Al nome di Dio. A dì 8 di novenbre 1448.[465]

A dì 6 di questo ebi una tua de' dì 16 del passato, alla quale farò per

questa risposta.

Tu mi di' de' fatti di Matteo, come t'ha scritto una lettera di nostro

istato: ed è vero; e stiàno ancora peggio che non dicie. Iddio lodato

di tutto. E dell'aver mostro la lettera a Nicolò, a' fatto bene: però

che lo stato nostro è noto alli strani, ben debb'esser noto a quegli

che ci sono parenti e continovamente ci aiutano: chè Nicolò non à

ora a dimostrare la buona volontà inverso di voi, chè senpre è stato

di buon animo a farvi del bene; ed èciene di te tale isperienza,

che ne so' chiara; e tu più di me ne deb'essere chiaro. Tu di' che,

veduto che qua Matteo, sì per amore[466] della morìa, che porta

pericolo a starci, e sì perchè e' perde tenpo e non fa nulla, Nicolò è

contento[467] lo mandi costà, e ch'io lo metta in punto. Egli è vero

che qua è cominciato la morìa, e chi à 'vuto d'andare in villa se

n'è ito; e ancora pelle ville n'è morti, e quasi per tutto il contado

ne muore quand'uno e quand'un altro; e la brigata si sta per ancora

in villa; e credo, non faciendoci altrimenti danno, che torneranno

ora a Firenze. Istimasi che questo verno non farà troppo danno, ma

che a primavera comincierà a fare il fracasso: che Idio ci aiuti! e

Matteo m'à sentito dire che, sendoci morìa, non ò danari da partirmi:

ed è vero. Io non so come io me lo mandassi, chè è piccolo, ancora à

bisogno del mio governo, ed io non so come mi vivessi; che di cinque

figliuoli, rimanessi con una, cioè l'Alesandra, che ogni ora aspetto

maritalla: che il più possa istar meco non sono du' anni; che quando

vi penso, n'ò un gran dolore, di rimanere così sola. E dicoti che a

questi dì andò Matteo in villa di Marco, e stettevi se' dì, ch'io non

credetti tanto vivere ch'e' tornassi; e non avevo chi mi faciessi un

servigio; che mi pareva esere inpacciata sanza lui, poi[468] mi scrive

tutte le lettere. Da altra parte, ebbe in questa state un gran male,

e credetti che morissi: ma il buon governo lo scanpò. E ragionando col

maestro[469] dell'andar di fuori, mi disse: Voi l'avete poco caro, se

lo mandate; però ch'egli è di gientile conpressione;[470] e se avessi

un male fuor del vostro governo,[471] sì mancherebbe: sicchè, se

l'avete caro, nollo partite sì tosto da voi. E per questo, e perch'io

me ne vego bisogno, me n'uscì il pensiero. È vero che, or fa un anno,

n'avevo voglia: ma avevo ancora la Caterina in casa, che non mi pareva

eser sì sola. Ma poi senti' come Lorenzo si portava tristamente,[472]

e che d'amendue avevo avuto tanto dolore, che sendo morti no n'arei

avuto maggiore ch'i' ò, tra una cosa e l'altra, diliberai non ne mandar

più fuori, se grande bisogno non vi era: e l'ò detto co Marco e con

Antonio degli Strozi. Amendue mi dicono per ora nollo mandi: ma se pure

a primavera ci sarà la morìa grande, come si stima, esendo migliorata

a Siena e per tutto il camino per ensino a Roma, lo potre' mandare:

chè sarebbe pazzia la mia a mandallo ora, chè ora siàno nel verno; chè

diliberando mandarlo, nollo metterei per via: sicchè per ora non vi

porre pensiero. So i' meglio di niuno il bisogno vostro; e che se voi

non ve ne guadagniate, non bisogna istare a fidanza d'altro. Io per

me m'ingegnerò, per ogni modo e masserizia, di mantenervi questo poco

ch'i' ò, se 'l Comune non me lo toglie; chè non posso più difendermi.

Idio sia quello che m'aiuti; e a voi dia virtù e santà, come disidero.

Del lino, istarò a tua fidanza;[473] e se me lo mandi, mandami drentovi

libbre 10 di mandorle per la quaresima; che verranno bene nella balla

del lino. Chiegotele perchè sento costà n'è buono mercato, e qua son

care. Fa' di mandarmele, chè so è poca ispesa.

Di Marco, t'aviso ch'è buon giovane, e molto bene tiene la Caterina,

e tutti se ne porta bene,[474] e molto me ne contento; chè è di buona

virtù; ma à troppa gravezza, chè à da undici fiorini. Tutto à pagato

per ensino a qui, e se non peggiora, ne sono molto contenta di lui: che

Idio gli dia della suo' grazia. La Caterina non è per ancora grossa;

che al tenporale che è, l'ò molto caro:[475] ma istà magra della

persona, che somiglia suo padre. Idio la faccia pur sana.

A dì 4 di questo ti scrissi: manda' la sotto lettere[476] di Marco;

e perchè il fante si partì prima ch'io non credetti; credo l'arai a

un'otta con questa. E per quella ti scrissi della casetta di Nicolò

Popoleschi, che s'è venduta a Donato Ruciellai, che ci è a confini,

cioè in sulla corte, che per verun modo non si vole lasciare uscire

di mano. Filippo, rispondi presto, chè lo voglio iscrivere a Iacopo a

Bruggia.

Nè altro per questa. Idio di male ti guardi. Per la tua Allesandra fu

di Mateo degli Strozi in Firenze.

Fa' d'esser ubidente a Nicolò, e di fare il debito tuo inverso di lui,

e d'eser conosciente del bene che vi fa. Chè se così farai, anco io

viverò contenta. Che Idio per sua misericordia te ne dia grazia. A

questi dì iscrisse Matteo una lettera a Lorenzo a Vignone.

La donna fiorentina del buon tempo antico · 第 58 / 62 题