Fra i molti che lessero a Ravenna le scritture del Frignani e del

Gavioli fu Giulio Fanti, il quale mandò al suo concittadino una bella e

onesta lettera, che è anche una meritata lezione: «...Voi potevate (ne

cito i passi piú salienti) prendere da quella carta [il documento

ravennate del 21 nov. '36], se cosí vi piaceva, argomento a tessere,

siccome faceste, il vostro elogio, senza dilaniare la fama di colui col

quale aveste comune la Patria ed aveste comuni le disgrazie. Io non

saprei ben dire, se a vergar quelle righe v'abbia mosso piú presto la

manía di screditare Uccellini, oppure il desiderio che qui si conosca

aver voi nome di eccellente scrittore, e di oratore che le gesta del

trapassati sulle lor tombe encomia. Le quali cose come sarebbero belle

dette di voi da altri, altrettanto si deturpano leggendole scritte di

vostra mano...»; seguita poi esprimendogli il comune dispiacere dei

parenti e degli amici per la questione sorta fra i due concittadini, gli

dimostra la scorrettezza dell'aver reso pubblico, e in qual modo!, un

privato dissidio, gli dice d'aver scritto anche al Gavioli il quale

avrebbe dovuto comporlo anziché acuirlo, lo invita a «cessare di

bersagliare un infelice» che nelle sue lettere aveva sempre fatti i piú

grandi elogi di lui e persino richiedendo il certificato non aveva detto

il nome dell'accusatore, e conclude esortandolo a pacificarsi con

l'Uccellini secondo il desiderio di «tutti i buoni che di siffatta

inimicizia vanno assai dolenti.» Il silenzio dei ravennati e le lettere

del Fanti dovettero sapere di forte agrume ai due amici di Mâcon; i

quali si misero d'accordo e gli risposero entrambi, con lettere

separate, il 23 gennaio '37. Il Frignani con tono dapprima burbanzoso

giustifica come effetto di sincerità la diffusione delle proprie lodi e

si lamenta che l'Uccellini avesse scritto contro di lui anche a

Bruxelles, a Giovanni Gatti («e il tenore mi fu manifesto per le

acerbissime parole che esso Gatti mi scrisse e le quali turbarono la

nostra antica amicizia, fino a che gli ebbi palesate le ragioni mie»);

