Se non che agli uomini del secolo XIV erano ormai antiche, e da non
poter più rinnovarsi, quelle atroci battaglie che desolavano, da un
momento all'altro, l'intera città; quelle proscrizioni che schiantavano
dalla cittadinanza la metà dei cittadini; que' ritorni di sbanditi,
che alle porte della patria esiliatrice si presentavano col ferro in
mano e col fuoco. A esiliare pur troppo si seguitò; la condanna del
padre colpì i figliuoli anche nelle culle: ma la donna fu rispettata;
potè la donna rimanere nelle case vedovate, e serbarle ai ritorni con
dolorosa preghiera, nelle chiese della patria, dinanzi alle madonne
di Giotto, invocati. Diamo invece un ultimo sguardo al secolo XIII,
a questa forte età che nel grembo travaglioso conteneva pure i germi
della civiltà moderna. Ripensiamo la prima cacciata di Guelfi nel
1249, che per estremo atto nella patria, celebrano, tutti armati, le
esequie del loro portansegna messer Rustico Marignolli, lo depongono
in San Lorenzo, poi essi e le famiglie si partono e si disperdono pel
Valdarno: i Ghibellini distruggono le case deserte («maledizione del
disfare» che cominciò allora, dice la cronica),[45] e d'una torre,
che dal vecchio cimitero intorno a San Giovanni prendeva nome di
Guardamorto, vogliono «con maggiore empiezza», parole sempre della
cronica, vogliono far rovina addosso alla chiesa e battistero, come
guelfa anche lei, perchè ritrovo ab antico, e fonte di vita e riposo
in morte, di Guelfi. E nella seconda cacciata, dopo Montaperti,
«arriva in Fiorenza», lasciamo ancora parlare la cronica,[46] «la
novella della dolorosa isconfitta; e tornando i miseri fuggitivi, si
leva il pianto d'uomini e di femmine sì grande, che va sino al cielo;
imperciocchè non avea casa niuna in Fiorenza, nè piccola nè grande, che
non vi rimanesse uomo morto o preso.... I Guelfi, sanza altro comiato,
colle loro famiglie, piagnendo, uscirono di Fiorenza e andaronsene a
Lucca....»: fu una città che si riversava in un'altra. I vincitori,
con le masnade tedesche, rientrano in patria, e dentro e fuori delle
mura la demoliscono mezza. Strappano perfino rabbiosamente dalle chiese
le arche sepolcrali e le ossa dei Guelfi: e se oggi un Aldobrandino
Ottobuoni, cittadino integerrimo che ai nostri vecchi parve l'imagine
del «buono romano Fabrizio», non ha più la sua tomba in quella che
allora era Santa Reparata, si deve a quei sacrilegî;[47] a omissione,
non a reverenza, si deve, che del portansegna Marignolli sia rimasta
in San Lorenzo con le ceneri la pietra del sepolcro domestico.[48] Se
Fiorenza non fu «tolta via» tuttaquanta,[49] ognun sa che fu virtù e
gloria di un uomo. Ma a quei rifugiati in Lucca, che strazio l'udire,
impotenti a ripararvi, la rovina delle loro case, delle loro memorie,
dell'avvenire de' loro figliuoli! che furore negli uomini! che lacrime
cocenti si saranno serrate nel cuore quelle misere donne![50] Poi,
rivolta fortuna, successero le vendette guelfe, meno atroci ma più
lente, più intime, più continuate, poichè durarono quanto durò la
repubblica, dove il nome ghibellino rimase all'odio comune anche
quando più non sussisteva la cosa. Confiscati, distribuiti, dispersi
gli averi, i possessi delle famiglie ghibelline, come si distrugge il
nido d'una bestia feroce; gli Uberti, votati a esilio perpetuo, e nelle
orazioni de' Guelfi supplicato Dio che si degni di sradicarli;[51] i
Santi stessi, se del loro sangue, rimossi dall'altare;[52] vietato di
contrar matrimonio coi conti Guidi e altrettali signori di contado, e
i figliuoli di siffatte unioni sentenziati bastardi:[53] insomma, una
scomunica dalla convivenza sociale, che accompagna l'anatema con che la
Chiesa li separa dal suo grembo. Sotto questa bufera di persecuzione, i
più de' Ghibellini cedevano, e, per ritornare o rimaner cittadini, si
facevano Guelfi. Quasi soli i discendenti di Farinata rimasero fedeli
alla parte degli avi loro:[54] portarono superbamente per le terre
d'Italia la propria condanna e la propria fermezza; pagarono intrepidi,
sotto la mannaia guelfa, il debito, com'essi stessi lo chiamarono,
lasciato loro da' padri; «non mutarono aspetto, non mosser collo,
non piegarono costa», quale Dante, fra le tombe di Dite, avea veduto
giganteggiare il loro avo magnanimo, co' suoi eretici ghibellini, col
suo imperator Federigo.
