La contessa non volle ribattere.

--Vedete qua,--ella soggiunse.--Quando ricevo una lettera, la lascio

sul tavolino, sulla sedia, dove il caso vuole. Non c'è pericolo che

Folco ne guardi nemmeno la soprascritta.

--Grande stima! ripetè il signor Piero.

Gioconda alzò le spalle. Non poteva non pensarla diversamente; e le

pareva ridicolo ch'ella non avesse a temer nulla da suo marito,

potesse essere anche imprudente con lui, mentre doveva guardarsi da

Ariberto Puppi.

La presenza assidua di costui cominciava ad infastidirla. Era un

amico, ma un amico ingombrante, che aveva occhio a tutto, che solo

aveva letto nel cuor di lei, che sembrava vigilarla da tempo e col suo

contegno riservato le esprimeva un muto rimprovero, quasi uno stupore

doloroso.

Egli aveva còlto più d'una volta, involontariamente, la contessa e

Nenni Forcioli mentre parlavano sottovoce.

La contessa e Nenni si cercavano. Per lui ella aveva ripreso amicizia

con certe famiglie presso le quali era certa d'incontrarlo; ed egli

per lei non mancava a una festa, sebbene di solito per lo passato se

ne astenesse, perchè non ballava e non poteva divertirsi; piccole

gradazioni, che allo sguardo penetrante d'Ariberto non andavano

perdute.

In quei trattenimenti, la contessa e Nenni non avevano occasione di

star molto insieme; tutt'al più giuocavano a _bridge_ allo stesso

tavolino. Ma nessuna festa finiva senza che il Forcioli trovasse

maniera di parlare a Gioconda brevemente, con frasi rotte, con

emozione; e quantunque Gioconda non rispondesse, si allontanava sempre

un poco pallida e turbata.

--Uhm!--andava dicendo Ariberto a sè stesso.--Dov'è Folco?...

Folco era, come le leggi mondane esigono, dappertutto fuor che presso

sua moglie; non si vedeva al fianco di lei se non per accompagnarla

alla festa e ricondurla a casa.

La contessa era mutata. Si occupava poco anche della piccola Lillia.

Cercava con avidità di distrarsi, non come una volta, per vedere ciò

che non aveva mai veduto, per inebbriarsi di lusso e di rumore; ma

come per isfuggire a sè medesima, a un pensiero che la incalzasse, a

una tentazione che la circuisse. C'era qualche cosa nella sua vita che

le stava sopra e la perseguitava.

Un giorno, mentre prendeva il tè in casa Filippeschi ed era presente

anche Folco, Ariberto notò che Gioconda non aveva più il suo bel

rubino col motto.

--Forse l'avete perduto?--chiese ingenuamente.

La contessa arrossì.

--No, non l'ho perduto,--balbettò.--Si è guastato e l'ho dato ad

aggiustare.

Poi, volgendosi a Folco:

--Non volevo dirtene nulla, per timore che tu mi sgridassi.

Folco sorrise, indulgente. Ariberto si scusò.

--Ho commesso una goffaggine, contessa!... Già, è vero: bisogna pensar

dieci volte prima di parlare, e poi.... stare zitti.

Ma la goffaggine, secondo Ariberto, l'aveva commessa Gioconda con la

sua risposta. Come, l'anello di rubino si era guastato? Ma si trattava

d'un solo grosso rubino, senza contorno di brillanti, senza

decorazioni d'alcun genere. Un rubino non si guasta: c'è o non c'è.

Piuttosto, Nenni Forcioli aveva espresso il desiderio che l'anello col

motto non ci fosse più; e Gioconda aveva obbedito.

--Non ha torto,--pensò Ariberto sarcastico.--Ormai il motto si può

lievemente modificare: «Trois étions....»;

L'indomani l'anello ricomparve sul dito di Gioconda. Non era più

«guastato», o miracolosamente il gioielliere aveva riparato il guasto

in un soffio.

--Uhm!--disse Ariberto a sè medesimo. E gli parve che Nenni Forcioli

fosse di cattivo umore; poi, sul finir del ricevimento, Gioconda gli

disse alcune parole sottovoce: spiegava; e Nenni Forcioli si

rasserenò.

XII.

Il padrone.

Miss Mary Garnett, la governante, inglese, venne ad avvertire la

contessa che la piccola Lillia non voleva alzarsi: era molto rossa in

faccia, e miss Mary Garnett temeva avesse la febbre.

Gioconda stava facendo colazione con Folco nella piccola sala da

pranzo di puro stile veneziano del decimottavo secolo; era la sala a

cui non accedevano invitati. Gioconda la preferiva alla grande, di

stile fiorentino, vasta, magnifica, un po' tetra. Gli specchi

veneziani chiusi in cornici di pallido oro riflettevan le imagini come

attraverso un velo; i mobili eran ricoperti di stoffe antiche dal

color bigio stinto. La piccola sala aveva qualche cosa di raccolto,

dava un senso di intimità silenziosa, che, nella città dai rumori

incessanti, era incantevole.