ma poi abbassando la voce si dice disposto a perdonare il passato e a

tacere purché non sia provocato; da ultimo fa un grande elogio del

Gavioli (generoso con gli amici, medico insigne, «lui, che, italiano, fu

segretario della principale accademia medica di Francia, e la cui parola

è tanto autorevole, eziandio presso a deputati ed a ministri, che

moltissimi tra quelli, i quali, per aver fatto parte della sventurata

spedizione di Savoia, perderono la pensione, a lui non hanno ricorso

invano per riaverla») dolendosi che il Fanti gli abbia scritto in modo

poco conveniente: ed il Gavioli, anch'egli cominciando col fare

altezzoso dell'uomo «molto piú avvezzo a dare che a ricevere consigli»,

afferma cattiva la condotta dell'Uccellini non solo per il «procedere

suo verso il Frignani, ma ancora per testimonio del procedere suo verso

degli italiani che sono in Dijon», ma poi a un tratto abbassando pur

esso il tono si dice disposto alla riconciliazione, come v'è disposto il

Frignani, e a fare presso «questo onorando giovane» le opportune

insistenze: «chi onora la patria in esilio è mio amico; chi la vitupera,

mio nemico; di tal natura è il mio _attaccamento al nome italiano_.» La

tempesta finiva cosí in un bicchier d'acqua; né alcun'altra traccia ho

trovata se non una lettera del Frignani al proprio zio Cesare, dello

stesso giorno 23 gennaio, nella quale gli trascrive la risposta mandata

al Fanti, facendola precedere da parecchie chiacchiere inconcludenti; se

ne ritrae per altro che a Ravenna non si fosse dato un gran peso alle

accuse del Frignani, che finisce montando sul cavallo d'Orlando: «Se

Uccellini fosse cosí sprezzato in Ravenna, come è sprezzato in Francia

da tutti que' pochi che lo conoscono, io mi vergognerei di farmegli

incontro per combatterlo... Ma a Ravenna non posso cosí sprezzare

quest'uomo, come fo qua, s'egli è vero ch'egli sia cosí stimato come

attesta il certificato. Per la qual cosa potrei essere forzato di

combatterlo costí, come combattei un tempo Mazzoni e Piavi,

dichiarandoli infami, quando tutti pensavano fossero degni liberaloni: e

non avevano di liberale che la corteccia di fuori, e nel di dentro erano

pieni di iniquità; la quale fu poi manifesta per le circostanze in che

si trovarono due anni dopo».

Da un riavvicinamento malizioso tra l'Uccellini e il Piavi (cfr. p. 174)

era sorta la contesa tra quello e il Frignani; con un ricordo analogo

finisce questo triste episodio, che rispecchiava del resto la lotta di

due tendenze opposte: il Frignani, posto dalla fortuna in condizioni

d'agiatezza e innebbriato dei sogni di gloria letteraria, aveva

temperati i propri ardori d'un tempo e s'era volto a quella parte

moderata dell'emigrazione che seguiva il Mamiani, il Gioberti, il

Tommaseo; l'Uccellini, duramente provato dalla miseria e letterato

soltanto per procacciarsi il pane salatissimo, era rimasto fedele alle

vecchie idee carbonaresche ringiovanite dal Mazzini. L'uno restò sempre

in Francia e vi morí ricco di guadagni fatti traducendo gli _Annali

della propagazione della fede_; l'altro tornò povero in patria ad

affrontare nuove persecuzioni, decorosamente sostenute, per mantener

fede alle idee che lo avevano sospinto ancor giovine alle carceri e

nell'esilio. Entrambi ebbero la virtú di tacere, nei molti anni che

vissero ancora, l'episodio della loro turbata amicizia; che ora non

sembrerà inopportuno l'aver rivelato, perché è pur esso un elemento per

conoscer meglio uno dei capitoli piú oscuri della storia del nostro

Risorgimento: la vita dell'emigrazione politica italiana.

