vittoria._
Ecco dove vanno a finire le lodi del Sig. Gibbon! _Nei santi ed ingenui
petti_ di Gregorio e Basilio ascondevasi la radice di tutti i mali, la
superbia, ed il più abbominevol del vizi, l'ipocrisia. Si può egli mai
con più sottile scaltrimento attaccare la santità di due tra i più
illustri Dottori della Chiesa, e come tali riconosciuti dalla
medesima[657] per lo spazio non interrotto di quattordici secoli?
Nè io vo' già negare, che il Nazianzeno adoperasse dei modi non
plausibili per sottrarsi alle cure del litigioso Vescovado di Sasima, nè
che egli giungesse perfino sul primo fervore a rampognare Basilio, che
l'eminenza della sua sede lo avesse reso orgoglioso; ma non per questo
Basilio era tale, come lo afferma francamente il Sig. Gibbon, nè tale in
realtà reputavasi da Gregorio. Imperocchè questi medesimo giustificò di
poi bastevolmente Basilio[658] dicendo, che egli in quella occasione
avea preferito, senza riguardo agl'interessi dell'amicizia, tutto ciò,
che a suo avviso poteva contribuire al divino servigio; ed in un'arringa
fatta nell'adunanza dei Vescovi[659] intervenuti alla sua consacrazione
tessè un elogio eccellente a quel grande Arcivescovo, ragionando delle
virtù episcopali, che egli poteva apprender da esso; tra le quali e'
parrebbe che l'alterezza, l'invidia, l'emulazione e l'orgoglio tanto
meno si potessero annoverare, quanto più debbono i Vescovi
rassomigliarsi al divino Pastore e Maestro mansuetissimo ed umil di
cuore.
Sarà poi almen vero, che Gregorio per l'alto concetto, che avea di se
stesso, ricusasse il governo di Sasima e di Nazianzo, ed accettasse
quello della nuova Capital dell'Impero? Per verità fino ai dì nostri si
era creduto, che il Nazianzeno avesse cercato mai sempre di ascondersi
agli occhi degli uomini, a segno tale da venirgli imputato da taluno a
delitto[660] un soverchio amore per la solitudine. Da questo amore si
ripetevano unicamente le acerbe querele fatte all'amico sul Vescovado di
Sasima, a cui aveva sovente[661] manifestato il suo disegno di ritirarsi
totalmente dal Mondo, morti che fossero i suoi genitori, e da cui ne
aveva riscossi dei segni di approvazione. Ci confermava in tale opinione
il leggere nella mentovata Orazione[662], che Gregorio, quanto maggiori
lumi acquistava, tanto più si alienava coll'animo dalle dignità della
Chiesa, che tutte riputava sublimi per timore di esserne indegno, o di
addivenirne superbo, e cadere come Saulle: ben persuasi di non poter
ritrovare miglior testimone dei sentimenti del Nazianzeno, tranne colui
ch'è il solo scrutatore dei cuori umani, del Nazianzeno medesimo[663].
Ma quelle, mi si dirà, son parole. Son parole, egli è vero, ma
dimostrate per sincerissime da una serie costante di azioni, che son
quei frutti, dai quali siamo istruiti a discernere la santità
dall'ipocrisia. Non vi volle forse tutta la violenza e la tenerezza di
un genitore cadente per trar Gregorio dalla sua solitudine, ed
indurlo[664] a divider con esso il governo della nativa sua diocesi? E
non protestossi, nell'occasione di arrendersi a tai premure, di non
volergli succedere in conto alcuno dopo la morte, protesta che ei
rinnovò alla presenza dei Vescovi, i quali assisterono ai funerali del
padre defunto, contestandone l'ingenuità e colle replicate suppliche per
far eleggere il nuovo Pastore a Nazianzo[665], e colla sua ritirata nel
Monastero di S. Tecla e Seleucia?