Ma come in quel canto sublime, allato a cotesta figura di bronzo,
vediamo «in ginocchion levata» l'ombra affettuosa e piangente d'un
padre che cerca il figliuolo; così alle persone di quei profughi,
che pure erano figliuoli e padri e sposi e fratelli, noi congiungiamo
l'imagine delle povere, deboli creature, che dietro a loro trascinavano
il tormentoso desiderio della patria e della casa perdute. E quando
leggiamo[55] che in una di quelle illusorie pacificazioni, tornati per
pochi giorni in Firenze anche gli Uberti, fra la gente che venne loro
incontro, furono viste donne, i cui vecchi erano stati ghibellini,
baciar l'arme degli Uberti sui palvesi di quei proscritti; noi
sentiamo, a distanza di secoli, quel memore bacio, e l'alito che ne
spira di affetti consacrati dal pianto e dal sangue.
Appartengono a quelli anni del trionfo e della concordia dei Guelfi, le
feste del Calendimaggio che i cronisti e il Boccaccio[56] descrivono;
le corti bandite, con apparati allegorici d'amore;[57] la poesia
toscana che, rotto il circolo siculo provenzalesco, prende nome dal
«dolce stil novo»,[58] della quale può esser gentile imagine quel
vascelletto incantato, nel quale l'uno de' due maggiori rimatori di
cotesta scuola, Dante, affigura sè e Guido Cavalcanti e Lapo Gianni,
insieme con le loro donne, mollemente cullati dall'onde del mare
tranquillo.[59]
Ma presto si scatenò la bufera. Siccome il flagello di quelle discordie
si rivolgeva contro coloro stessi che lo impugnavano, i vincitori
Guelfi, presto gli uni con gli altri guerreggianti, fecero della
città conquistatasi e delle case loro lo scellerato teatro di altri
disordini. Si cominciò col non credere più oltre sicuro il trionfo del
popolo guelfo artigiano, senza la oppressione, anzi l'annientamento
dei Grandi: e i terribili Ordinamenti della Giustizia rinnovarono,
per le vie di Firenze guelfa, il triste spettacolo dei disfacimenti
ghibellini. Or pensate voi che possa essere stata disfatta pur una
di quelle case, senza che le donne di essa sentissero a uno a uno nel
cuore i colpi di quelle demolizioni? Pochi anni dipoi, Guelfi Bianchi
e Guelfi Neri, papa Bonifazio VIII e Carlo di Valois, si aggruppano
personaggi sinistri d'una tragedia mossa dalle Erinni familiari, la
quale ebbe fin d'allora storico e poeta degni in Dino e in Dante.
Raccogliamo brevemente, al proposito nostro, da quelle linee sparse,
la imagine della città caduta nel novembre del 1301 in mano del paciaro
francese, che al disprezzo dell'Alighieri non parve meritare nemmeno il
rinfaccio d'aver lacerato con la spada il seno di Firenze; egli, disse
il Poeta, «le aveva, pontando la lancia di Giuda, fatto scoppiare la
pancia».[60] Furono sei giorni di saccheggio e di desolazione:[61] ogni
uomo fece male a chi volle, a amico e a nemico: da tutte le parti era
un nascondersi, un trafugar roba, un fuggire: qua e colà, ogni tanto,
un palagio che bruciava: ruberie di botteghe e di case, uomini posti
alla corda, ferimenti, omicidî: in contado andar le gualdane, rubando,
ardendo, ammazzando. Non rispettato l'onor delle donne: i meno tristi
imporre ad esse e alle famiglie forzati matrimonî; fuggiti gli uomini,
rimanere donne e fanciulli alla discrezione de' nemici; sentite come!
