Di Barnabò Visconti e del suo governo si è detto nelle pagine
antecedenti quanto basta a darne un'idea. Non sarà mestieri aggiunger
molto per persuadere il lettore che egli fu uno dei peggiori nostri
prìncipi. La fantastica crudeltà, il genio feroce di lui hanno tal
fama, che sono passati in proverbio.
Altra volta, parlando dei Visconti e degli Sforza, mi provai a
difenderli dai giudizj troppo severi degli annalisti posteriori. — Gli
storici, o vinti o ingannati dall'influenza del dominio straniero,
credettero tenere in credito i tempi loro, dipingendo con colori
esagerati i precedenti. Soltanto chi guarda le due epoche ad una certa
distanza, instituendo un accurato raffronto fra il bene ed il male
delle due epoche storiche, potrà dare un equo giudizio di ciascuna.
Se il bene è scarsissimo nell'una e nell'altra, il male, benchè molto
in ambedue, permette una distinzione assai importante. — Nei nostri
tiranni è a deplorarsi il delirio dell'uomo; nei dominii stranieri,
che raccolsero l'eredità loro, è a combattersi un principio sovversivo
d'ogni ragione civile. I primi versarono il sangue dei fratelli che
non avevano abdicato ai diritti loro, e perciò si commovevano al
vederli concultati; gli altri adoprarono la frusta, perchè il di più
era troppo per una greggia di schiavi. In quelli, la successione è
varia, alterna; i prìncipi miti e generosi ristorano bene spesso le
stanche popolazioni dai sofferti oltraggi, e resuscitano l'amore della
libertà, non morto, ma intorpidito nel cuore dei soggetti. In questi,
il succedersi dei prìncipi è un fatto insignificante: sopravive ad
essi, e regna con essi, il principio della conquista, che fa pessimi i
cattivi, e non permette ai buoni di mostrarsi quali vorrebbero essere.
Contro i nostri tiranni vediamo a quando a quando sollevarsi il popolo,
per chiedere ed ottenere vendetta. Il suo sdegno, talvolta inopportuno,
spesso, intemperante, è pur sempre generoso. Contro lo straniero una
turba stanca ed avvilita non oppone che la infeconda virtù dei popoli
oppressi, la rassegnazione.
Ad ogni modo, in un tempo in cui la nuda verità era tolta in sospetto,
nulla di più provido che il mostrarla sotto un velo che l'adombrasse
senza tradirla. La rivendicazione della fama dei nostri prìncipi non
era soltanto un atto di ossequio alla storica imparzialità; ma diveniva
un mezzo, l'unico mezzo possibile, per dire ai nostri oppressori: —
nulla di più esiziale di voi; la tirannide dei nostri vecchi ci è più
cara che l'ipocrita pietà dei vostri filosofi. Meno male la vista del
sangue, che l'atonía, a cui voi ci condannate.
“Tra i nostri duchi alcuni furono ottimi; altri al livello dei tempi
crudeli; pochi soltanto si mostrarono come un'odiosa eccezione della
natura umana[76]„; e Barnabò fu appunto uno di queste. — La sua
politica non ebbe mai uno scopo fisso; errò in balía di una volontà,
che non aveva direzione o guida. Quando l'arbitrio suo era abbracciato
per forza da tutti, e poteva essere lume o scorta alla condotta de'
suoi soggetti, egli si ribellava contro i suoi stessi voleri. Fu
crudele, dispotico, sanguinario, pel solo diletto di provare al mondo
ch'egli era potente. Nemmanco a caso gli sfuggì un atto generoso;
non premiò alcuno fra quei pochi che gli erano o gli si mostravano
affezionati. Eppure la stessa ferocia e la gelosa tenacità del comando
svilupparono in lui una delle più pregevoli doti di un principe.
Egli non fu servo ad alcuno; non si piegò a preghiera, e molto meno a
comando o ad autorità altrui. Il suo volere fu legge per tutti entro i
confini del suo piccolo stato; e non subì mai influenza dal di fuori.
Ebbe più volte la fortuna avversa; e l'affrontò con coraggio. Conscio
del pericolo, ma confidente nella propria stella, ne escì sempre col
minor male.
Agli sdegni della corte d'Avignone oppose l'indifferenza e lo sprezzo.