Ma che forse non accettò l'onorevole invito, che gli fu fatto dal
partito ortodosso di Costantinopoli? Sì lo accettò; ma fu di mestiero
svellerlo a forza dal suo ritiro, dov'ei ritrovava le sue delizie[666].
Sì lo accettò; ma per terger le lagrime di tanti fedeli[667], che si
dolevano della sua renitenza: lo accettò finalmente, ma non già prima
che molti tra i suoi amici medesimi[668] lo riprendessero e lo
condannassero come poco curante del ben della Chiesa[669].
E qual città era ella mai a quei giorni Costantinopoli da stimolar
l'ambizione di Gregorio già vecchio, mal sano, ed infievolito dalle
austerità della penitenza[670]? I Macedoniani, gli Apollinaristi, gli
Eunomiani, e gli Arriani principalmente vi trionfavano: nè ciò è
attestato dal solo Gregorio, il quale insolentemente da Gibbon vien
paragonato ad _un medico sempre disposto ad esagerare l'inveterata
malattia, che egli ha curata_, ma da Sozomeno, da Ruffino, e da
Filostorgio medesimo[671]. Ivi i Cattolici omai ridotti ad un piccol
drappello erano divenuti soli il bersaglio della più fiera persecuzione,
di cui Gregorio stesso provò ben tosto il furore, essendo lapidato
villanamente[672]: ed ivi pure nel tempo di _Eudosso e Demofilo godeva_
(son parole del Sig. Gibbon) _una libera introduzione il vizio e
l'errore da ogni Provincia dell'Impero_[673]. E questa poteva esser
l'_udienza_, questo il _teatro_, questo l'_utile e cospicuo posto_ da
soddisfare _la vanità e l'ambizione?_
Ma volete ancor meglio conoscere quanto codesto spirito dominasse
Gregorio? Il Cinico Massimo colle arti più inique si fa ordinar Vescovo
di Costantinopoli, e Gregorio risolvè tosto di ritirarsi da quella
città; nè per distorlo dal suo disegno vi volle meno, che un popolo si
confinasse nella Chiesa, ove egli era adunato, per un'intiera giornata a
pregarlo e scongiurarlo, e protestasse di volergli impedir la partenza a
costo ancor della vita[674]. Espulso Demofilo, e condannato dal Sinodo
di Costantinopoli il perfido usurpatore, Teodosio[675], giusto
estimatore del merito di Gregorio, lo chiede per Vescovo di quella
Capitale, e Melezio e gli altri Prelati dell'Oriente violentano
replicatamente la sua modestia, e lo collocano sul trono Arcivescovile
altra volta da lui rifiutato[676], malgrado i suoi gemiti e le sue
grida[677]. L'Imperatore, il quale ebbe parte alla sua istallazione, fu
altresì testimone della sua resistenza[678]; la quale sarebbe anche
stata maggiore, se Gregorio non avesse sperato di contribuire alla pace
di Antiochia e del Mondo Cristiano nel grado di Vescovo d'una città
situata tra l'Oriente e l'Occaso.
Ed infatti presentatasi in breve l'occasion favorevole di stabilirla per
la morte del Patriarca Melezio, vedendo Gregorio riuscire inutili tutti
i suoi sforzi, e defraudate le sue speranze, non esitò punto ad
abbandonare l'abitazion vescovile, ed a proporre di lasciar la sua sede.
Accettata la proposizione dal Sinodo, restava l'assenso Imperiale. Le
preghiere del Santo furono così vive e pressanti, che Teodosio si
arrese, ma non già volentieri, nè _più facilmente di quel che egli
credeva_. Questa è una voce maligna, che sparsero allora i nemici del
Nazianzeno[679]
_Imperator... cedit ac votis meis_
_Ille haud libenter_, ut ferunt, cedit tamen,
la quale riproducendosi ora dal Sig. de Gibbon non recherà maraviglia
s'ei tace, e che i personaggi più riguardevoli della città, portatisi da
Gregorio a scongiurarlo, piangendo, di non abbandonare il suo popolo, lo
intenerirono con le loro lacrime, ma non lo piegarono[680]; e che i più
gravi membri del Sinodo non tanto _per il disordinato procedere contro
Paolino_, quanto per non udire la proposizion di rinunzia del
Nazianzeno, si chiuser le orecchie, batteron le mani, e si separaron
dagli altri; e qual giudizio per fine formi un istorico (da lui sovente
allegato, ma non già in un tal fatto) di quest'azione, la quale fu
certamente una delle più eroiche in tutta la Storia Ecclesiastica[681].
