Parole dette nella solenne distribuzione dei premî alle alunne
del R. Istituto della SS. Annunziata di Firenze, il 9 settembre
1883.
_Signore e Signorine gentili_,
In quella pagina, che nelle _Confessioni_ d'Aurelio Agostino è
una delle più belle, dov'ei fa l'elogio della madre diletta, della
madre santa, che gli è morta, si legge com'ella guadagnò il marito
a Dio con la eloquenza dei costumi, e ne ottenne riverente amore e
ammirazione. Altrove, questa medesima madre ci è ritratta piangente
per la partenza del figliuolo, o per gli errori di lui: e dalle materne
lacrime riconosce egli stesso in gran parte la propria conversione, e
l'avviamento a quella che fu grandezza confermata dai secoli.[290] Il
costume e l'affetto: tale è invero la doppia potenza, con che la donna
è signora nella famiglia; quella è, nella storia umana, la parte che è
sua.
Nè, ciò affermando, si nega già alle facoltà intellettuali della
donna di potere non pur cooperare ma competere con le virili, nel dare
effetto a quelle opere ond'è attestata la porzione divina di nostra
natura. È anzi certo che la stessa delicatezza della fibra, tutt'altro
che menomare o svigorire quelle facoltà, le acuisce e quasi le snoda a
maggiore agevolezza e penetrazione: il che un antico nostro espresse
acconciamente, con dire che le donne «più acuto hanno l'intelletto e
più sùbito».[291] E il Parini, nell'Ode per laurea di donna:[292]
E so ben che il tuo sesso,
tra gli ufizi a noi cari e l'umil arte,
puote inalzarsi, e ne le dotte carte
immortalar sè stesso.
Ma nel mirabile ordine, con che le cose della natura tendono ai fini
disegnati dalla Provvidenza, coteste facoltà, che l'uomo rivolge al
conseguimento del vero, o all'utile applicazione dei dedotti principî,
o all'imitazione di esso secondo gli eterni ideali, la donna le
effonde nel sentimento, che è a lei scienza ed arte inconsapevoli.
Così all'uomo si appartiene di provvedere con fatica alle più gravi
e sostanziali necessità della vita domestica: alla donna, consolare
di amorose cure tale fatica, addolcirla, premiarla. Questo per legge
eterna, e contro ogni sorta di antiche o novelle utopie immutabile.
Le eccezioni luminose a cosiffatta legge si chiamano nella storia
d'Italia, alla quale mi giova restringer gli esempî, Caterina
Benincasa, Vittoria Colonna, Selvaggia Borghini, Maria Gaetana Agnesi,
Clotilde Tambroni, Maria Giuseppa Guacci, Caterina Franceschi Ferrucci:
nelle quali, ben si avverta, quanto maggiore l'altezza dell'ingegno,
tanto più strettamente vediamo custodirsi la gentilezza, la modestia,
la pietà femminili.
Che l'esercizio di questo suo ufficio nella famiglia e nella civil
comunanza, che il possesso di questa sua cara giurisdizione, li abbia
alla donna rivendicati e fatti sicuri il Cristianesimo, non fu mai
impugnato nemmeno da coloro, i quali rimpiansero, spesso anche con
generosi intendimenti, le virtù della società antica, fra le cui rovine
si aprì la strada il Vangelo: nè quelli stessi, pe' quali l'idea
cristiana segna regresso e servitù, oserebbero disconoscere questa
fra le altre sue benemerenze verso la umana libertà. Dove la civiltà
cristiana fu contrastata o deviata, ivi la donna è rimasta schiava:
ogni volta che nel mondo moderno le arti e le lettere, affascinate
dagli splendori immortali della classicità, hanno in una forma o in
un'altra paganeggiato, la donna ha disceso un gradino: ai dì nostri
medesimi, una certa arte, una certa letteratura, non cristiane,
sulla cui bandiera il Poeta d'Evangelina[293] leggerebbe qualche
cosa di simile a un _Più basso, Più in giù_, nulla forse hanno di più
caratteristico e di più essenziale, che la mancanza di rispetto alla
donna.
