— Noi tutte siamo tanto lusingate, non è vero mie care?
— Tanto!
— Tutte!
— Molto!
— Infinitamente.
— Già!
— Sì!
— Ma davvero!
— E come!
— Siamo tanto lusingate di accogliere, signor Perelà...
— Un uomo come voi!
— Pensate che il Re ci ha invitate a ricevervi con tutto l'onore.
— Col massimo onore.
— Come da tanto tempo non si era fatto alla corte con alcuno.
— Il Re.
— Sarete una gloria del suo regno.
— La sola.
— E ci ha fatto dire che ad ogni vostra richiesta... non potremo
rispondere: no.
— Perchè glie lo hai detto? Hai fatto male, non si può mai sapere.
— Ma voi sarete discreto non è vero?
— Oh! Discretissimo vedrai.
— Sarà come gli parrà d'essere.
— Noi ci rivolgiamo fin d'ora alla vostra delicatezza.
— Come potremo ottenere il suo interesse?
— Se vi annoieremo ci direte: basta: siamo qui per obbedirvi, non è
vero mie care?
— Sicuro!
— Certo!
— Già, sì.
— Sì, già.
— Già, già.
— Sì, sì.
— Come possiamo provarvi la nostra devozione?
— Noi sappiamo oramai tutto di voi, voi dovete sapere qualche cosa di
noi.
— Ma è vero signor Perelà che voi detterete il nuovo codice per il
nostro paese?
— Sicuro, non hai sentito ieri sera?
— Non dissero che lo dettava, dissero che avrebbe soccorso il ministro
e Torlindao.
— No signora, dissero che lo dettava, lo dettava lo dettava.
— Meglio, lo dettava lo dettava, cosa me ne importa?
— Dici che non lo dettava, lo dettava.
— Mie care è una questione inutile, se lo detterà vedremo e sapremo;
tacete. Le nostre leggi attuali, signor Perelà, hanno bisogno di
modificazioni radicalissime: poco si parla, nel vecchio codice, della
donna, e a sproposito, la donna deve entrare in assai più faccende,
bisogna, perchè le cose vadano come si deve; i signori uomini non
capiscono quasi niente.
— Niente affatto.
— E fingono di capir bene tutto
— Una tazza di _thè_?
— Il _thè_.
— Il _thè_.
— Ecco.
— Signor Perelà.
— Prendete?
— Gradite?
— Volete?
— Posso?
— Guarda come lo beve!
— Ne assaggia un sorso da ognuna
— Come siete gentile!
— Carino!
— Ah!
— Anche da me n'è vero?
— E da me?
— E da me proprio nulla?
— Io beverò dopo a questa tazza
— E tu perchè sei rimasta indietro?
— Signor Perelà non prendete il suo _thè_!
— Cosa c'ha fatto?
— Sentite, sentite come è amaro! Glie lo dava senza zucchero!
— Cattiva!
— Scompiacente e tignosa!
— Dispettosa dispettosa dispettosa!
— Vi piace?
— Proprio?
— Ah!
— Prende anche il _thè_!
— Ma voi siete un uomo come tutti gli altri allora?
— Oh! Migliore degli altri mia cara.
— Io non avrei mai creduto di conoscere sul serio un uomo di fumo.
— E di offrirgli il _thè_.
— E che lui lo bevesse!
— Quando ieri vi annunziarono in città non volli crederci.
— Io fui delle ultime a crederlo.... ma ora.... eccovi qui....
— Io ho sempre amato il fumo e ciò non m'ha stupito affatto.
— Anch'io sono sempre andata in estasi dinanzi al fumo. Sapete, dalla
finestra della villa, quando sono ospite di mia suocera, si vede la
grande ciminiera di un'officina, ed io ho passato delle ore intiere a
seguire l'esodo del fumo. Una volta il fumo usciva come alitato dalle
labbra della ciminiera, come se essa parlasse con una persona lontana
lontana, e facesse ogni sforzo per farsi intendere: _ha! pha! lha!_
Un'altra volta vidi proprio bene uscire una lunga fila di fanciulle
che si tenevano tutte per la mano, ricordate le donne che si fanno col
giornale quando siamo piccine?... Tutte attaccate per la mano....
— Le spose di Perelà.
— E quando mi dissero che c'era in città un uomo di fumo io non stupii
affatto e dissi: eh! Ma ne ho veduti centomila volte, dalla finestra di
mia suocera! Permettete signor Perelà che io vi lisci un pochino qui,
sopra un braccio. Sentite, sentite mie care, è morbido più del più fino
velluto, sentite.
— Uh!
— Un velluto inverosimile.
— Ma è sensazionale!
— È incredibile!
— Dio mio!
— Uhm!
— Che morbidezza!
— Ma sentite ma sentite!
— Sentitelo qui, qui, qui.
— Siete tutto così?
— Un cigno.
— Una nube mansueta.
— O uno di quei bei pennacchioni che saltano fuori dalle locomotive....
— Ma sentitelo in questo punto!
— Ehi, sfacciata!
— Prima che bruciaste, signor Perelà, il vostro vestito doveva essere
di un magnifico velluto.
— Oh! Rosso rubino! Ardente come....
— Taci sciocchina.
— Ed ora così tutto grigio....
— Una piuma sinistra.
— Perchè sinistra mia cara?
— Avete un aspetto tanto leale....
— E buono.
— Gentile poi....
— Io questa notte non mi potei addormentare pensando a voi, ditemi
signor Perelà, ditemi, voi pure non dormiste?
— Non le rispondete, ella fa per mettervi in imbarazzo.
— Non sai che lui non dorme mai?
— Già, dopo la sua trasformazione!
— Ed io pure non dormirò più.
— Stai zitta una buona volta! Vedete, la nostra cara amica, la Marchesa
di Bellonda, è una dolce e mite creatura, ma ha un carattere così
fantastico e malinconico che se le date retta rimarrete vittima delle
sue romanticherie.
— Piuttosto incominciamo un racconto.
— Ma un racconto leggero leggero.... come piacciono a lui.
— Riusciremo a tenervi allegro?
— Ditelo se vi annoiamo, e subito finiremo.
— Avete bisogno di qualche cosa?
— Volete ancora del _thè_?
— Un _Sandwich_?
— Un _fondant_?
— I signori uomini ieri vi avranno molto divertito coi loro svariati
argomenti, ma noi.... povere donne, ne abbiamo così pochi....
— Per un uomo come lui.
— Che cosa vuol dire?
— Vuol dire....
— Taci sciocca, che ne sai?
— Ognuna di noi cercherà nel fondo dell'anima, la sua cosa.... più
leggera. E se da tutte saprete forse la stessa cosa, perdonateci,
siamo così escluse.... I signori uomini possono appostarsi sopra un
piedistallo, col loro ingegno, colla loro scaltrezza, col loro denaro,
a noi solamente la bellezza può dare un piccolo privilegio. La politica
non ammette una sola pennellata del nostro colore sul suo quadro, la
religione ci ammette solo per cornice.
— Non possiamo celebrare.
— La scienza non ci appresta fiducia alcuna.... l'arte.... se non
è quella del canto.... I signori uomini ci riserbano che facciamo
scienza sì e no d'un po' d'amore, che loro ci richiedono poi come un
passatempo.... o peggio ancora.
— Zoe dirà per la prima. A lei spetta sempre ogni precedenza. Come
vedete, signor Perelà, ella ci supera tutte, e di gran lunga, in
bellezza, è giudicata la donna più bella del nostro regno. Avanti Zoe,
incomincia.
_La Duchessa Zoe Bolo Filzo._
— Essa ha fatto girare la testa a tutti gli uomini sapete.
— Gli ha posti tutti in ridicolo.
— Si è risa di tutti.
— E non si è concessa mai ad alcuno.
— Vuol restare fedele a suo marito.
— Cinque o sei si uccisero per lei.
— Cinque o sei? Almeno dodici mia cara.
— Vi basti ch'ella ha fatto suicidare un barone di settant'anni.
— Milionario.
— Pieno di nipoti.
— Uno di quegli uomini, signor Perelà, che dacchè è mondo, appena
appena il nostro venerato padre eterno può fare il miracolo di togliere
ai vivi.