Ma se il Sig. Gibbon avesse indicati tai fatti, io avrei molto men
ragione di asserire, che egli si trova delineato in Plutarco.
Lo scrittore di cui parla quel Savio, debbe intrudere nella sua storia,
benchè poco a proposito (e qui rammentatevi, che il Sig. Gibbon si
propone di far la storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano) le
disavventure, le azioni vituperevoli, e le scelleraggini delle
persone[682], e per lo contrario dee omettere ciò che avvi di buono,
quantunque abbia relazione al racconto già incominciato: anzi egli dee
attribuire le belle e notabili azioni ad una cagione viziosa,
interpretarne sinistramente i disegni, e sempre crederne il peggio, od
almen sospettarlo[683]. Per questo appunto l'A. attribuisce ad alterezza
ed orgoglio in S. Basilio l'elezione che fece di Gregorio al Vescovado
di Sasima, e la ripugnanza di questo per Sasima e per Nazianzo ad
_emulazione_ ed _invidia_, ed _alla cognizione, che aveva di meritare
altra udienza ed altro teatro_: perciò vuol che Gregorio stesso
_descriva il proprio buon successo nella predicazione con qualche umana
compiacenza_, tuttochè nel medesimo luogo ei protesti[684] di non
insuperbirsene neppur in sogno; nè sa decidere se l'_orgoglio_ o
_l'umiltà_ lo inducesse a ceder la cattedra di Costantinopoli e per
questo istesso, invece di osservare, che _generalmente_ fu accettata la
rinunzia più agevolmente di quello che si doveva da un'adunanza di
Vescovi, gli piace di dire _più facilmente di quello che sembra, che ei
s'aspettasse_.
Ma che si pretende dal Sig. Gibbon, potrebbe dirmi un lettore poco
avveduto, mentre egli confessa che _Gregorio era uno dei più eloquenti e
pii Vescovi di quel tempo, un Santo, un Dottor della Chiesa, la sferza
dell'Arrianesimo, la colonna della Fede ortodossa, un membro distinto
del Concilio di Costantinopoli, in cui dopo la morte di Melezio esercitò
l'uffizio di Presidente?_ Si pretende, per dirlo in breve, meno ironia,
e più buona fede. Ed infatti se un tal elogio fosse sincero, come
oserebbe, oltre il già divisato, di porre in ridicolo il Nazianzeno per
aver raccontato _come uno stupendo prodigio, che nella nuvolosa mattina
della sua istallazione, quando la processione entrò in Chiesa, comparve
il sole_; mentre egli dichiarasi[685] di narrarlo soltanto per esser
sembrato a molte persone un tratto di Provvidenza, avendo tanto
contribuito a tranquillare gli animi dei Cattolici, ed a sedare il
tumulto? E come potrebbe conchiudere la storia che riguarda Gregorio
medesimo, dicendo che _la tenerezza del cuore e l'eleganza del genio
riflette un più brillante splendore sulla memoria di lui, che il titol
di Santo, che si è aggiunto al suo nome_[686]. Ma il fine che il Sig.
