Bello è il pianger gli estinti; e separato
Dall'immemore vulgo, a cui non fiede
L'alma torpida oggetto altro nessuno
Fuor che l'oggetto che la man gli tocca,
E con forma e colori occupa il guardo,
Bello è il ridursi a solitaria cella;
E ad uno ad uno riandando i giorni
Che negri precedeano alla sventura,
Chiamar l'amato nome, e con lo spirto
Conversar del defunto.
¹ _Quantunque i molti scritti di _D. Sacchi_ sieno bastanti a render
durevole la di lui fama, pure non ispiacerà al lettore che un suo
caro amico, il sig. _Giambattista Cremonesi_, abbia, da noi
richiesto, dettato alcuni cenni per rilevarne maggiormente la
virtù del defunto. Il sentimento di una viva riconoscenza ed
ammirazione che il suo animo nutre costantemente verso la memoria
di Sacchi, ed il desiderio di renderne un pubblico attestato, sono
le sole ragioni che lo obbligano ad appagare in un col suo, il
nostro desiderio.--L'Autore di questi cenni non intese di scrivere
l'elogio a questo letterato, ma sì bene, per quanto si poteva così
subitamente, dare un pubblico segno di riverenza a chi gli fu caro
amico ed alla patria, la quale deve godere che sia onorata la
memoria di un suo chiaro cittadino._
Nota dell'Editore.
Chiunque sia zelante dell'onor nazionale, e tenga in pregio chi
s'adopra a celebrar cogli scritti la memoria de' propri concittadini
per ingegno e per virtù chiari e benemeriti, saprà certamente buon
grado a noi che abbiam dettato un breve cenno che risguarda
_Defendente Sacchi_, scrittore degno d'essere collocato nel novero di
quei personaggi di cui va superba la biografia italiana. Ma delle
chiare imprese quanto più ricca è la messe, tanto è meno agevole
stringerla debitamente in parole, e le speranze de' leggitori e il
pubblico grido adegnare. E noi sopra questa cagione principalmente ci
scusavamo coll'egregio signor Giovanni Silvestri dal tessere questi
Cenni, quando altri rispetti nell'animo nostro le forze loro usarono
di qualità, che noi stessi i sospetti nostri improverando, fummo
costretti a dettare queste parole, le quali se troppo povere
all'argomento, ci saranno, speriamo, testimonio di osservanza e di
volontà debita a tale che negli anni giovanili ci raccolse e agli
studi dell'umane lettere confortò. Rimembranza veramente la quale più
c'invoglia a piangere che a favellare.
Quanta dottrina, quanto ingegno, quante solide qualità, quante
amabili virtù ci hanno fatto estimare ed amare questo caro
confratello! Amico egli del vero, non istudiava che per conoscerlo,
non iscriveva che per esporlo nella più chiara sua luce. Veruna
prevenzione mai non lo traviò ne' suoi giudicj, mai non signoreggiò
le sue opinioni. Vituperò sempre il mal vezzo di quelli che mettono
con aspre critiche ed inurbane a rumore il pacifico regno delle
lettere. Tale è il danno delle discordie letterarie, che mai non si
può abbastanza dire di esse; ed allora si vogliono maggiormente
combattere i vizj, quando per li malvagi esempi possono divenire
comuni, e talvolta per certa loro indole vestir le sembianze della
virtù.--Pur troppo, convien dirlo, questa mala costumanza di trattare
le controversie letterarie colle armi della plebe e co' personali
oltraggi, si è quasi perpetuata in Italia, ed anche al presente,
sotto l'impero di più miti costumi, si è veduto nella giostra fra i
_Classici_ ed i _Romantici_, come pochi abbiano saputo attenersi alle
norme di gentilezza che governano il moderno viver civile.
A ricondur sul buon sentiero gli abituati all'ira e alla critica
mordace, giovino le seguenti parole di un illustre Italiano, parole
che spirano reciproco amore e salutevole concordia; parole che noi
dirigiamo principalmente, o giovani, a voi «ne' quali or la patria
ripone le sue più liete speranze; a voi, ci rivolgiamo, e vi
scongiuriamo, che vogliate discacciar del cuor vostro, se mai entrato
vi fosse, un amore sì scellerato, e riprovi quel legittimo, quel
santo amor di noi stessi onde si nutrono le anime generose,
quell'amore onde si conciliano i nostri veri interessi con quelli
d'altrui. Questo, questo collocò di sua mano la natura ne' petti
umani; e appunto vel collocò affinchè avessero gli abitatori della
stessa contrada, avvinti co' dolci legami d'una mutua benevolenza, a
passar lietamente la loro vita. Se un amor di tal natura allignerà
negli animi vostri, egli avverrà che, coltivando anche adulti le
lettere con quell'ardore con cui ad esse dedicati vi siete fino da'
vostri anni teneri, e congiungendo le vostre forze in loro vantaggio,
siccome fecero gli avi nostri, le veggiate rialzarsi da
quell'avvilimento in cui sono cadute per le discordie de' loro
medesimi coltivatori. Già la grand'opera è oramai cominciata da
alcuni privilegiati ingegni, dalla cui valorosa penna vanno esse
ricevendo nuovo lustro. Quello che cominciarono a fare questi spiriti
illustri, sarà continuato da voi: e le lettere nostre riacquisteranno
il primo loro splendore; e voi darete agli altri del vostro paese un
luminoso esempio di quell'amorevolezza ed urbanità con la quale gli
uomini, dal loro Facitor destinati a dover vivere insieme, hanno a
trattarsi fra loro.»