La lotta tra lui e la Chiesa durò quanto il suo governo; nè mai si
ritrasse da' suoi propositi per minaccia di nemici o per lusinga di
alleati. La sua coscienza, corazzata di un cinismo invulnerabile,
lo rese impavido e sereno sotto il peso delle scomuniche che a quei
dì facevano tremare i suoi pari. Non rinunciò alle sue pretensioni
su Bologna, anche dopo la scomunica di Innocenzo VI. — Grimoaldo,
abate di S. Benedetto, colui che per ordine di Barnabò aveva dovuto
inghiottire la bolla pontificia sul ponte di Marignano, divenuto papa
col nome di Urbano V, volle vendicare l'oltraggio fatto ad un legato
della corte romana scagliando l'interdetto contro l'empio violatore
del diritto delle genti. Barnabò permise che l'arcivescovo di Milano
si presentasse a lui, e gli porgesse il breve pontificio; volle anzi
sentirsi dichiarare eretico e scomunicato: poscia, con quel piglio che
non ammetteva remissione, lo fece inginocchiare davanti a sè, e gli
disse in barbaro latino — “non sai tu, o poltrone, che io sono papa ed
imperatore nelle mie terre?„ — e, come se ciò fosse poco, scomunicò
alla sua volta il papa, e costrinse un prete a leggere in publico la
bolla dell'interdetto.
Gregorio XI lo percosse una terza volta colle armi spirituali per
le inaudite crudeltà commesse contro i guelfi. Quest'ultima prova
non ebbe miglior successo delle altre. — Le ripetute irrisioni
suscitarono due crociate contro di lui. Armeggiarono in suo danno
l'imperatore, Giovanna di Napoli, il marchese di Monferrato, gli
Estensi, i Carraresi, i Gonzaga. L'esercito della lega s'ingrossò
d'Ungari, e d'Inglesi. Barnabò, principe debolissimo a fronte di un
nemico tanto formidabile, malsicuro della fedeltà de' suoi sudditi,
prosciolti dai giuramenti in virtù dell'interdetto, capitano impetuoso
ma ignaro dell'arte militare, eluse i disegni della crociata; ed, ora
schermendosi coll'inganno, ora stancheggiando il nemico colle tregue,
costrinse la lega a firmare una pace meno indecorosa per lui che pe'
suoi potenti avversarii. Dopo di che, il principe, dianzi spodestato e
messo al bando, divenne più imperioso, più temuto; dai nemici, e meglio
obedito dai soggetti.
Quando l'imperatore Carlo IV lo privò della dignità di vicario
imperiale, egli mostrò di aggradire questa prova di sdegno, dicendo:
— non essere egli vicario di alcuno, ma signore assoluto dei proprii
stati.
Un'altra lega, non meno potente della prima, si strinse allora a
suo danno. Questa volle far precedere le negoziazioni alle ostilità.
Trattavasi di convincerlo essere per lui cosa equa ed utile il deporre
le sue pretensioni sulle terre spettanti alla s. Sede. Barnabò, poichè
ebbe ascoltato i ministri della lega, li chiamò pazzi, e come tali li
costrinse a vestire abiti bianchi ed a montare su ridicoli ronzini;
poi a furia di popolo li mandò in volta per le vie di Milano; e, prima
di congedarli, li fece sostare due ore alla porta della città, perchè
raccogliessero le fischiate e le villanie della plebe.
Ma tali eccessi, che attestano una libidine di potere ed una
temerità del pari stolte ed estreme, potevano in qualche modo tornare
utili e graditi a' suoi soggetti? Le continue guerre esaurivano il
tesoro; i balzelli e le concussioni, poichè i mezzi ordinarii erano
insufficienti, dovevano ristorarlo. In mancanza dello spontaneo
concorso de' suoi cittadini, stanchi di sostenere col denaro e col
sangue le sue stolte imprese, dovette più volte, con orribili minaccie
e con castighi ancor più orribili, richiamarli all'obedienza. A Modena
raccolse una parte del suo esercito disperso, punendo i morosi con
supplicii inauditi. La fortuna non gli era sempre propizia; parziali
sconfitte gli fecero perdere Bologna, Modena e le terre finitime.
Reduce dalle sue temerarie spedizioni, egli ebbe solo a rallegrarsi
d'aver prodigiosamente poste in salvo la persona e la sovranità, e di
conservare intatto il suo coraggio per una vicina riscossa.
Delle leggi interne non si occupò gran fatto. Le buone, prezioso
avanzo del governo popolare, raccolte e sancite dai suoi predecessori,
non abrogò; ma, lasciandole neglette nel corpo degli statuti od
affidandone l'osservanza ed il profitto ai magistrati, ne permise,
e quasi ne protesse la violazione. Egli intanto attese ad infarcire
un codice fin troppo saggio pei tempi, con una prodigiosa congerie
di decreti, consigliati dal capriccio, o suggeriti da un improvido
zelo, ma più spesso dettati dalla sua natura feroce e capricciosa.