e cuori di donna misurino il dolore di quelle poverette, a vedere così
iniquamente violato il santuario domestico: «Vennero in casa nostra
in Mercato Vecchio, di notte; rubaron quello che vi trovarono: ben
l'avevamo la sera passata sgomberata delle più care cose. Noi uomini
non v'eravamo, ch'eravamo cessati la sera dinanzi. In quella medesima
notte, ci venne in casa un'altra masnada, e rubarono di quello che
v'era rimaso. E dopo rubato, i Tosinghi e i Medici si mandavano
profferendo alle nostre donne. E non voglio che rimanga nella penna,
che quella notte furono lasciati ignudi i fanciulli, maschi e femmine,
in sul saccone, e portaron via la roba e' panni loro; che non fu fatto
in Acri per li Saracini così fatte opere e pessime».[62]
Del resto, in quella divisione di parte Guelfa tra Bianchi e Neri,
anche le donne si erano più forse che in alcun altra simile occasione,
mescolate. Nè è da maravigliarne: perocchè questa volta la discordia
si cacciava tra famiglie congiuntissime per vincoli di parte, di
consorteria, di vicinanza; e perciò turbava relazioni anche più
intime, che non da Guelfi a Ghibellini: nè a tale turbamento poteva
rimanere estranea la donna. Dice un cronista,[63] con parole nella loro
semplicità pittoresche: «Si divise la città di Firenze, e fecero di
loro due parti per modo, che non fu nè maschio nè femmina, nè grande
nè piccolo,» (intendasi di condizione) «nè frate nè prete, che diviso
non fosse». E un novelliere,[64] toccando specialmente di questo
parteggiar delle donne, e lodando a paragone la bontà di altri tempi:
«Ora che diremo dello ingegno della malizia femminina? Più acuto hanno
l'intelletto e più subito; e a fare e a dire il male assai più che gli
uomini, sono fatte parziali: chè a buon tempo elle averebbono ripresi i
mariti loro, oggi li confortano a combattere per parte. E per questo da
loro è disceso assai male nel mondo....».
Noi possiamo assistere a qualche singolare episodio di cosiffatte
guerricciuole a porte chiuse. Siamo in casa (l'ho raccontato altra
volta)[65] di messer Vieri de' Cerchi la mattina de' 23 aprile
del 1300, pochi giorni avanti che la discordia guelfa prorompa in
sanguinose violenze. È imbandita la mensa per un suntuoso convito:
e madonna Caterina, una Bardi moglie di messer Vieri, dispone a' lor
posti i convitati. Una Donati è da lei messa accanto a una gentildonna
pistoiese de' Cancellieri; e il marito, con poco prudente zelo,
l'ammonisce: «Non far così, chè non sono d'uno animo: tramezza chi
che sia». «Messere,» gli dice la Donati, che ha sentito, «voi fate una
gran villania, a far me e i miei di parte o nimici di persona: ed ho
voglia andarne di fuori». La Cerchi irritata risponde lei: «E tu te ne
va'». Il marito, dolente dello scandalo, fa le sue scuse e trattiene
la gentildonna con garbata violenza; ma il rimedio è peggior del male,
ch'ella lo rimprovera, come di scortesia, di questo porle addosso le
mani. Allora egli impazientito, «contuttochè fosse savio cavaliere»,
esclama (chiedo scusa per messer Vieri al mio gentile uditorio): «Bene
sono il diavolo le femmine!» E lascia, non si sa se andare o stare, la
furiosa Donati: ma il diverbio seguitò fra gli uomini; e poche ore dopo
co' ferri alle mani: «perocchè erano sì vicini, che l'uno sempre era a
casa l'altro».
