CXVII.

Chi vuol vedere, attraverso la nebbia dei secoli, la nostra Milano, e

indovinare come sarà stata ai tempi, o prima dei tempi di cui è parola,

vada ritenuto colle cronache, e non si beva in pace le meraviglie che i

nostri vecchi, colla miglior fede del mondo, ne vanno spacciando.

Anche nel discorrere dell'origine di una città, come di quella di un

casato, eglino si sono creduti autorizzati di mescere le favole al

vero; parendo bello che le prime fila di un racconto si attaccassero

sempre al di sopra delle cose vulgari. Non è dunque a farsi stupore

se qualche storico trovò il modo di connettere l'origine di Milano

alla guerra di Troja, fingendo che da quel semenzajo d'eroi partisse

il suo fondatore[59]. Il Torre, dopo aver discusse ad una ad una

le strampalate ipotesi intorno al suo nome, s'arresta con molta

compiacenza all'etimologia tratta da Plutarco nella vita di Marcello;

dove Milano o Mirano vuolsi far credere nientemeno che sincope di _res

miranda_[60].

Prima di tutti, Ausonio, Claudiano, Sidonio Apollinare, che hanno

autorità di storici, la celebrano con frasi che farebbero sdilinquire i

più pretti ambrosiani se non fossero scritte in latino, e dimenticate

nei polverosi _in folio_ delle biblioteche. Fu chiamata l'emula di

Roma per lo splendore degli edificj, la nuova Tebe nell'arte della

guerra, la seconda Atene per la sapienza civile[61]. Taluno osò perfino

affermare che, volendosi rifare l'Italia, non s'aveva che a distruggere

Milano, tante erano le meraviglie ed i tesori che in essa si

contenevano. Donato Bosso ne dice che le sue mura erano alte sessanta

piedi, larghe ventiquattro, ed ornate di trecento sessantacinque torri;

e Galvano Flamma racconta che nel ricinto di esse vi erano orti e

parchi amenissimi, con serragli di belve e delizie artificiali.

Ma fossero anche veritiere queste pitture, esse ci rappresentano Milano

nella sua prima età, quando era la capitale d'una delle più vaste

provincie dell'impero romano, e residenza di parecchi dei Cesari.

Fra quell'epoca e la moderna stanno i secoli di Attila, di Uraja, di

Federico Barbarossa, che in settecento anni la devastarono tre volte:

per la qual cosa, ad eccezione di qualche scarsa reliquia, che surge

ancora ad attestare la nostra antica civiltà, pel resto Milano non

conserva che l'area ed il nome dell'insigne metropoli della Gallia

Cisalpina.

Uno sguardo alla sua pianta, quale essa è oggigiorno, ne guida,

meglio che le ampollose note dei cronisti, a scoprire le traccie

del suo antico perimetro, ed a riconoscerne l'importanza ed il

rinovato risurgimento. La triplice sua distruzione è attestata da

quell'ordine di strade semicircolari e concentriche, che furono

dapprima i valli dell'antica città. Le sue vie meno centrali, che

conservano l'appellativo di borgo, o certi qualificativi campestri,

come _broglio_, _vigna_, _êra_ (aja), _orto_, ecc., c'insegnano che in

addietro quegli spazii erano suburbani. Del pari ci è lecito credere

che Milano nei tempi remoti possedesse una zecca, un circo, un'arena,

una curia, tenendo conto delle strade che conservano più o meno intatte

queste antiche denominazioni.

Intanto è certo che le trecento torri, attestate da Donato Bosso,

dovevano schierarsi sur una linea circolare di circa due miglia: le

tredicimila case, vantate da G. Flamma e racchiuse da quelle mura,

dovevano essere stivate sur una superficie, avente il diametro di mille

passi, o poco più. I duecento mila abitanti, cui si volle far ascendere

la popolazione di Milano anche nei tempi meno prosperi, vivevano e si

agitavano sopra un campo quasi incapace ad accoglierli. E notisi che

le case d'allora avevano un sol piano; e che quelle fornite di solajo

erano una tal meraviglia, da meritare che si chiamassero _solariate_

le strade, in cui una se ne trovasse; — Infine questo spazio, già

sì angusto, era ingombro da un numero relativamente assai grande di

templi e di chiostri, sottratti all'uso d'abitazione, o troppo ampii

relativamente al numero degli abitatori, ed in confronto alle generali

strettezze.

