Chi vuol vedere, attraverso la nebbia dei secoli, la nostra Milano, e
indovinare come sarà stata ai tempi, o prima dei tempi di cui è parola,
vada ritenuto colle cronache, e non si beva in pace le meraviglie che i
nostri vecchi, colla miglior fede del mondo, ne vanno spacciando.
Anche nel discorrere dell'origine di una città, come di quella di un
casato, eglino si sono creduti autorizzati di mescere le favole al
vero; parendo bello che le prime fila di un racconto si attaccassero
sempre al di sopra delle cose vulgari. Non è dunque a farsi stupore
se qualche storico trovò il modo di connettere l'origine di Milano
alla guerra di Troja, fingendo che da quel semenzajo d'eroi partisse
il suo fondatore[59]. Il Torre, dopo aver discusse ad una ad una
le strampalate ipotesi intorno al suo nome, s'arresta con molta
compiacenza all'etimologia tratta da Plutarco nella vita di Marcello;
dove Milano o Mirano vuolsi far credere nientemeno che sincope di _res
miranda_[60].
Prima di tutti, Ausonio, Claudiano, Sidonio Apollinare, che hanno
autorità di storici, la celebrano con frasi che farebbero sdilinquire i
più pretti ambrosiani se non fossero scritte in latino, e dimenticate
nei polverosi _in folio_ delle biblioteche. Fu chiamata l'emula di
Roma per lo splendore degli edificj, la nuova Tebe nell'arte della
guerra, la seconda Atene per la sapienza civile[61]. Taluno osò perfino
affermare che, volendosi rifare l'Italia, non s'aveva che a distruggere
Milano, tante erano le meraviglie ed i tesori che in essa si
contenevano. Donato Bosso ne dice che le sue mura erano alte sessanta
piedi, larghe ventiquattro, ed ornate di trecento sessantacinque torri;
e Galvano Flamma racconta che nel ricinto di esse vi erano orti e
parchi amenissimi, con serragli di belve e delizie artificiali.
Ma fossero anche veritiere queste pitture, esse ci rappresentano Milano
nella sua prima età, quando era la capitale d'una delle più vaste
provincie dell'impero romano, e residenza di parecchi dei Cesari.
Fra quell'epoca e la moderna stanno i secoli di Attila, di Uraja, di
Federico Barbarossa, che in settecento anni la devastarono tre volte:
per la qual cosa, ad eccezione di qualche scarsa reliquia, che surge
ancora ad attestare la nostra antica civiltà, pel resto Milano non
conserva che l'area ed il nome dell'insigne metropoli della Gallia
Cisalpina.
Uno sguardo alla sua pianta, quale essa è oggigiorno, ne guida,
meglio che le ampollose note dei cronisti, a scoprire le traccie
del suo antico perimetro, ed a riconoscerne l'importanza ed il
rinovato risurgimento. La triplice sua distruzione è attestata da
quell'ordine di strade semicircolari e concentriche, che furono
dapprima i valli dell'antica città. Le sue vie meno centrali, che
conservano l'appellativo di borgo, o certi qualificativi campestri,
come _broglio_, _vigna_, _êra_ (aja), _orto_, ecc., c'insegnano che in
addietro quegli spazii erano suburbani. Del pari ci è lecito credere
che Milano nei tempi remoti possedesse una zecca, un circo, un'arena,
una curia, tenendo conto delle strade che conservano più o meno intatte
queste antiche denominazioni.
Intanto è certo che le trecento torri, attestate da Donato Bosso,
dovevano schierarsi sur una linea circolare di circa due miglia: le
tredicimila case, vantate da G. Flamma e racchiuse da quelle mura,
dovevano essere stivate sur una superficie, avente il diametro di mille
passi, o poco più. I duecento mila abitanti, cui si volle far ascendere
la popolazione di Milano anche nei tempi meno prosperi, vivevano e si
agitavano sopra un campo quasi incapace ad accoglierli. E notisi che
le case d'allora avevano un sol piano; e che quelle fornite di solajo
erano una tal meraviglia, da meritare che si chiamassero _solariate_
le strade, in cui una se ne trovasse; — Infine questo spazio, già
sì angusto, era ingombro da un numero relativamente assai grande di
templi e di chiostri, sottratti all'uso d'abitazione, o troppo ampii
relativamente al numero degli abitatori, ed in confronto alle generali
strettezze.