Pel costume, adunque, e per l'affetto, quali è venuta educandoli
quella civiltà che ormai da diciannove secoli governa gli umani
destini, pel costume e per l'affetto, la donna ha nel mondo signoria
sua propria; superiore di molto a quanta possano, e possono benissimo,
conquistargliene l'ingegno, gli studî, la partecipazione alle opere
virili. Pel costume e per l'affetto, la bellezza delle forme da fallace
prestigio addiviene suggello e specchio della interiore bontà, da
pericolosa attrattiva si muta in virtù salutare e benefica. E questa,
vi dicevo, com'è la vita vera della donna e di lei degna, così n'è
la storia reale e sua propria. Ma chi questa istoria racconta? chi ne
raccoglie i documenti? o meglio, i documenti dove si trovano essi?
Imperocchè non sono i fatti esteriori, non sono i nomi, non gesta
strepitose, non genealogie coronate, non tragici amori o ambizioni
o eroismi o delitti, le testimonianze di questa continua e segreta
azione, mediante la quale la donna asserisce efficacemente sè medesima.
Nella istoria palese e visibile ha essa pure la parte sua, commisurata
alla virile in proporzione delle respettive attitudini e condizioni.
Ma di cotesta, della storia che si racconta e si scrive, che negli
archivî si seppellisce e ne' libri si ravviva, la donna sarà sempre,
in confronto del suo compagno, operatrice più parca. Alla storia
delle battaglie e dei congressi, delle successioni e delle alleanze,
delle prepotenze e delle frodi, del sospetto e dell'odio, la donna
operatrice darà sempre, e mi pare che debba rimanerne contenta, scarso
e inadequato contributo. Se però de' fatti umani potesse scriversi
con eguale larghezza la storia interiore, se quella delle famiglie
connettere con la storia della nazione, se da ciò che la creatura umana
ha fatto si potesse sempre con sicurezza indurre ciò che ha pensato e
sentito; nel campo di questa istoria, tutta affettiva, tutta morale,
primeggerebbero, mie cortesi ascoltatrici, le vostre figure: la figura
della donna che ispira.
Non s'ispira solamente i poeti: nè gli occhi di Beatrice si volgono
solamente per muover Virgilio, nè solamente risplendono per sollevar
Dante di sfera in sfera nelle immensità del Paradiso. Tutto quanto
è cura affettuosa intorno a noi, ci è ispirazione al bene, conforto
all'operare, sprone verso l'alto: e delle cure affettuose siete voi,
madri, sorelle, spose, figliuole nostre, che avete il segreto. A
quell'aureola che nella poesia del medioevo italiano circonda la donna,
non tutti i raggi somministra l'«amor ch'a cor gentil ratto s'apprende»
e che «a nullo amato amar perdona»: molta di quella luce è senz'altro
dalla idealità femminile, da ciò che un altro grande Poeta ha chiamato
l'eterno Femmineo, e di cui gli aspetti sono ben più che uno solo.
Disputano oggi della personale realtà di quella nostra gentile che vi
ho nominata: dubitandosi, se veramente fu la figliuola del buon Folco
Portinari, a cui Dante pensasse narrando i melanconici amori della
sua giovinezza, ed effigiandola divina nell'azione del sacro Poema;
ovvero se alla Beatrice simbolica, quale nel Poema è di certo, manchi
la persona di donna viva e vera, che le porge quel soavissimo fra tutti
i libri, la _Vita Nuova_. Ma chi dimandasse piuttosto, se nella loro
Beatrice, qualunque ella fosse, giovinetta o donna, vicina o lontana,
per amichevole consuetudine di famiglie avvicinata o sospiratone pur il
suon della voce, invocata a compagna o in altro stato senza colpevole
desiderio ammirata; ma per ciò stesso, viva, innanzi tutto, e reale;
non raccogliessero forse que' nostri grandi e buoni maggiori il fiore
de' loro affetti verso la donna; degli affetti incerti e vaghi dell'età
prima, de' disinganni, delle memorie, de' pentimenti; degli affetti
raffermati e sanzionati nella famiglia, e dalle gioie del focolare
e della culla e dai lutti della bara consacrati per sempre; chi, pur
dubitando, dimandasse di ciò, parrebbe fantastico solamente a coloro,
che di quella vita, nella quale la pratica sapeva alla fantasia e al
cuore lasciare tanto e sì utile luogo; di quella età, i cui ultimi
simboli furono le statue di Michelangiolo pensose; giudicano coi
criteri della nostra, che ideale, oggimai non più soltanto della
critica, ma anche a un po' per volta dell'arte, andiamo costituendo, in
terreno arido e infecondo, il perchè e il percome.