Se, nel corso di discussioni sempre franche ed amichevoli, avveniva a
Sacchi di difendersi con qualche calore, questo non aveva per cagione
che un interno convincimento; l'amor proprio non vi prendeva parte
nessuna. Ispirato da quell'animosa verità di cui havvi sì grande
scarsezza in questo secolo di _servili dichiarati, e di liberali
mentiti_, si può dire essere sempre stato indifferente per lui che la
verità uscisse dalla sua bocca, ovvero da quella di uno de' suoi
amici, soltanto ch'essa riportasse vittoria. Egli definendo il merito
e le mende d'ogni scrittore e d'ogni produzione, esaminando e
paragonando le cose in modo da ischivare i traviamenti, traeva gli
animi al bello ed all'utile; e adoperava la lima della critica per
mostrare nel suo nudo aspetto tutto che era atto a fortificare le
facoltà conoscitive invece di affinar le armi della bassa vendetta e
della vile invidia. Chi più di lui nemico di quella smania di
dileggiare e maledire per abitudine o per inclinazione tutte le cose
buone e oneste? Noi vorremmo che ci intendessero quegli scrittori dei
leggiadri nulla e dei pettegolezzi... Vorremmo c'intendessero tutti
coloro i quali non sanno modellarsi che cogli spiriti mediocri, il cui
contatto nuoce al genio, come la ruggine a' metalli!--S'abborriscano
alla per fine le frivolezze ed il vano garrito, e si procuri di vivere
in sè e non già negli oggetti esterni, di badare più alla realtà delle
cose che alle apparenze, di agire e pensare senza imitazione, e di
studiare d'esser uomo, perchè a tutti deve esser grave il veder
scimmie da per tutto.--Non sappiamo comprendere come ai nostri giorni
il piccolo numero de' veri letterati, e il grandissimo di coloro che
aspirano a questa rinomanza, tanto si affanni in parole vuote affatto
di un senso utile, e come alcuni scrittori di opere periodiche, senza
al più delle volte leggere gli scritti degli autori, e non mai
penetrando più a dentro nell'animo loro mandano da' loro scanni
sentenze di morte e diplomi di immortalità e di gloria per i loro
contemporanei, quasi che tutto il resto di questo vastissimo mondo che
legge e che pensa abbia in essi soli riposta tanta parte delle loro
facoltà d'intelletto da costruirne una sola inappellabile ed assoluta.
E pazienza ciò si facesse apertamente confessando la propria religione
in fatto di lettere, e difendendo a visiera calata la bandiera sotto
la quale si viene assoltato, ma invece, in capo ad ogni opuscolo, ad
ogni articolo da giornale, ad ogni giudizio, ad ogni controversia, noi
vediamo sempre una solenne dichiarazione dell'imparzialità di chi
scrive, ed una modestissima protesta di essere unicamente per il vero
ed il giusto. Ma chi sono questi tali?--Oh! mio caro Cremonesi: la
smania che non pochi hanno di mostrarsi dotti, solevaci spesse fiate
ripetere _Defendente Sacchi_, ancorchè tali non siano, e le ciurmerie
che usano a tal uopo, sono mirabilmente indicate nel Capo secondo
della _Relazione della Repubblica de' Cadmiti_ di Agnolo Piccione,
dove si narra come i _Cadmiti_ avendo testa piccina e statura di
pigmeo, si allacciano a piedi una sorta di zoccoli d'elegante lavoro,
e ritti ritti sen vanno sì, che veduti da lungi fanno una bella
comparsa, ma se tu li squadri ben bene davvicino, ti si appalesano
quelli che sono.--Se i nostri scrittori si porranno un giorno a
raccogliere materiali per compilare la storia letteraria di questo
_beato ottocento_, incontrando tanto profluvio di disputatori in
materia di lettere, di scienze e di arti, crederanno che costoro con
sì ricca dottrina di parole, con tanto gusto, con tante opinioni
avranno dato al loro secolo capi d'opera maravigliosi in ogni ramo di
italiana letteratura. Cercheranno i monumenti di tanta benemerenza
gloriosa; ma che troveranno eglino invece?
Rari appajon nuotando in vasto mare
Prossimi anch'essi a rimaner sepolti
Entro i gorghi profondi.
Schivo a profanare le lettere nel congresso degli ignari, s'attenne
egli sempre alla sentenza di Platone: _Rerum naturam investigare
difficile, in vulgus vero aperire nefas_.
