Gabriello Visconti si ritirò a Sarzana, unica terra del suo feudo, che
gli fosse rimasta fedele. Ma Le Meingre non gli consentì di godervi
quella calma, di cui egli aveva bisogno per ristorare le forze, e
riaver il coraggio alla sognata riscossa.[85]
Circondato da mille lusinghe visibilmente menzognere, già travedeva
sul volto de' suoi vassalli il contagio della seduzione straniera.
Nel 1406 abbandonò Sarzana, lasciandovi un governatore, e si diresse
alla corte di Gianmaria Visconti, nella speranza di trovare presso
il fratello quell'appoggio, ch'egli era deciso di non più accettare
dall'amico infido. — Appena fu lontano da Sarzana, i cittadini,
istigati da chi governava in suo nome, e sedotti dalle libertà promesse
dall'astuto Bocicaldo, si ribellarono contro la dominazione viscontea,
e dichiararono di voler fare sorte comune coi genovesi.
Irritato dal procedere sleale de' suoi vassalli, e più ancora dagli
scelerati intrighi del governatore di Genova, che mirava a privarlo
di tutto, s'unì ai ghibellini nell'intento di porre un freno alle
ambiziose mire dei francesi. Battuto una volta dai guelfi, capitanati
da Jacopo dal Verme, presso Binasco l'anno 1407, trovò un ricovero ed
una prigione nel castello di Porta Giovia in Milano. L'anno seguente
cambiò il carcere nel bando; errò qualche tempo per le città del
Piemonte; e alla fine risolvette di recarsi a Genova per chiedere
al governatore la somma di ottanta mila fiorini d'oro, che gli erano
ancora dovuti per la cessione di Pisa. — Ma Le Meingre, mallevadore
del contratto e depositario della somma, trovò miglior partito di
sbarazzarsi del creditore, accusandolo di essere venuto a Genova per
congiurare a danno dei guelfi, e per rimettere la città in potere dei
ghibellini. Gabriello fu quindi imprigionato; la stranissima accusa
venne autenticata dalla tortura: e il reo, posto ai tormenti, confessò
l'imaginaria conspirazione e la sua complicità; onde fu dannato a morte
e decapitato, il 15 dicembre 1408. Dopo ciò, Le Meingre ritenne la
somma come legale confisca dei beni di un fellone.
Dio era stato pietoso chiamando a sè la povera Agnese prima di
quell'infaustissimo giorno.