Fino a questo punto, l'urto sonoro dei cristalli e degli argenti, il
correre dei donzelli, le declamazioni del poeta erano il solo frastuono
che soverchiasse il bisbigliare contegnoso dei commensali. Ma da qui
inanzi, pel merito dei vini, si sollevò in mezzo ad essi una anarchia
di parole, che vinse ogni etichetta. Seguire il filo di un discorso
era da principio un affare difficile; perchè le parole, i motti, le
arguzie prorumpevano, s'incalzavano, s'incrocicchiavano senza posa e
senza legge. L'allegria, in onta al cerimoniale, era divenuta padrona
del campo. — Però quelle voci e quelle lingue miravano per diversa via
al solo intento di onorare il principe, e di far plauso alla regale
splendidezza de' suoi conviti.
I più caldi evviva proruppero all'ultimo bere, quando, spalancati i
battenti della gran sala, apparve una sequenza di donzelli recando
e sporgendo ricchissimi donativi. Ogni commensale, a seconda del
sesso, dell'età, delle abitudini, doveva trovarvi il fatto suo. Armi
da guerra e da giostra, mute di cani o falchi o astori erano il dono
per la gioventù guerriera e millantatrice. Agli uomini di toga si
dispensavano guarnelli di velluto o di sciamito, oppure vesti di taglio
succinto, o _palandrani e tabardi_, che in allora erano d'ultima moda,
o infine pugnaletti e spade coll'elsa dorata. Le matrone e le fanciulle
scieglievano un monile, una collana, una catena d'oro, oppure vezzi
di moda straniera, o trine d'ottimo gusto. In mezzo all'allegria,
destata da tanta prodigalità, non era difficile lo scoprire le piccole
invidiuzze di chi era o si reputava meno fortunato; e ancora più bello
era l'osservare il rapido annuvolarsi di qualche fronte cortigianesca,
cui erano toccati oggetti sì improprii e fuor d'uso, da destare il riso
dei compagni.
Un tale, per esempio, che godeva fama d'essere completamente
illetterato, ebbe in dono i tre libri dei _Commentarj scettici_ di
Sesto Empirico, stupendamente copiati e raccolti in un volume coperto
di bazzana coi cantucci e col dorso a borchie ed ornatini di bronzo:
tesoretto, da far venire l'acquolina a chi appena fosse meno ignorante
di lui. Fu uno sganasciare dalle risa di tutti, quando l'inesperto,
per darsi l'aria di sapere ammirare il magnifico regalo, lo pigliò
a rovescio. — A tal altro venne presentato un leone vivo. Un negro
vestito all'africana, trascinandolo per la musoliera, faceva cenno
alla gente sgomentita di non averne paura, e in prova, trattava
l'animale con famigliarità: ma tutti giravano largo. Se non che il
leone, irritato dalle troppe punzecchiature, scuotendo il grugno non
senza stizza, sprigionò dalla criniera posticcia due enormi orecchie
di ciuco, e si mise a ragliare a tutta gola. Quale dovesse essere
l'ilarità degli astanti a quella improvisata, lo imagini il lettore;
il quale, da queste sconvenienti bizzarie inventate da buffoni per
tenere in credito il mestiere, potrà argomentare fin dove giungesse
la spiritosaggine di quei convegni di buon tuono. Ma i cortigiani,
teste vuote ed abilissimi piaggiatori, solevano mandare in burla
ogni maltratto, e con eroico sanguefreddo, anche in mezzo alla
minchionatura, facevano rifiorire un sorriso pieno di mansuetudine, che
li rendeva tanto più graditi ai loro padroni.
Intanto anche nella piazza dell'Arengo, e per tutta la città,
si diffuse quell'aura di tripudio, che spirava là dentro. Anzi,
scostandosi dal suo centro, la publica festa sembrava pigliare maggior
vita; perchè, se i tempi erano tristi, il popolo cercava ogni occasione
o pretesto per iscordarlo. Sebbene Barnabò non fosse di quei tiranni,
che sanno imbonire la plebe con qualche lampo di generosità, nondimeno
in questa occasione, per fare onore alla famiglia, tenne un triduo di
corte bandita, ed ordinò che si _bagordasse e s'armeggiasse_ con tutta
la pompa prescritta dalle vecchie consuetudini.