Colla moderazione, egli parlava senza alterigia, rispondeva senza
viltà, criticava senza amarezza, lodava con giustizia. Le sue
espressioni, scelte mai sempre, eran naturali mai sempre. Una
portentosa memoria ed una singolare perspicacia lo studio gli
agevolavano dell'uman cuore. Egli paragonava gli uomini dei passati
tempi a quelli del nostro secolo. La conoscenza loro non lo
attristava, poichè ripetea di sovente: _Non si parla che dei malvagi
in questo mondo: come citare i buoni? Essi sono in sì gran
numero!_--Non fece mai pompa di quell'impetuoso valore che in mezzo
alle pugne letterarie soltanto compiacesi. Il pericolo ei lo
sprezzava, ma non ne andava in traccia giammai. Destro nel nascondere
le ricevute impressioni, e signore de' primi moti che svelano un
secreto e tradir possono qualunque impresa mai lasciossi trascinare
dall'impetuosità della sua indole. Pur vero e giusto è il dire, che
un costante e fermo dominio sopra sè stesso sarebbe il primo passo e
il più importante, ad ottener il quale è necessario ed indispensabile
la condizione di prescinder sempre ed in tutto da quel turbolento,
incontentabile, irragionevol _io_, che tutto guasta e deforma, e che
non ci lascia mai formare giudizj retti, deducendoli dalle verità e
conseguenze generali, e non dall'individuale interesse. Oh le quante
volte ciò che parzialmente è male, generalmente considerato, trovasi
essere un bene! nel qual caso l'uom di senno si consola del proprio
male, ed anche in mezzo a quello è felice. Ma che? Questo fermo
carattere e questa dignità non impedirono che intorno a lui bulicasse
uno sciame di vili insetti, che sempre aggiransi intorno agli
onorandi uomini per ferirli col velenoso pungiglione della calunnia e
presentarli al popolo, cui sì facile è l'ingannare, macchiati e
deformi per le piaghe di cui li coprono. Non turbossi egli, e tenendo
sempre più la vista lontana di ogni volgar dilettanza tutto
raccoglievasi alle letterarie cure, e sola vaghezza il prendeva di
far tesoro di quelle cognizioni, che del loro bello e del vero
intrattenendo vivo ed energico l'operare della mente, nè lasciando
che intorpidisca collo scemare delle forze del corpo danno allo
spirito perpetua vigoria giovanile, e lo pascono di quei divini
piaceri degni solo dell'eccellenza umana. Ma in un cagionevole corpo
pur troppo le lunghe veglie accelerarono la nostra amarissima
perdita, nel mentre egli divisava vari lavori per la filosofia e per
le lettere, e in quest'ardua impresa sarebbe egli entrato con
felicissimo successo.--L'avversità lo trovò sempre imperturbabile e
sereno, e ben di lui può dirsi aver indefessamente praticato quel
grave consiglio di Orazio:
_Æquam memento rebus in arduis
Servare mentem, non secus in bonis
Ab insolenti temperatam
Laetitia._
Molti che egli amava hanno sdegnato di riconoscerlo nel suo
infortunio. Sofferse il male che non meritava; e allorquando la
fortuna si è mostrata stanca di perseguitarlo, la morte si è
presentata al suo cospetto.--Se alcuno cerca la cagione di un sì
crudele destino, ei durerà fatica in trovarlo. Volete voi chieder la
ragione perchè questo perde al giuoco e quel vince? O perchè si danno
quegli anni in cui non v'ha nè primavera nè autunno, in cui i frutti
si inaridiscono nel loro fiorire? Con tutto ciò non vi cada in
pensiero che Sacchi avesse voluto mai cagionare la sua infelicità
colla prosperità degli uomini deboli. La fortuna può farsi ludibrio
della sapienza degli uomini virtuosi, ma il potere essa non ha
d'atterrarne il coraggio.
Uomini distinti gli fecero cortesi accoglienze, ed allorchè gli
avvenne di far con essi fortunati cambj di idee, arricchì il suo
fondo senza diminuir quello di loro, e portò via il suo bottino
eccitando l'altrui gratitudine. Alla gioventù dava l'idea dei fasti
antichi, nei coetanei destava fiducia e compiacenza, e le due opposte
età insieme conciliava. Abbandonò mai sempre la sua anima al
tranquillo diletto della solitudine, come quella degli ambiziosi si
abbandona all'inquieta felicità della fortuna, di cui egli ridevasi
ripetendo a chi lo interrogava intorno alle sue vicissitudini ciò che
solca spesse fiate ripetere _Shakspeare_:--Vada il mondo come sa
andare, sorgano o cadano regni, purchè io abbia con che vivere, io
sono il monarca di tutte le cose che passo in rassegna. Una seggiola
a bracciuoli è il mio trono; il ferro da attizzare il fuoco il mio
scettro; una saletta di dodici piedi quadrati all'incirca mio reame
che nessuno mi vorrà contrastare. Quest'è un minuzzolo di certezza
ch'io stacco fuora del cumulo delle incertezze congiunte colla nostra
esistenza; è un istante di sole che rischiara benevolmente i miei dì
nuvolosi; e chiunque si trovi alcun poco innoltrato nel
pellegrinaggio della vita, sente quanto importi l'essere masserizioso
di questi minuzzoli, di questi istanti di godimento.--Queste parole
ci ricorreano alla mente appunto allora che la campana della Chiesa
di S. Babila annunciava l'agonia di Sacchi, della cui ingenua
affettuosità noi sempre partecipammo, e dal quale nè distanza di
luoghi, nè disuguaglianza di tempi, nè vicende d'alcuna sorte
poterono mai distrarre il nostro cuore. E questo carattere portò lui
pure ad essere eccellentemente buono con tutti: onde, in ogni città
in cui ebbe poco o molto a soggiornare, lasciò sì profondo desiderio
di sè, che della stima e benevolenza di quelli coi quali aveva
conversato, il sentimento e la memoria sono passate alla generazione
succeduta.