Qui però torna acconcio l'osservare, che i chiostri, alla loro origine,
non erano tutti convegni di penitenti. Anzi, le prime instituzioni
monastiche avevano il carattare di società industriali, sottomesse a
qualche disciplina atta a far prosperare l'associazione; ma la regola
era sì larga da venirvi concessa perfino la promiscuità dei sessi.
Tale fu, a cagion d'esempio, la casa degli Umiliati di Brera, che da
principio (1016) era una congregazione di cittadini, i quali, avendo
pur moglie e prole, si proponevano di condurre una vita esemplarmente
cristiana, e di attendere in comune alla fabrica ed al commercio dei
tessuti di lana[62]. Ma, mentre in quei convegni prosperavano i negozj
del secolo, andavano mano mano scapitando la costumatezza e il buon
esempio. Per la qual cosa, si dovettero estendere a tutti i conventi le
discipline portate di Francia da S. Bernardo, e messe in pratica presso
gli abati di Chiaravalle. — La prima regola fu la rigorosa separazione
dei sessi; ad essa tenne dietro il vincolo indissolubile dei voti.
— Con tutto ciò, al dire del Giulini, nel secolo XIII i monaci di
s. Maria Gloriosa, più tardi gli Umiliati, e perfino i Francescani,
erano dal popolo chiamati Frati _gaudenti_: nome che è ad un tempo un
giudizio ed una condanna[63].
Tornando alla materiale struttura della nostra città, dobbiamo credere,
che sarà avvenuto di essa ciò che Diodoro Siculo riferisce essersi
fatto a Roma distrutta dai Galli. Nella fretta di riparare l'onta
toccata e di riavere una patria, ogni cittadino si pigliò quell'area,
che stimò adatta ai propri disegni; eresse tugurio o palazzo dove e
come gli piacque, senza una regola, senza un accordo coi vicini e col
comune. Chi aveva cura della cosa publica attendeva a munire la risurta
città di terrapieni e di bastite; ma nell'interno ogni privato cercava
il suo meglio, e se lo procacciava senza rispetto ai diritti altrui.
Quindi s'occuparono perfino le ruine degli edificii e delle mura
distrutte, valendosene come fondamento per le abitazioni private.[64]
Ecco il perchè le strade riescirono anguste, mistilinee, tortuose fino
a parere una stranezza.
Durante il tribunato di Guido, l'ultimo dei Torriani, si cominciò
a sentire l'importanza di dare un po' d'assetto alle strade della
nostra città. I nomi delle vie di _pantano_ e del _malcantone_ sono
ingenue confessioni dello squallore che regnava nelle strade e nei
ridotti centrali di Milano. Anguste, quasi per intero ombreggiate dalle
immense grondaje, mancanti quindi d'aria e di luce, nutrivano esse
coll'indisciplinato stillicidio un pattume fetido, entro il quale si
elaboravano i semi dei contagi ricorrenti. — Guido della Torre comprese
la necessità di un riordinamento, ma non riescì che ad offrirne un
saggio nella via contigua al giardino del suo palazzo verso la Porta
Nuova. Anni dopo, al tempo della signoria d'Azzo Visconti, e per cura
di lui, la provida innovazione fu estesa a tutte le strade principali
della città. Si ridussero in alvei sotterranei le acque perenni che
attraversano i meati arenosi del suolo; poi si diede alle vie un
declivio opportuno, e lungo i margini delle case vennero disposte
schiere di mattoni a coltello, che facevano l'officio degli attuali
marciapiedi. Le acque piovane stillavano per mezzo di doccie nel mezzo
della strada, ed ingrossavano il rigagnolo che andava a scaricarsi
nelle fogne. — Qual magra providenza fossero coteste chiaviche, per
solito ingombre da mille immondezze che aspettavano d'ssere spazzate
dagli acquazzoni, taluno forse dei nostri lettori se lo ricorderà;
poichè qualche ignobile avanzo di esse esisteva al principio di questo
secolo, conservando fin anco l'antica denominazione. _Cantarana_, chi
non lo sa, era il nome della gora che attraversava le chiaviche per dar
sgombro alle sozzure.
Come gli uomini d'allora erano o troppo validi e potenti, o troppo
abbietti e schiavi, così le abitazioni, mancando l'infinita varietà
delle fortune mediocri, erano turrite, rinfiancate di mura massicce,
coronate di merli, d'altane e di vedette; oppure in più gran numero,
sfilavano umili a fior di terra; poco più che tugurii. — Ma ogni
proprietario poteva aggiungere alla propria catapecchia quel che meglio
gli conveniva; quindi logge sporgenti e ballatoj, scale e cavalcavie a
comodo di pochi ed a disagio dei più, cappe di forno ed agiamenti allo
scoperto, angiporti e cantonate dove vien viene.