LII. La lettera 62ª, da Bruxelles 18 ottobre 1840 alla sorella Reparata,

contiene piú minuti ragguagli del viaggio dell'Uccellini e

dell'incidente di frontiera: egli vi racconta che prima di lasciare

Parigi visitò Aristide Rasi, il quale si disponeva ad abbandonare la

professione di orologiaio per seguire quella del cantante, seguendo i

consigli della signora di St. Edme, che avendolo udito cantare trovò in

lui una bella voce di basso, lo accolse in casa sua ove viveva allora e

lo istruí si ch'egli avrebbe potuto salir presto le scene del teatro

italiano. Non trovò invece il Gatti («figlio bastardo di Cappi») marito

della signora de Gomont di Bruxelles, «donna bruttissima ma rinomata

nelle lettere.» Partí da Parigi il 20 settembre e il 21 giunse alla

frontiera, a Quievrain. «Là si visitano i baulli de' viaggiatori e si

visano loro i passaporti; in questo mentre si fa colazione: io aveva

finito prima degli altri e fumava tranquillamente un zigaro e di Avana,

quando il gendarme del posto mi chiama e mi fa passare nella stanza

dell'agente politico.--Signore, ei mi dice, bisogna che retrocediate,

voi non potete entrare nel Belgio.--E perché? gli rispondo, tutto

attonito.--Perché siete rifuggito, soggiunse egli. Invano gli faccio

vedere e toccar con mano che non sono scacciato dalla Francia, invano

gli espongo che vado nel Belgio per occupare un impiego, invano gli

metto sott'occhio i certificati di cui era munito. Sostiene che ha degli

ordini positivi in proposito e bisogna ubbidire. Lascio il mio baulletto

in custodia all'albergatore di Quievrain; scrivo subito una lettera agli

amici di Bruxelles che avevano preso tanto interesse per me; lor conto

l'incidente arrivatomi; li prego di far pervenire l'ordine di passare e

prendendo sul braccio sinistro il mio mantello, dall'altro l'ombrello ed

un pacchetto di librucci, m'incammino verso Valenciennes, prima città di

Francia, distante da Quievrain tre leghe, sei miglia. Scorsa una lega,

incontro i gendarmi francesi, m'arrestano e mi chiedono il passaporto,

mi domandano perché non entri nel Belgio, dico loro la pura verità, ma

non mi credono: infine mostro loro i miei certificati, e si decidono di

lasciarmi il cammin libero. Già molti contadini s'erano riuniti attorno

a me per vedere l'esito di tale incidente, e vedendomi sortirne

vittorioso, alcuni mi dissero in un linguaggio mezzo fiammingo e mezzo

francese che facevo un cattivo girare in tale momento a causa del

tentativo di Luigi Bonaparte. Infine giungo a Valenciennes, dopo tre ore

di cammino: come aveva poco danaro, avendo pagato anticipatamente la

diligenza sino a Mons, mi ritiro in un alberguccio, mangio una frittata

e mi vado in letto. Malgrado tante traversie dormii profondamente sino

alle nove del mattino del giorno seguente, 22. Che diavolo farò?, diceva

io fra me stesso, in un paese ove non conosco persona; se avessi pensato

un tal caso, mi sarei procurato a Parigi delle raccomandazioni: poi

tutto ad un tratto mi viene l'idea di andare alla polizia per informarmi

se vi erano a Valenciennes degli italiani; detto fatto, vengo a sapere

che v'era Andrea Piani di Faenza, ottengo il suo indirizzo, corro da lui

senza ritardo, e lo trovo ancora a letto. Ei vedendomi si mette a sedere

sul letto domandandomi piú volte con un sentimento di gioia e di

sorpresa incredibile, s'ero veramente Uccellini: quando n'è assicurato,

m'abbraccia e mi fa subito portare il café al latte, che bevo attendendo

si vesta. Insomma m'installo in casa sua, come se fossi stato in casa

mia. Allora tornato in me stesso, scrivo un'altra lettera a Bruxelles e

un biglietto a Quievrain, al proposto dei passaporti che m'aveva

respinto, pregandolo d'avvertirmi quando avrebbe ricevuto l'ordine di

lasciarmi entrare. In meno di tre giorni ricevei 20 franchi da Bruxelles

per far fronte alle spese del momento e fui assicurato che quanto prima

avrei ricevuto l'ordine che desiderava. Infatti due giorni dopo ricevei

una lettera del proposto che mi annunziava avere l'amministratore della

sicurezza pubblica permesso il mio ingresso nel Belgio e nello stesso

tempo ordinato che mi fossero dati 25 franchi nel mio passaggio da

«Quievrain.» Partí il 27, lasciando desolato il Piani, della cui

gentilezza si loda grandemente: «voi dovete averlo conosciuto; dimorava

in casa della Sambi, antica casa di Beltrami.» Il proposto si scusò, gli

diede i 25 franchi e di piú da colazione. «Notate bene che il Belgio mi

dava 25 fr. per fare 20 leghe di strada e che la Francia me ne aveva

dati 32 per sostenere il viaggio di 130 leghe.» Alla sera del 27 era a

Namur presso Spada: «Niun rifuggito è cosí ben visto come Spada a Namur;

è l'idolo del paese, ei frequenta la piú alta società, è membro onorario

di tutti i casini che ivi esistono, e certamente nulla ha da desiderare.

