Il carattere cupo e feroce di Barnabò si potrebbe paragonare ad una
bicocca poggiata sur una rupe, accessibile soltanto agli uccelli di
rapina. I passanti guardano con rispetto misto a terrore quel nido
insanguinato; e, raccozzando nella mente mille storie raccontate ed
udite con ispavento, trapassano le falde scoscese, senza tentarne la
salita, senza nemmanco riconoscere la via che serpeggia per l'erta. Ma
il terribile asilo dalle mura di bronzo ha il suo lato vulnerabile;
ed il solitario esploratore tentando col favore della notte, a più
riprese e affatto inerme, i tramiti circostanti, si spinge tant'alto
da sorpassare inosservato le fosse e i rivellini, fino a scoprirvi un
ingresso mal difeso. Entrato per quello, egli si confonde col minuto
satellizio, e vi tiene umile posto, bastandogli di scoprir tutto e di
non essere scoperto.
Medicina aveva appunto operato così. Conosciuto il lato debole del
suo padrone, vi si era introdutto a poco a poco silenziosamente; e,
confondendo con somma arte i proprj pregiudizj con quelli della mente
di lui, lo trascinava qualche volta a pensare ed a volere ciò ch'egli
voleva e pensava. — Nel percuotere con mano implacabile i deboli, nel
sospettare di tutti e di tutto, nel tentare insidie all'innocenza,
erano sempre d'accordo; il ciurmatore non ebbe mai bisogno di stancare
la sua imaginazione per condurre il principe a' suoi intendimenti. —
Ma quando si trattò di avere i mezzi per abbattere i suoi nemici, e
fu d'uopo ricorrere agli spedienti sicuri e secreti, Medicina chiamò
a parte de' suoi interessi una donna, salita in gran fama per la
prontezza e la veridicità de' suoi oracoli; affinchè lo sue idee,
tradutte nel linguaggio augurale, acquistassero l'autorità di un
consiglio sovrumano.
Costei, conosciuta sotto il nome generico di maga, individuata con
quello di Canidia, era un'amica di Medicina. — Non rileviamo dall'oblío
la storia del suo passato e de' suoi turpi intrighi col ciurmatore.
Medicina, dopo aver riconosciuto in Bergonzio un fido sgherro, cercava
in costei un'alleata; e, con un arte tutta sua, mostrando da lungi al
principe l'amo inescato, era giunto a destare in lui il desiderio di
consultarla, e a promovere un espresso suo comando di procurargli un
incontro coll'avventuriera. Barnabò non sapeva dire a sè stesso che
cosa le avrebbe richiesto: gli bastava di poter, mercè sua, gettare
uno sguardo alla sfuggita nel gran libro del futuro, e di leggervi una
parola che lo confortasse ad intraprendere le pratiche necessarie per
dominare l'inerte e timida volontà di suo nipote. — Egli vagheggiava da
un pezzo la signoria del Conte di Virtù; era questione di ottenerla a
miglior prezzo.
Ma come mai Canidia aveva potuto procurarsi la fama d'indovinare il
futuro? — Le interrogazioni di chi accorreva a consultarla, nella
maggior parte dei casi, le offrivano un bivio a due escite. Gittandosi
a sorte per una di quelle strade, un certo numero di predizioni, in
tutte quelle eventualità che dipendono dal capriccio della fortuna,
doveva avverarsi. — Il colpir giusto le riesciva meno difficile,
perchè le sue predizioni erano espresse di solito negativamente, e si
limitavano ad escludere l'avveramento di un tale o tal altro fatto,
senza definire in modo positivo ciò che in realtà doveva accadere.