— Ella ha fruttato alle società delle ferrovie assai più che i
pellegrini del Santo Padre.
— Un giovane avvocato le promise di uccidersi dopo un bacio solamente,
essa non volle darglielo e lui.... si uccise lo stesso.
— Mia cara quella volta però tu fosti della più infernale cattiveria.
— Non concedere all'uomo che muore per noi di potere almeno morire col
nostro bacio sulle labbra!
— E tu sei di un romanticismo del tutto teorico; l'avvocato dopo il
bacio non si sarebbe ucciso più, ed avrebbe preteso qualche altra cosa
o sarebbe andato a spacciare per il mondo che i baci della donna più
bella hanno in fondo lo stesso sapore di quelli di una donna mediocre.
Vedete signor Perelà, tutte queste mie buone amiche nella foga di
concedersi non si riserbano un istante per studiare i loro piani, e
rimangono quasi sempre avvilite, disgustate, vittime della brutalità
degli uomini. Bisogna invece che essi rimangano vittime del nostro
capriccio.
La loro vita si può esplicare sui più svariati campi d'azione dove
possono liberamente esercitare ogni loro attività, noi... ci hanno
ristrette in un unico campo, benissimo, li aspetteremo su quello.
Perchè andare a forzare le loro porte? Prepariamoci per quando verranno
a battere alla nostra. E tutta la nostra scaltrezza impieghiamola a
questo uso.
Che cosa importa a me che gli uomini che mi vengono dinanzi sieno
esperti di politica o di medicina, di commercio o di letteratura o di
scienza, quando sono del tutto inesperti nella mia scienza? Essi sono
assolutamente impreparati, io li vincerò sempre. Ad un nostro sguardo,
un gesto, un atto qualunque di seduzione, essi non sanno che c'è dalla
parte loro l'equivalente, il gesto, l'atto capace di neutralizzarlo,
niente, lo assorbono a occhi chiusi, essi ci assorbono, vedete, ci
bevono, ci buttano giù come un ubriacone vuota un dopo l'altro i
bicchieri.
Quando sono bene imbevuti di noi, proprio saturi capite, allora
scoppiano, e noi si lasciano scoppiare.
La nostra abilità è tutta nel fargli bere bere bere, giù giù giù, senza
che se ne accorgano. Loro non devono sentirsi che alla fine ubriachi.
Io godo tanto a vedermeli ballonzare attorno così accesi! Essi
illuminano grottescamente l'oscurità di questa nostra vita sciocca e
monotona.
Quando ero bambina, la notte, nel giardino di un mio buon avo, facevo
cercare tutti i rospi e ad ognuno versavo sulla groppa una buona
quantità di spirito o di benzina, poi con un fiammifero li accendevo,
e li lasciavo così liberi di correre e di saltare. Le povere bestiole
saltavano accese, e si vedevano per tutto il giardino tutte queste
fiammelle....
Più il fuoco arrivava la loro pelle e più i salti divenivano
giganteschi; io rideva!... rideva!... signor Perelà.... rideva....
Il mio buon avo morì, ed io non andai più in quel giardino, ma tanti
bravi giovinotti vollero continuare intorno a me lo spettacolo dei
rospi fuori del giardino.
Ed ora osservatemi signor Perelà, io poso le mie cinque dita così,
sull'anca sinistra morbidamente (siamo ad un ballo o ad un _thè_), ho
scorto dietro a me un giovane che non conosco e che da alcuni minuti mi
fissa, mi segue senza battere ciglio. I suoi occhi vanno poco a poco
ingrossandosi, voi potreste giurare che fra dieci o quindici minuti
essi esorbiteranno addirittura. Io continuo a parlare distrattamente
con la mia buona amica. Sollevo dall'anca le cinque dita e con tutte
e due le braccia mi appoggio alla spalliera di una sedia un po' bassa,
così, accavallo morbidamente le gambe, così. La mia veste che sarà....
di un morbidissimo raso nero o di velluto, attillata, mi avrà cinta
e seguìta in ogni movimento, come la pelle di una foca. Ma più ancora
della veste mi avrà seguita collo sguardo quel bravo giovinotto dietro
a me. Dategli un'occhiata, vedrete ch'egli ha preso la più perfetta
aria ebete che prender si possa. Ad un certo punto egli si porta una
mano alla fronte, tutto rosso, fradicio di sudore. Ci siamo. Io m'alzo
repentinamente e vado con tutte e due le mani a raccogliere alcuni
capelli che sento sparsi giù sulla nuca e per il collo, così.... così.
Il giovine, guardatelo, non può più contenersi. Mi volgo, striscio i
miei occhi su di lui rapidissimamente, e vado ad appoggiarli laggiù
nel fondo della sala, dove ci sarà senza dubbio un'altra mia carissima
amica alla quale sorrido dando alle mie labbra ondulazioni particolari.
Nove su dieci, signor Perelà, quell'uomo si farà presentare a me,
accerchierà la mia casa, riuscirà ad introdurvisi, mi soffocherà di
biglietti, di fiori, farà la sua squilibratissima dichiarazione di
folle amore, andrà sull'orlo del solito suicidio, concluderà con un
viaggetto a Montecarlo. Io non tradisco mio marito. È forse vero che
di tutte le donne del nostro regno sono la più bella? Dunque la più
assediata e tormentata dai signori uomini, e notate, con un'aspettativa
che è doppia, tripla, quadrupla, di quella ch'essi hanno per tutte le
altre. Il giorno che io mi concedessi ad uno, non potendo in fondo
dargli che tutto quello che gli hanno dato le altre prima di me,
finirei per concedergli una grande delusione; e dopo correrebbe sulle
bocche di tutti che le donne belle o brutte alla fine dei conti si
assomigliano. Questo sarebbe assai poco piacevole per me, ne convenite
signor Perelà?
_La Principessa Nadina Giunchi Del Bacchetto._
— Illustre signore e mie povere amiche, io mi rifiuto recisamente, non
solo di dire alcunchè della mia vita, ma solo di rivolgere la parola
a cotesto essere che voi avete con tanta premura raccolto. Io sono
nauseata dalla sua presenza, e assai più dal vostro contegno.
— Uh!
— Mia cara tu commetti la più immensa villania verso di lui e verso di
noi tutte!
— E tradisci l'ordine del Re!
— Ogni cittadino, per primo il Re, ha deciso di offrire grande
ospitalità a questo signore.
— Cominciando dal Re!
— Peggio per lei, si metterà in rotta colla corte!
— Ma di certo.
— Qui tu sei la sola che parla in tale maniera, nessuna di noi rifiuta
al signor Perelà tutta la sua confidenza.
— Lui dovrà dettare il nuovo codice!
— Stai fresca cara mia!
— Stolte! Insensate! Costui afferma impunemente di essere di fumo non
è vero?
— Sicuro.
— Lo è.
— Come, non lo lisciasti or ora?
— Di fumo? Ma si può imaginare cosa più stomachevole? Più schifosa? Il
fumo!
— È una cosa tanto carina invece!
— Ma non capite ch'egli finirà per deturpare nella più sconcia maniera
le nostre vesti? Ch'egli s'introdurrà per le nostre narici, negli
occhi, a darci il più grande tormento?
— Ma taci!
— Sciocca!
— Il signor Perelà non è uomo da far questo.
— Oh! Egli è assai bene educato, assai assai più di chi m'intendo io.
— È l'uomo più squisito ch'io m'abbia mai conosciuto.
— Così malinconico nella sua eccezionale natura!
— Io vi dico questo solamente: non rivolgete a me una sola domanda,
e continuategli pure tutta la vostra stolida confidenza. Ricordatevi
però che non solo quel vezzoso signorino riderà delle vostre ridicole
avventure, ma anch'io con lui.
— Che villana!
— Faremo che questo giunga agli orecchi del Re.
— Sarai cacciata dalla corte.
— E non potrai più rimetterci il piede.
— È vero che voi vi riderete di noi?
— No vero?
— Non era possibile.
— Perdonate signor Perelà il piccolo incidente, quella povera donna non
sa quello che dice, voi dovete perdonarle.