Alle pene pecuniarie sostituì le corporali; e fu abile maestro non
solo in applicarle ai minori reati, ma in crear nuovi e stranissimi
supplicii; ed alla mostruosa violazione delle leggi di natura egli
aggiungeva sempre la derisione, provocata dal suo carattere brutale e
motteggiatore. — Eccone un esempio. Le vie di Milano, specialmente la
notte, erano malsicure. Saggie e severe leggi erano state emanate in
proposito avanti il governo di Barnabò; la più ovvia fu quella, che
ingiunse ai passaggeri di munirsi di face o di lampione, sotto pena di
multa o di prigionia. — Barnabò volle che nessuno, per qualsivoglia
motivo, osasse metter piede fuori di casa dopo un'ora di notte; e a
chi fosse trovato per istrada faceva amputare un piede, dicendo che il
colpevole doveva punirsi in quella parte del corpo, che aveva violato
la legge. Colla scorta di un tale criterio punitivo, volendo tenere
in freno le fazioni, dannò a morte chi parteggiasse per l'una o per
l'altra; e fece tagliar la lingua a chi pronunciava soltanto i nomi di
guelfi e di ghibellini.
Devesi all'incuria del suo governo la diffusione della pestilenza,
che desolò la città di Milano nell'anno 1361. Ottime leggi sanitarie,
sotto il governo di Luchino, l'avevano preservata. Ma Barnabò, o per
sprezzo di quanto non emanava da lui, o peggio per l'inumana vista che
la minaccia fosse ottimo mezzo di freno e d'intimidazione, non oppose
alcuna resistenza al progresso del morbo, il quale nella sola Milano
mietè oltre settantamila abitanti.
Intanto egli, per sfuggire al pericolo del contagio, si chiuse nel
castello di Marignano. Ivi ingannò la noja della solitudine fra
cortigiani e giullari; e, per ischerno alla publica sciagura, raddoppiò
le imbandigioni e le orgie. — Cessata la peste, l'altra calamità,
sua indivisibile compagna, afflisse il popolo milanese. La carestia,
cagionata dall'inclemenza delle stagioni e dalla negletta agricultura,
accrebbe, se era possibile, la miseria publica. Barnabò non si diede
alcun pensiero per temperare i mali del suo paese. Il signore di
Marignano, salvo dalla peste, potè schernire più sfacciatamente la
carestía. Non furono mai tanto rumorose ed allegre le caccie del
principe, come in quest'epoca; con quante prepotenze verso i suoi
vassalli, con quanto danno dei campi, crediamo d'averlo già detto. Si
è pure di già accennato come egli alleviasse le sue spese private,
obligando i vassalli a nutrire parecchie migliaja de' suoi cani, e
a renderne conto, (e qual conto) ad epoche determinate. Condannò ad
atroce pena corporale un giovinetto, che raccontò aver sognato di
cacciare un cinghiale, e prescrisse che i notaj criminali cominciassero
a fruire del publico stipendio solo quel giorno in cui provassero
d'aver consegnato al carnefice un ladro di selvaggina.
Siamo ben lontani dall'aver compiuto il sommario delle crudeltà di
questo principe. Ma il lettore ne è sazio, e poichè egli non ha bisogno
d'altre prove, tiriamo di buon grado un velo su questi vituperi che
degradano la dignità dell'uomo.
Quanto doveva essere trista la condizione del popolo milanese costretto
ad obedire ad un principe di tal natura! Il governo di Barnabò era reso
ancora più duro ed intolerabile dal confronto con quello di Azzone e
di Luchino, l'uno mite, l'altro severo, ma giusti ambedue e sapienti.
Lo spirito di ribellione cresceva a misura che andavano aumentando i
delirii di questa fiera. Ma ogni conato era inutile. Gli elementi di
una cospirazione vasta, e certamente vittoriosa, esistevano nel cuore
di mille e mille cittadini; ma lo stringere le sparse forze degli
individui nel fascio, che rende invitta la scure del popolo, diveniva
un'impresa, più che ardua, insensata. D'altra parte, le congiure a quei
tempi non avevano che una sola mira: quella di liberare il paese dal
tiranno, vendicando il sangue col sangue. Il privarlo delle sue forze,
o il sollevare contro lui forze maggiori onde l'uomo debole e degradato
sopravivesse a sè medesimo ed alla propria potenza, era un'arte
ignorata, frutto di tempi più civili e di consumata esperienza della
sventura. — Fatto è che Barnabò ebbe lungo regno; e che contro lui non
si levò mai una mano vendicatrice.