Qui però torna acconcio l'osservare, che i chiostri, alla loro origine,

non erano tutti convegni di penitenti. Anzi, le prime instituzioni

monastiche avevano il carattare di società industriali, sottomesse a

qualche disciplina atta a far prosperare l'associazione; ma la regola

era sì larga da venirvi concessa perfino la promiscuità dei sessi.

Tale fu, a cagion d'esempio, la casa degli Umiliati di Brera, che da

principio (1016) era una congregazione di cittadini, i quali, avendo

pur moglie e prole, si proponevano di condurre una vita esemplarmente

cristiana, e di attendere in comune alla fabrica ed al commercio dei

tessuti di lana[62]. Ma, mentre in quei convegni prosperavano i negozj

del secolo, andavano mano mano scapitando la costumatezza e il buon

esempio. Per la qual cosa, si dovettero estendere a tutti i conventi le

discipline portate di Francia da S. Bernardo, e messe in pratica presso

gli abati di Chiaravalle. — La prima regola fu la rigorosa separazione

dei sessi; ad essa tenne dietro il vincolo indissolubile dei voti.

— Con tutto ciò, al dire del Giulini, nel secolo XIII i monaci di

s. Maria Gloriosa, più tardi gli Umiliati, e perfino i Francescani,

erano dal popolo chiamati Frati _gaudenti_: nome che è ad un tempo un

giudizio ed una condanna[63].

Tornando alla materiale struttura della nostra città, dobbiamo credere,

che sarà avvenuto di essa ciò che Diodoro Siculo riferisce essersi

fatto a Roma distrutta dai Galli. Nella fretta di riparare l'onta

toccata e di riavere una patria, ogni cittadino si pigliò quell'area,

che stimò adatta ai propri disegni; eresse tugurio o palazzo dove e

come gli piacque, senza una regola, senza un accordo coi vicini e col

comune. Chi aveva cura della cosa publica attendeva a munire la risurta

città di terrapieni e di bastite; ma nell'interno ogni privato cercava

il suo meglio, e se lo procacciava senza rispetto ai diritti altrui.

Quindi s'occuparono perfino le ruine degli edificii e delle mura

distrutte, valendosene come fondamento per le abitazioni private.[64]

Ecco il perchè le strade riescirono anguste, mistilinee, tortuose fino

a parere una stranezza.

Durante il tribunato di Guido, l'ultimo dei Torriani, si cominciò

a sentire l'importanza di dare un po' d'assetto alle strade della

nostra città. I nomi delle vie di _pantano_ e del _malcantone_ sono

ingenue confessioni dello squallore che regnava nelle strade e nei

ridotti centrali di Milano. Anguste, quasi per intero ombreggiate dalle

immense grondaje, mancanti quindi d'aria e di luce, nutrivano esse

coll'indisciplinato stillicidio un pattume fetido, entro il quale si

elaboravano i semi dei contagi ricorrenti. — Guido della Torre comprese

la necessità di un riordinamento, ma non riescì che ad offrirne un

saggio nella via contigua al giardino del suo palazzo verso la Porta

Nuova. Anni dopo, al tempo della signoria d'Azzo Visconti, e per cura

di lui, la provida innovazione fu estesa a tutte le strade principali

della città. Si ridussero in alvei sotterranei le acque perenni che

attraversano i meati arenosi del suolo; poi si diede alle vie un

declivio opportuno, e lungo i margini delle case vennero disposte

schiere di mattoni a coltello, che facevano l'officio degli attuali

marciapiedi. Le acque piovane stillavano per mezzo di doccie nel mezzo

della strada, ed ingrossavano il rigagnolo che andava a scaricarsi

nelle fogne. — Qual magra providenza fossero coteste chiaviche, per

solito ingombre da mille immondezze che aspettavano d'ssere spazzate

dagli acquazzoni, taluno forse dei nostri lettori se lo ricorderà;

poichè qualche ignobile avanzo di esse esisteva al principio di questo

secolo, conservando fin anco l'antica denominazione. _Cantarana_, chi

non lo sa, era il nome della gora che attraversava le chiaviche per dar

sgombro alle sozzure.

Come gli uomini d'allora erano o troppo validi e potenti, o troppo

abbietti e schiavi, così le abitazioni, mancando l'infinita varietà

delle fortune mediocri, erano turrite, rinfiancate di mura massicce,

coronate di merli, d'altane e di vedette; oppure in più gran numero,

sfilavano umili a fior di terra; poco più che tugurii. — Ma ogni

proprietario poteva aggiungere alla propria catapecchia quel che meglio

gli conveniva; quindi logge sporgenti e ballatoj, scale e cavalcavie a

comodo di pochi ed a disagio dei più, cappe di forno ed agiamenti allo

scoperto, angiporti e cantonate dove vien viene.