Dotata di uno spirito penetrante, scorgeva di leggieri che un
equilibrio assoluto di probabilità non esiste presso che mai. Tenendo
quindi calcolo dei fatti e delle circostanze che sapeva raccogliere
dalla bocca di chi la consultava, e sopratutto attraversando con una
intuizione sua propria le passioni e gli interessi di lui, giungeva a
scoprire da qual lato la sorte facesse pendere la bilancia. Nel dubio,
inseparabile da ogni sua predizione, inclinava sempre a dare risposte
incoraggianti e favorevoli; perchè, oltre al guadagnarsi le simpatie
de' suoi clienti, ne usufruttava in certo modo il proposito e le forze,
e li spronava a far di tutto per renderla veritiera. — Quando nessuna
di queste ragioni spandeva un debole raggio di luce sull'avvenire,
la risposta era interamente fortuita. Allora Canidia giocava ad occhi
bendati: e la cieca dea, che accarezza assai spesso il meno degno fra i
giocatori, soleva esserle propizia.
Anche le cose più facili a prevedersi non erano mai annunciate con
parole sì chiare, che non offrissero qualche ambiguità nello svolgerne
il senso; ma, al pari degli oracoli antichi; sapeva riferirle con
parole artificiose, elastiche, a doppio senso; le quali, se da
principio erano interpretate a seconda delle speranze, lasciavano luogo
più tardi (ove i fatti smentissero le parole) a riconoscere che la
profezia era fallita per colpa di chi la frantese; non mai per errore
di chi la pronunciò. — Infine; il più delle volte, per viste proprie,
o guidata dai consigli altrui, sapeva porsi alla testa delle passioni
di chi la consultava, e scuotendole o guidandole ad un dato scopo,
indovinava il futuro colla franchezza di chi annuncia il tuono dopo
aver veduto il baleno.
In quel giorno, che Barnabò aveva fissato pel suo convegno colla
fattucchiera, il tugurio di Medicina eletto a luogo di ritrovo, era
stato abbellito di tutte quelle fantastiche ciurmerie, che abbagliano
gli occhi e l'imaginazione di un credente. — Canidia che non fondava
la sua potenza sull'esosa deformità delle streghe, quale ne piace di
solito imaginarle, aveva studiato di mettere in rilievo le attrattive
della sua gioventù, circondando di abiti e veli bruni carni floride e
bianchissime, e sciogliendo all'aria un tesoro di capelli copiosissimi
e lucenti. Essa era alta, maestosa e bella nel volto: ma la sua
avvenenza, prodotta da una bizzarra armonia di tratti provocanti, non
arrivava più in là che allo sguardo.
All'avvicinarsi dell'ora designata, sedette sul trono de' suoi oracoli,
compose le ricche pieghe del suo abito, ed atteggiò la prima ruga della
sua fronte alla maestosa severità di una sibilla. E quando Medicina
le annunciò che il signor di Milano s'accostava alla sua porta, diè
mano ad un liuto, ed accompagnò coi più armoniosi arpeggi la seguente
canzone, svolta in note soavi da una voce fresca ed argentina:
Forosetta, saper vuoi
Se fian lieti i giorni tuoi?
Su, coraggio: t'avvicina,
La man cedi all'indovina.
Tremi in porgermi la mano?
Chiudi l'occhio al fato arcano!
Sarai forse men tapina
Perchè tace l'indovina?
Ami e temi?... ebben, donzella,
Bando a' dubii.... tu sei bella,
Tu sarai dei cor regina:
Credi, credi all'indovina.
Queste parole non avevano alcun valore sull'animo di chi le stava
ascoltando, avviato, come ognuno sa, su ben diverso cammino. Ma il
canto era soave; e l'ascoltatore, benchè non fosse poeta, si compiaceva
d'imaginare che quella voce appartenesse ad una fata colle labra di
corallo, le chiome d'oro, e le pupille color d'aria.
Un momento dopo, la stessa voce con tempra più robusta ricantava
quest'altre strofe:
Saper brami se la sorte
Ti prepara allori, o morte?
Pro' guerriero, t'avvicina,
La man cedi all'indovina.
Cor tu vanti a pugne esperto:
Vinci, è ver; ma sul tuo serto
Una macchia porporina
Ahi! già scopre l'indovina.
Lascia il brando e l'asta e il campo;
Arma è l'ôr: dell'oro al lampo
Tutto il mondo umil s'inchina:
Credi, credi all'indovina.