Varchiamo soglie più segrete e gelose, quelle di San Pier Maggiore:
chiesa di monache benedettine antichissima, andata miseramente in
isfacelo un cento anni fa. La quale non può qui nominarsi, senza
ricordare che in essa i Vescovi fiorentini, quando facevano il loro
solenne ingresso, si recavano prima che altrove, e con cerimonie,
di cui ci rimangono minutissime descrizioni, inanellavano, fra riti
e pompe nuziali, la reverenda madre abbadessa, che in persona della
Chiesa fiorentina convitava e ospitava per ventiquattr'ore il novello
sposo. E ciò, dicono gl'instrumenti, «per antica e ferma consuetudine
da tanto tempo quanto è di là da memoria d'uomini».[66] Al monastero
pertanto di San Pier Maggiore, un giorno di gennaio del 1299, si
presenta Lisa di ser Guidolino da Calestano, venturiero lombardo
che fu poi cagnotto attivissimo dei Guelfi Neri,[67] e chiede di
esser ricevuta monaca. La badessa, suor Margherita, risponde che il
numero è completo, e ch'ella non può senza offesa delle costituzioni
ricevere la Lisa. Allora questa esibisce lettere del Santissimo Padre
papa Bonifazio VIII, che ingiungono senz'altro alla madre abbadessa
l'accettazione della nuova religiosa. Ma la badessa prorompe: «Che di'
tu Papa? che santissimo Padre? Bonifazio non è papa altrimenti, sibbene
il diavolo in terra tribolator de' Cristiani; ma il Signore Iddio
darà tanto potere ai Colonnesi di Roma, ch'e' faranno di lui e de'
parenti suoi quel che egli fece di loro contro diritto e giustizia». E
le porte del monastero si chiudono strepitosamente dietro l'iraconda
e, diciam pure, dantesca badessa; alla quale, del resto, non sembra
che mancasse nè la parola tagliente nè il dono della profezia: perchè
la trista violenza de' Colonna sul pontefice in Anagni la predisse
anche Dante,[68] ma a cose fatte; la badessa, quattro anni prima
che avvenisse. Questa volta però là qualificazione di «diavolo»
investiva ben altro che femmine, e non per bocca d'un cavaliere: una
sentenza della Curia vescovile a cui la Lisa, impenitente nella sua
vocazione, immediatamente ricorse, imponeva «perpetuum silentium»
a lei e al suo procuratore; con grande consolazione, non solamente
delle pinzochere fiorentine, che appunto di que' giorni mandavano
a loro spese fantaccini a crociarsi nella guerra papale contro «i
perfidi Colonnesi»,[69] ma altresì del Comune, pel quale un processo
addosso a quel Monastero di San Pier Maggiore non sarebbe stato,
com'oggi parrebbe, una cosa da poco, anzi una gravissima briga da
non aggiungersi volentieri alle molte, che in quelli anni funesti
travagliavano l'umoroso e mal disposto corpo della cittadinanza. Suor
Margherita (aggiungo in parentesi) si trova, a piccola distanza di
tempo, aver ceduto ad un'altra il seggio abbaziale, che teneva fin dal
93; poichè nelle nozze episcopali, ch'ebbero a rinnovarsi nel maggio
del 1301, ella è bensì fra le assistenti al rito, ma non essa la sposa.
Aggiungo ancora che quand'ella fu eletta, due delle monache elettrici,
agli scrutatori curiali che raccoglievano i voti, avevano risposto
che per consentire nel nome di qualsiasi delle suore volevano innanzi
consigliarsene col padre e con gli altri della casa: eccezione dagli
scrutatori respinta come disonesta e contro diritto, e a noi evidente
esser suggerita da rispetti e legami di parte, i quali avvincevano
dunque anche le donne, e quelle stesse che ogni vincolo mondano avevano
professato d'infrangere.[70]
Alle donne fiorentine di cotesti anni, mordendone con parole
acerbissime i disordinati costumi, minaccia Dante,[71] per bocca dello
spirito d'uno dei Donati, che i peccati di Firenze attireranno anche
su di esse la meritata punizione del cielo: avanti che siano adulti
i pargoletti i quali ora fanno la nanna sulle loro ginocchia, Dio le
farà triste, e avranno a «urlare» sui mali delle loro famiglie e della
loro città. Allusione indubitabile, ragguagliando le date, — o alla
rotta dei Guelfi sotto Montecatini, nel 1315, della quale un rimatore
contemporaneo[72] cantava:
Non vi ricorda di Montecatini,
come le mogli e le madri dolenti
fan vedovaggio per li Ghibellini,
e' babbi e' fratri e' figliuoli e' parenti?
