CXXI.

Il Conte di Virtù aveva assistito a tutte queste solennità senza

pigliarvi alcuna parte direttamente. — Ma il popolo lo teneva d'occhio,

ammirava il suo aspetto prestante, e preferiva la sua aria severa alla

beffarda ilarità di Barnabò. — Forse la coscienza publica credette

giustificare l'inopportuna esultanza, facendone mezzo ad attestare

la sua simpatia verso un principe, il quale, checchè fosse, non

poteva riputarsi peggiore e nemmanco eguale al proprio tiranno. Ma i

sentimenti, quando trovano libero sfogo alle manifestazioni, di rado

si arrestano entro il giusto confine. La folla vuole amare od odiare;

spesso prodiga inconsideratamente i suoi affetti all'uno, solo perchè

non può manifestare liberamente all'altro i suoi odii. Così avvenne

questa volta. — Non si lasciò passare alcuna occasione d'applaudire il

Conte di Virtù, onde apparisse più grave ed eloquente il silenzio, che

tutti serbavano in faccia a Barnabò. — Costui o non s'avvide, o finse

di non avvedersi, della preferenza accordata a suo nipote; pensando

forse di fargliela pagar cara tra poco.

Ma Giangaleazzo dentro sè stesso se ne rallegrava come di una luminosa

vittoria. Non era uomo d'insuperbirsi alla troppo facile conquista del

favor popolare. — “Ma in qual altro modo, diceva egli tra sè, può un

popolo schiavo levare la sua voce contro chi l'opprime? Non aspetto da

esso un mansueto omaggio verso di me; mi basta un fremito d'ira contro

il comune nemico. L'odio è efficace quanto l'amore...„

A rassodare tali disposizioni, il Conte di Virtù valendosi di un'antica

consuetudine, si volse allo suocero per dimandargli una grazia. Era uso

che l'uno dovesse chiederla, l'altro prontamente accordarla. Barnabò,

infatti, persuaso che il timido nipote non avrebbe osato voler cosa che

egli non potesse concedere, l'accolse senza restrizione.

Il conte sapeva che nelle carceri della Rocchetta languiva un gran

numero di prigionieri, condannati a lunghe pene, o dimenticati dai

giudici. — Era fra questi quell'Ognibene Manfredi, che egli reputava

la causa dell'abbandono d'Agnese. — Quanta parte avesse il sentimento

d'umanità nello spingerlo a chiedere mercè per tutti quegli infelici,

non ci è lecito il determinarlo precisamente. Una nobile pietà ed

una ambizione guardinga possono talvolta mirare allo stesso scopo.

Ma non devesi porre in dubio, che nella liberazione del Manfredi egli

coltivasse un men che generoso intendimento.

L'affetto che il conte nutriva per Agnese non si era spento nè

affievolito in mezzo alle avversità. Era uno di quei sentimenti, che

colpiti dalla sventura maledicono al destino, ma rispettano la memoria

dell'idolo poco prima adorato. L'abbandono d'Agnese era ormai una

necessità; ma la mente ed il cuore di chi rompeva quel nodo miravano

con perfetto accordo a rimovere da questo fatto ogni senso di livore,

ogni pensiero di vendetta. Anzi, per quella stessa gelosa tutela che

ogni uomo deve avere di se stesso, studiavasi il conte di far salvo

l'onore d'Agnese, onde per esso fosse salva la dignità di chi l'aveva

tanto amata. A questo modo, rimanevagli almanco l'illusione che Agnese

era vittima con lui, se non al par di lui, d'un medesimo destino.

“Poichè l'abbandono deve essere eterno, diceva egli, l'ultimo nostro

addio sarà una parola di pace! — L'ira e la vendetta procurano

rade volte un istante di gioja; ma l'ira è un ebrezza passaggera,

da cui l'anima si rileva più debole e più abbattuta; la vendetta

è lo sprecamento inconsiderato d'ogni forza del cuore. L'indimani

dell'uomo, che si è vendicato, rassomiglia a quello del prodigo che

ha consunta l'ultima sua moneta. — Ah perchè non saprò io dimenticare

il passato? Perchè, in mezzo alle memorie di tante dolcezze, dovrà

sempre rivivere quella di un oltraggio, ahi troppo grave? L'oblío non

è dunque in potere dell'uomo? L'occhio può chiudersi davanti a ciò che

lo atterrisce; ma il cuore non è árbitro di sè; non può sospendere

i suoi battiti, non sa rendersi immemore od insensibile!... Meglio

è perdonare: cosa ardua, ma non impossibile. — Quanto grave è stato

l'oltraggio, altretanto sarà sublime la compiacenza d'averlo perdonato.