Alcuni letterati di moda, che osano insultar persino la sacra
immagine d'Omero, il quale come smisurato colosso innalzasi nella più
lontana prospettiva dell'antichità, dissero D. Sacchi uno scrittore
spigolatore; ma egli non aveva bisogno di spigolare, siccome fanno
molti, in campi mietuti, nè di vivere delle altrui reliquie: egli
possedeva e coltivava un proprio ricco fondo d'ingegno, da cui traeva
pregevol frutto. E questi letterati di moda le cui critiche contro
Sacchi a tutt'altro approdavano che alla cognizione del vero, e per
lo più il solo infame gergo de' vituperi se ne giovava ed aumentava,
furono o i non lodati, o i meno lodati da lui sui pubblici
giornali.--La pubblica lode anima, è vero, vivifica, moltiplica i
talenti: ma non serve di scuola che li formi, perchè i suoi giudizj,
i suoi consigli non son sicuri. Col pronto applauso a certe opere le
quali fanno soltanto traspirare e riconoscere il talento ancora
immaturo, essa dissimula i difetti, sbaglia il giudizio, sempre più
illude l'amor proprio e ferma o rallenta i progressi. Quasi tutti i
segni d'ammirazione hanno ormai perduto il loro valore, pel grande
abuso che ne ha fatto l'adulazione, ed è moneta fuori di corso: fa
duopo il fabbricarne una nuova, a cui diano materia di valor vero e
costante il sentimento, la verità, il giudizio. I letterati,
disgustati una volta dei crassi vapori d'un incenso disonorato,
tengono egualmente in poco conto, e chi prodiga lodi e chi non serve
con coscienza alle lettere.--Per la eccessiva lode, il campo della
letteratura è a dì nostri, per la gioventù, come la scena teatrale:
troppo presto ella vi si mostra al pubblico; e in quella è pericoloso
il volersi fare una precoce riputazione, imperciocchè egli è talor
più difficile il sostenerla quando è immatura, che il giungere a
meritar d'ottenerla. Le lodi sieno giuste e non simili a quelle che
suole articolare a disagio la fredda lingua de' complimenti! Sia in
noi franchezza di opinioni senza temerità, saviezza di principj senza
nè pedanteria nè smanie di novità, aggiustatezza di giudizj dettati
da coscienza, da persuasione, e senza le solite contumelie e
personali inimicizie che troppo spesso lordano i giornali!--Pare
proprio che in alcuni nostri letterati prevalga il pregiudizio che un
articolo da giornale od altro, debba assomigliare ad un vase
scoperchiato d'incenso, da cui si tramandino adulatorj profumi a
tutte le nari. Non v'ha in que' lavori menzione di creatura viva che
tosto non rechi seco un panegirico. Bella, noi ripeteremo sempre,
santa è la lode spontanea, detta a proposito, largita a chi la
merita, ma una maniera oratoria d'inchini e congratulazioni l'è un
fastidio, un solleticamento d'orecchi e nulla più. Questo diciamo e a
malincuore perchè la lettura di non pochi scritti di circostanze che
si pubblicano in alcune città lombarde ne ha pur troppo convinti di
questo abuso nella letteratura. Povero quel paese in cui letterati ed
artisti non attendono ad altro che a darsi mutuamente patenti di
immortalità! Eglino ignorano che c'è un pubblico spassionato che gli
ode, un pubblico che non usa della penna che pe' privati o pubblici
negozj, nè sa trattar tavolozza o scarpello, ma che vuole dagli uni e
dagli altri verità ed istruzione, come cibo salutare dell'animo.
Spendano i letterati le frasi gratulatorie ne' loro giornalistici
convegni, nè rendano l'universale a parte de' loro non sempre sinceri
baciamani! Gli artisti e i letterati sono gli interpreti della
sapienza; e la sapienza non fu mai l'arte di sciupare inchini o di
formare ingiusti giudizj che agitano continuamente gli scrittori,
giudizj che ferirono anche Sacchi, cui la voce del Vero, più forte
d'ogn'ira, apparecchiava maggiore della espettazione il trionfo.
«Se d'un forte pensier l'anima hai pregna,
Se amor di verità ti trae dal fondo
Franco l'accento e come strale acuto,
Se te stesso non fuggi, e se Viltate
Non t'è Prudenza, o Cortesia la pingue
Sciocchezza intesta con sottil menzogna,
Lascia il mondo a chi 'l merta. Invidia, scherno,
Noia, dolor, calunnia a te raddensa
Dell'agognato calice la fercia.
Puoi tu giovar dell'opra o del consiglio?
Allor qual sei ti mostra: all'alto passo
Della sventura, ove l'amor dei vili
Quasi a meta finisce, il tuo cominci.
Ma del gregge il contagio, e delle ciance
Fuggi l'anil sollazzo; e s'e' t'insiegue
Siepo all'orecchio oppon, freno alla lingua:
Ch'uom di lingua innocente è uom perfetto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Quegli fia l'angel tuo che a te il sospiro
Recherà degli eletti in cui rivivi;
Cui tu l'immensa via delle intentate
Opre insegnasti, e il Dio furor del giusto,
E la scienza degli arcani affetti:
Or fa che in te primier forte s'alligni
De' forti sensi il delicato germe.
E di gentil fortezza e di verace
Non commutabil gioia unica fonte
È solitudo, il sai. Quivi te stesso
Al Sol di Verità lento matura:
L'alta fantasia, l'immota mente,
E l'arte, e il caso, e la memoria, e il senso
Rafferma, adergi, in armonia contempra.