— o piuttosto alle vendette imperiali che nel 1312 Dante con gli altri
Bianchi sperò e invocò da Arrigo VII sui Guelfi Neri.[73] È, a ogni
modo, notevole in relazione col nostro tema, che anche per Dante,
come per gli altri grandi interpetri dell'ideale umano, un disastro
di guerra, un civile rovescio, si concretino, nella loro più dolorosa
forma, in lutto e pianto di donne. Così presso Omero, le matrone
troiane guidate da Ecuba veneranda sollevano con alti pianti le mani a
Minerva; e nella morte di Ettore, ai lamenti della moglie e della madre
e di Elena fatale, rispondono i gemiti di tutto il popolo; e nella
caduta della città, sente, fra il crosciar delle armi e degl'incendî,
il disperato gridar delle donne la pietosa anima di Virgilio;[74] a
tenore delle cui imagini, nell'assalto di Rodomonte a Parigi,[75]
sonar per gli alti e spazïosi tetti
s'odono gridi e feminil lamenti:
le afflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e dolenti,
e abbraccian gli usci e i genïali letti
che tosto hanno a lasciare a estranie genti....
Nell'Omero fiorentino del medio evo la figurazione è meno plastica,
ma forse più potente; e la satira mesce nell'epica intonazione la sua
stridula nota:
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che il ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
chè, se l'antiveder qui non m'inganna,
prima fian triste, che le guance impeli
colui che mo' si consola con nanna.[76]
Se non che gli spiriti, al cui vaticinio confidava Dante i rammarichi e
le ire dell'ingiusto esilio, non antividero che quella esaltazione di
guelfismo, nella quale i Neri avevano trascinato il Comune, e da cui
i più onesti e temperati fra i Guelfi, come esso l'Alighieri, avevano
rifuggito, anche a costo di perder la patria; doveva ormai' quella
esaltazione guelfa, rimanere durevol forma del concetto politico a cui
avrebbe seguitato a ispirarsi, pe' suoi settant'anni di secolo XIV, il
Comune democratico, e in quella la perpetua «inferma» dell'Alighieri
«trovar posa in sulle piume» del letto suo doloroso.[77] Così fu; nè
qui accade discorrerne le varie e molteplici cagioni: fatto sta, che
la storia fiorentina del Trecento, nel cui ultimo scorcio l'oligarchia
prevalse, non offrì quelle fortunose vicende di reggimenti e di
fazioni, di disfatte e di esilî, di vincitori e di vinti, per le quali
la continua mutabilità dello stato rese alla donna così procelloso e
malfido il porto della famiglia durante il secolo XIII: dagli esodi
alternati di Ghibellini e Guelfi fra il 48 e il 67, all'ostracismo
di Giano della Bella nel 95 sbandeggiato co' suoi compresavi la
figliuola Caterina;[78] dai disfacimenti vandalici di mezza la città
sotto il piccone de' Ghibellini,[79] alle sillane proscrizioni bandite
dai Guelfi Neri contro i loro stessi compagni di Parte condannati a
divenire «ghibellini per forza».[80] Gli uomini del Trecento raccolsero
da que' feroci contrasti la tradizione democratica artigiana, che
atteggiò la vita interna del Comune a una progressiva espansione verso
la plebe; espansione inefficacemente combattuta dalle Arti maggiori,
e che fece capo al governo de' Ciompi: — ne raccolsero la tradizione
guelfa francese, che in quello stesso secolo finì con l'attirare
sulla libera città l'abietta e sconcia tirannide del Duca d'Atene, e
dispose incorreggibilmente la Repubblica a una parzialità lusinghevole
e pericolosa, i cui estremi danni sentì Firenze nel 1530, quando a
ripararli non si era più a tempo: — ne raccolsero infine la sola forma
di magistrato fiorentino che abbia avuta durata ferma, i Priori e il
Gonfalonier di Giustizia, la cui insegna popolare piantata da Giano
della Bella, trasmessa dall'una all'altra di quelle mani gagliarde, fu,
dopo quasi due secoli e mezzo, il vessillo della patria nelle ultime
battaglie della libertà.