Le piazze e le vie principali erano perciò addobbate a festa.
Drappelloni di tela a varii colori, ghirlande di fiori e di verdure,
toccavano da parete a parete, cangiando le vie in pergoli, ed ornando
le gronde e le arcate. Dalle finestre e dai veroni piovevano arazzi o
tappeti, quali di fino tessuto, quali brillanti de'più bei colori. Gli
angiporti erano chiusi da siepaglie di sempreverdi, dove tra pietre
rozze e rivestite di borraccina, imitanti uno speco, zampillavano rivi
di un liquido rosso ed agro, che il popolo beveva a larghe tirate,
come fosse vino. — Qui era la pressa maggiore. In mezzo a quella
gente ubriaca, fra le grida degli ingordi, che difendevano il miglior
posto, e l'impeto degli assetati, che facevano ressa per arrivarvi,
si svolgeva un fremito, che a molti potè sembrare sinonimo di gioja
publica. Gli adulatori si spinsero più oltre; asserirono che quella
baldoria era l'espressione della publica riconoscenza e della fede
incorrotta dei milanesi.
Una folla, egualmente avida ma più tranquilla, si andava pure stipando
intorno ai cantambanchi ed agli istrioni, assoldati per tre giorni
dalla comunità per tener allegro il popolo con lazzi, o per commoverlo
con istorie di guerre, d'incantesimi e d'amori. Costoro mischiavano
il sacro al profano, la storia alla favola, le buone esortazioni alle
più licenziose novelle. — Molti di essi traducevano in lingua vulgare
i versi dei provenzali; altri li ricantavano nella favella natia
solleticando l'orecchio degli ascoltatori col vezzo del metro e della
rima. — Sulle pareti e sui palchi erano stesi cartelloni dipinti, con
suvvi figure, allegorie e scene storiche: deboli e strane imitazioni
dell'arte che Giotto aveva recato in Lombardia. Codesti pittori da
trivio solevano affastellare sovra una sola tela i fatti successivi
di una storia; a spiegar la quale, tornavano buone le enfatiche
declamazioni degli espositori. — Qua ballava l'orso; là il babbuino
faceva delle smorfie; dapertutto la folla s'andava stipando; e in
quell'attrito si svolgeva qualcosa di molto simile all'allegria.
La nostra cronaca ne assicura però che qualcuno dentro di sè
arrovellava al vedere tanta cieca servitù, che altri rimpiangevano le
forze sprecate in orgie vergognose; sulla sua fede potremmo assicurare
che gli schiamazzatori e gli ubbriaconi erano i pochi; che il maggior
numero s'era astenuto dal pigliar parte a quelle servili dimostrazioni,
sospirando ed affrettando col desiderio tempi migliori. Ciò non è
inverosimile; abbiamo veduto noi stessi più feste e abbiamo udito
parlar d'applausi, la cui storica importanza stette appunto nell'aver
messo in evidenza il contegno dei più che non vi presero parte.
Con miglior proposito la gioventù aveva accettato l'invito di dar
prove di sè nelle tre _battagliole_, che dovevano aver luogo nei giorni
della corte bandita. — Barnabò, per far onore al nipote, permise che
seguissero tre sfide tra la gioventù milanese; ed assegnò ai vincitori
generosi premii d'armi, di stoffe e di cavalli. — Le _battagliole_
ebbero luogo al _Broglio_ fuor delle mura. Nell'ultimo giorno poi tutti
convennero nella parte opposta della città, a s. Maria _al Cerchio_,
dove si tennero corse di cavalli e sfide coll'asta (_hastiludia_) nella
quale si distinse la gioventù patrizia.[71]