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh se possente meditar solingo,
E labor diuturno, e integra vita
E incessante pregar, dal ciel t'impetri
Poche, ma pregne di fecondi _Veri_
Splendide carte, in cui l'età lontane
Bacin segnata del tuo cor la stampa,
E ogni anima gentil senta il tuo spirto
In sè trasfuso, e a pianger teco impari,
Te beato in fra mille! Allor potrai
Volgere al mondo, che da lunge amasti,
Sereno il guardo, e dir morendo: io vissi.»
Ma a che ripetere questi versi pieni di verità in tempo in cui sono
in grand'uso e onore la frivolezza, la molle pigrizia; in cui ognuno
cerca di avere e mostrare ingegno e brio senza pensare a belle, ad
utili imprese, trascurando e abbandonando le opere che richiedono
serj e profondi studi; in cui si preferiscono gli Almanacchi, le
Strenne, le Cronachette e i Versetti che divertono e fanno ridere gli
oziosi, in cui pochissimi sono compresi da quel forte sentire che è
la vera dote di un animo generoso; in cui si accompra coll'esser vile
la facoltà di diventare insolente; in cui non si abborrono la cieca
adorazione e la cieca irriverenza; in cui si ride perfino de' caldi
promotori di instituzioni patrie che tanto ingentiliscono il costume:
in cui trionfa l'inganno.... Ma il mondo, altro non è che una piazza
pubblica, ove tutti i ciarlatani d'ogni genere e d'ogni professione
si esercitano dal mattino alla sera a spese un dell'altro, e figurano
or come ingannatori, or come ingannati, or come dotti, or come
ignoranti.
_Defendente Sacchi_ possedeva in sommo grado quell'arte tanto
necessaria, e direm quasi indispensabile per chi scrive pei giornali,
di dir molto in poco senza procedere sempre ad estratti altrettanto
pesanti che nojosi, e di esporre la propria opinione in lode o
biasimo, come uomo che parli per gli altri e non per sè solo, il
tutto spiegando e comentando in favorevole senso e giustamente, a
differenza di non pochi che, senza carattere e senza propria opinione
non sono che un eco della opinione la più generale o dell'ultima che
han sentita. Vi sono di quelli che per darsi vanto di perspicacia
maggiore di quella di colui con cui parlano o di cui scrivono, sempre
una diversa opinione oppongono, qualunque sia, purchè diversa, e la
propria asseriscono in tuono di certissima verità esser la sola da
aversi. Fissare un'opinione in mezzo a tanti non è men difficile a
chi non ne ha, che ad un giudice il decidere d'una lite da cento
avvocati trattata.
Dotato di uno spirito conciliatore, di un carattere nobile e
generoso, fermo sotto ogni aspetto, indulgente come lo sono tutti
quegli uomini che non han bisogno di far forza a sè stessi per
conservarsi puri in mezzo ad un mondo corrotto, mostrossi egli a suoi
compagni di lettere, senza nulla ostentare, e sempre sotto un ingenuo
sembiante. E questi suoi compagni di lettere erano veramente generali
veterani e non appartenenti all'esercito di molti letterati attuali,
esercito composto in gran parte di bande erranti, senza vessilli,
senza disciplina, senza valore.
Persuaso che chi consuma e non produce, muore fallito verso il banco
sociale, _Sacchi_ non lasciò passar giorno senza stendere qualche
linea di storia, di scienze, di lettere, di arti. I suoi studj erano
animati dai sentimenti più nobili, la riconoscenza, l'amicizia, la
gloria nazionale, l'amore della patria, per la quale conservava in
petto vivissima la fiamma che agitava l'animo suo con energiche
commozioni; e a questi sentimenti frammischiavasi la passione delle
anime dabbene e l'interesse pubblico.
Convinto che la virtù non sia una parola, possedeva in sommo grado il
pregio de' veri dotti, la modestia. Le morali e le intellettuali
qualità erano in lui temperate con felice mistura. Gagliarda tempra
di passioni avea in lui riposto natura, ma con assoluto imperio ei le
governava. Purissimi sensi di religione fortificarono la sua virtù,
ed ogni parte adornarono della irreprensibil sua vita. Per formarsi
un'opinione e professarla, egli non consultò mai nè il timore, nè la
speranza, nè le viste personali: il suo motto abituato era _Verità_ e
_Giustizia_.--Di memoria vasta e tenace, versatissimo in ogni genere
di letteratura, facile prestavasi a chiunque lo richiedeva di qualche
cognizione, non lasciandosi mai prendere a questa vaghezza di
conquistare una facile lode, per timore di vederla spenta
infruttuosamente, e di star solo contento della meraviglia del
nome.--Commiserava le altrui disgrazie, e compiangendo gli errori e
le umane follìe, vestiva di un dolce patetico gli oggetti pascendosi
di filosofiche considerazioni e di belle speranze, che si sublimano
sopra la sfera delle volgari passioni e de' cittadineschi tumulti. In
tempi in cui gli studj letterarj non ottengono incoraggiamento o
mercede, e in cui chi non nacque patrizio difficilmente sorge a
qualche considerazione o fortuna, egli non brigò nè cariche nè onori,
e persuaso che ciascuno debba servire lo Stato in ragione delle sue
forze, rendette de' servigi, ma invece di chiedere ricompense, fu
soddisfatto di meritarle.