— Ma il perdono è la sua gioia.
— Non è lui fatto per l'unica dolcezza del concedere?
— Mia cara Oliva anche tu divieni ogni giorno più insopportabile con
tutte queste malinconie. Che cosa ti capita che ti fa star male così?
Tu soffri mia cara, è evidente. Non le badate signor Perelà, essa è di
un carattere tanto mai afflitto che sovente ci affligge tutte e ci fa
passare delle orribili giornate. Donna Gioconda volete dire voi qualche
cosa?
_Donna Maria Gioconda Di Cartella._
Di tutte queste signore, mio egregio amico, io sono proprio quella
che dovrebbe tacere. La mia vita fu solo di rassegnazione e di
raccoglimento. Come bene vedete io non sono più giovanissima.
Venticinque anni or sono andai sposa al signore Di Cartella, ma egli
non riuscì a superare la mia verginità, non vi riuscì allora nè vi
riuscì più mai. Io sono ancora quella fanciulla che la mia amata
Superiora consegnò un giorno nelle braccia di mia madre.
Giovane, ardente, delusa, ferita, fui sul momento capace di meditare
una vendetta e cercare altrove quel naturale sfogo alla mia rigogliosa
giovinezza, e che alla mia legale unione veniva negato.
Poi.... volli dimenticare, volli usare tutta la mia forza per vincere
una piccola battaglia su me stessa, e la vinsi.
Il mio buon compagno che non poteva avere da me amore, si ebbe la più
fedele ed affettuosa compagnia che sorella abbia potuto mai prodigare.
— La sua generosità è favolosa.
— Era tanto spiccia!
— Trovare chi supplisse alla mancanza.
— E.... all'occorrenza cambiare.
— Ma certo.
— Mie buone amiche, voi sapete ch'io portai in dote al signor Di
Cartella tutti i debiti di mia madre, e mia madre tutt'ora non
cessa ogni mese di scrivergli lettere zeppe di amari rimproveri per
sottrargli del denaro.
Mi occupai di lavori femminili, fui presidente di tutti gli istituti di
beneficenza della capitale, fondai la società per l'emancipazione della
donna. Le mie giornate si seguirono piene di lavoro e d'interesse, e
la mia esistenza non fu per questo infelice. C'è però, signor Perelà,
una cosa che tanto mi turba, e tanto mi fa star male. Il signor Di
Cartella, a certi periodi.... quasi direi a scadenza.... sul mutare
delle stagioni.... circa ogni due mesi.... egli.... si sente....
crede.... di potere ritentare un'altra volta la dura prova. Sono oramai
venticinque anni, io so punto per punto tutto quello che accadrà,
ma debbo compiacerlo. Egli si crede.... si illude.... tentando nuovi
slanci.... cercando nuove maniere.... si illude ancora.... soffre....
Oh! signor Perelà, che pena.... che pena....
_La Contessa Carmen Ilario Denza._
Io ebbi, signor Perelà, un'adolescenza molto precoce, fino dai dodici
anni presi un'imponentissima aria maschia, e la mia figura si delineò
in ogni suo dettaglio virile. Poco è in me di quella grazia che avvolge
le mie buone amiche.
Quando a quindici anni lasciai il monastero sentivo già addosso, pure
ignorando ogni informazione su tale proposito, sentivo già un bisogno
spingente terribile di avvicinarmi ad un uomo. Il caso mi fu sempre
avverso. Mentre in me cresceva questa terribile smania io non avevo
ancora trovato un giovane che mi si fosse avvicinato guardandomi con
intenzione.
Al mio orizzonte non vedeva una promessa, una speranza di finire questo
martirio.
Non riuscivo più a soffocare in me il male, soffrivo, soffrivo, passavo
le intere notti a dibattermi sul pavimento, mi comprimevo, mi pestavo,
martirizzavo le mie carni ribelli, mi facevo male, ma nulla, nulla,
nulla.
La mia faccia si faceva di un orribile colore rosso vinastro e delle
chiose vi rimanevano sempre qua e là. Questo faceva sì che gli uomini
si occupassero ancora meno di me. Ero pura ed innocente e volevo
mantenermi tale, ma erano le vene che non potevano contenere il
sangue, ed io me le sentivo accese di dentro, e circolarvi come piombo
strutto infuocato, e trasformarvisi in dinamite per scoppiare nel
cuore orribilmente in un'enorme pozzanghera di tutta la mia infelice
robustezza.
Forse, io pensava, cento volte passai per la via dove abitava l'uomo
che avrebbe potuto, vedendomi, innamorarsi di me. Bisognava però
passare cinque minuti prima, o cinque minuti dopo. Forse noi camminammo
nello stesso senso, invece che nel senso inverso, e non ci potemmo
incontrare.
Nella mia famiglia vi furono in quegli anni tre o quattro lutti
strettissimi e così tutta vestita di nero io appariva, più che una
fanciulla, una grossa vedova.
Avevo oramai venticinque anni e non il primo uomo si era avvicinato a
me, ed avrei accettato l'ultimo degli uomini oramai.
La mia sensibilità si era talmente acuita ch'io sentiva a distanza
l'odore acre del maschio, come una bestia, e seguiva per le vie questi
sfilacciamenti di profumi selvaggi, che mi facevano poi delirare e
fantasticare atrocemente chiusa nella mia stanza, mi facevano divenir
folle, mi davano i più atroci martirii.
Una notte fuggii scendendo dalla mia finestra giù sul balcone del
giardino, uscii risoluta di stendermi col primo uomo che fosse passato.
Andai per le vie deserte, andai là sotto le caserme, dove tanti uomini
giacevano. Certo ognuno si sarebbe svegliato felice di avermi fra le
braccia, e io intanto morivo di desiderio, e non comprendevo più, e
mi sarei perduta per sempre. Dopo, ritrovai un po' la coscienza, e mi
sentii avvinta dall'orrore di essere scoperta, portata chi sa dove....
forse dai miei genitori.... Corsi a casa, pensando che avrei potuto
trovare ugualmente, avrei fatto salire un uomo dalla finestra, avrei
introdotto nella mia stanza un domestico, ma essere sorpresa lì, no
no no, Dio! Che orrore! Fuggii, e salii su dal balcone, riuscii a
scavalcare la finestra della mia stanza.
Pochi giorni dopo, fu da mio padre un amico, egli veniva mandato dal
conte Ilario Denza.
Non ci eravamo mai veduti, ci incontrammo, e in poche settimane il mio
matrimonio fu celebrato.
Nei giorni che lo precederono, io notai una certa quiete che
incominciava a germogliare nel mio spirito, come una frescura nel
sangue, come se vi fossero state iniettate fiale di un balsamo
ristoratore.
Nel brevissimo tempo del fidanzamento io e il mio fidanzato fummo assai
poco insieme, e non fummo mai soli sino al giorno delle nozze.
Il conte Ilario Denza fu su di me con quella violenza, credo, di ogni
altro uomo sano e robusto. Non intendo fare a lui carico alcuno, ma
io.... io, quello che dovei soffrire, a quale prezzo di angoscia e di
lagrime ottenni di rimanere inerte e di lasciarlo agire. Io sentivo,
per lo spasimo di non poterlo respingere, già le unghie aguzze della
follìa rimestarmi dentro nel cervello, per sbriciolarlo, per togliergli
ogni sua coesione, ogni sua unità vitale, poi il vuoto dinanzi a me,
come se un essere che non era io si fosse atrocemente ribellato in me.
All'alba fuggii da mia madre, le dissi che se il conte si fosse fatto
su me un'altra volta io mi sarei uccisa in quel momento.
Fu pattuita la nostra separazione il giorno stesso. Un'aspettativa
bestiale, feroce, di dieci anni, una lacerazione lunga, interminabile,
occulta di tutto uno spirito, che si chiuse nell'ultimo grido di dolore
alla lacerazione della carne, col disgusto supremo di tutti i sensi.
Signor Perelà, io portava in me senza saperlo il mio vero marito e non
ammetteva il tradimento.
— Ella è almeno sicura di confarsi seco lui nel carattere per tutta la
vita, non è vero signor Perelà?