Ei mi ha presentato nelle case più cospicue ed ho potuto vedere coi miei

occhi l'influenza che vi esercita: ha imparato la musica, ed è invitato

in tutte le conversazioni. La Reggenza, o Comune, gli ha accordato per

eccezione una cattedra di lingua italiana nell'Ateneo con un emolumento

di 600 franchi all'anno, che spera ancora d'aumentare; ha varie lezioni

particolari ed il sussidio: il tutto insieme monta a 200 franchi il

mese.» L'Uccellini confessa di dover molto allo Spada: fino al 2 ottobre

rimase con lui a Namur, poi il giorno dopo, anniversario del suo arresto

(cfr. p. 19) giunse a Bruxelles in casa di Nicola Fantini di Faenza,

«sempre accolto dai rifuggiti con segni della piú leale amicizia.» Si è

presentato al Lebeau, ministro degli esteri e presidente del consiglio,

che esaminati i suoi certificati ha promesso di parlare al ministro

della guerra per fargli avere la pensione, e all'Haumann «capo della

società letteraria belgica» per ottenere l'impiego promessogli.

Bruxelles gli piace e lo descrive, toccando delle cose che piú lo hanno

colpito, e fra esse le ferrovie, delle quali non aveva che un'idea

imperfetta: «Qui vi sono moltissimi rifuggiti, in gran parte piemontesi;

di Romagna non vi sono che io, Spada, Fantini, Bendandi, che io non ho

ancora visto perché allontanato da tutti: io frequento la casa di un

Conte, Colonnello, il signor Bianco, ove intervengono i migliori

rifuggiti.»

Il colonnello accennato dall'UCCELLINI è Carlo Angelo Bianco, morto

suicida il 9 maggio 1843; cfr. su lui il VANNUCCI, op. cit., vol. I, p.

323-327. Il ministro belga era GIUSEPPE LEBEAU (n. a Huy 1794, m. 1865)

avvocato e giornalista, membro del Congresso nazionale, che fu uno dei

creatori della Costituzione belga del '30, e fatto ministro degli esteri

ebbe una parte notevolissima negli avvenimenti posteriori fino a che nel

1840 fu chiamato a costituire il primo gabinetto liberale, che ebbe

corta durata.

LIII. Lett. 63ª, da Mons, 31 dicembre 1840: Malgrado la protezione del

ministro Lebeau, del deputato Garcia e di altri, non ha avuto il

sussidio perché i fondi per i rifugiati sono esauriti: anche l'impiego a

lui promesso dall'Haumann è sparito: perciò non trovando a Bruxelles

occupazione, è venuto a Mons, dove non vi è alcuno che dia lezioni di

italiano e spera di far la fortuna di Spada. Ha già due lezioni in casa

Hennekinne e spera trovarne presto altre. Ha fatto domanda al

Borgomastro per essere autorizzato a dar lezione nell'Ateneo, e poiché

molti l'appoggiano spera di riuscire; ciò che sarà un gran passo. A Mons

è solo, non vi sono divertimenti, non italiani fuor che un lombardo,

mercante di incisioni che vi dimora da 18 anni, uomo duro e piú belgio

che italiano, e un chincagliere Cavalli che ancora non ha conosciuto.

Nonostante egli sta bene ed è contento.

LIV. Delle persone nominate in questo capitolo, notissimo è il DE

MERODE, pel quale è da vedere al cap. LIX; meno noti Franciade Fleurus

DUVIVIER di Rouen, n. 1794, ufficiale d'artiglieria nel 1814,

segnalatosi nelle spedizioni d'Algeria del 1828 e di Costantina del

1859, nominato comandante superiore del campo di Guelma nel 1839 e

generale di divisione nel 1848, anno della sua morte avvenuta per le

ferite toccategli reprimendo l'insurrezione di luglio; e il barone Carlo

Emanuele CHAZAL, generale belga, n. a Tarbes 1808, che prese parte

attiva alla rivoluzione belga del '30 e contribuí a salvare Anversa dal

bombardamento, entrò nel '31 nell'esercito col grado di colonnello, poi

fu fatto generale e aiutante di campo di re Leopoldo e nel 1844

naturalizzato belga: egli fu ministro della guerra in piú gabinetti e

oratore parlamentare di prim'ordine; pensionato nel 1873, viveva ancora

nel 1890.