La ispirazione ha segrete le vie, perchè sue sono quelle del cuore.
E quando, fanno ora poche settimane, in un giorno, come oggi questo
a Voi, di allegrezza ad altro egregio Istituto fiorentino, io sentivo
rileggere, con voce tremante d'affetto, ad una cara giovinetta lombarda
la ballata ultima di Guido Cavalcanti:
Perch'io non spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana;
quel lamentevole addio alla patria, all'amore, alla vita; e pensavo
che moglie di quell'uomo era stata una figliuola di Farinata degli
Uberti, il ghibellino salvatore della guelfa Firenze; — sposa datagli
(e si chiamava Bice), fanciulli ancora ambedue, in un istante di tregua
alle cittadine fazioni, fra altri consimili parentadi sperati pegno di
futura concordia; madre poi a lui di figliuoli, fra le cui braccia e
della moglie potè, quasi appena tornato nella sua Firenze, morire in
pace; — pensando io tutto questo di Guido, mi pareva non indegno, me
lo perdonino i critici, che nell'antico amante di monna Vanna, quale
fu il nome della sua donna poetica allorchè e' piangeva in quei versi,
e li mandava alla «bella sua donna», la vena segreta e vera di tanta
tenerezza, di tanto accoramento, di tanta pietà, fosse piuttosto il
desiderio affannoso della patria insieme e della vedovata famiglia.
In queste ispirazioni il poeta sparisce, e rimane l'uomo; e all'uomo,
non al poeta, si rivolge la donna; ed ogni donna gentile è, e sola la
donna può essere, ispiratrice. Quando il Buonarroti, mortagli Vittoria
Colonna, scrive quelle parole che, così semplici, uscite da tale anima,
sono sublimi, «Mi voleva grandissimo bene, e io non meno a lei: Morte
mi tolse uno grande amico»,[294] il divino artista e la gentildonna
e poetessa, cantata unica dall'Ariosto,[295] ci paiono discendere
dalle loro altezze, e farsi eguali ai tanti altri che nel mondo amano
e soffrono, operano e muoiono. Ma per quelle parole, quanti versi
amorosi, massime di quel secolo, si potrebbero lietamente gittare!
saggio questi, più o men pregevole o curioso, d'arte, o troppo spesso
d'artifizio; documento umano quelle, a cui la qualità delle persone
accresce, ma non dà essa, il valore: nè tutte le figure retoriche di
que' petrarchisti valgono quell'una grammaticale di Michelangiolo,
«uno grande amico»; nè l'ardimento severo di questa figura saprebbero
mai intendere gl'insidiosi pedanti che vanno oggi teorizzando su ciò
ch'e' chiamano l'emancipazione della donna. Così le convulsioncelle
de' cosiddetti moderni bozzetti, e i fremiti e i sussulti e le
arroganti trivialità di certa che vorrebb' essere poesia d'amore,
non una sola valgono di quelle pagine di prosa toscana, dove l'altro
grande scultore, sulla cui tomba recente piange l'Italia, narra una di
quelle istorie non destinate agli annali del mondo, nelle quali umile
protagonista signoreggia la donna. La donna ispiratrice di Giovanni
Duprè[296] fu una povera popolana del nostro San Piero, propriamente
dell'antico sestiere dove aveano le case i Portinari, gli Alighieri, i
Donati.