Amava la gioventù generosa cui dava spesse fiate lezione di scienza
morale, e insegnandoli la rettitudine dei giudizj, l'onestà delle
azioni, il governo degli affetti sì nella vita pubblica che privata,
spronavala all'eccellenza universale. Ci sta fisso in mente quel
grande dettame di _Parini_, che Sacchi spesso ripeteva, onde i
giovani se ne giovassero, per declinare ove torni meglio, o ritardare
almeno l'ordinario giro delle vicende: _Povertà fa industria,
industria fa ricchezza, ricchezza fa nobiltà, nobiltà fa superbia,
superbia fa ignoranza, ignoranza fa povertà_.
Che diremo ora del suo cuore? Come lodare abbastanza quell'attitudine
a un tenero e vivo affetto, che così caro lo rendeva agli amici? Nei
suoi discorsi come ne' suoi scritti, nessun indizio si scorse di
pretensione o d'orgoglio; ciò avvenne perchè la bellezza della sua
anima pareggiava la rettitudine della sua ragione e la coltura del
suo ingegno.--Se reggeva al minuto squittinio ch'egli solea fare
delle cose scientifiche e letterarie, usciva pago e tranquillo dalla
indagine; diversamente, pace non davasi, e l'errore animosamente
impugnando, conduceva a disinganno la pigra e facile credulità,
rovesciando a terra, anche senza riguardo, ogni venerata antichità
d'opinioni. Egli esponevasi a questi cimenti, che l'ardenza de'
spiriti suoi gli pingeva sempre pieni di gloria per colui, che non
isfornito di forze s'innamora della stessa difficoltà, e animoso
l'affronta.
Coloro che dicevan male di lui soleva riguardarli siccome malati,
renduti ingiusti dalla sciagura, e loro perdonava sinceramente; in
tal modo raddoppiava il suo amore per quella sublime filosofia, le
cui consolazioni, i cui benefizj ci accompagnano sino alla soglia del
sepolcro.
Era suo costume, come non mutava nella infermità il suo tenor di vita,
nè le solite azioni, così nè anche i piacevoli e arguti ragionamenti,
che in un turbato corpo argomentavano una piena sicurezza e intiera
serenità di mente. La natura gli aveva data una costituzione gracile;
l'applicazione e più sventure la indebolirono.--Perchè mai, o eterno
Iddio, ci dividesti innanzi tempo da persona sì cara! Ma così svengono
e cadono in sul fiorire le umane speranze, e mutata in un subito la
fortuna, dai più cari diletti a conforto dati della travagliosa vita
spesso non si raccoglie che lutto e amarissimo desiderio. Ben disse un
saggio, che alla miseria della mortal condizione vietato è anche lo
sperar lungo, perchè il tempo sovvertitor d'ogni cosa e struggitore
possente, tutto percuote ed abbatte nel suo passare, e i beni di
questa terra non sono che un'ombra mobile e fuggitiva, la quale veduta
appena, dileguasi. E tanta è l'incertezza in che siamo, e così fatta
la caducità della vita, che tale piangente oggi l'amico morto o il
congiunto, sarà pianto domani, e scenderà in quel sepolcro ch'ei vide
aprire ai suoi cari, e sopra il quale si ripromise di lagrimare pur
molto o per verace angoscia sentita o almeno per pompa e vanità di
dolore. E questo ferreo decreto di necessità inesorata forse a buon
dritto fe' dire gli estinti lungamente a piangersi, avvegnachè breve
fosse troppo la linea che i viventi divide dai trapassati. Ma a
_Defendente Sacchi_, che veniva accarezzato, riverito, rispettato da
chiunque o per cospicuo natale, o per bella dote d'ingegno si
distinguesse, non mancherà il lungo pianto degli amici, dei
concittadini, degli estranei che lo conobbero; e quel pianto, quando
pur fosse passaggero e di scarsa vena, già non è per inaridire la
fonte di quello che ha versato ed avrà a versare chi scrisse questi
pochi Cenni, al quale l'essere vedovo di sì cara compagnia, pesa più
che il morire.
Oh! largite gli sieno
Tutte le grazie che _Virtù_ si merca;
E quaggiù dove par la _Sorte_ rida
Svolgendo a suo talento
Ogni merto, ogni vita ed ogni evento
Non mai stilla si perda
Della memoria sua santa e devota,
Ma ne' suoi cari l'opra sua rinverda.
Ancor ci pare vederlo seduto nel suo letticciuolo; ancor ci pare
udirlo narrarci i motivi per i quali con animo gagliardo egli
lasciato avrebbe la vita; e pronosticandosi la morte, dar caldi
prieghi agli amici, che non mettessero sospiri, nè singhiozzassero
sul suo cadavere: e questo voto è degno di laude, perocchè ogni anima
elevata che è persuasa di eternar la sua fama su la terra dir
dovrebbe come il poeta Ennio: _Nemo me lacrymis decoret_.--Pochi
giorni prima ch'egli morisse, dicevaci stringendoci amorosamente la
mano:--_Credete voi ch'io abbia ben sostenuta la mia parte_?--Sì, gli
risposimo--_Lasciate dunque_, soggiunse egli, _ch'io esca dal palco
scenico accompagnato dai vostri applausi_.--Queste poche parole
bastino a far considerare al parassita, al buffone, al maldicente, al
compagno da buon tempo quanta lode potrà ridondar loro allorchè
scenderanno nel sepolcro.... dal dirsi di ciascun d'essi che
altr'uomo non sapeva meglio divorar un pranzo, ch'egli aveva un
ammirabil talento nel motteggiare i suoi amici, che niuno
uguagliavalo in uno scherzo crudele, o ch'egli non ponevasi mai a
letto senza aver dato passo alla quarta bottiglia. E queste sono
cionnondimeno assai generali funebri orazioni ed elogi di morte
persone che pur agirono nell'umana società con qualche lustro e
riputazione: ma se noi riguardiamo da vicino il grosso della nostra
specie, esso è composto di tali uomini che non saranno probabilmente
rammentati un solo istante dopo la loro scomparsa.