Allora, e per molto tempo dopo, si dovette tolerare, che ad una porta
si ascendesse per due o più scaglioni, i quali ingombravano l'area
publica; oppure che il piano della strada fosse interrotto da gradini
discendenti che guidavano alle umide e sotterranee abitazioni del
povero. — Allato alle porte, e lungo le muraglie, erano disposti sedili
di pietra o di cotto, per comodo dei pellegrini o dei rivenduglioli.
Di tali spazii, usurpati alla proprietà cittadina, il comune lasciava
libera l'occupazione, e per tal modo la toleranza precaria consacrava
per l'avvenire un diritto immutabile.
Le case e la maggior parte dei templi, al dire del Gioja, erano dopo
il mille coperte di paglia[65]. Le finestre avevano le impannate di
carta o di lino. I piccoli vetri tondi e verdognoli potevano dirsi un
lusso dei grandi edificii. Le piazze venivano coltivate a pascolo per
gli animali domestici; e questa consuetudine, benchè scomparsa da lungo
tempo, ci è ricordata dal nome di alcuna di esse[66]. Ne racconta il
Giulini, che dal secolo XIII in poi si lasciavano errar liberi per la
città i porci, credendosi che questi animali, per una speciale onoranza
a s. Antonio, convivendo in domesticità cogli uomini, li preservassero
dal morbo detto _fuoco sacro_, che in allora, per la negletta
pulitezza, faceva grande strage. Questa costumanza durò fino al 1548, e
fu abolita dal governatore spagnuolo don Ferrante Gonzaga[67].
Ad attestare una povertà discorde dalle gonfie apologie degli
annalisti, gioverà ricordare col Bettinelli, che nelle scuole e nelle
chiese non si usavano panche o sedili, ma vi si apprestava un letto
di paglia, onde sedessero alla rinfusa gli scolari ed i devoti. “Nel
XIV secolo, (è il citato Gioja che parla) si portavano in Milano
camicie di saja e non di lino; eppure allora Milano era la più ricca
città d'Italia. In onta della sua ricchezza, il popolo, che era assai
numeroso, trovavasi sì male alloggiato, che un ordine del podestà vietò
di stare più di dieci persone in una stanza[68].„
Anche la vantata temperanza dei nostri maggiori, piuttosto che una
virtù, era una necessità imposta dalla generale miseria. Questa è una
circostanza che, in modo indiretto ma autorevole, dimostra essere le
millanterie dei cronisti in disaccordo coi fatti. I plebei, al dire
del Ricobaldi citato dal Giulini, si nutrivano di carni fresche tre
volte la settimana, non avevano tagliere di legno, non piatti e posate;
il marito e la moglie mangiavano in una comune stoviglia. Le cene
anche suntuose erano illuminate da fiaccole portate da fanciulli o da
servi; chè le candele di cera o di sego non erano in uso[69]. Come il
cibo le vesti: l'oro ed i velluti, di che cominciarono ad ornarsi i
gentiluomini nel secolo XIV, erano un valore di famiglia, che durava
tutta la vita di un personaggio e spesso anche una parte di quella del
suo erede.
Cerchiamo dei fatti alla nostra storia, e potremo andare superbi di
trovarne molti non del tutto ingloriosi: ma non mordiamo all'esca
dell'adulazione fino a credere che la nostra città fosse _res miranda_.
— Diciamo meglio, che al lusso d'allora bastava assai meno di quello
che oggi è divenuto stretta necessità.
Non sarà inopportuno che teniamo dietro al Conte di Virtù, nominando le
vie ch'egli percorse ed accennandone, con una parola, la storia. Mosse
egli dal castello di Porta Giovia, grande edificio militare, che a
quell'epoca reputavasi inespugnabile. Le mutate discipline della guerra
e la gelosia dei successivi dominatori lo fecero più ampio, ma meno
decoroso.
Di là il conte escì sulla piazza, che guarda a levante, allora angusta
e sparsa di chiostri e chiesuole di cui non ci rimane che il nome. La
via del Baggio, più stretta ed ingombra che non è oggidì, ritraeva il
suo nome dalla famiglia di Anselmo da Baggio, che ebbe gran parte nelle
publiche vicende durante il governo popolare, e che fu uno dei cinque
prelati milanesi assunti al trono pontificio. Passato oltre il _ponte
vetere_, che ne ricorda una porta guernita di fossa dell'antichissima
Milano, entrò nella via dell'Orso; che deve il suo appellativo ad una
famiglia milanese registrata fra le più audaci zelatrici della _Motta_.