_La Contessa Cloe Pizzardini Ba._
Mio caro signor Perelà o voi vi sarete meravigliato al racconto delle
mie ottime amiche, o voi vi meraviglierete proprio adesso, al mio.
Ditemi francamente, non le trovate un pochino esagerate?
Io considero questo fatto semplice e comune, come una quotidiana
necessità della nostra vita. Non so concedergli nessun fascino di
mistero, e non vale per me più nè meno del mio pranzo o della mia
colazione. Io mangio di buonissimo appetito almeno quattro volte
al giorno, ed il resto.... mi capite? E come non potrei pensare di
rimanere una intera giornata senza prender cibo, non potrei pensare di
rimaner senza... voi mi capite. Non volli che un uomo se ne andasse
da me col mio rifiuto, e questo badate non fu tutto per mia virtù. I
nostri uomini possono rendersi utili, nella maniera che piace a me, sì
e no una volta la settimana. Dunque vedete che la mia virtù è in fondo
abbastanza relativa.
Di tutti non conservo generalmente nessun particolare ricordo per la
pochissima importanza ch'io concedo appunto ad un tale fatto.
Ma che cosa direste di me, se io vi dicessi che non mi disgustò talora
l'odore acre della mia stalla ma anzi... mi appetì.... e che non mi
sembrò mai duro nè incomodo giaciglio la paglia o il fieno, l'erba, la
terra o il più umile muricciuolo....
E che cosa direste infine se vi confidassi ancora che, se mai,
lasciarono piccole tracce nella mia memoria, qualche indomabile
stalliere.... qualche semplice giardiniere....
— Signor Perelà, potete farvi avanti, Cloe non rimandò mai nessuno col
suo rifiuto.
— Vorresti pronunziarti negativamente proprio questa volta?
— Niente affatto mia cara, solamente mi permetto esprimere al signor
Perelà certe mie riserve.... per certe cose io nutro di voi una fiducia
limitatissima, perdonatemi ma mi sembra che il fumo.... non sia proprio
quello che ci vuole, ma possiamo sempre vedere del resto, vedremo
vedremo.
_La Marchesa Oliva Di Bellonda._
Vi è dinanzi la donna che non amò, che non potè amare.
Voi sapete che ognuno di noi nascendo porta in sè il cuore di un'altra
persona, e una fanciulla ha il cuore di un giovane, e un giovane ha
quello di una fanciulla. Noi cerchiamo, cerchiamo il nostro cuore per
il mondo, come un mendico cerca il suo pezzo di pane; e girellando
così col cuore del quale cerchiamo il possessore crediamo ad un certo
momento di esserci incontrati con lui, tutte le apparenze ci ingannano,
tutte le speranze ci tradiscono. Quando siamo a porre i nostri cuori
bocca a bocca l'uno su l'altro, ci accorgiamo, troppo tardi, che quello
che abbiamo trovato non è il nostro, e che non abbiamo esattamente
quello del nostro compagno.
Io non trovai il mio cuore e custodisco ancora inutilmente quello di
colui che non troverò più. Sono legata all'uomo che non aveva il mio, e
al quale non potevo dare il suo che non avevo. Ho girato tanto in cerca
di colui, dov'è? È egli morto forse? Dove me lo hanno celato? Dove è
egli andato a porre il mio povero cuore, come posso io vivere senza
di esso? Sono oramai desolata, e già mi vedo raminga di porta in porta
col mio fardello d'amore. Troverò colui al quale appartiene per operare
il baratto, tramite d'indissolubile amore? Dove cerca egli? Dove cerco
io? Perchè non ci possiamo incontrare? Chi ha il mio cuore? Chi me l'ha
rubato? Quando ti potrò avere tu che lo conservi?
— Povero infelice!
— Disgraziato!
— Io auguro a quell'innocente che non riesca mai a trovarti.
— Tu mia cara hai bisogno di chi abbia tutto il tempo da perdere per
ascoltare le tue romanticherie.
— Non le date ascolto signor Perelà, ella ha per marito uno dei
migliori uomini di questo mondo, sano e robusto.
— Bestemmiatrice! Dalla salute di mio marito io non ebbi che la più
sconcia brutalità, alla quale desolatamente sottostetti.
— Anche questa è un'esagerazione.
— Se tuo marito fosse stato malaticcio, mia cara, avresti piagnucolato
per averne uno sano.
— Insensate! Chi di voi conobbe l'amore?
— Basta basta per carità.
— Tanto si sa bene dove Oliva andrà a cadere.
— È di un romanticismo così ridicolo con quel suo cuore sempre
ciondoloni....
— Non vedete che il signor Perelà si annoia?
— Parli un'altra.
— Un'altra.
— Donna Giacomina!
— Sì, sì!
— Donna Giacomina!
_Donna Giacomina Barbero Di Ca' Mucchio._
— Adesso avremo la parabola delle ciambelle!
— E l'apoteosi di Carlomignolo!
— Re Carlomignolo! Sentirete signor Perelà, è roba da crepare.
— Quello che per voi è nuovo mio caro, per noi è così vecchio.
— Tacete, questo Carlomignolo è stomachevole, io non posso pensarci
senza sentirmi tutta disgustata.
— Donna Giacomina ha la parola della scienza.
— Meglio assai di Oliva però, Donna Giacomina e il suo Carlomignolo
almeno sono molto simpatici.
— Insomma, lasciatela parlare.
— Silenzio!
— I dolcieri che fanno le ciambelle, maneggiano la pasta con grande
sveltezza e pongono sopra un asse, l'una presso l'altra, le ciambelle
pronte per il forno. Così voi non potete assolutamente giudicare della
loro riuscita.
La cottura, la maggiore o minore compattezza della pasta, il lievito,
faranno che all'uscita dal forno le ciambelle non saranno uguali fra
loro. Ve ne sarà taluna con un grosso buco rotondo, taluna oblungo,
un po' più piccolo, più ovale, taluna ne uscirà addirittura senza,
otturata. Ve ne sarà una infine nella quale il buco sarà rimasto
impercettibile, appena si può vederlo se si pone la ciambella contro la
luce. Un raggio solo vi può penetrare.
La natura, che tutti lodano maestra di perfezione, mio caro signor
Perelà, non è meno manuale del dolciere che fa le ciambelle, e gli
uomini, per quanto si assomiglino tutti fra loro, portano addosso le
più strane diversità. Ebbene, quella ciambella dove appena un raggio
poteva penetrare.... sono proprio io, io signor Perelà sono quella
ciambella.
— Non è vero che è carina?
— A me questa storiella fa sempre tanto ridere.
— A me dà però allo stomaco la faccenda di Carlomignolo.
— Avanti dite, dite, come fu che incontraste Carlomignolo.
— È colla parola della scienza che io vi parlo signor Perelà. La
mattina dopo le nozze, il mio matrimonio fu sciolto legalmente. Io fui
sulle bocche di tutti, e dovei allontanarmi per qualche tempo dal mio
paese.
La mia buona madre mi portò a viaggiare per distrarmi.
Incontrai talvolta alcuno che, per la comune simpatia, e per quel
giovanile trasporto di amore mi sembrò quello col quale ritentare la
dura prova. Piena di speranza e pur tremante di dubbio andai verso di
lui! Ahimè! Voi sapete meglio di me signor Perelà che quando si cerca
una tale cosa è proprio allora che ci si incontra nel suo contrario.
Colla mia buona madre visitai l'Europa e buona parte dell'Asia, fui
nell'India e nel Giappone, e mi accingevo a passare l'oceano, portando
così per tutto il mondo la mia infelicità, e per usare anche un poco di
quella grande ricchezza che in miglior modo mi era negato impiegare.
Noi eravamo in un pittoresco villaggio della montagna a trascorrere
il caldo dell'estate quando mia madre intese parlare da una lavandaia
di certo Carlomignolo. Mia madre senza punto scorgere nel significato
di quel nome, ma solamente attratta dalla curiosità, domandò alla
donna chi fosse quel tale e perchè lo chiamassero così. La donna si
mostrò subito tanto imbarazzata nel rispondere che mia madre, sempre
più incuriosita, incalzò nelle domande. Egli ha.... mia cara signora,
una cosa.... una cosa, mia cara signora, diceva la donna ridendo ma
arrossita e piena d'imbarazzo, una cosa.... che sembra il dito mignolo
di un fanciullo di quattro o cinque anni.