L'ultima lettera che ci resti dell'Uccellini esule è la 64ª, dell'8

settembre 1843 da Mons alla sorella Vigilia; lettera per piú rispetti

singolare: «Che dire dei movimenti politici di cui mi date conto? noi ne

parliamo con una meraviglia inesprimibile, perché non comprendiamo

un'acca. Da qual fonte scaturiscono? qual ne è la base? quai sono i

mezzi d'azione? Niuno di noi, esaminando lo stato attuale d'Europa e

pesando il partito radicale esistente, trova modo di sciogliere tali

quesiti. La Gazzetta di Cologna li fa dipendere da un complotto creato

dai membri della Giovine Italia: ma noi non potiamo supporre che

gl'Italiani dopo le molte e triste lezioni ricevute dalle sette, abbiano

ancora fiducia in esse: converrebbe comporle di semidei, onde sperare di

tenerle occulte sino al momento opportuno dell'azione, e poi, ammettendo

anche che si abbia potuto sormontare tale difficoltà, si domanda:

Codesto complotto agisce isolatamente o con l'accordo del partito

radicale d'Europa? Se agisce da sé, quanto progetta è una vera utopia;

se agisce coll'intelligenza di tutto il partito che gli è omogeneo,

s'arroga un privilegio funesto e si dà la mannaia sui piedi. Supponendo

che il radicalismo si senta abbastanza forte per insorgere, sta forse

all'Italia il dar fuoco alla macchina? no, senza dubbio. Non havvi in

tutto il mondo che un paese, a cui tale iniziativa convenga, e questo

paese è Parigi. Un'altra Gazzetta ci fa sapere che il movimento è nato

in seguito ad una voce sparsasi dell'arrivo in Ancona di truppe

francesi. Il prestar fede ad una tal voce è dichiararsi insensato. E poi

qual magia ha in sé il nome francese per entusiasmare tanto gli

italiani? Credesi forse che la Francia sia in grado di soddisfare i vóti

de' liberali? vana credenza; il partito su cui questi possono contare è

estenuato dalle lotte sostenute col sistema vigente; ha d'uopo di lungo

riposo, e non vuole certamente far nuovi sforzi col pericolo inevitabile

di rovinar sé stesso senza poter giovare agli altri. Non parlo dei

radicali degli altri Stati, perché oltre che sono in peggior situazione

di quelli di Francia, non possono avere alcuna influenza diretta su

l'Italia. Una Gazzetta che ho sotto gli occhi annunzia che piú di 600

uomini, organizzati in bande ed armati da capo a piedi, hanno avuto uno

scontro con un corpo di carabinieri, il di cui capitano è stato ucciso,

alcuni dei suoi presi e fucilati: ma qual sarà la sorte di codesti

disperati, quando si troveranno a fronte di corpi piú numerosi,

disciplinati e sostenuti da cannoni? Chi verrà in loro aiuto? insomma

non si trova modo di disbrigare un tal fatto; perciò nella prima che mi

scriverete indicatemi quanto si vocifera sull'origine, sullo scopo e

sull'appoggio «di esso». Dopo ciò, parla del Dizionario portatile da lui

compilato e stampato in sei mesi, e ceduto all'editore Lenglumé,

«un'arpia che vuol tutto per niente»; accenna alle critiche del suo

Dizionario fatte in Ravenna dal Roatti; ha pronta una grammatica

francese per gli italiani, per la quale vorrebbe che gli trovassero in

patria un editore. Si rallegra che il Fanti sia stato fatto proposto del

Registro. Bendandi è maritato da un mese e si è stabilito a Namur, non

crede che adesso possa aiutar la famiglia perché non ha cicatrizzate

ancora le piaghe di tanti anni di miseria sofferta dal 1834 al 1842,