Gibbon si è proposto con quel cumulo di titoli luminosi dati in quel
luogo a Gregorio, ei medesimo lo manifesta, ed è per _impor silenzio
all'importante bisbiglio della superstizione e del bigottismo_,
argomentando _ad hominem_, come suol dirsi, sull'autorità delle adunanze
del Clero[687] derise dal Santo e specialmente dal Concilio di
Costantinopoli, _che ora trionfa nel Vaticano_, ma _su di cui i Papi
lungamente avevano esitato_, di modo che _la loro dubbiezza rende
perplesso, e quasi vacillante l'umile Tillemont_. E qui appunto è dove
trionfa la malignità dello Storico. Imperciocchè se _la sobria
testimonianza della storia dee accordare alla personale autorità dei
Padri_, adunati in un Sinodo, un peso proporzionato al merito loro,
leggete Teodoreto[688], e il Baronio[689], e vedrete che non vi è forse
stato Concilio composto di un numero maggiore di Santi e di Confessori,
quanto quello, di cui si ragiona. Ve ne furono certamente di qualità
assai differenti, onde venne trattato con tal disprezzo dal Nazianzeno
«jusqu'à l'appeller une assemblée d'oisons, et de grues, qui se
bottoient, et se dechiroient sans discretion, une troupe de geais, et un
essaim des guespes, qui sautoient au visage dés qu'on s'opposoit à eux».
Cito la versione del testo fatta dal Tillemont[690], affinchè in secondo
luogo osserviate, che egli _leggermente_, ma _ingenuamente_ al pari di
_le Clerc_, ma però con minore impudenza, _indica tali passi_. E
finalmente era pur necessario ad uno storico ingenuo l'avvertire, che
quella lunga dubbiezza dei Papi intorno alle decisioni di quel Concilio
è stata unicamente in rapporto alla disciplina ed alla polizia della
Chiesa, e non intorno alla Fede: distinzione essenzialissima e già fatta
dal S. Pontefice Gregorio M.[691]. Che poi il simbolo Costantinopolitano
sia stato costantemente fin dalla più remota antichità riguardato dalla
Chiesa universale siccome Regola inconcussa di Fede, dimostrasi ad
evidenza coll'autorità del Concilio ecumenico Calcedonese celebrato soli
ottant'anni dopo, di Gelasio Pontefice del V. secolo[692], di S.
Gregorio M. che si protesta di venerare i quattro primi Concilj,
numerando il Costantinopolitano in secondo luogo, come i quattro
Evangelj[693], del V. Concilio ecumenico, in cui ciascuno dei Padri così
professò: _suscipio Sanctas quatuor Synodos, et quae ab ipsis de una
eademque fide definita sunt_; e per tacere le molte altre testimonianze
arrecate da Lupo e Natale Alessandro[694], con quella di Fozio, il quale
dice nel Libro _de Synod._ delle decisioni drammatiche del Concilio
Costantinopolitano: _Quibus haud multo post et Damasius Episcopus Romae_
(allora vivente) _eadem confirmans, atque eadem sentiens accessit_.
Una somigliante misura di lodi e d'ingiurie possiam rilevarla eziandio
relativamente ad Ambrogio, S. Arcivescovo di Milano. Poichè in un luogo
asserisce il Sig. Gibbon che _l'attività del suo genio presto lo pose in
istato di esercitare con zelo e con prudenza i doveri dell'Ecclesiastica
potestà_: in un altro confessa che _egli nel più eminente grado riuniva
in sè tutte le virtù Episcopali_, ed intanto ora il dileggia per aver
encomiato il S. Vescovo Ascolio coi titoli di _murus fidei, gratiae, et
sanctitatis,_ osservando con insulso e puerile motteggio, che _la
prontezza e la diligenza di lui in correre a Costantinopoli, in Italia
ec. non è virtù che convenga nè ad un muro, nè ad un Vescovo_; quasi che
disdicesse ad un Vescovo l'intervenire ai Concilj, l'opporsi con
intrepidezza Apostolica al furor degli Eretici, ed il non risparmiar
fatiche e disagi per la tranquillità della Chiesa Universale[695]. Ora
l'accusa per essersi _contraddetto ed avere sconvolto il suo sistema_
_teologico; assicurando_ che Valentiniano, quantunque non battezzato,
_era stato introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine
eterna: _ ora con la _sua ragionevolezza incredulo al par di Giustina
sulla_ illuminazione del cieco Severo _deride le teatrali
rappresentazioni, che si facevano per l'artifizio ed a spese
dell'Arcivescovo_: ed ora infine pretende, che, insieme con gli altri
Vescovi, Ambrogio fosse animato da uno spirito di persecuzione così
crudele da procurare un _editto Imperiale per punire come capital
delitto la violazione, la negligenza e anche l'ignoranza della divina
legge_. Fermiamoci brevemente sopra ciascuno di questi articoli.