Tre anni e più fu egli travagliato da forti dolori, ma con tanto
vigor d'animo il fiero male tollerò che mai non ne fu superata la
virtù. Finalmente venuto quasi meno d'ogni forza, come vide niuna
speranza per sè più rimanere, si fece sollecito di affrettarsi i
soccorsi della religione consolatrice, esclamando che ito sarebbe
lieto e pieno di speranza a ribaciare e padre e madre, e moglie e
figlia: ed acconciatosi con decenza sovra la sua seggiola a
bracciuoli, sereno in volto come l'innocenza, i suoi occhi
s'illanguidirono a poco a poco, simili ai raggi del sole che vanno a
perdersi nell'onde quando il mare è tranquillo, finchè dopo una
brevissima agonia, mancare sentendosi, stendendo la mano,
Dir parve: s'apre il cielo, io vado in pace.
Egli sciolse lo spirto alla mercede delle sue virtù, lasciando lo
spento volto ancor atteggiato di una soave dolcezza, traccia sicura
della tranquillità che gli era abituale e che è il frutto e la prova
di una coscienza illibata. Il suo ultimo spiro fu esalato tra le
braccia di un amico oltremodo accorato¹, al quale stringendo la
destra disse con voce tremebonda: _Ricordati del tuo Defendente che
t'ha tanto amato_.--Filosofo senza ostentazione, cristiano di fatto
più che di parole egli morì rassegnato perchè visse virtuoso, e che
quali nunzj dell'inevitabile umano sfacimento gli antiveduti spasimi
portasi in pace, ed alla natura perdona.--In questo tremendo
abbandono di tutte cose a noi sembra aver men desolata fine ove le
moribonde mani a cader vengano l'ultima volta fra quelle di cara
persona, che raccogliendo cogli aliti le parole estreme, quelle si
chiuda nel petto a farne serbo nell'avvenire; e veggendo di lagrime
un umano volto bagnarsi, ci pare quasi rivivere nell'affetto e nella
dogliosa memoria di chi rimane.
¹ _Il cavalier _Pompeo Marchesi_, nelle cui concezioni noi
ravvisiam sempre lo scultore che ha studiato il bello nel vero
contemporaneo; che lasciò le orme greche aperte e richiuse con
_Canova_ per porsi al livello delle affezioni e delle immagini
del secolo in cui viviamo. Il nome di lui risuoni spontaneo sulle
nostre labbra con senso di gratitudine._
Possa la nostra gioventù mirar sempre in questo lucidissimo specchio;
e possa la memoria di _Defendente Sacchi_ accenderla di nobile ardore
a imitarne l'esempio; salvo però in quella non lodevole intemperanza
di affaticarsi negli studi a dispetto della sua mal ferma salute;
intemperanza che troncò il filo de' suoi giorni, e la quale, anzi che
riscaldare i più tepidi, potrebbe soffocare in loro ogni piccola
scintilla che mai avessero facendo scioccamente valere a difesa della
propria infingardaggine e viltà quella popolar sentenza, che dice:
_Essere troppo meglio vivere con ignoranza, che morir con dottrina_;
appunto perchè non sanno che il vivere ignoranti altro non è che un
continuo morir da giumenti.
La morte di _Defendente Sacchi_ fu quasi non avvertita. Questa
disonorevole trascuratezza deriva in parte dalla natura di alcuni
cittadini, i quali scioccamente s'immaginano e pretendono che i
chiari uomini debbano avere la pompa e la jattanza degli eroi da
teatro: ma è pure una conferma dell'antica sentenza riportata da
_Pietro Verri_ nelle Memorie del Frisi, _Che le vite dei filosofi
sarebbero la vera satira de' loro tempi se potessero scriversi, o si
dovessero_, con cinica libertà.
La cerimonia funebre d'un uomo sì caro alle Scienze, alle Lettere,
alle Arti, alla patria, non ebbe alcun corredo di pompa. Egli fu
accompagnato alla tomba da pochi scienziati, letterati ed artisti che
gli erano legati da gratitudine, rispetto ed amicizia; e noi,
disturbati dalla febbre, l'abbiam veduto portato sulle spalle
lentamente oltrepassare il limitare per non varcarlo più mai. Tale è
il corso della vita dell'uomo! Così rapidamente essa fugge!