Mia madre, che non si aspettava la soluzione dell'enigma, diede un
grido, e quasi svenne. E la donna intanto incalzava: è un infelice
signora, tutte le donne del villaggio si sono burlate di lui, egli in
principio non capiva la propria sciagura.... tutti ormai lo sanno e
lo burlano e lui finirà per chiudersi nel chiostro dei capuccini. No!
No! No! gridava mia madre correndo avanti e indietro nella più feroce
impazienza. Carlomignolo venga dinanzi a me!
Mia madre tutto combinò a mia insaputa e ad insaputa di Carlomignolo.
Una mattina ella mi condusse in un leggiadro boschetto e mi lasciò sola
pregandomi di attenderla lì un poco.
Là in fondo, al principio del bosco, si aprirono d'un tratto, come
grandi portiere, due bellissimi rami, apparve nel mezzo un giovane alto
grosso robusto, biondo, con una bellissima faccia infantile rosea e
senza un solo pelo. All'aspetto poteva avere ventidue o ventitrè anni
e poteva essere il figliolo di un piccolo commerciante del villaggio o
di un qualche fattore.
Egli si fece innanzi; e per quanto impacciato e tremante, pure con aria
maestosa per la sua bellissima figura. Passandomi vicino mi chiese
con un filo di voce: la signora sua madre deve venir qui? Sarà qui a
momenti, se vi occorre qualche cosa potete attenderla. E sempre più
impacciato venne a sedermi vicino sulla nuda terra.
Come era bello! Sdraiato così tra il verde, in una attitudine forte e
maschia, quasi da eroe, eppure estremamente infantile. Incominciai a
sentirmi un poco impacciata anch'io, e piena di vergogna. Non sapendo
cosa dire gli chiesi: come vi chiamate? Carlo.... e s'interruppe.
I suoi occhi celesti si cuoprirono di due nubi turchine. Io ero tutta
turbata e lui era turbatissimo.
Quante volte avevo tremato così vicino ad un uomo! Avevo follemente
sperato.... tentato un'altra volta.... e tutto era finito in una
risata, nella più ridicola avventura, nel più crudele sgomento.
Carlo mi era vicino e tremava, ed io tremavo, ci saremmo slanciati
l'uno nella braccia dell'altro ma qualche cosa ci tratteneva, che?
Nessuno dei due sapevamo allora che cosa trattenesse l'altro, tremavamo
entrambi per la stessa pena. Come vincemmo il nostro terribile dubbio?
Non so.
Dopo qualche momento, dopo non so quale sopore, mi svegliai felice, non
credendo al prodigio. Io avevo conosciuto un uomo, signor Perelà, Carlo
aveva trovata la sua donna. La mia buona madre colla sua avvedutezza
aveva preparato il miracolo.
Il primo desiderio fu di ritornarmene in patria; ma data la inferiore
condizione sociale del mio Carlo non potei presentarlo alla società
e alla corte; egli è figlio di un piccolissimo albergatore di
quella campagna. Sul principio nessuno seppe nulla ed io potei
anche passeggiare impunemente col mio adorato consorte, ma siccome
tutti fantasticavano sui fatti miei, venne in luce la verità, e i
buoni burloni volevano portare in trionfo per la capitale il mio
Carlomignolo.
Egli vive con me, nel mio palazzo, o in alcuna delle mie ville, lungi
dagli sguardi di tutti.
— Dicono che sia un bellissimo uomo a vederlo così.
— Robusto!
— Donna Giacomina ne ha una cura....
— Sfido, dove ne troverebbe un altro?
— E pare che mangi per quattro!
— Quel po' po' di stallone!
— Io vedete, signor Perelà, se non fossi così di buon appetito, il
pensiero di cotesto Carlomignolo basterebbe a guastarmi lo stomaco per
una settimana.
— Oh! Ma tu hai uno stomaco da struzzo!
— Peccato che non facciano figlioli!
— La razza dei Carlomignoli!
— E delle ciambelle.... quasi otturate!
_La Contessa Rosa Ramino Liccio._
Io nacqui vestita, signor Perelà. Conoscete la misteriosa malìa di
questa parola: pudore? Non vi fa essa pensare a qualche cosa di tanto,
di tanto vestito ma che debba rimanervi dipoi nudo davanti?
Quando era nel monastero venivo assalita da crisi violentissime
di brividi perturbatori che si partivano dalle mie calcagna e mi
serpeggiavano dentro tutte le ossa, aggrappandomisi al collo in volute
vertiginose solo ch'io immaginassi che un uomo potesse vedere uno dei
miei polsi o un po' del mio collo. Non vi dico poi il resto. Oh! Come
io nacqui vestita! Usavo nel monastero indossare gli abiti monacali
e mi cingevo la faccia di bende fino sopra le palpebre e quasi fino
al labbro inferiore, e calavo un velo nero foltissimo sul viso se uno
doveva rivolgermi una parola sola. Portavo sempre anche i guanti.
Quando mi tolsero dal monastero mi consegnarono quindicenne nelle
braccia del mio fidanzato, il tenente Liccio. Quello che io provai
durante le pratiche amorose non potrei in alcun modo descrivervi; il
mio fidanzato, afferrato il mio temperamento, mi fece salire la scala
un gradino alla volta sempre in preda a queste vertigini per il mio
eccessivo pudore. Egli doveva violentarlo giorno per giorno cogli atti,
colle parole, cogli sguardi, e mano mano che si stendeva l'abitudine
sopra un passo già fatto egli provava un passo ancora.
Quando fummo sposi egli dovè praticare mesi e mesi per ottenere
quello che tutti gli altri mariti ottengono dalla propria moglie il
giorno stesso delle nozze. Solamente l'abitudine mitigava questa mia
ipersensibilità pudica.
Io nacqui rivestita da almeno mille mantelli, leggeri, impalpabili, e
all'unico scopo di rimanere alla fine nuda del tutto.
Il matrimonio per i primi anni ebbe tanti di quei mantelli da togliermi
che le mie ore passarono sempre più nuove, agitatissime, sempre
più interessanti e angosciose. Venne un giorno però che fatta già
l'abitudine sull'ultimo passo fatto, e io desideravo già l'avvicinarsi
del nuovo, mio marito non seppe levare quel giorno di dosso a me un
nuovo mantello, ed io di quei mille che vi ho detto sentivo di averne
ancora sopra almeno novecento. Fece ogni sforzo, il poverino, ma non
riuscì a spingersi oltre. Egli non sapeva fare di più, i suoi mantelli
forse finivano lì, era ormai nudo del tutto, ed io, ed io che me ne
sentivo addosso ancora tanti!
Quelli che prima portavo insensibilmente, leggeri, impalpabili, che mi
ero lasciata strappare con tanta dolce sofferenza, ora mi pesavano, oh,
mi soffocavano, come centinaia di cappe di piombo.
Un giorno, prendevamo il caffè, mentre mio marito mi faceva di quei
soliti oramai inutili complimenti, l'attendente era lì per non so
quale servizio, io mi lasciavo carezzare le mani e la fronte, fredda,
insensibile, ebbi la visione e il gesto risoluto che poteva liberarmi
da mi nuovo mantello e forse da molti più! Corsi a chiudere la porta
a chiave, e mi adagiai sul sofà trascinando mio marito per una mano,
i miei occhi tornarono quelli di qualche tempo prima, egli comprese.
Quello che io ho sofferto in quel giorno, quali spasimi crudeli, quali
brividi di morte, l'attendente corse all'uscio ma non potè uscire,
allora si pose in un cantone con due occhi quasi lagrimosi, e guardò,
guardò come un ebete sino alla fine. E io soffrivo, soffrivo tutte
quelle brividure terribili che mi scuotevano e mi liberavano, come un
serpente dalla veste, ogni istante da un nuovo mantello. Mio marito
pregò sempre dipoi l'attendente, il buono ed ingenuo campagnolo si
prestò, prima confuso, poi più disinvolto, poi scaltro, i suoi sguardi
divenivano sempre più maliziosi, egli incominciava a sorridere, a
sottolineare con gesti impercettibili la nostra scena, poi con gesti
arguti, osceni, parole oltraggiose, grida infami al mio indirizzo, ed
io lo fissavo avida, attratta, occupata solo di lui dal quale attingevo
tutta la mia indispensabile vergogna.