E primieramente qual contraddizione vi è mai a negare che senza il
lavacro battesimale si dia la rigenerazione, e la remission dei peccati
negl'infanti ed eziandio negli adulti, i quali quantunque credano, e
facciano buone opere o senza cagione legittima lo differiscono o mancano
di quella carità, che si domanda perfetta; e per lo contrario ad
affermarlo di quelli, i quali, ardendo di carità, hanno un desiderio
vivissimo di battezzarsi, ed in tale disposizione son colti da una morte
non aspettata? Così conciliasi _senza stento_ S. Ambrogio con se
medesimo da Chardon, e dagli altri Teologi, come sapete[696]. Aveva
pertanto[697] ragione il S. Arcivescovo di consolare le Principesse
Giusta e Grata, le quali erano dolentissime, che il loro fratello
Valentiniano fosse morto senza battesimo, perchè ei conosceva a fondo la
carità di quel Principe, il quale aveva esposta la propria vita per la
salvezza degli uffiziali, contro i quali aveva macchinato il Conte
Arbogaste: _Quid illud quod mori non timuit? Imo pro omnibus se
obtulit... occidit itaque pro omnibus, quos diligebat_[698]; e sapeva
altresì quanto ardentemente egli avesse bramato di battezzarsi: _Atqui
etiam dudum hoc voti habuit, ut et antequam in Italiam venisset,
initiaretur, et proxime baptizari a se velle significavit, et ideo prae
ceteris causis me accersendum putavit_[699]. Del resto il linguaggio del
Santo non è quello di uno che sia sicuro, che _Valentiniano fosse stato
introdotto senza difficoltà nelle sedi della beatitudine eterna_, ma di
uno che spera soltanto, benchè con fiducia, della salute di quel
Sovrano: altrimenti sarebbe stato inutile il celebrare i sacri misterj
per esso, ed il pregare dì e notte per lui e pel fratello, com'ei
promette dicendo[700]. _Nulla nox non donatos aliqua precum mearum
contextione transcurret, omnibus vos oblationibus frequentabo_. Ma
siccome questo è un luminoso testo per provare la pratica già introdotta
nel IV. secolo di pregare e di offerire il sacrifizio pei defunti; così
conveniva o dissimularlo, o maliziosamente stravolgerlo.
Secondariamente io protesto di rinunziare _alla ragionevolezza del
nostro secolo_ quand'io debba credere, ciò che raccontasi del cieco
illuminato, nella scoperta dei corpi de' SS. Gervasio e Protasio _una
teatrale rappresentazione che si faceva per l'artifizio, ed a spese
dell'Arcivescovo_, e per conseguenza unirmi con gli Arriani a
deriderla[701]. Sia pure testimone del fatto _Ambrogio medesimo_. Ma qui
si trattava di una persona notissima: era noto il suo nome, nota la
professione, note le sue vicende, noti coloro, che lo avevan soccorso
nella sua cecità. Lo sia Paolino _Segretario_ di Ambrogio. Non avrà
dunque la vita di S. Ambrogio scritta da esso il pregio _di una
testimonianza originale_ accordatole liberamente dal Sig. Gibbon solo
perchè un tal _miracolo proverebbe il culto delle Reliquie ugualmente
che la fede Nicena?_ Di grazia permettetemi di esclamare con esso ad
altro proposito: _oh! l'ammirabil regola di Critica!_ Lo sia per fine
Agostino _proselito_ del medesimo. Sarà per questo la testimonianza di
lui tanto sospetta da dover credere Ambrogio un impostore solenne?
