CLVII.

Io credo che, se le erbe selvatiche di uno scopeto fossero dotate

della parola, non se ne varrebbero per lodare un albero frondoso e

fruttifero, che per caso surgesse loro nel mezzo. V'ha un genere di

miseria, che non riconosce sè stessa, e che si mostra quasi superba

della propria nullità. Vi sono degli invidiosi che tentano di

consolarsi, negando agli invidiati quel merito che da loro appresero

a desiderare. — Questa è una delle ragioni per cui gli storici dei

secoli passati, ed i potenti che gl'inspirarono, non riconobbero nel

nostro eroe una fortunata eccezione dei tempi. — Le successive sventure

guidarono i posteri a più equo giudizio; il male fece apprezzare il

rimedio, quando l'opportunità di applicarlo era passata.

Ma la storia dei fatti, che ne mostra lo scopo a cui mirava quel

principe, è ben diversa dalla storia dell'uomo e delle cause delle sue

azioni. — La prima scende a cercare le conseguenze, l'altra risale a

scoprire l'origine degli avvenimenti.

Non è sempre vero che le grandi imprese sieno il risultato di virtù

egualmente grandi. Come v'ha talvolta il figlio degenere dal padre,

così vi sono delle piccole cagioni che partoriscono grandiosi

effetti. Questo avviene tanto più facilmente se il caso si compiace

di accumulare varie piccole circostanze, e di farle concorrere ad uno

scopo unico e determinato. — L'albero, che ombreggia il campo sterile,

non è debitore della sua prosperità soltanto all'ottima natura del

seme; è probabile che il concorso di molti incidenti, parzialmente

inefficaci, abbiano contribuito a sollevarlo dalla miseria che lo

circonda.

Vediamo brevemente se la vita di Giangaleazzo può dirsi determinata

dalla fortuita associazione di circostanze atte a favorire in lui lo

sviluppo di tendenze speciali: e, in caso affermativo, quali esse sieno

state.

Per certo non gli poteva bastare l'aver sortito dalla natura

un ingegno sagace, una volontà ferma, una costanza di proposito

privilegiata. Altri prima di lui possedevano queste doti; nessuno vide

meglio e vagheggiò più da vicino la meta. — Era egli forse guidato

dall'ambizione? Questo sentimento, fonte ordinaria delle più ardite

imprese, è per solito insofferente degli indugi ed indisciplinato

nell'uso dei mezzi. Non è a credersi ch'egli avrebbe saputo sacrificare

a questo idolo la sua gioventù, nè che avrebbe aspirato a meritarsi

la gloria e l'immortalità, sopportando la dimenticanza e lo sprezzo

pei migliori anni della sua vita. L'ambizioso non cede la certa gloria

dell'oggi, per la incerta del dimani; non aspira alla potenza, battendo

la via delle umiliazioni. Egli obedisce alla propria passione; non la

domina, nè la contiene, molto meno la dirige a nobile scopo. — Colui

che sa mettere d'accordo i suoi individuali interessi con quelli di un

popolo, che fa della gloria del suo paese la gloria sua, fosse anche

stimolato dal meno nobile amore di sè, non deve essere accusato di

colpevole ambizione.

Tutti gli atti, che inspirarono il governo del primo duca, rivelano

in lui una mitezza di carattere nuova pei tempi; egli fu dunque

ambizioso d'apparire giusto, clemente, umano. Vide che i tirannelli

moltiplicavano in Italia i punti di contatto tra le terre nostre e lo

straniero; egli ebbe l'ambizione di sostituire al secolare despotismo

dei feudatarj dell'impero una sovranità forte, assoluta, ma unica e

nazionale. Divenuta la guerra un bisogno, egli ambì di avere a' suoi

stipendii i migliori capitani, e rialzò la fatale necessità delle armi

al grado di gloria italiana. Infine, mentre i suoi capitani vincevano

per lui, egli ambiva di associare il suo nome allo splendore dei

monumenti e alla saggezza delle civili instituzioni.

Una gran parte di tutto ciò, era merito del suo animo. Però, com'egli

vinceva i nemici col braccio de' suoi soldati, così superava le interne

lotte dell'animo ajutato dagli affetti delle persone care. — L'idea

di Maffiolo Mantegazza era divenuta sua; l'amore di Agnese non era il

premio, ma piuttosto il motore delle sue azioni.

Noi abbiamo lasciata l'infelice madre a Pavia, sfuggita per prodigio

da una perfida insidia, tramata dalla gelosia della principessa

Caterina. Costei scordò le sue vendette, quando lo sposo, lanciandosi

nelle ardite imprese, le fece travedere lo splendore di una grandezza

inaspettata. Cessò di volgere l'occhio sinistro alla supposta rivale,

dacchè riconobbe che ella sola poteva spingere il duca sulla via della

gloria. Tre anni dopo la cattura di Barnabò, Caterina divenne madre.