Di tale opera della donna nella vita intima delle famiglie, delle
cittadinanze e delle nazioni; opera segreta, continua, universale, e a
cui questi stessi caratteri tolgono ch'ella abbia altra istoria fuor
della memore riconoscenza de' cuori bennati; conserva Firenze nostra
testimonianze in un libro e fors'anche in un palagio de' suoi più belli
e famosi. In fronte a quel libro, ben a ragione il valentuomo che lo
compose, rivendicando agli archivî l'ufficio di servire alla storia
anche del costume e dell'affetto, scrisse: «Alle donne italiane. Le
quali prego leggano questo volume col cuore». Ma nella più nobil parte
di quel palagio ben si addirebbe un ricordo di questa donna, che nel
cuore de' figliuoli esuli, e distratti dai venturosi commerci in città
e paesi diversi, tenne vivo con le sue lettere il desiderio della
città nativa; con fanciulle fiorentine procurò il loro accasamento;
con diligenza di padre, rimasta vedova ancor giovanissima, con senno
virile, ne curò gl'interessi, e le piccole e travagliate sostanze
custodì ad essere principio e base d'immensa fortuna; ne sollecitò
coi voti e con le pratiche la revocazione dall'esilio, la quale ella
chiedeva a Dio pel supremo conforto della sua vita; e ottenutala, morì
madre consolata, suocera e nonna felice. Diciotto anni appresso, nel
1489, il maggiore de' figliuoli, divenuto oramai uno de' più grandi
mercatanti di quel tempo, e cittadino in patria dei primi, gettava le
fondamenta del palagio che vi ho detto. Chi sa forse se ciò sarebbe
stato, senza quella buona pia vecchia che dormiva e dorme in pace
sotto le volte di Santa Maria Novella! Libro prezioso coteste sue
Lettere a' figliuoli,[297] scritte nella bella lingua che dal Trecento
i quattrocentisti non letterati seppero raccogliere tuttavia pura e
potente; prezioso per la sua schiettezza e originalità. Perchè, se
del Giornale di una madre, scritto proprio giorno per giorno da una
madre vera sui piccoli avvenimenti del suo figliolino, si rallegrava
il Tommaseo[298] come di cosa opportunissima alle sue fine osservazioni
di psicologia pedagogica, quanto più l'onorando uomo si compiacerebbe,
per altri rispetti, di questa raccolta, unica che si conosca, di vere
lettere materne! egli che fra i suoi ispiratori, accanto a Dante e a
Virgilio, poneva la madre![299] Lettere materne: e non di una madre
dotta o saccente, od anche soltanto osservatrice, ma di una buona
mamma, d'una brava massaia, e null'altro; non solamente non scritte per
essere pubblicate, ma da non poterlo nè essa nè i vissuti con essa,
in pieno secolo decimoquinto, creder possibile mai; non documento
di stile, ma di pensieri e di sentimenti, nudi d'ogni ancorachè
tenue involucro letterario, anzi abbelliti (che nessun letterato ci
senta!) da sgrammaticature efficaci; non componimento epistolare,
ma puramente e semplicemente lettere: nelle quali, per bocca della
gentildonna di Firenze ancora repubblicana, parla, come se noi proprio
lo udissimo sulle piazze e per le vie d'oggi, il popolo fiorentino di
quattrocent'anni fa. O giovinette, quelle tra Voi che rimarranno in
Firenze, quando passano dinanzi a quel maestoso palagio, non ammirino
solamente il Superbo cornicione, il cortile elegantissimo, architettati
dal Cronaca, non sole le semplici e grandiose linee disegnate dal
Maianese, e agli angoli le lumiere dell'ingegnoso Caparra; ma sia
bello a Voi, giovinette, pronunziare in quell'ammirazione il nome di
una madre, il nome di Alessandra Strozzi. E Voi che in altre regioni
d'Italia nostra diletta custodirete entro il pietoso e gentile animo
le ricordanze di questa, quando fra gli altri splendori della città di
Dante, vi risovvenga di quel monumento, anche Voi benedite a quel nome;
altere di esser donne, poichè alla donna Dio concesse di poter tanto,
se vuole.