Eppure egli parla di un tal prodigio non solo nelle sue
confessioni[702], ma ancora nella grand'Opera _de Civitate Dei_[703]; ed
ivi ne parla come di un fatto avvenuto _immenso populo teste_, e
nuovamente in un sermone recitato in Affrica lo ratifica come testimone
_oculato_[704].
Nè vi deste a credere, che io pretendessi di sostener questo fatto come
un articol di Fede[705]: esigo solo, che si ponga in bilancia tuttociò
che lo rende credibile come quello che ad esso si oppone, e mi lusingo,
che la ragionevolezza di qualunque lettore, non prevenuto contro i
miracoli[706], avrà una conferma, che nella storia del Sig. Gibbon vi è
il quarto tra i segni di malignità divinati di sopra[707].
Passiamo ora all'editto Imperiale rappresentatoci da questo novello
Demade come una legge di Dracone vergata _non atramento sed sanguine_.
Comprende forse quella porzione di legge generalmente tutti i sudditi
dell'Impero, come li comprende il principio della celebre Costituzione
_cunctos populos_, a cui ella appartiene, od almeno tutti i Cristiani?
No certamente. Ella non altri riguarda, che i soli Vescovi, uffizio de'
quali è, secondo l'Apostolo, _exhortari in doctrina sana, et eos qui
contradicunt arguere_: e ciò deducesi dall'esser posta nel Codice
Teodosiano[708] sotto il titolo = _de munere seu officio Episcoporum in
praedicando verbo Dei_ =, ed è confermato dall'espressioni d'_ignoranza_
e di _negligenza_, le quali risguardano chi è destinato alla pubblica
istruzione. Imperocchè i veri termini della legge non son già quelli del
Codice di Giustiniano[709] contro la fede dei manoscritti, e del testo
Greco allegati dal Sig. Gibbon, ma sono i seguenti = Qui divinae legis
sanctitatem aut _nesciendo_ confundunt, aut _negligendo_ violant et
offendunt, sacrilegium committunt =. Siccome poi il ministero dei
Vescovi è sacrosanto, così gl'ignoranti, ed i trascurati ονομα Ψιλὸν
περιφεροντες secondo l'espressione di S. Basilio, son dichiarati
saviamente sacrileghi, cioè profanatori, ed indegni del lor
ministero. Questa, e non altra, è la pena capitale minacciata dai Cesari
in quell'editto. E poichè tra le quattro leggi, che son sotto il titolo
_de crimine sacrilegii_ nel Codice di Giustiniano, appena una se ne
ravvisa, che tratti del vero e proprio capital delitto del sacrilegio,
rifletteremo col Ch. Gotofredo nel Comentario alla nostra = _Quo etiam
exemplo liquet de erroribus dicam ne an fraudibus Triboniani?_ e noi
diremo del Sig. Gibbon[710].
Fin qui possiam dire che il Sig. Gibbon denigra la fama dei Santi con
qualche arte ed astuzia; ma nella causa dei Priscillianisti _Agostino e
Leone_ spacciano intorno ad essi _scandalose calunnie, e il Tillemont,
l'utile spazzino! che su questo punto ha ammucchiato tutta la spazzatura
dei Padri, le ingoia come un fanciullo_. Or che sarà mai di Agostino, il
quale ripete sì _scandalose calunnie_ e nella risposta al _Commonitorio_
di Orosio[711], e nell'Epistola al Vescovo Cerezio[712] e nel Libro _de
Haeresibus_[713], ed in quello _ad Consentium_[714]; e non solo non le
ritratta, ma nelle _Ritrattazioni_ medesime le rinnova[715]? Siamo ben
da compiangere noi _Papisti_, i quali decantiamo per luminari di S.