epoca in cui ebbe l'impiego di conduttore delle mercanzie nella Ferrovia

del sud. Spada è stato a Mons otto giorni: «abbiamo parlato a lungo

degli sconvolgimenti successi senza poter nulla intendere; è grasso,

grosso, e in buon arnese; è curioso: non sa piú dire una sola parola

ravegnana e mi ha di continuo parlato francese». Quanto al proprio

stato, l'Uccellini non ha ancora ottenuto il sussidio piú volte

richiesto; Spada gli ha dato speranza di ottenergli un posto

nell'uffizio di uno spedizioniere a Charleroi. «Compiango tanti buoni

amici che il torrente politico strascina in un abisso di disgrazie».

LVII. Al card. FRANCESCO SAVERIO MASSIMO succedette, come ministro dei

lavori pubblici, il 16 gennaio 1848 monsignor GIOVANNI RUSCONI; il 12

febbraio questi rinunziò e in suo luogo fu chiamato l'avv. FRANCESCO

STURBINETTI; il quale passò il 10 marzo al ministero di grazia e

giustizia ed ebbe per successore ai lavori pubblici MARCO MINGHETTI.

LVIII. Intorno ai fatti accennati in questo capitolo, oltre gli storici

in generale e i giornali del tempo, è da vedere il libro, pienissimo di

notizie, di R. GIOVAGNOLI, _Ciceruacchio e Don Pirlone_, vol. I, Roma

1895.

LX. L. C. FARINI, _Lo Stato romano_, lib. III, cap. XIV parla della

propria commissione a Bologna nell'agosto 1848 per sedare l'anarchia; il

suo biografo G. BADIALI (_L. C. Farini_, Ravenna, 1878, pag. 103) è il

solo che accenni al complotto ordito a Roma per assassinarlo: gliene

parlò l'UCCELLINI, il quale non si vantò mai, dopo il 1860, quando

sarebbe stato cosí proficuo!, di avere stornato dal capo del Farini un

sí grave pericolo.

Gli onori funebri al conte Tullo Rasponi furono il 9 ottobre 1847 e li

diresse Giovanni Montanari; come si rileva da alcune Note mss.

dell'Uccellini.

LXI. Il Consiglio Comunale di Ravenna, con deliberazione del 5 ottobre

1848 «in seguito ad opportuno avviso di concorso e sopra 9

concorrenti.... a maggiorità di voti elesse e nominò Protocolista ed

Indicista Comunale il sig. Primo Uccellini cogli obblighi e collo

stipendio di scudi 12 mensili, come all'anzidetto avviso di concorso»

(comunicazione di Francesco Miserocchi). Il fratello, accennato in

questo cap., è TERZO UCCELLINI, del quale resta vivente la sig. INES

UCCELLINI, che per la memoria dello zio patriota ha un culto vivissimo:

a lei dobbiamo il ritratto che adorna questo volume, ove auguriamo

ch'ella possa rileggere per molti anni ancora i ricordi cari al suo

cuore.

FRANCESCO LOVATELLI meriterebbe un biografo, che ne mettesse in luce le

benemerenze e la condotta politica: morí assassinato nel 1856; cfr. P.

D. PASOLINI, _Gius. Pasolini_, p. 520.

ANTONIO MONGHINI ravennate, deputato all'Assemblea costituente nel 1849,

fu dopo il '60 direttore della Banca nazionale in patria e console di

Turchia; nel 1865 si attentò alla sua vita, non si sa se per vendetta

privata o settaria; morí in Firenze nel 1875 e fu portato a seppellire

nella sua villa di Gambellara.--Sulla parte dei ravennati in «quella

camarilla che faceva pratiche a Gaeta col papa» contro la Repubblica

sono preziose informazioni nel cit. libro del PASOLINI, cap. VIII.

LXII. Poco si sa di questa fuga dell'arcivescovo FALCONIERI (cfr. la

nota a pag. 191) a Venezia: nelle cit. Note mss. l'autore registra sotto

la data dell'11 aprile 1849 un indirizzo del Capitolo a Falconieri

profugo a Venezia».

