CIII.

Il carattere cupo e feroce di Barnabò si potrebbe paragonare ad una

bicocca poggiata sur una rupe, accessibile soltanto agli uccelli di

rapina. I passanti guardano con rispetto misto a terrore quel nido

insanguinato; e, raccozzando nella mente mille storie raccontate ed

udite con ispavento, trapassano le falde scoscese, senza tentarne la

salita, senza nemmanco riconoscere la via che serpeggia per l'erta. Ma

il terribile asilo dalle mura di bronzo ha il suo lato vulnerabile;

ed il solitario esploratore tentando col favore della notte, a più

riprese e affatto inerme, i tramiti circostanti, si spinge tant'alto

da sorpassare inosservato le fosse e i rivellini, fino a scoprirvi un

ingresso mal difeso. Entrato per quello, egli si confonde col minuto

satellizio, e vi tiene umile posto, bastandogli di scoprir tutto e di

non essere scoperto.

Medicina aveva appunto operato così. Conosciuto il lato debole del

suo padrone, vi si era introdutto a poco a poco silenziosamente; e,

confondendo con somma arte i proprj pregiudizj con quelli della mente

di lui, lo trascinava qualche volta a pensare ed a volere ciò ch'egli

voleva e pensava. — Nel percuotere con mano implacabile i deboli, nel

sospettare di tutti e di tutto, nel tentare insidie all'innocenza,

erano sempre d'accordo; il ciurmatore non ebbe mai bisogno di stancare

la sua imaginazione per condurre il principe a' suoi intendimenti. —

Ma quando si trattò di avere i mezzi per abbattere i suoi nemici, e

fu d'uopo ricorrere agli spedienti sicuri e secreti, Medicina chiamò

a parte de' suoi interessi una donna, salita in gran fama per la

prontezza e la veridicità de' suoi oracoli; affinchè lo sue idee,

tradutte nel linguaggio augurale, acquistassero l'autorità di un

consiglio sovrumano.

Costei, conosciuta sotto il nome generico di maga, individuata con

quello di Canidia, era un'amica di Medicina. — Non rileviamo dall'oblío

la storia del suo passato e de' suoi turpi intrighi col ciurmatore.

Medicina, dopo aver riconosciuto in Bergonzio un fido sgherro, cercava

in costei un'alleata; e, con un arte tutta sua, mostrando da lungi al

principe l'amo inescato, era giunto a destare in lui il desiderio di

consultarla, e a promovere un espresso suo comando di procurargli un

incontro coll'avventuriera. Barnabò non sapeva dire a sè stesso che

cosa le avrebbe richiesto: gli bastava di poter, mercè sua, gettare

uno sguardo alla sfuggita nel gran libro del futuro, e di leggervi una

parola che lo confortasse ad intraprendere le pratiche necessarie per

dominare l'inerte e timida volontà di suo nipote. — Egli vagheggiava da

un pezzo la signoria del Conte di Virtù; era questione di ottenerla a

miglior prezzo.

Ma come mai Canidia aveva potuto procurarsi la fama d'indovinare il

futuro? — Le interrogazioni di chi accorreva a consultarla, nella

maggior parte dei casi, le offrivano un bivio a due escite. Gittandosi

a sorte per una di quelle strade, un certo numero di predizioni, in

tutte quelle eventualità che dipendono dal capriccio della fortuna,

doveva avverarsi. — Il colpir giusto le riesciva meno difficile,

perchè le sue predizioni erano espresse di solito negativamente, e si

limitavano ad escludere l'avveramento di un tale o tal altro fatto,

senza definire in modo positivo ciò che in realtà doveva accadere.