Fu la _Motta_ un'associazione politica dei cittadini valvassori,
avente lo scopo di proteggere e propugnare i diritti del medio stato,
e di porre un freno all'arroganza dei capitani. Fra le due caste era
surta una rivalità irreconciliabile. Venne il dì in cui i cittadini
dell'ordine minore, imbaldanziti dal numero e colla scorta di potenti
capi, ruppero in turbolenze; e, tratte le armi contro gli oppressori,
li sfidarono a battaglia presso la Motta, piccola terra tra Milano e
Lodi. — Da quel casale, e dalla segnalata vittoria ivi ottenuta, ebbe
origine tal nome. Ma la fortuna sollevò ben presto gli umili valvassori
all'altezza dell'orgoglio dei vinti; provando un'altra volta, che la
vera eguaglianza sociale esistette solo al momento in cui due caste
emule lottavano fra loro con incerta sorte; dopo ciò, qualunque fosse
la vittoriosa, l'unica eguaglianza possibile era quella che concedeva
ad ognuna la sua volta d'impero e d'arbitrio.
Attraversò poscia il quadrivio di s. Silvestro, così denominato dalla
chiesa fondata l'anno 878 dall'arcivescovo Ansperto da Biassono, uno
dei più liberali fra i nostri pastori: quegli, che restaurò Milano
dalla ruina in cui era caduta dopo i fatti di Uraja. Rasentò la chiesa
ed il monastero di s. Maria della Scala, monumento eretto cinque anni
prima da Barnabò Visconti in onore di Regina Scaligera sua consorte. —
Percorse quella via, che ora chiamiamo alle _Case rotte_, e che allora
era un largo senza forma, ingombro dalle macerie di una distruzione
recente, e chiamato col nome di _Guasti Torriani_.
Passato il piccolo calle di s. Maria in _Solariolo_ (ora s. Fedele),
entrò in quella di Vigelinda (s. Radegonda) nome di donna di regal
sangue. È fama che quivi surgesse nel secolo xii l'abitazione
dell'arcivescovo Galdino. L'attigua via della Sala fu così chiamata
perchè tale era il cognome del pastore patriota.
Dalla via di Vigelinda entrò finalmente nella piazza dell'_Arengo_,
conterminata allora dalla chiesa di s. Maria detta basilica jemale, e
dall'altra di s. Tecla o basilica estiva, costrutta sulle fondamenta
di un tempio di Minerva. La prima cedette il posto all'attuale duomo;
l'altra fu abbattuta per ordine di don Ferrante Gonzaga, onde allargare
la piazza, e farla degna di una visita dell'imperatore Carlo V. — E
sarem noi, per noi stessi, meno providi e coraggiosi di don Ferrante?
I soldati di Federico Barbarossa, che non rispettavano nulla, nemmanco
la voce del loro condottiero, danneggiarono gravemente queste due
basiliche, ancorchè privilegiate d'immunità dal decreto imperiale.
Una torre, che il poetico Fiamma asserisce essere stata la più
bella d'Italia, fu abbattuta in quella devastazione; e le sue pietre
servirono di sedile alle adunanze dell'_Arengo_.
Un altro lato della piazza aveva per limite quel portico che, al dire
del Torre, fu fatto costruire da Pietro Figino per onorare le nozze
di Giangaleazzo Visconte con Isabella contessa di Virtù, figliuola del
re di Francia. Ma, in allora, quelle snelle colonne, che sono l'unico
avanzo del prospetto di tale edificio, reggevano archi eleganti, vôlte
e muraglie ornate di pitture, un giro d'ampie finestre ad arco acuto,
contornato da stipiti a rilievo di terra cotta; e il malaugurato
portico, che ora ci auguriamo di non veder più, era un elegante
edificio, il preferito ritrovo delle persone d'alto affare. Asserisce
il citato Torre, che di simili portici era pieno Milano.
Rimpetto all'edificio di Pietro da Figino, surgevano a chiudere la
piazza, baracche e tavole posticcie di barattieri e di mercanti da
commestibili; le quali più tardi vennero murate e rese stabili, ed
usurparono per incuria dei nostri maggiori il diritto d'ingombrare
un'area preziosa. Tale è l'origine di quelle luride sorciaje, che ne
costeranno un occhio, se vorremo ricuperare il trasandato diritto, e
procurarci una piazza degna dei tempi e del monumento che le sta di
fronte.