Ma il buono e semplice giovinotto ebbe anch'esso un termine, ed
io incominciai nuovamente a sentire sopra di me il peso di tutti i
rimanenti mantelli.
Fu poi un amico di mio marito, un giovane tenente. Egli stava alla
finestra leggendo il giornale, fumando una sigaretta, volgendosi di
tanto in tanto. Quegli occhi! Mi sentivo cadere cadere giù i mantelli
divenuti scarlatti di orrore. Poi anche l'amico gentile esaurì le sue
possibilità, ed un giorno furono due....
Signor Perelà, io sento che addosso a me ancora tanti ce ne sono
di questi orribili indumenti, e penso con terrore alla maniera di
liberarmene, il loro peso ogni giorno aumenta, e mi sento schiacciare
soffocare sotto il mio insopportabile vestito di pudore.
— Mia cara, con questa tua storta teoria di mantelli, io non mi
meraviglierei punto di vederti un dì o l'altro nel mezzo della strada
senza nessun mantello.
— Perchè non inviti il signor Perelà a vedere?
— Egli ha l'aria tanto riservata da fartene cascare una dozzina tutti
in una volta.
_La Baronessa Gelasia Del Prato Solìes._
Per darvi un'idea di quale effetto diverso possa ottenere una stessa
causa io vi parlerò, signor Perelà, degli occhi di _Bobì_.
La mia illustre famiglia in seguito ad insensate speculazioni per parte
del mio avo e per parte anche di mio padre, cadde in istato di quasi
assoluta miseria; e fu con somma gioia di tutti che a rialzarne un
poco le sorti si ottenne di dare me in isposa al Barone Solìes, uomo
straricco, di sessant'anni, famosissimo libertino, paralitico, pieno di
acciacchi. Io avevo allora giusti giusti diciotto anni. Il mio marito
che fu nei primissimi tempi abbastanza sopportabile, mi condusse a vita
solitaria nella sua grande tenuta di Albè.
Io viveva rassegnata, noiata, tanto da non essere capace di pensare
che il giorno che sarebbe morto il mio vecchio signore, e mi avrebbe
lasciata la metà del suo denaro, sarei stata ancora in pieno mattino
della mia giovinezza.
Egli si ammalò più gravemente, non potè più uscire, più gravemente
ancora, e rimase costretto sopra una morbida poltrona sempre più
invaso da questa paralisi che lo aveva attaccato molti anni prima.
Siccome egli era gelosissimo, non mi permetteva d'allontanarmi da lui
che per brevissimi istanti. Io leggeva leggeva leggeva per tenerlo
distratto, e ai miei piedi riposava _Bobì_, il cagnolino, il mio
vecchio e inseparabile compagno sino da quando ero fanciulla. L'uomo si
ammalò sempre di più e dovè chiedere alla fine di vedere il suo nipote
tenente, ch'era insieme con me l'erede di tutto il patrimonio. Egli
venne lassù e s'intrattenne a ravvivare un po' quel languore di vita.
Ci familiarizzammo con lui, ed egli andava e veniva, si tratteneva,
tornava via, ritornava ancora.... Si chiamava Silvio, era un bellissimo
giovane biondo ed aveva ventisei anni.
Io leggeva leggeva leggeva, il vecchio nella sua poltrona sonnecchiava
sonnecchiava sonnecchiava, il nipote mi guardava mi guardava mi
guardava, _Bobì_, presso alla mia gonnella, si stringeva si stringeva
si stringeva.
E non nacque che quello che doveva nascere, per quanto io fossi
rimbecillita e assente, una corrente di simpatia, una corrente d'amore,
una corrente di passione.
Ma come lasciare il sospettoso vecchio? Quando uno si allontanava
egli trovava sempre la maniera che l'altro rimanesse lì, e quando
Silvio non c'era io non potevo muovermi. Nemmeno quando partiva io
potevo accompagnarlo, e dovevo sempre mangiare e dormire presso il
mio insopportabile consorte. Egli sonnecchiava sempre e non dormiva
mai. Dovei ricorrere ad una di quelle piccole astuzie che a noi donne
di solito non fanno difetto. Approfittai appunto della sua fatale
insonnia per parlarne col medico. Egli mi consigliò certe presine da
somministrargli nel _thè_ o nel caffè ogni sera prima di coricarlo, e
stese la ricetta.
Di queste piccole prese, innocue, io ne somministrai assai
abbondantemente al mio caro marito, tanto ch'egli incominciò a
schiacciare, anche nel mezzo della giornata, i più deliziosi e beati
sonnellini di questo mondo.
E con Silvio allora io passeggiava per il giardino, nel parco, nel
bosco, e proprio laggiù nel verde intenso dove nessuno ci poteva
vedere, ci intrattenevamo.
Su quel morbido e fresco tappeto naturale fra tutti quei rami
abbracciati, io non vedeva più che i baratri di due occhi che
attraevano i miei giù giù, per gli scoscendimenti più vertiginosi
dell'oblìo, giù in fondo, in un fondo introvabile, infinito, e tutta
la mia bocca era immersa, perduta in una nube soave di fili d'oro.
Oh! Questo amore fresco, nuovo, dopo tutte le ore concesse al vecchio
paralitico!
Io non so, ma un giorno, proprio quando tutto il mio spirito
soccombeva, non so come potè la coda del mio occhio avere la forza di
distinguere, _Bobì_, il piccolo _Bobì_, che non mi abbandonava un solo
istante, era disteso a pochi centimetri dalla mia guancia e mi sbarrava
in faccia i suoi occhioni neri, tondi, fermi, come due bottoni di _gé_.
Fu una doccia gelata nel momento più caldo della mia vita. Silvio si
accorse, chiese, ma io non volli spiegargli.
Eppure _Bobì_ era lì vicino, lui non comprese, non lo vide guardare,
non ci pensò.... chi sa.... io non volli spiegargli il mio turbamento.
Mio marito resistè sull'orlo dell'abisso ancora tre anni, ma da quel
giorno non lo tradii più nè con Silvio nè con altri.
Dopo ch'egli morì non potei avvicinare nessuno per molto tempo. Sentivo
così bene che _Bobì_ mi avrebbe seguita, e non sarei in nessun modo
riuscita a liberarmene senza rovinare ogni incantesimo.
Tre anni dopo la morte di mio marito, il mio _Bobì_, volle morire
anche lui; aveva diciannove anni l'indimenticabile compagno della mia
giovinezza.
Dopo, io conobbi altri uomini, ma.... in quel momento istesso....
quando tutto il mio spirito soccombe, una cosa rimane, eccolo lì,
_Bobì_, _Bobì_, il mio _Bobì_, eccolo lì, a pochi centimetri dalla mia
guancia, disteso coi suoi occhioni neri spalancati, fermi, tondi, come
due bottoni di _gé_.
— Sii sincera Gelasia, tu daresti tutti gli amanti di questo mondo per
risuscitare il tuo _Bobì_.
— Eh!... Forse.
_La Principessa Bianca Delfino
Bicco Delle Catene._
Se voi avete bene ascoltato le mie buone amiche, avrete certamente
compreso, signor Perelà, come esse facciano dell'amore sempre una
questione più o meno essenziale di vita.
Io non potei mai riflettere su questo fatto, nè ricordare di me un solo
particolare.
Per me fu sempre una questione di morte.
Io non seppi con un uomo giungere che ad un punto solo, alla morte, poi
vissi naturalmente morta, e non ricordai.
La morte nel suo più rigoglioso fiorire di petali freddi, con tutto il
ghiaccio della sua vita.