Allora, e per molto tempo dopo, si dovette tolerare, che ad una porta

si ascendesse per due o più scaglioni, i quali ingombravano l'area

publica; oppure che il piano della strada fosse interrotto da gradini

discendenti che guidavano alle umide e sotterranee abitazioni del

povero. — Allato alle porte, e lungo le muraglie, erano disposti sedili

di pietra o di cotto, per comodo dei pellegrini o dei rivenduglioli.

Di tali spazii, usurpati alla proprietà cittadina, il comune lasciava

libera l'occupazione, e per tal modo la toleranza precaria consacrava

per l'avvenire un diritto immutabile.

Le case e la maggior parte dei templi, al dire del Gioja, erano dopo

il mille coperte di paglia[65]. Le finestre avevano le impannate di

carta o di lino. I piccoli vetri tondi e verdognoli potevano dirsi un

lusso dei grandi edificii. Le piazze venivano coltivate a pascolo per

gli animali domestici; e questa consuetudine, benchè scomparsa da lungo

tempo, ci è ricordata dal nome di alcuna di esse[66]. Ne racconta il

Giulini, che dal secolo XIII in poi si lasciavano errar liberi per la

città i porci, credendosi che questi animali, per una speciale onoranza

a s. Antonio, convivendo in domesticità cogli uomini, li preservassero

dal morbo detto _fuoco sacro_, che in allora, per la negletta

pulitezza, faceva grande strage. Questa costumanza durò fino al 1548, e

fu abolita dal governatore spagnuolo don Ferrante Gonzaga[67].

Ad attestare una povertà discorde dalle gonfie apologie degli

annalisti, gioverà ricordare col Bettinelli, che nelle scuole e nelle

chiese non si usavano panche o sedili, ma vi si apprestava un letto

di paglia, onde sedessero alla rinfusa gli scolari ed i devoti. “Nel

XIV secolo, (è il citato Gioja che parla) si portavano in Milano

camicie di saja e non di lino; eppure allora Milano era la più ricca

città d'Italia. In onta della sua ricchezza, il popolo, che era assai

numeroso, trovavasi sì male alloggiato, che un ordine del podestà vietò

di stare più di dieci persone in una stanza[68].„

Anche la vantata temperanza dei nostri maggiori, piuttosto che una

virtù, era una necessità imposta dalla generale miseria. Questa è una

circostanza che, in modo indiretto ma autorevole, dimostra essere le

millanterie dei cronisti in disaccordo coi fatti. I plebei, al dire

del Ricobaldi citato dal Giulini, si nutrivano di carni fresche tre

volte la settimana, non avevano tagliere di legno, non piatti e posate;

il marito e la moglie mangiavano in una comune stoviglia. Le cene

anche suntuose erano illuminate da fiaccole portate da fanciulli o da

servi; chè le candele di cera o di sego non erano in uso[69]. Come il

cibo le vesti: l'oro ed i velluti, di che cominciarono ad ornarsi i

gentiluomini nel secolo XIV, erano un valore di famiglia, che durava

tutta la vita di un personaggio e spesso anche una parte di quella del

suo erede.

Cerchiamo dei fatti alla nostra storia, e potremo andare superbi di

trovarne molti non del tutto ingloriosi: ma non mordiamo all'esca

dell'adulazione fino a credere che la nostra città fosse _res miranda_.

— Diciamo meglio, che al lusso d'allora bastava assai meno di quello

che oggi è divenuto stretta necessità.

Non sarà inopportuno che teniamo dietro al Conte di Virtù, nominando le

vie ch'egli percorse ed accennandone, con una parola, la storia. Mosse

egli dal castello di Porta Giovia, grande edificio militare, che a

quell'epoca reputavasi inespugnabile. Le mutate discipline della guerra

e la gelosia dei successivi dominatori lo fecero più ampio, ma meno

decoroso.

Di là il conte escì sulla piazza, che guarda a levante, allora angusta

e sparsa di chiostri e chiesuole di cui non ci rimane che il nome. La

via del Baggio, più stretta ed ingombra che non è oggidì, ritraeva il

suo nome dalla famiglia di Anselmo da Baggio, che ebbe gran parte nelle

publiche vicende durante il governo popolare, e che fu uno dei cinque

prelati milanesi assunti al trono pontificio. Passato oltre il _ponte

vetere_, che ne ricorda una porta guernita di fossa dell'antichissima

Milano, entrò nella via dell'Orso; che deve il suo appellativo ad una

famiglia milanese registrata fra le più audaci zelatrici della _Motta_.