Dotata di uno spirito penetrante, scorgeva di leggieri che un

equilibrio assoluto di probabilità non esiste presso che mai. Tenendo

quindi calcolo dei fatti e delle circostanze che sapeva raccogliere

dalla bocca di chi la consultava, e sopratutto attraversando con una

intuizione sua propria le passioni e gli interessi di lui, giungeva a

scoprire da qual lato la sorte facesse pendere la bilancia. Nel dubio,

inseparabile da ogni sua predizione, inclinava sempre a dare risposte

incoraggianti e favorevoli; perchè, oltre al guadagnarsi le simpatie

de' suoi clienti, ne usufruttava in certo modo il proposito e le forze,

e li spronava a far di tutto per renderla veritiera. — Quando nessuna

di queste ragioni spandeva un debole raggio di luce sull'avvenire,

la risposta era interamente fortuita. Allora Canidia giocava ad occhi

bendati: e la cieca dea, che accarezza assai spesso il meno degno fra i

giocatori, soleva esserle propizia.

Anche le cose più facili a prevedersi non erano mai annunciate con

parole sì chiare, che non offrissero qualche ambiguità nello svolgerne

il senso; ma, al pari degli oracoli antichi; sapeva riferirle con

parole artificiose, elastiche, a doppio senso; le quali, se da

principio erano interpretate a seconda delle speranze, lasciavano luogo

più tardi (ove i fatti smentissero le parole) a riconoscere che la

profezia era fallita per colpa di chi la frantese; non mai per errore

di chi la pronunciò. — Infine; il più delle volte, per viste proprie,

o guidata dai consigli altrui, sapeva porsi alla testa delle passioni

di chi la consultava, e scuotendole o guidandole ad un dato scopo,

indovinava il futuro colla franchezza di chi annuncia il tuono dopo

aver veduto il baleno.

In quel giorno, che Barnabò aveva fissato pel suo convegno colla

fattucchiera, il tugurio di Medicina eletto a luogo di ritrovo, era

stato abbellito di tutte quelle fantastiche ciurmerie, che abbagliano

gli occhi e l'imaginazione di un credente. — Canidia che non fondava

la sua potenza sull'esosa deformità delle streghe, quale ne piace di

solito imaginarle, aveva studiato di mettere in rilievo le attrattive

della sua gioventù, circondando di abiti e veli bruni carni floride e

bianchissime, e sciogliendo all'aria un tesoro di capelli copiosissimi

e lucenti. Essa era alta, maestosa e bella nel volto: ma la sua

avvenenza, prodotta da una bizzarra armonia di tratti provocanti, non

arrivava più in là che allo sguardo.

All'avvicinarsi dell'ora designata, sedette sul trono de' suoi oracoli,

compose le ricche pieghe del suo abito, ed atteggiò la prima ruga della

sua fronte alla maestosa severità di una sibilla. E quando Medicina

le annunciò che il signor di Milano s'accostava alla sua porta, diè

mano ad un liuto, ed accompagnò coi più armoniosi arpeggi la seguente

canzone, svolta in note soavi da una voce fresca ed argentina:

Forosetta, saper vuoi

Se fian lieti i giorni tuoi?

Su, coraggio: t'avvicina,

La man cedi all'indovina.

Tremi in porgermi la mano?

Chiudi l'occhio al fato arcano!

Sarai forse men tapina

Perchè tace l'indovina?

Ami e temi?... ebben, donzella,

Bando a' dubii.... tu sei bella,

Tu sarai dei cor regina:

Credi, credi all'indovina.

Queste parole non avevano alcun valore sull'animo di chi le stava

ascoltando, avviato, come ognuno sa, su ben diverso cammino. Ma il

canto era soave; e l'ascoltatore, benchè non fosse poeta, si compiaceva

d'imaginare che quella voce appartenesse ad una fata colle labra di

corallo, le chiome d'oro, e le pupille color d'aria.

Un momento dopo, la stessa voce con tempra più robusta ricantava

quest'altre strofe:

Saper brami se la sorte

Ti prepara allori, o morte?

Pro' guerriero, t'avvicina,

La man cedi all'indovina.

Cor tu vanti a pugne esperto:

Vinci, è ver; ma sul tuo serto

Una macchia porporina

Ahi! già scopre l'indovina.

Lascia il brando e l'asta e il campo;

Arma è l'ôr: dell'oro al lampo

Tutto il mondo umil s'inchina:

Credi, credi all'indovina.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 32 / 103 题