Da poco avevan recata la posta.

--Queste sono per te!--aveva detto Folco, consegnando a Gioconda

alcune lettere.

E mentr'egli leggeva quelle che portavano sulla busta il suo nome,

Gioconda apriva con un tagliacarte sottilissimo le sue, quasi tutte di

donne; una sola con calligrafia maschile, alta, verticale, precisa

come uno stampato: la calligrafia d'un uomo risoluto e tenace.

Non appena udì ciò che miss Mary Garnett le riferiva, la contessa

gettò le lettere aperte sulla tavola e si alzò precipitosamente.

--Vado a vedere!--disse a Folco.--Spero non sia nulla. Stanotte stava

benissimo.

--Non sarà nulla,--confermò il conte.--Miss Mary Garnett è sempre

pessimista.

Gioconda uscì.

Folco seguitò a leggere; poi sbadatamente gettò le lettere su quelle

di Gioconda; volle riprenderle, separarle. I suoi sguardi caddero

sulla calligrafia verticale, alta, precisa, e percorsero le prime

linee:

«Oggi alle tre vi attendo. Venite a questo primo convegno, ve ne

supplico con tutta l'anima. Esso vi proverà che non avete nulla da

temere in casa mia».

Folco si passò la mano sul volto, quasi credesse di sognare, poi si

fece pallido, bianco, si levò in piedi, e gettò un grido rauco.

In quel punto. Gioconda tornava.

Prima ch'ella interrogasse, Folco avvertì:

--Ho urtato con la caviglia contro un piede della tavola; ne ho

sentito un dolore acuto. Come sta la bambina?

Gioconda era inquieta.

--Non sta bene,--annunziò.--Temo anch'io che abbia la febbre. Te ne

prego: manda a chiamare subito il medico.

E uscì. Folco si avviò per telefonare immediatamente al medico di

casa. La contessa tornò indietro a prendere la sua corrispondenza.

La piccola Lillia dormiva in un letticciuolo bianco presso il letto

della mamma; questa la udiva durante la notte; non aveva mai voluto

affidarla ad alcuna governante, sebbene miss Mary Garnett fosse

prudente e seria.

Folco trovò Gioconda curva sul visino di Lillia; era in tutto il volto

della contessa un'ansia trepida, uno smarrimento, che la faceva quasi

irriconoscibile. Anche Folco si chinò a guardare la bambina, la quale

teneva gli occhi chiusi, e un breve lagno le sfuggiva di tra le

labbra.

Il medico venne, studiò Lillia con attenzione, poi si rivolse alla

contessa:

--La febbre non è alta. Credo si tratti d'una semplice indisposizione.

Folco vide una maschera di dolore arcigno cader dal volto di Gioconda:

i colori le tornarono alle guancie, la luce agli occhi; le sue labbra

sorrisero.

--Ora la lascino riposare,--consigliò il medico.--E Lei, contessa, non

abbia timore.

S'allontanarono. Folco non disse parola. Il dottore scrisse una

ricetta e promise che sarebbe tornato.

--Venga alle due,--pregò Gioconda,--perchè alle tre ho un

appuntamento.

Folco rattenne a fatica un guizzo.

Quando il medico si fu congedato, Folco domandò con indifferenza:

--Hai un appuntamento alle tre?

--Sì,--confermò Gioconda.--Non si tratta che di combinare con la

contessa Stefani quella fiera di beneficenza...

Folco non obiettò nulla. Non aveva mai udito parlar di fiera, ma poco

gl'importava, sapendo benissimo dove e da chi Gioconda era aspettata.

Da chi? No: veramente egli non sapeva; quella calligrafia gli era

ignota; si trattava d'un uomo ch'egli non conosceva o non aveva mai

avuto occasione di scrivergli: qualche cacciatore di femmine, qualche

libertino, che faceva il suo mestiere; il nome non contava. Folco si

chiuse nel suo studio; era annientato dalla rivelazione.

Riudì all'orecchio il ritornello d'Ariberto: «La donna vuole un

padrone: un pa-dro-ne!»

Gioconda l'aveva trovato: egli, Folco, non era capace di far da

padrone; egli era un pover'uomo, un letteratoide, un ambizioso andato

a male.

Rise beffardamente.

--Chi sa?--disse ad alta voce.--Chi sa ch'io non sia capace di far da

padrone?

A tavola, verso mezzogiorno, scrutò Gioconda; fingeva di mangiare, ma

tutto restava sul piatto; era irrequieta, distratta, nervosa. Folco

notò che, contrariamente alle sue abitudini, bevve due bicchieri di

Porto.