— Nessuno si è mai pentito d'aver risparmiato una vendetta. Nessuno si

vergognerà mai d'essere stato generoso!„

Tali erano i pensieri di colui, che ora a buon diritto chiameremo il

nostro eroe. Con sì benevole disposizioni egli si apparecchiava a far

paghi i supposti voti di Agnese, ridonandole l'amante. Proponevasi

di ricorrere alla preghiera, se Barnabò non si fosse ricordato della

fatta promessa. E il premio di tutto ciò era il pensiero, che un giorno

Agnese riconoscerebbe chi era l'uomo, che ella aveva sì leggermente

dimenticato. — “Allora (fin qui arrivava la sua vendetta) ella

confesserà i suoi torti; ella si pentirà di non essere stata sincera.„

Questo stesso dì, in uno dei pochi momenti rubati alle continue feste,

dopo di avere trascorsa la nota degli individui che aspettavano la

grazia del principe, il conte vi soscriveva di sua mano il nome di

Manfredi. In questo mentre, entrò un valletto, e gli annunciò che una

donna giovine e bella implorava la grazia d'essere ascoltata. Il conte,

dopo di avere esitato un momento, fe' cenno, che venisse introdutta.

L'esperto servitore aveva detto il vero. Appena la supplicante fu al

cospetto del principe, rialzò il velo, e mise allo scoperto un volto di

squisita perfezione. Le gote erano pallide, la fronte solcata da una

ruga che, raggrinzando lievemente le curve sopraciglia, imprimeva fra

di esse un marchio di dolore: la prima e la più seducente attrattiva

d'ogni bellezza.

Quando il conte levò lo sguardo su lei, fece un atto involontario di

ammirazione. Fu un segno di riverenza prestato al nobile aspetto della

sventura.

“Accostatevi„ — diss'egli con voce mite, accompagnando la parola con un

cenno cortese della mano.

La donna fece alquanti passi senza levare la testa e proferire parola.

“Che volete da me? proseguì il conte; narratemi la cagione dei vostri

dolori, se pure credete che io valga a trovarvi un rimedio.„

“Principe, — prese a dire la giovine, sciogliendo una voce che si

accordava mirabilmente colla pallidezza del suo volto e col languore

de' suoi sguardi — Tutta Milano ha fede nel conte di Virtù. Da molti

mesi io stanco la bontà del cielo colle mie preghiere; oggi soltanto,

sento d'essere esaudita. Iddio, che mi ha inspirata di rivolgermi a

voi, mi fa certa che otterrò per voi la libertà di una cara persona,

che langue nelle carceri della Signoria.„

Il conte sorrise dolcemente, e sollevando dal tavolo la nota dei

prigionieri: “Rade volte in mia vita, soggiunse, provai la compiacenza

di poter confermare con una pronta risposta la fiducia che s'ebbe in

me. Fate animo. Oggi s'aprono le prigioni; e, per volere del principe,

devono essere posti in libertà i carcerati.„

“Tutti?„ — chiese la donna ansiosamente.

“Le eccezioni devono essere assai poche: io spero che tra queste non

sarà colui, che vi sta a cuore.„

La donna rispose con un sospiro, che in tal momento aveva un funesto

significato.

“Io potrò dissipare all'istante i vostri dubii, continuò il conte, se

voi mi direte il nome del prigioniero e il titolo della sua condanna„.

“Ognibene Manfredi è accusato di fellonía„, soggiunse la donna con voce

risoluta.

“Ognibene Manfredi!„

“Ahi pur troppo, il suo nome è fatale! Egli col Mantegazza conspirò

contro la signoria dei Visconti; per amor mio non volle sottrarsi,

come i suoi compagni, alle ricerche della giustizia. — Solo superstite

di quella sciagurata cospirazione, egli consuma da molti mesi nelle

secrete della Bocchetta.„

“Per amor vostro, diceste? e chi è desso per voi? un fratello forse?„

“Più che un fratello; egli mi ha giurato fede di sposo: e senza la

disgrazia che lo ha colpito, saremmo a quest'ora....„

“Poveretta! — disse il conte con una pietosa reticenza, che mirava a

scopo ben diverso da quello che la supplicante s'era imaginato — Voi

implorate il perdono dell'offeso signore, ripigliò dopo breve pausa: ma

dite, e siate sincera, avreste la forza di accordarlo al vostro amante,

quando sapeste ch'egli ha mancato alla sua fede?„

“Per essere sincera, come voi dite, dovrei prima perdonare a colui,

che lo calunnia:„ — interruppe la donna con straordinaria franchezza,

dimenticando a chi parlava.