Chiesa uomini di tal carattere! Si cancellino adunque dai nostri fasti i
nomi di Agostino e Leone, e non si alleghi mai più nelle cattedre
l'autorità di _calunniatori sì scandalosi_. Ma insieme con essi
cancellisi quello di S. Filastrio Vescovo di Brescia; giacchè nel suo
libro _de Haeresibus_ sotto il nome di _occulti_, ed _astinenti
Manichei_[716] affermò che i Priscillianisti = _resurrectionem negantes,
sub figura confessionis Christianae multorum animas mendacio, ac
pecudiali turpidine non desinunt captivare_: e cancellisi insieme con S.
Delfino, che Priscilliano e due suoi seguaci ebber contrario a
_Bordeaux_, con S. Ambrogio, che lor si oppose a Milano, e con il S.
Pontefice Damaso, il quale essendo stati già condannati dal Sinodo di
Saragozza ricusò per fin di vederli[717], cancellisi, io dico, con tutti
questi ancor S. Girolamo. Ma perchè? dee soggiungere il Sig. Gibbon con
Beausobre, di cui adotta la critica su questo fatto[718]. «Quel
témoignage que celui de S. Jèrome, écrivant de sang froid, et en
Historien! Priscillien, dit il, fut opprimè par la _faction_, par les
_machinations_ d'Ithace, et d'Idace. Parle-t-on ainsi d'un homme
coupable de prophaner la Religion par les plus infames cérémonies, et
d'enseigner la perfidie, et les parjures?»[719]. Attenzione miei
Signori: Itacio fu sin d'allora ripreso da tutti i Santi, ai quali
dispiacquero egualmente gli accusatori che i rei[720], e fu ancora
severamente punito per aver preso le parti di accusatore, contro il
mansuetissimo spirito della Chiesa[721], ed il carattere Episcopale, non
tanto per zelo di Religione quanto per odio, e forse anche per interesse
in un giudizio di morte. Il linguaggio adunque di S. Girolamo, che
disapprova in quel luogo la condotta della fazione Itaciana non
giustifica Priscilliano per verun conto; tanto più che in quel luogo
medesimo siamo avvertiti da lui, che Priscilliano veniva accusato da
alcuni come sostenitore dell'eresia delli Gnostici, e da altri difeso:
parole, che dai nostri Avversarj prudentemente si omettono. Quindi è che
noi dubiteremmo tuttora ciò che S. Girolamo abbia creduto di
Priscilliano, se dopo qualche tempo non avesse scritto così a Ctesifonte
= _Priscillianus pars Manichaei, de turpitudine cujus te discipuli
diligunt plurimum... soli cum solis clauduntur mulierculis, et illud
inter coitum, amplexumque decantant_[722].
«Tum pater omnipotens, foecundis imbribus aether etc.... _qui quidem
partem habent Gnosticae haereseos de Basilidis impietate venientem etc._
Quel témoignage que celui de Jèrome, che parla meglio informato con
questo tuono di sicurezza! _Quid loquar de Priscilliano et saeculi
gladio, et TOTIUS ORBIS auctoritate damnatus_[723]? Si parla forse così
di un uomo, che credasi messo a morte più per le _cabale_ altrui, che
per i proprj delitti? E qual testimonianza non è mai quella di Sulpizio
Severo contemporaneo, _scrittore corretto ed originale_, il quale _parla
da Storico, e a sangue freddo_ per modo da non defraudar Priscilliano di
quelle lodi, che a lui si dovevano? Ora egli attesta[724] che la causa
di quell'eretico essendo stata commessa ad Evodio uomo ardente e severo,
ma giusto al sommo, _quo nihil umquam justius fuit[725], egli
Priscillianum gemino judicio auditum, convictumque maleficii, nec
diffitentem obscoenis se studuisse doctrinis, nocturnos etiam turpium
foeminarum egisse conventus, nudumque orare solitum, nocentem
pronuntiavit_. Notaste? Priscilliano, non in giudizio tumultuario, ma in
_due formali giudizj ascoltato da un giustissimo giudice_ fu dichiarato
reo e perchè così fu _convinto_, e perchè tale si _confessò_. Si parla
così di chi è condannato per _confessioni estorte dal timore, o dalla
pena, o per vaghe narrazioni figlie della malizia, e della credulità_? E
perchè non osservare, giacchè il Sig. Gibbon _inciderat in locum, qui ad
historiam pertinet_[726], che fu ripetuto il terzo giudizio, e non più
sostenendo le parti di querelante l'indegno Vescovo Itacio, ma
l'Avvocato del Fisco Patricio, in esso l'eretico subì la condanna?