Questo fatto, che distruggeva le supposizioni del malefico prestigio

della rivale, cancellò ogni avanzo di rancore, e risvegliò in lei a pro

d'Agnese tutta quella benevolenza, di che il suo cuore era capace.

Agnese, non più l'amante di Giangaleazzo, era il genio delle sue

vittorie. — La severa presenza di questa donna aveva finalmente

costretto al silenzio le malediche lingue degli scioperati. V'ha nella

virtù un'impronta così solenne ed autorevole, che comanda rispetto

perfino ai malvagi.

Il pensiero di Maffiolo, reso sacro dalla sua morte e riscaldato

dall'amore ardentissimo per la figlia di lui, diveniva pel duca un

destino, una necessità, un voto che non si poteva infrangere. — Agnese

glielo ricordava col suo aspetto, colla pratica costante delle sue

virtù, colle prove sviscerate del suo amore materno, la cui dolcezza,

malgrado ogni riserbo, risaliva fino a lui. — Tra il duca ed Agnese

esisteva il piccolo Gabriello. — Non era dunque necessario che l'uno

rammentasse all'altro le gioje trascorse e le mutue promesse; queste

e quelle erano quotidianamente resuscitate dalla presenza di un pegno

d'amore, sul quale s'incontravano e s'abbracciavano in silenzio due

esistenze allontanate, ma non divise.

Grande è la potenza di un affetto. A quei tempi, sotto la cotta

d'armi, non di rado palpitavano cuori sì morbosamente sensibili

che, tenendo in niun cale la vita, l'esponevano ad aspri cimenti per

meritare il sorriso di una donna. Ma gli effetti di questi improvisi

incendj erano passaggieri, come il premio a cui aspiravano. L'impero

d'Agnese sull'animo del duca non fu mai nè artificioso, nè violento.

Non aveva ella bisogno di porre in rilievo le sue doti; e molto meno

di soggiogare colla forza delle armi feminili un animo già troppo

a lei vincolato. — Il duca era stretto ad Agnese da un legame assai

più nobile. L'affetto di costei era il tacito moderatore delle sue

impazienze, il discreto consigliero delle sue incertezze, il fido

alleato, sempre pronto a dividere con lui la buona come la mala

fortuna.

Asserirono gli storici che Giangaleazzo, al principio del suo governo,

fosse timido ed inetto a grandi cose. — Lo fu difatto: ma cessò di

esserlo quel giorno in cui scoperse d'avere al fianco il genio della

patria incarnato nella erede di Maffiolo. — Ecco l'unica e fortuita

circostanza, che trasse dal nulla l'uomo, e lo avvicinò agli eroi.

Senza l'amore di questa donna, senza il vivo ed efficace impulso delle

sue sollecitudini, egli avrebbe lasciato languire il suo disegno,

disperando forse di vederlo compiuto.

Un legame sì nuovo e sì straordinario non si allentò mai; perocchè

Agnese, esperta del passato, lo aveva posto sotto la salvaguardia della

virtù. — L'amante poteva essere tradita una seconda volta; l'amica

diveniva inviolabile. — Perciò nei ritrovi privati ella ebbe cura

d'aver sempre vicino a sè il piccolo Gabriello: la sua presenza era

un ricordo ed un avviso. Temperante nella parola, non abusò mai del

potere che ella aveva sul cuore del duca. Interrogata (e lo era spesso)

traduceva nell'affettuoso linguaggio dell'amicizia la rigida sapienza

di suo padre. Qualche volta ella si trovò discorde dall'opinione di chi

l'interrogava; e quasi sempre la restía volontà del principe dovette

piegarsi all'ingenuo buon senso di una debole creatura.

Mentre il duca con una fortuna prodigiosa abbatteva i piccoli

tirannelli, Agnese, felicitandolo della vittoria, soleva ripetergli —

“riàlzati quanto più puoi da costoro che hai prostrato nella polvere,

solleva il tuo trono colle savie leggi„.

Quando il duca cadde infermo a Marignano, fu grande il dolore de' suoi

famigliari. La stessa Caterina escì dalla sua naturale immobilità; si

mostrò commossa, ed ebbe gli occhi pieni di lacrime. — Ma in mezzo a

quelle molteplici espressioni di un dolore sincero, la più viva e la

più solenne testimonianza d'affetto gli fu data da Agnese. Ella non

piangeva, e non pregava colla parola; le sue membra erano immobili, ma

le sue pupille, con un'ansietà febrile ed un'angoscia indescrivibile,

cercavano il lume ormai spento negli sguardi del moribondo, come una

donna vana cerca nella polvere lo smarrito giojello.

Quando il duca ebbe esalato l'ultimo respiro, Caterina inventò

pianti, singhiozzi, stridi adeguati alla circostanza. Le dame si

studiavano d'imitarla. Agnese soltanto taceva; ma il suo silenzio, la

prostrazione delle forze, il pallore mortale delle sue gote, furono un

elogio funebre assai più eloquente, che non le smanie venderecce dei

cortigiani e le ampollose declamazioni degli oratori.