Di ricordanze s'intesse, ogni giorno che passa, l'umana vita: le
quali v'ha chi le getta dietro le spalle, e campa alla giornata; ma
i migliori gelosamente le raccolgono, e ne fanno cibo all'anima che
anch'essa vuole il suo pane, e pel più eletto tesoro le trasmettono
a chi vien dopo. Risalire per le ricordanze ne' tempi che furono, e
con le anella de' fatti rannodare le tradizioni, è della storia il più
bello e più morale attributo, e il più educativo. Ed io, ritraendo a
Voi, giovinette, in questo luogo d'educazione, cose nostre antiche, tra
le quali la ragione de' miei studî più caramente mi trattiene; e dalla
storia domestica desumendo colori al concetto naturale delineatovi
della donna; ho creduto corrispondere nel modo che migliore potessi al
cortese ed onorevole invito di essere oggi il vostro oratore. Questo
è a voi giorno di grande allegrezza; perchè da un lieto presente
vi affacciate ad un avvenire, che pe' verginali animi vostri ha
l'attrattiva dell'ignoto. Nella mia parola suona, co' suoi memori
echi, il passato. O giovinette, avvezzatevi sin d'ora a ripensare, a
ricordare! I misteri, dei quali è pieno l'avvenire, si schiudono meno
improvvisi, men paurosi, a chi più avvisatamente li affronta: l'ora,
il momento, che ci sfuggono nell'atto che li viviamo, fanno sentir meno
rapida la loro fuga a chi non tutto in quelli si adagia. La meditazione
del passato ci frutta esperienza, c'infonde forza e rassegnazione, ci
fa giudici meno agli altri severi che a noi medesimi, ci raccomanda la
carità, c'insegna la gratitudine.
E della gratitudine, che vi farà memorabile questa casa stata per sì
dolci anni la vostra; dove Voi avete portato dal seno della famiglia
caste aspirazioni a verità, bontà, bellezza, e ne ritornate, speranza e
orgoglio dei vostri, adorne di utili cognizioni, di gentili discipline,
di virtuosi propositi; della riconoscenza, che oggi più che mai sentite
obbligarvi ai valorosi insegnanti, alle savie ed amorevoli educatrici,
ai gentiluomini egregi che il Governo del Re deputò alla direzione di
questo celebre Istituto; una parte, ahimè, di cotesta gratitudine è
dovuta oggi a una tomba!
Un posto nella odierna solennità rimane qui vuoto: ed è quello che per
ventun anno ha tenuto onoratamente, come tanti altri ufficî in servigio
e decoro del suo paese, il commendatore Giuseppe Pelli Fabbroni.
Uomo di quella generazione che accolse ed alimentò le speranze del
nostro risorgimento, combattè per esso a Curtatone (balzano i cuori
a questo ricordo di gloria italiana) e vi fu gravemente ferito. Alla
operosità, al fervore pel pubblico bene, non conobbe confini; e parve
moltiplicarsi, per sopperire agl'incarichi che la pubblica fiducia
non si stancò di commettergli. Fra i più cari ebbe questo: e al
miglioramento delle norme e degli ordini onde gli studî e l'educazione
vostra sono regolati, attese indefesso: nè solamente con lo zelo ch'e'
poneva in tutte le cose di dovere, ma con l'affetto scrupoloso d'un
ottimo padre di famiglia.
Come a padre Voi ripenserete a lui, come benefattore lo ricorderete:
e in tale sentimento, e nei somiglianti a questo, la vostra anima si
conserverà quale gli educatori e i parenti vostri augurano e sperano
che sempre si mantenga: buona e serena. Per siffatto modo, il bene
frutta e perpetua il bene: perchè la voce amorevole di chi ci ha
indirizzato a virtù, séguita, pur che noi prestiamo intento l'orecchio,
a parlarci dal mondo eterno, e ci accompagna per le vie e fra gli
ostacoli di questo, confortatrice fedele.