Perchè non far avvertire, che colui che parla di tortura in
quell'occasione è Pacato, cioè a dire _un ignorante, quantunque umano
Politeista_ (per confessione fatta dal Sig. Gibbon senza tormenti), e
che esso ne parla da Oratore ed in termini molto vaghi[727]; e per lo
contrario Sulpizio rispetto alla confessione di Priscilliano, già
_pienamente convinto_ non ne fa motto: anzi scrive che tre persone,
benchè più vili _ante quaestionem_[728] manifestarono i proprj delitti,
e quei dei compagni? Poteva ancora, e doveva avvertire scrivendo senza
malizia, che Massimo stesso, inviando, per quanto sembra, il processo
dei Manichei, com'egli chiama i Priscillianisti[729], al Papa Siricio,
senza parlar di tormenti, dà tanto peso alle lor confessioni, che non le
stima soggette ad eccezione veruna[730]: e poteva e doveva finalmente
osservare, che Leone Papa non fece uso sicuramente della tortura nei
suoi diligentissimi esami: eppure non esitò di asserire pubblicamente
nei suoi sermoni[731] dei Manichei dei suoi tempi = Prosit universae
Ecclesiae, quod multi ipsorum ... in quibus sacrilegiis viverent
eorumdem confessione patefactum est =. Sicut proxima eorum confessione
patefactum est ut animi, ita et corporis pollutione laetantur[732], = e
per imporre un eterno silenzio all'importante bisbiglio della malignità,
ne fece spargere gli atti per tutti i Vescovadi d'Italia[733]. Onde
quando noi non avessimo altra testimonianza che quella di S. Leone
intorno agli errori, ed alla condotta dei Priscillianisti, e fosse del
tutto improbabile, che sotto il nome di Manichei quelli ancora si
comprendessero, ragion vorrebbe tuttavolta, che noi giudicassimo, non
aver lui senza esame diligentissimo accusato i Priscillianisti, come non
osò di accusare i Manichei. Ma poichè una congettura sì forte viene
autenticata dal fatto, siccome è evidente dalla lettera di quel S.
Pontefice a Turibio di Astorga intorno ai Priscillianisti propriamente
detti[734]; cesseranno, a mio credere, le meraviglie che _Tillemont
abbia ingojate come un fanciullo le scandalose calunnie d'Agostino, e
Leone_, tanto più che le osservo ingojate con pari facilità, non vi dirò
dal Baronio[735], da Graveson[736], da Natale Alessandro[737], da
Fleury[738], da Racine[739], dall'Orsi[740] forse _superstiziosi e
bigotti_; ma da un Alberto Fabricio[741], da un Cave[742], da un
Spanemio[743], da un Erasmo[744], dai Centuriatori di Magdeburgo[745], e
perfin da Basnage[746]. O vedete quanti fanciulli và indiscretamente a
percuotere la rigida sferza del Sig. Gibbon. Conchiudiamo pertanto col
nostro Plutarco, che egli «=Quid ni? Homo est scribendi gnarus, oratio
jucunda, venustate et vi quadam praedita, et narrationibus inest
elegantia, ac
_Sermonem veluti cantor._
non quidem scite, sed tamen suaviter proposuit. Verum sicut in rosa
cantharides, ita hic cavendae sunt CALUMNIAE ejus, et INVIDENTIA sub
laevibus, et teneris latentes figuris verborum: ne per imprudentiam
absurdas, et falsas de praestantissimis (Ecclesiae) viris opiniones
concipiamus».