Somigliante ad una meteora, essa lucica e non è più.--Tre brevi
discorsi vennero pronunziati su quelle care spoglie, discorsi
veramente affettuosi, sinceri, a cui rispose il cuore di tutti gli
astanti, i quali sbandatamente si scostarono da quell'asilo di morte
assorti in lagrime e in tristi pensieri.--Pochi uomini discesero
nella tomba, accompagnati siccome quegli di cui piangiamo la perdita
da sommo e universale rincrescimento. Ma più memorabile sua ventura
fu quella che s'infervorasse l'amicizia intorno al suo cadavere,
contro la sentenza d'_Euripide_, il qual dice: _Nessuno fra gli
uomini serbasi fedele amico alla tomba._
_Defendente Sacchi_ era piccolo di persona e non bello di aspetto,
benchè i suoi lineamenti presentassero un non so che di piacevole nel
tutt'insieme e di sereno. Dentro a' suoi occhi leggevasi una
immaginativa vivace non disgiunta dalla penetrazione dell'ingegno, e
ne scintillava un certo poetico brio. Un fiume di dottrina scorreva
dalla sua lingua, quando gli avveniva di poter a lungo e non
interrotto parlare. I suoi modi erano cortesi e la bontà dell'anima
sua andava del pari colla rettitudine de' suoi costumi.
Lasciò varie opere, ad alcune delle quali, così il mio caro Piazza,
«si è mostrata propizia l'opinione degli Italiani.» In quasi tutte
però noi scorgiamo uno scrittore abituato alla lettura dei classici,
ai quali attinse principj generosi, checchè ne possano dire in
contrario coloro che fanno gemere i torchj sotto il peso de' libri
inutili, nei quali trovansi idee comuni sulle lettere, sulle scienze,
sulle arti, e ciò che più deve rincrescerci, vili adulazioni, siccome
già dicemmo, proprie a lusingare ora l'orgoglio, ora l'ignoranza, e
sempre la stolta presunzione d'illustri fantasmi. Le opere di
_Sacchi_ presentano una mescolanza d'ingegno e di interesse, e
trattano alternamente di gravi e ridenti soggetti; motivo per cui
elleno andranno alle mani d'ogni genere di persone, facendo la
delizia specialmente di quelle che col sentimento del bello e
dell'utile cercano d'illudere i penosi sentimenti dai quali è offesa
la vita. Noi confessiamo però che in molti de' suoi scritti regnano
calor d'idee e fretta di composizione: che non v'è tutta la maturità
di riflessioni, tutta l'aggiustatezza di pensieri ond'esser degni di
lunga vita. Pure anche in mezzo al loro disordine e alla scoria di
che son pieni, talor s'incontrano bellezze e lumi che meritano
d'essere conservati.
Le opere che abbiamo di lui alla stampa sono: La Storia della
Filosofia greca, in sei volumi.--La Collezione dei Classici
Metafisici pubblicata in concorso del professore _Rolla_ e
dell'avvocato _Germani_, in sessantadue volumi.--La Vita di _Lorenzo
Mascheroni_, colla Raccolta di alcuni suoi scritti inediti.--I
Lambertazzi ed i Geremei, romanzo storico di cui se ne fecero due
edizioni.--Le Antichità Romantiche d'Italia, in due volumi, al primo
dei quali concorse anche _Giuseppe Sacchi_.--Miscellanea di
Letteratura.--Varietà di Letteratura.--Saggio sulla Letteratura
Civile.--La traduzione del Diritto Pubblico universale, o sia Diritto
di Natura e delle Genti di _Gio. Maria Lampredi_, la quale forma i
volumi 8, 9, 10, 11, 12 della _Biblioteca Scelta_ di Opere tradotte
dal latino.--I Saggi sugli Uomini Utili e Benefattori del Genere
Umano, che formano i vol. 417 e 418 di questa _Biblioteca
Scelta_.--La Pianta dei Sospiri, di cui questa è la seconda edizione,
e che ottenne, a Parigi l'onore di una traduzione in lingua
francese.--Oltre altre Opere, ed un infinito numero d'opuscoli
letterarj e di articoli pubblicati nello _Spettatore Italiano_, nella
_Minerva Ticinese_, negli _Annali di Statistica_, nella _Gazzetta
Privilegiata di Milano_, nel _Pirata_, nel _Cosmorama pittorico_,
nell'_Annotatore Piemontese_, nella _Vespa_, nella _Farfalla_,
nell'_Eco_, nell'_Indicatore Lombardo_, nel _Ricoglitore_, nella
_Rivista Europea_, ecc. Avea egli dato mano ad un interessante
lavoro, i _Voti dell'Italia_: ma questo venne dall'Autore medesimo
consegnato alle fiamme, ed a noi non resta che di poter dire col
poeta,
A suoi voti alfin deh rida
Una sorte più serena,
L'infelice assai la pena
D'esser bella oh Dio pagò!
_O Italia, o Italia!_ Sorgi alle glorie; tu la reina sei del mondo,
tu sei la figlia de' Cieli. Il tuo genio t'invita a contemplare in
dolce estasi i secoli gareggiare coi secoli a far più vividi i tuoi
splendori. Un mondo è il tuo regno; degne d'un mondo sieno le tue
leggi.
_Defendente Sacchi_ nacque in Pavia nell'ottobre del 1796, e morì a
Milano nella florida età di 44 anni il 20 ottobre del 1840.
Bastino questi pochi Cenni a raccomandare la ricordanza di lui.
Gloriose per chi le fa, efficaci sovra chi le ascolta riescir debbono
le evocazioni dalla tomba e dall'obblio; perchè l'animo de' giovani,
ha detto un valente scrittore, è la terra più ospitale alla memoria
delle persone illustri.