Quando vicina ad un uomo io rinasceva al mondo, e ricominciavano i
miei sensi di nuovo a funzionare, il mio compagno già aveva fumata
una sigaretta e ne accendeva una seconda, si arricciava placidamente
i baffi, leggeva tranquillamente il suo giornale. Dall'orlo della
sepoltura, ancora tutta immersa, bianca, morta ancora per tre buoni
quarti, intravedeva la sua faccia calma, serena, il suo aspetto
florido, sodisfatto, il suo roseo colorito.
Che cosa era accaduto? Quanto ero rimasta sepolta?
Io ora gradatamente mi disseppellivo, ma ero davvero morta, avevo
sentito la mia temperatura abbassarsi, i brividi insinuarsi per tutte
le mie ossa, per tutte le fibre, avevo sentito i muscoli irrigidirsi
tutti, e la pelle ritirarsi in una convulsione suprema. Io era entrata
nel nulla.
L'oltraggiosa indifferenza, la cinica irriverenza colla quale i signori
uomini trattarono sempre il mio eccezionale, quasi sacro sentire,
mi inasprì a tale segno che decisi di ritirarmi ad una solitudine
contemplativa nella mia villa fuori le mura, dove tuttora io vivo.
Come avrei potuto sopportare ancora vicino a me la presenza di una così
materiale creatura?
Io viveva là solitaria, frequentavo raramente alcune amiche e facevo
continue visite al vicino cimitero dove ha la sua sepoltura la mia
adorata mamma.
Aggirandomi così fra i morti pensava sovente al loro momento supremo.
Quante volte ero morta come loro!
In che consisteva la differenza?
Che loro non si erano ancora ridestati.
Sulla sera passeggiavo lungo il viale presso la mia villa, e vidi
una volta passare un ventenne, una dolce figura esile, un'andatura
aristocratica, delle guance bianche, degli occhi nerissimi infossati,
e dei capelli scuri ricciuti. Aveva in mano dei fiori gialli. Un
adolescente dalla bocca sensuale prematuramente sfiorita, un'aria
viziata.... ma triste però, senza il raggio del sorriso nè sulle labbra
nè dentro i bellissimi occhi.
Lo guardai, egli mi guardò. Anch'io passeggiavo come lui, triste, colla
mia aria di bella dissepolta....
La sera dipoi all'ora istessa il giovane passò e passò ancora tante
sere, tutte le sere.
Sempre più bianco, la bocca sempre di più sfiorita, sensuale.
Ci guardavamo come in uno specchio.
Una sera io uscii a tarda ora, non so perchè, c'era la luna
e fui tentata di uscire.... ero presa da un tormento.... da
un'oppressione.... avevo bisogno di prendere aria....
Appena al mio cancello, ecco scorgo l'ombra di uno poggiato sul
muricciuolo in attesa. La luna gli si era liquefatta sulla fronte.
Rimasi ferma, immobile, e immobile lui: lo specchio! E l'imagine sopra
vi si avvicinò, vi si avvicinò, come ad immergersi in uno stagno di
mercurio.
Filtrava per la mia bocca il liquido gelido, e s'insinuava veloce per
tutte le vene.
Quando io distaccai le labbra dallo specchio ed aprii gli occhi, egli
aveva ancora socchiusi i suoi, gli aprì lesto, scosso, come per avere
tardato un istante a riflettere.
Quel giovine era venuto ad abitare, con sua madre, una villa a poca
distanza dalla mia, e da quella sera, tutte le sere e' incontrammo.
Signor Perelà, io avevo finalmente trovato il mio amore!
Ma.... ahimè.... il fanciullo che moriva, che sapeva morire con me,
ogni sera mi appariva più bianco, gli occhi sempre più neri e che
venivano fuori sempre da più in fondo, attorniati da due corone nere
che dilagavano ogni dì maggiormente.
Una sera egli mi disse: andiamo laggiù.... c'è la luna....
Quale desiderio io non avrei appagato al mio fanciullo?
Passammo i campi e riuscimmo proprio sotto il cimitero, là dove il muro
è basso, egli m'invitò a scalarlo e scendemmo giù fra i morti. E lui
mi spinse, mi spinse fra quelle tombe, scansando le croci, passando
fra i piccoli cancelli, i lumi, i pilastri, i cespugli di fiori sopra i
morti, e in un punto si fermò, si distese, io lo seguii, e fummo quella
sera due morti che il becchino si era dimenticato di seppellire.
Tante tante sere ancora ritornammo, e ci indugiammo là sino a notte
tarda.
Io sentivo, signor Perelà, che una vita si era oramai tutta versata
nella mia, e ne contavo i sorsi allibendo al pensiero che ognuno fosse
l'ultimo.
Una sera il mio fanciullo fu più bianco ancora, più freddo, io morii
anche di più, e quando incominciai a ridestarmi, e il calore ritornava
a popolare il mio corpo, sentii che lui era ancora immobile.
La sua bocca fredda incominciava a farsi sentire come una gomma nella
mia che riprendeva la temperatura. Rimasi ferma, egli aveva sempre
fatto così, ora la morte lo teneva un poco di più; ancora, ancora,
nulla; il mio corpo era tornato vivo caldo, e l'altro era ancora
gelido. Mi scossi, forse un malore, lo carezzai, lo palpai, lo strinsi,
nulla, nulla, attesi ancora in un'ansia disperata, attesi, nulla!
Ma allora.... ma allora.... ma allora era vero.... era veramente....
morto.
Mi alzai, la notte.... il luogo.... la ragione tornata perfettamente,
mi feci vincere dall'orrore del caso!
Avrei dovuto rendere conto della sua morte! Tanti mi vedevano la
sera con lui, si sarebbe certo dubitato, eppoi... come sarei fuggita
lasciando lì morto il mio fanciullo?
No!... No!... No!... Bisognava trovare una via!
E il farnetico mi spinse a prenderlo in braccio: lo sollevai... e
su.... su... su... scavalcai il muro, e su, via... per i campi, su,
su, su, col mio fanciullo, su, su.... radunando tutta la forza del mio
corpo esausto, su, su.... per la potenza del mio spirito esaltato, su,
su.... riuscii senza esser veduta a trascinarlo a casa, su, su.... per
la scala.... su, nella mia stanza, lo adagiai.... su.... sopra il mio
letto.... e caddi, giù, sfinita.
Le forze mi ritornarono un poco dopo, e il mio cervello si posò un
poco. Chiusa lì dentro, io guardava il mio povero fanciullo bianco....
cogli occhi socchiusi, in fondo alle due ghirlande nere, enormi,
paurose.
Viveva ancora tranquillo l'ultimo istante di ebbrezza che io gli avevo
dato. Il mio fanciullo era morto.... per me.... con me.... laggiù.
E io che lo avevo portato via dal suo luogo! Perchè lo avevo portato
via? Per paura! Per paura di me, che mi trovassero là, che mi
prendessero, mi punissero, mi straziassero, che mi facessero morire? Ma
chi poteva oramai farmi morire, ora, che il mio amore era morto?
E lì, io non dovevo ugualmente rendere conto della sua morte?
Come era morto nelle mie braccia? Non dovevo ugualmente sottopormi
alle più orribili spiegazioni? E lo avevo strappato dal suo nido,
laggiù dove lui era voluto andare quella sera, e dove era sempre voluto
tornare, per rimanervi....
E io, io che lo avevo compreso, sola al mondo, lo avevo tolto, non
avevo saputo coronare il nostro amore, avevo tutto profanato in un
momento di paura! E paura di che? Paura di me!
Lo presi ancora addosso, colle braccia abbandonate giù dietro, e colla
testa poggiata sulla mia spalla come un fanciullo che dorme, e via, via
giù per la scala, attraversai la via, attraversai ancora i campi, non
vista, non udita da alcuno lo trascinai sul muro del cimitero, e senza
scomporlo, scansando le croci, i cancelli, i cespugli, ritrovai il
suo nido, il nostro, e dove la terra era ancora calpestata dai nostri
corpi, lo deposi con tutta la devozione, ferma, sicura, senza sentirmi
punto stanca, punto affranta, ora che avevo ritrovata la mia anima;
dritta dinanzi alla mia via, dritta sul mio fanciullo morto, immobile,
aspettai. Incominciava l'alba.
