Era antica nimistà fra i signori di Nebiolo e quelli del non lontano
Stefanago. Aveano seguìte sempre contrarie fazioni, adescavano ognor
la discordia fra' loro alleati, e trassero sovente gli abitatori di
questi colli a portare le armi contro i loro fratelli. Spesso aveano
spinta la guerra fin sotto le loro rocche, posta in dubbio la lor
sorte, sparso il comune sangue: se ebbero talora deposti i brandi, li
costrinse necessità, non pensiero di pace: la tregua era richiesta a
rinnovellare le forze; era calma di bufera che più feroce ridesta
l'ira sterminatrice.
Mentre stringeano l'itale contrade le tenebre del secolo undecimo, a
Stefanago regnava Stefano II, il più fiero della famiglia e il più
valoroso. Era detto il Rosso pel colore della sua bandiera e de' suoi
ricciati capelli. Era uomo rabido, feroce, d'animo ardito,
intraprenditore, fosco: ruotava lo sguardo qual sinistra cometa, e
pari a suono d'acqua cadente, rauca e fiera mandava la voce. Niuno
sentìa più di lui l'altezza de' suoi natali, niuno avea maggior sete
d'onori e di gloria, niuno più fermo nell'odio e nell'ira: avea
portate l'armi nella Crociata, ed era salito illustre fra più
valorosi cavalieri.
Guidone era allora signor di Nebiolo: sdegnò seguire la Croce, chè
disprezzava uomini e cielo. Si leggevano sulle agrottate sue ciglia
cupi pensieri, quasi costrette nubi piene di tempesta: il facile
muoversi dell'aggrinzata spaziosa fronte annunziava il succedersi
nella sua mente di sempre nuove idee: orgoglioso aveva a schifo
abbassare lo sguardo sul verme che gli strisciava al piede; niun
lamento giungeva fino al ferreo suo cuore: spirava dall'occhio
inquieto tosco, e vendetta, idolo a cui sagrificava anche i proprj
affetti. Non conosceva altro dritto che la propria spada, altra legge
che il proprio volere, altro consiglio od ajuto che i suoi pensieri e
il valore dell'indomabile suo braccio.