LXIII. La festa patriottica celebrata in Ravenna il 15 febbraio 1849 e

quella del 19 nel sobborgo di Porta Sisi sono descritte nel _Diario

ravennate per l'a. 1871_, Ravenna, tip. Angeletti 1870, p. 21-24; ma ivi

non si accenna alla donna che coronò il fusto dell'albero: è facile però

riconoscere in lei la vedova di Gaetano Rambelli giustiziato nel 1828

(cfr. pp. 24, 188) e madre di Epaminonda giustiziato nel 1854 (cfr. p.

246): essa era Antonia Mazzotti e morí in Ravenna nel 1880 di 73 anni.

LXVI. Della gloriosa ritirata di Garibaldi da Roma nel 1849, ha scritto

la storia, seguendolo di luogo in luogo, giorno per giorno, sino a San

Marino e al Cesenatico, il prof. RAFFAELE BELLUZZI; e il suo lavoro sarà

prossimamente pubblicato in questa _Biblioteca_. Nella quale ci

proponiamo di dare anche la storia documentata dello scampo di Garibaldi

per opera dei patrioti comacchiesi e ravennati, dallo sbarco a

Magnavacca sino al suo arrivo in Forlí: intanto, chi voglia conoscere

questi fatti, oltre il libretto dell'Uccellini citato nella prefazione,

può vedere: GIOACCHINO BONNET, _Lo sbarco di Garibaldi a Magnavacca,

episodio storico del 1849_, Bologna, Società tipografica Azzoguidi,

1887; PIETRO GRILLI, _Narrazione genuina e veritiera sullo sbarco di

Garibaldi, Anita, Ugo Bassi e Livraghi alla Pialazza, comune di

Comacchio_, Ravenna, tip. nazionale, 1891; PRIMO GIRONI, _Note

illustrative alla carta grafica del percorso da Garibaldi da Cesenatico

a Forlí, profugo nell'agosto 1849 dopo la ritirata di Roma_, Ravenna,

tip. Calderini, 1888; ID., _Appunti storici_ (con l'_Elenco cronologico

dei salvatori di Garibaldi_) nel _Diario ravennate per l'a. 1885_,

Ravenna, tip. Alighieri, 1884, p. 27-29; SATURNINO MALAGOLA, _Epigrafi_,

Ravenna, tip. nazionale, 1883, sono sei epigrafi per i luoghi di fermata

di Garibaldi; ANONIMO, _Giuseppe Garibaldi profugo a Ravenna nell'agosto

1849_, Ravenna, tip. Calderini, 1884; PRIMO GIRONI, _Anita Garibaldi_

(_3ª ediz. riveduta_). _Cippo ad Anita e XXX anniversario della Società

operaia in Sant'Alberto di Ravenna_, Ravenna, tip. Ravegnana, 1896.

LXXI. Ecco il testo della sentenza qui ricordata:

SACRA CONSULTA.

_Nel dí 28 gennaro 1851._

Il secondo turno del Supremo Tribunale adunato nelle solite stanze per

giudicare la causa Ravennate di piú titoli antipolitici contro GASPARE

SAPORETTI, e PRIMO UCCELLINI maggiori di età, adempite tutte le formole

di procedura, intese le conclusioni fiscali, e le ragioni del difensore,

ha dichiarato, e dichiara che consta in genere d'ingiurie e minaccie

fatte al Magistrato anche letali in odio di officio, e che in ispecie ne

furono, e ne sono colpevoli per ispirito di parte i suddetti GASPARE

SAPORETTI, e PRIMO UCCELLINI, a perciò in applicazione degli art. 139 e

103 dell'Editto penale, li ha condannati, e condanna a _cinque anni di

opera pubblica_. Inoltre passando al titolo secondo ha dichiarato, e

dichiara che consta in genere di ritenzione di carte antipolitiche, e

che in ispecie ne fu ed è colpevole PRIMO UCCELLINI, senza licenza

alcuna del governo, e perciò lo ha condannato, e condanna alla pena di

detenzione a forma e per gli effetti dell'art. 97 del sudd. Editto

penale, ultima parte. Ha pure dichiarato che le enunciate pene decorrino

a forma di legge. Ed in ultimo ha condannato, e condanna SAPORETTI, ed

UCCELLINI alla rifazione delle spese del Pubblico Erario.