— È bella e paurosa la storia di Bianca, non è vero signor Perelà? Si
rimane dipoi così silenziosi....
— Ella sempre a questo punto si ferma, come quella mattina.
— Oh! Se sapeste, corsero a vederla dai paesi vicini. Ella rimase in
piedi, immobile sul suo morto fino alla notte del dì seguente.
— E ai primi accorsi gridò: io l'uccisi! Io l'uccisi! Io l'ho ucciso!
Col mio amore!
— Con quanto fiato aveva in gola.
— E tutto raccontò.
— Bagascia! Spudorata! Le gridavano tutti.
— Trusiana!
— Budello!
— E peggio ancora, signor Perelà.
— _Tu te rappelle mon ange?_
— Ella fu per molti mesi la favola del paese.
— Non fu punita perchè era imparentata colla corte, ma c'era chi la
voleva punire ad ogni costo.
— La madre del suo amante.
— Ma se era malato anche di prima!
— È vero, egli sarebbe morto ugualmente, la sua vita era oramai
spicciolata quando Bianca lo incontrò quella sera sul viale. — Avrebbe
solo potuto spenderla in un tempo un po' più lungo.
— Ogni notte, signor Perelà, io esco dalla mia casa, mi fermo al
cancello, traverso la via, i campi, scavalco quel muro, e là dove è
il mio fanciullo io mi distendo per rendergli quell'ultimo istante di
vita. È la nostra comunione. Io muoio in quell'istante, ed egli rivive
il momento supremo del nostro amore. Non sono più che il ciborio che
custodisce quella reliquia.
I preti s'illudono di avere nella loro ostia la parte di un Dio che non
hanno, ma io ho ancora in me l'ultimo sorso di vita che gli sugai.
— Chi è che ancora non ha detto nulla?
— Quella dispettosa di Nadina.
— Enos, Enos, non ha parlato!
_M.lle Enos Copertino._
— Enos Copertino, la più grande violinista del regno!
— Signor Perelà è inutile domandare a lei. La grande artista non ha mai
aperto a nessun cuore la sua confidenza. Ella non risponderebbe.
— Essa vive insieme con la celebre attrice Catulva.
— Se ne dicono però, per quanto non le dica lei.
— Enos vive in una sua villa misteriosa dove nessuno può entrare:
nessun uomo penetra mai.
— Le è compagna la Catulva, la grande attrice drammatica.
— Si racconta che di notte, nel loro giardino, si vedono due ombre,
che sembrano due lunghissime gonne brune, che si rotolano avvinte sulla
terra. Ma.... di lei.... nessuno sa.... nessuno può dire....
«DIO»
Penso oramai come voi, Perelà, a quelle tre donne, io sono alla sommità
di un camino e le sento parlare. Il loro bisbiglio attrae ogni mio
senso, io sono incapace di vedere, e di muovere anche poco le mie
membra. Esse parlano dell'umano dolore.
Quale delle tre parla? È _Pena_? È _Rete_? È _Lama_?
Una narra tutta la _pena_ di un cuore; una spiega tutta la _rete_
che lo allacciò, quel cuore; ed una tiene in mano la _lama_ che lo
trafiggerà.
— _Dio._
— Sì! Le sento, le sento! E non so che mi spinge a distinguere una cosa
di loro. Dite, signor Perelà, dite, quale cosa desideraste più vedere
di quelle tre donne? Quale fu quella cosa che imaginaste di più, o che
vi lusingaste di avere meglio imaginata?
— Gli occhi di _Pena_, le mani di _Rete_, il sorriso di _Lama_.
— Guardate, guardatemi negli occhi, guardate le mie mani, guardate il
mio sorriso. Io mi sento in quest'istante di riassumere tutte quelle
membra!
— _Dio._
— Dite, voi credevi, dite, che la Regina avesse altri occhi? Altre
mani? Altro sorriso? Le dame della società ieri certo v'intrattennero
allegramente, ma io.... io sono la Regina....
— _Dio._
— La Regina frugare non può nel suo passato, e s'ella scruta
nell'avvenire, ahimè, voi la vedete raccogliere una spada pesante
bagnata di sangue, e trascinarsi via con quella, via lontano, via....
scomparire.
Ma io vi posso insegnare un giuoco però, un giuoco da Regina, il giuoco
che si chiama dello Stato.
— _Dio._
— Prendete, ecco le carte, queste sono le dame, tenete, questi i
cavalieri, li tengo io, qua le carte di spade. Mescolate le dame voi,
io mescolo i cavalieri, mescolate le carte di denari, io le carte di
spade.
Io alzo un cavaliere, alzate voi la dama, alzate ora una carta di
denari; il cavaliere che s'incontra colla carta più alta di denari è il
Re, la dama che gli corrisponde è la Regina.
Ecco, questo è il Re, questa la sua Regina, il denaro allo Stato.
Mescolate il Re colle carte di spade, quando il Re si combina colla
carta più alta di spade muore.
— E se non si combina?
— Finchè non si combina regna.
— E dopo?
— E dopo ve l'ho detto, muore....
— _Dio._
— Ancora, ancora. Ha un regno molto lungo questo Re. Ecco trovata, il
Re è morto, la sua Regina raccoglie quella spada e qua, nel fondo della
tavola.
— E il denaro?
— Il denaro rimane dello stato.
Un nuovo Re, una nuova Regina, il denaro allo Stato, si rimescola il
Re colle carte di spade finchè non si combina colla carta più alta che
rimane, la Regina raccoglie quella spada e qua, nel fondo della tavola.
— Questo giuoco finisce?
— Questo giuoco non finisce mai.
— _Dio._
— Si fanno nuovi Re, nuovi cuori da trapassare, nuove carte di spade,
nuovo denaro, nuove regine a cui rimane una spada da trascinare.
— _Dio._
— Maestà, per tante volte ho sentito qui dentro pronunziare una parola,
mi volsi e non potei vedere....
— Una parola?
— Sì: _Dio_.
— Oh! Non ci badate, io ci ho fatto tanto l'abitudine che non me ne
accorgo quasi più. Venite, guardate, è il mio pappagallo, è qui alla
finestra nella stanza vicina, venite.
Vedete come è bello? Io non riuscii ad insegnargli una cosa soltanto,
nulla volle imparare, ritenne solo questa parola che udì chi sa
come.... e la ripete sempre. È strano non è vero? Egli dice una grande
parola, e non può capirne il significato, che volete, povera bestiola,
che sappia lui che è Dio!
— Voi lo sapete invece?
— E come? Certamente. Chi non lo sa? Dio! Ma Dio è.... Dio! Tutti
bene lo sappiamo noi, ma lui.... Ora mi farete compagnia per la mia
passeggiata quotidiana dentro il parco reale. A momenti è per calare il
sole, la vettura già attende, è l'ora, venite.
— Maestà! Tutte quelle regine che voi ponevate in disparte colla carta
di spade.... le regine dei re morti.... nel fondo della tavola....
— Eccole, sono in fondo del parco reale. Guardatele camminare, come
pesantemente trascinano il loro manto di lutto! Guardatele come sono
tutte velate, dall'involucro nero solo il pallore del volto ne risalta.
Nella destra hanno la spada.
— E sempre si aggirano qui?
— Vivono in questo parco ombroso e umido, cimitero delle viventi,
restano sempre fuori vaganti, dentro la cancellata che le chiude.
— E non si divorano esse l'una con l'altra?
— E perchè? Non sono tutte uguali là dentro? Non furono tutte Regine
uguali? Non hanno tutte un manto uguale, un ugual velo? Me sola
divorano cogli occhi, e cennano guardandomi l'entrata del cancello.
Domani quella porta si aprirà un'altra volta forse....
Ogni sera la Regina le viene a visitare sul tramonto del sole. Ve ne
sono là dentro delle giovani e delle vecchie anche. Regina Cleofe c'è
da cinquantanni, è la più vecchia.
— Odiano o amano?
— Odiano la Regina senza spada, amano la loro memoria, trascinano la
spada che trafisse il cuore del loro Re.
Che cosa vi sembrarono signor Perelà?
— Mi sembrarono.... una enorme gabbia piena di grossi merli ai quali
sieno state impeciate le ali.