Fu la _Motta_ un'associazione politica dei cittadini valvassori,

avente lo scopo di proteggere e propugnare i diritti del medio stato,

e di porre un freno all'arroganza dei capitani. Fra le due caste era

surta una rivalità irreconciliabile. Venne il dì in cui i cittadini

dell'ordine minore, imbaldanziti dal numero e colla scorta di potenti

capi, ruppero in turbolenze; e, tratte le armi contro gli oppressori,

li sfidarono a battaglia presso la Motta, piccola terra tra Milano e

Lodi. — Da quel casale, e dalla segnalata vittoria ivi ottenuta, ebbe

origine tal nome. Ma la fortuna sollevò ben presto gli umili valvassori

all'altezza dell'orgoglio dei vinti; provando un'altra volta, che la

vera eguaglianza sociale esistette solo al momento in cui due caste

emule lottavano fra loro con incerta sorte; dopo ciò, qualunque fosse

la vittoriosa, l'unica eguaglianza possibile era quella che concedeva

ad ognuna la sua volta d'impero e d'arbitrio.

Attraversò poscia il quadrivio di s. Silvestro, così denominato dalla

chiesa fondata l'anno 878 dall'arcivescovo Ansperto da Biassono, uno

dei più liberali fra i nostri pastori: quegli, che restaurò Milano

dalla ruina in cui era caduta dopo i fatti di Uraja. Rasentò la chiesa

ed il monastero di s. Maria della Scala, monumento eretto cinque anni

prima da Barnabò Visconti in onore di Regina Scaligera sua consorte. —

Percorse quella via, che ora chiamiamo alle _Case rotte_, e che allora

era un largo senza forma, ingombro dalle macerie di una distruzione

recente, e chiamato col nome di _Guasti Torriani_.

Passato il piccolo calle di s. Maria in _Solariolo_ (ora s. Fedele),

entrò in quella di Vigelinda (s. Radegonda) nome di donna di regal

sangue. È fama che quivi surgesse nel secolo xii l'abitazione

dell'arcivescovo Galdino. L'attigua via della Sala fu così chiamata

perchè tale era il cognome del pastore patriota.

Dalla via di Vigelinda entrò finalmente nella piazza dell'_Arengo_,

conterminata allora dalla chiesa di s. Maria detta basilica jemale, e

dall'altra di s. Tecla o basilica estiva, costrutta sulle fondamenta

di un tempio di Minerva. La prima cedette il posto all'attuale duomo;

l'altra fu abbattuta per ordine di don Ferrante Gonzaga, onde allargare

la piazza, e farla degna di una visita dell'imperatore Carlo V. — E

sarem noi, per noi stessi, meno providi e coraggiosi di don Ferrante?

I soldati di Federico Barbarossa, che non rispettavano nulla, nemmanco

la voce del loro condottiero, danneggiarono gravemente queste due

basiliche, ancorchè privilegiate d'immunità dal decreto imperiale.

Una torre, che il poetico Fiamma asserisce essere stata la più

bella d'Italia, fu abbattuta in quella devastazione; e le sue pietre

servirono di sedile alle adunanze dell'_Arengo_.

Un altro lato della piazza aveva per limite quel portico che, al dire

del Torre, fu fatto costruire da Pietro Figino per onorare le nozze

di Giangaleazzo Visconte con Isabella contessa di Virtù, figliuola del

re di Francia. Ma, in allora, quelle snelle colonne, che sono l'unico

avanzo del prospetto di tale edificio, reggevano archi eleganti, vôlte

e muraglie ornate di pitture, un giro d'ampie finestre ad arco acuto,

contornato da stipiti a rilievo di terra cotta; e il malaugurato

portico, che ora ci auguriamo di non veder più, era un elegante

edificio, il preferito ritrovo delle persone d'alto affare. Asserisce

il citato Torre, che di simili portici era pieno Milano.

Rimpetto all'edificio di Pietro da Figino, surgevano a chiudere la

piazza, baracche e tavole posticcie di barattieri e di mercanti da

commestibili; le quali più tardi vennero murate e rese stabili, ed

usurparono per incuria dei nostri maggiori il diritto d'ingombrare

un'area preziosa. Tale è l'origine di quelle luride sorciaje, che ne

costeranno un occhio, se vorremo ricuperare il trasandato diritto, e

procurarci una piazza degna dei tempi e del monumento che le sta di

fronte.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 48 / 103 题