“Perchè?„

“Perchè il Manfredi mi amò, e mi ama sempre teneramente.„

“Le prove!„, ripigliò il conte con un'ansietà improvisa che tradiva la

sua abituale prudenza.

La supplicante sospettò d'essere caduta in un tranello; non per questo

si pentì d'essere stata sincera. Con nobile portamento s'avvicinò al

conte, e porse a lui una carta, dicendogli:

“Ecco le prove che voi chiedete. — Pensate, o signore, che la mia vita

è in vostra mano. Siate generoso; io sarò discreta nella mia preghiera.

— Se non vi è possibile salvarmi lo sposo, fate almeno che la mia sorte

non sia divisa dalla sua. — Se la colpa del Manfredi non è degna di

perdono, io, sua complice, dimando d'essere punita come lui.„

Il conte svolse con trepidazione la lettera presentatagli. — Mano

mano che l'occhio scorreva le righe di quello scritto, il suo volto

s'andava rasserenando; l'austera serietà cangia vasi visibilmente in

compiacenza. Quel foglio era vergato dallo stesso Manfredi. Un aguzzino

di buon cuore, che credeva cosa impossibile il fabricar combriccole con

carta ed inchiostro, s'era incaricato di portarlo alla fidanzata del

Manfredi. Le frasi di quello scritto erano di tal natura da sconvolgere

ogni giudizio precedente sul conto del suo autore. L'affetto per la

nostra incognita era rappresentato al vivo, con tanta ingenuità, con

sì rara copia e schiettezza di frasi, da non lasciare alcun dubio di

sè. — Ma esisteva pure una lettera del Manfredi diretta alla figlia di

Maffiolo Mantegazza! — Come si poteva conciliar l'una coll'altra?

Finita la lettura, il conte non sapeva staccar l'occhio dallo

scritto, come se aspettasse da quello la spiegazione d'altri misteri.

Gli tornavano alla mente, ad una ad una, le parole di quel foglio

sciagurato che aveva distrutta la sua felicità. Meravigliavasi però di

trovare meno evidenti quelle frasi che, discusse altravolta durante il

delirio della passione, l'avevano trascinato a pronunciare una sentenza

irrevocabile. Gli avvenimenti sopraggiunti offuscavano il passato; e,

in mezzo a quella oscurità, cominciava a splendere una debole speranza

di esser stato in addietro vittima di un inganno.

Come il rapido e sinistro bagliore del lampo ci fa trovare alcuna

volta la strada smarrita, così una parola, una sola parola, detta a

caso, dissipò nell'animo del conte quel bujo doloroso, e lo ricondusse

a più confortevole giudizio. — Questa parola fu il nome di Medicina.

— Appena l'accusa d'Agnese veniva sottoposta a nuovo esame, poteva

dirsi, che la profonda convinzione della sua giustezza era svanita.

E troppo lusinghiero era il dubio, perchè il conte non s'arrestasse a

vagheggiarlo.

La donna, nel difendere il suo sposo e nel dire quanto ella sapeva

di lui, rivendicava involontariamente l'innocenza d'Agnese. — Il suo

linguaggio semplice e schietto portava quell'impronta di veridicità,

che non si finge, nè s'imita. L'attenzione stessa, con cui il Conte

raccoglieva le sue parole, le dava coraggio a non farne risparmio. Ella

si sentiva inspirata dal cielo a far trionfare la verità. Per tal modo,

colei che era venuta a cercar conforto, e ad implorar grazia, rendeva

inconsapevolmente giustizia, e distribuiva a larga mano le consolazioni

a chi nulla chiedeva, perchè ormai non sperava più nulla.

Al momento di pigliar congedo dal principe, ella era quasi fuori di

sè dalla gioja; il suo cuore, gonfio di una dolcezza inesprimibile,

confondeva i sorrisi e le lacrime. — Ma all'atto di escire, alzando lo

sguardo sul conte, per udirsi ripetere la cara promessa, fu sorpresa

nel vedere che il suo volto non era più sereno come poco prima. —

Avrebbe voluto chiederne la cagione, ma non ne ebbe coraggio. Meno

lieta quindi essa pure, si ritirò.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 53 / 103 题