Stefano Rossi Presid.

L. Colombo--P. Paolini--A. Negroni--A. Sibilia--L. Fiorani.

Per Copia conforme

Il Cancelliere--M. Evangelisti.

La presente Copia conforme al suo originale è stata notificata al sud.o

sig.r Primo Uccellini consegnandola a lui stesso in persona detenuto in

queste carceri.

Ravenna 5 febbraio 1851. P. Traversari cursore.

(Seguono gli art. 139 del titolo VIII e 103 e 97 del titolo II

dell'Editto 20 settembre 1832).

LXXIII. Il maresciallo preposto alle carceri di San Michele era ANGELO

RENZETTI, detto dapprima il _Monco dei Monti_, poi il _Bronco_: di lui

parlano a lungo A. LUCATELLI e L. MICUCCI, _Carità di patria, ai

fratelli dimenticati ricordo_, Roma, stamperia reale D. Ripamonti, 1889,

p. 135-136; nel qual libro sono molte altre informazioni sulle carceri

politiche romane dopo il 1849.

LXXIV. Di EPAMINONDA RAMBELLI trovo nelle carte dell'Uccellini, in un

frammento della biografia del padre di lui, queste notizie: «Suo figlio

Epaminonda corse nel 1849 a Roma per cooperare alla caduta di quel

dominio perverso, che gli aveva rapito il padre, e fece perciò parte

della colonna dei finanzieri che tanto si distinse, sotto il comando di

Zambianchi, contro gli stranieri che venivano a sostenerlo; il povero

Epaminonda fu arrestato, e decapitato in Roma nel 1854.»

LXXV. Della supposta traslazione dell'Uccellini al carcere di Paliano è

cenno in una minuta di supplica che la sua famiglia inviò al card.

Marini, perché ottenesse una diminuzione della pena, tanto piú che «il

caso di grazia per condanne emanate dalla S. Consulta non è né nuovo né

infrequente, e valga l'esempio di Eugenio della Valle e di Giovanni

Polidori, ai quali è stata rimessa interamente la pena.»

Il Marini, qui e altrove ricordato come benevolo agli Uccellini, è

PIETRO MARINI, nato in Roma nel 1794, il quale dopo esser stato in

Ravenna assessore del Legato Malvasia, tornò in patria, intraprese la

carriera ecclesiastica, e in essa salí ai piú alti gradi; fu fatto

cardinale da Pio IX il 21 dicembre 1846. Di lui parla D. A. FARINI

nell'op. cit. nelle note al cap. XLIV.

LXXVII. La data della partenza da Roma si è ricavata da una lettera

scritta da questa città a Giulio Fanti, il 4 marzo '52, da A. Donati, il

quale gli annunzia di aver contrattata «la vettura per Primo» e che

«esso parte oggi istesso»: esiste anche il contratto, in data 3 marzo,

col proprietario di vetture Luigi Chitarroni, per il viaggio da Roma a

Ravenna del «signor Primo Uccellini e suo compagno» per scudi 17 e mezzo

(vitto e alloggio compreso), fissandone la partenza alle 6 antimeridiane

del 4 marzo.

INDICE DELLE PERSONE E DELLE COSE NOTEVOLI

ABBATI Biagio di Savignano, precettato, 162.

_Accademia del Magnismo_ istituita dall'A., 177-179.

ACQUACALDA Antonio, di Ravenna, compagno di carcere all'A., 124.

Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano · 第 19 / 23 段