Agnese pensò che il voto solenne di suo padre non era sciolto. Ella

previde, che Dio protraeva ad altro secolo la sacra impresa di far

libera la patria.

Compiuto il rito funebre, Agnese stabilì di abbandonare Milano e di

ritirarsi a Pisa che, per testamento del duca, era concessa in feudo

a Gabriello Visconti. Partirono con lei il figlio già diciottenne e

Canziana; la quale, benchè vecchia ed infermiccia, aveva colle lacrime

agli occhi implorata la grazia di morire vicino a' suoi padroni.

In quella città credette Agnese di trovar rimedio al suo dolore.

Si propose di vivere nel passato, di raccomandare l'avvenire di suo

figlio all'amore del popolo, di spargere in mezzo ad esso il salutare

esempio della virtù e della carità verso la patria. Sperò l'infelice

di potere ivi promovere e coltivare i reconditi disegni di suo padre

e del duca. E poichè non era suonata l'ora del riscatto d'Italia, ella

aveva risoluto di affidare ad un popolo generoso e guerriero il sacro

deposito della grande idea, certa che, ove fosse compresa, sarebbe in

breve divenuta feconda dei più luminosi risultamenti. — Ella s'ingannò.

Morto il duca di Milano, i capitani, che guidavano le sue armi, non

poterono accomodarsi ad una reggenza gretta, ingenerosa, sorda ad

ogni consiglio. — Disfatto l'esercito italiano, Firenze riacquistò

la sua libertà municipale. Il suo vessillo escì come in trionfo dalle

mura sguernite, e portò nel territorio vicino, col rancore del subíto

oltraggio, il desiderio della vendetta. Pisa fu la prima città, che udì

l'invito, e si sollevò contro il biscione. Le gravezze, inseparabili

da qualunque governo, sembrarono esorbitanti ai Pisani, i quali troppo

a malincuore s'accomodavano all'obedienza verso una sovranità lontana,

che essi chiamavano straniera ed intrusa. — Alcuni cittadini aprirono

secrete pratiche con Firenze per liberarsi dal dominio dei Visconti.

La congiura fu scoperta; e Gabriello, intimorito dalle minaccie del

popolo e de' suoi vicini, credette spegnere la ribellione dannando a

morte Francesco Agliato, capo e promotore di essa. Il castigo produsse

l'effetto di una provocazione: i Pisani aggiunsero al malinteso dovere

di liberare la patria il non ignobile proposito di vendicare la morte

di un concittadino. Ruppero allora in aperta rivolta; ed, ajutati dalle

milizie fiorentine, piombarono sulle schiere dei Visconti, e per poco

non le dispersero.

I soldati di Gabriello, educati alla nobile scuola dei condottieri di

suo padre, si difesero una prima volta, e respinsero gloriosamente

l'assalto. Ma poco dopo il giovine Visconti, che non aveva fiducia

nelle proprie forze, osò, inconsulta la madre, soscrivere con Bocicaldo

Le Meingre, governatore di Genova in nome del re di Francia, un

trattato di alleanza, in virtù del quale egli cedeva al re il porto di

Livorno, a patto che le armi francesi lo proteggessero dalle insidie

dei Fiorentini.

Gabriello accolse con giubilo i primi frutti di questa sciaguratissima

alleanza. Agnese, che serbava scritte nel cuore le saggie parole di suo

padre, vi si rassegnò, sospirando, e pregando Iddio che disperdesse i

suoi funesti presentimenti.

I buoni officii del governatore francese ottennero a pro di Gabriello

una tregua d'armi; intanto che i Fiorentini proponevano di riscattar

Pisa a denaro. L'offerta, male accetta al Visconti, tornò opportuna al

suo alleato, che in quel punto desiderava l'amicizia di Firenze, ed

agognava a mettere mano sul prezzo, per sottrarre da esso una pingue

senseria. — I Pisani, informati delle trattative avviate, lieti di far

sorte comune con Firenze, non pensarono che il mediatore dell'intrigo

era tal uomo, che non avrebbe mai posposti i suoi interessi a quelli di

una povera città italiana. La speranza del promesso riscatto li fece

sordi e ciechi ad ogni savia rimostranza. Il popolo pisano convalidò

la proposta, ripigliando le armi contro il Visconti. — Il giorno 20

luglio 1405 Pisa era divenuta un campo di battaglia. Alla frantesa

convinzione, che in quel dì si combattesse per la salute della patria,

tutto il popolo si levò furibondo, ed attaccò con eroico coraggio le

schiere del Visconti. Queste si difesero con pari valore; respinsero

una, due volte l'attacco; ma alla fine dovettero cedere al numero e

all'impeto dei rivoltosi. — Gabriello ed Agnese, seguiti dalla vecchia

compagna, ebbero scampo nella rôcca, presidiata da soli duecento

cavalieri e da pochi fanti.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 94 / 103 题