--Sei stato a trovare Lillia?--ella chiese.

--Sì,--rispose Folco.--Mi pare stia meglio.

E cominciò a discorrere. Sentiva dentro di sè un'allegria stravagante,

una voglia di ridere, di scherzare, di correre, che veniva dall'incubo

tremendo di quelle ore, dall'angoscia spaventevole ch'egli conteneva

con tutte le sue forze.

Gioconda rispondeva appena, curvata sotto un pensiero troppo grave.

Era il pensiero di Lillia? era il pensiero dell'appuntamento? Folco

non avrebbe saputo rispondere: forse l'uno e l'altro le attanagliavano

l'anima e pesavano tanto ch'ella non riusciva più a fingere. Verso le

due, la contessa chiamò la cameriera e le diede ordine di prepararle

l'abito per uscire.

Folco, il quale era presente, con un giornale tra le mani, alzò il

capo.

--Sei sicura di poter uscire?--domandò.

--Ma certo,--ella rispose.--Non credi che Lillia migliori?

--Lo dirà il medico.

Gioconda si ritirò nella sua camera, e quando il dottore giunse, Folco

vide ch'ella era vestita.

Indossava un abito nero, semplice, che le dava una grazia quasi di

fanciulla, una bellezza nuova di riserbo e di verecondia. Gioconda

osservò che Folco era pallidissimo e tremava.

--Non ti spaventare tanto,--ella disse.--Lillia sta meglio.

Folco guardò l'orologio.

--Sono appena le due e un quarto,--notò.--Il tuo appuntamento non è

per le tre?

--Sì,--rispose pronta Gioconda,--ma non voglio far attendere. Più

presto vado e più presto ritorno.

--Hai dato ordine d'attaccare?

--No: esco a piedi. Ho bisogno di scuotermi.

Dicevano queste parole sottovoce, accanto al letticciuolo, mentre il

dottore andava misurando la febbre di Lillia e le apriva la bocca per

osservare la gola.

--La febbre è salita!--annunziò.

Vi fu un silenzio. Il medico riprese a scrutare la bambina, si piegò

su di lei, accostò l'orecchio al suo piccolo petto scoperto.

Non disse nulla. Scrisse una nuova ricetta.

--Tra due ore sarò di ritorno!--promise poi.

Folco guardò la contessa. La maschera di dolore le era nuovamente

calata sul volto, dura e chiusa.

--Non vai all'appuntamento?--egli chiese.

La contessa tacque.

Folco si allontanò, passò il limitare del suo studio, aperse il

tiretto della scrivania, fece scivolar qualche cosa nella tasca destra

della giacca. Poi tornò presso il letto della bambina. V'era ancora,

dritta in piedi, Gioconda. La veste nera, il pallore del volto,

l'immobilità, facevano della bellissima giovane una figura tragica.

--Non vai all'appuntamento?--chiese Folco di nuovo.

--Non so!--ella rispose.

Ma d'un tratto si scosse, puntò l'indice al bottone del campanello

elettrico.

--Portami il cappello e la pelliccia!--ordinò alla cameriera.

Folco ebbe un fremito che lo percorse da capo a piedi, mentre la sua

mano s'affondava nella tasca della giacca.

Gioconda appuntò il cappello in testa. Folco vide che aveva un velo

fittissimo, il quale avrebbe impedito di riconoscerla. Poi la contessa

indossò il mantello.

Ma esitava; si scatenava una tempesta dentro il suo animo.

Folco ne seguiva ogni gesto, ogni movimento, con un'intensità non più

dissimulata, con un'attenzione che gli raddoppiava il battito alle

tempie.

La cameriera era uscita.

Gioconda si avvicinò a Lillia e le toccò la fronte. Stette ad

ascoltarne il respiro affannoso e quel breve lagno che le sue labbra

lasciavano sfuggire senza tregua. Allora, quasi con uno strappo,

Gioconda si tolse il cappello di testa, gettò a terra la pelliccia.

--Non vado!--annunciò con voce risoluta.

Folco levò la destra dalla tasca, e gettando la rivoltella sul letto,

disse freddamente:

--Fai bene!

FINE

INDICE.

I. L'ombra della donna.... Pag. 1

II. Il pretesto ......... 25

III. Le due coppie ........ 48

IV. Il pellicciaio ......... 70

V. Memorie di ieri ....... 91

VI. Tutta di qua ........ 112

VII. La tempesta ......... 136

VIII. Vicende .......... 153

IX. Giornate fosche ....... 175

X. La volpe di Sparta ...... 203

XI. Indizii ........... 224

XII. Il padrone ......... 235

La volpe di Sparta · 第 7 / 7 段