In un giorno di maggio dell'anno susseguente ai fatti di Campomorto,
Bergonzio da Seregno detto il Seregnino, recava uno scritto da Milano
a Pavia, e più precisamente dalla Rocca di Porta Romana al casolare in
cui viveva nascosta la nostra eroina. — Quel foglio, chiuso in quarto
e suggellato a nero, conteneva delle linee irregolari, sgorbiate,
sconnesse, che davano certo indizio della fretta e del pericolo in
mezzo al quale erano state tracciate. La firma recava il nome di un
prigioniero ascoso in uno scarabocchio misterioso. Solo una persona
esperta avrebbe potuto leggervi queste due parole: Ognibene Manfredi.
— Questo nome, tutto nuovo per noi, era famigliare ad Agnese: era
l'unico degli amici della sua casa, che dopo la dolorosa catastrofe le
rivolgesse la parola.
Agnese, che aveva accolta dalla stessa mano di Bergonzio quello scritto
con un'aria di stupore, rese a lui un sorriso di compiacenza tosto che
ebbe aperto il foglio e riconosciuto il nome di colui che lo inviava.
Ecco il senso di quella lettera: lasciam da parte il testo, perchè il
suo stile non volga al ridicolo una cosa che ne pare abbastanza seria
per sè e per le sue conseguenze.
“Madonna! Colui che vi scrive è l'unico amico di vostro padre, che
non siasi giovato del suo generoso consiglio per scampare all'ira del
tiranno. Egli non vi chiede lode o riconoscenza per ciò. Dio fu già
troppo buono con lui se lo destinò a rendere un servigio alla figlia di
quell'uomo che non pose misura ai sacrificii per essere utile a' suoi
concittadini.
“Sono molti mesi, ch'io vivo nel carcere di Barnabò Visconti. I miei
giudici mi hanno dimenticato: Dio ruppe loro i fili della memoria,
ond'io sopravivessi. Sono abbandonato da tutti, fin'anco dall'ira degli
uomini. — In questo mezzo non vidi creatura viva, fuor quella, che vi
recherà questo scritto, e l'altra che, a caso o per volere di Dio, me
ne fornì l'argomento. In questa profonda solitudine i miei pensieri
non escirono mai fuori di una via. Non ebbi bisogno di chiudere gli
occhi per non vedere i raggi del sole. Qui il giorno e la notte si
rassomigliano. — Ma in questo eterno languore dei sensi, il mio spirito
non si stancò di pensare a voi e di pregare il cielo che prima di
morire mi facesse degno di rendervi un po' di quel bene ch'io ricevetti
dal vostro genitore.
“Le mie preghiere furono esaudite. Il povero prigioniero, cieco dalla
diuturna oscurità, ormai disperato d'escire dal carcere che per la
mannaja, vi compiange, o Madonna; sì, egli osa compianger voi libera
delle vostre azioni, voi ricca di gioventù e di bellezza, e consolata
nei vostri dolori dalle lusinghe di uno splendido avvenire.
“Un uomo, di cui non so dirvi il nome, ma che vi ama, e che apprezza
altamente le vostre rare virtù, un uomo esperto del mondo e delle sue
ribalderie, arrivò a me, per parlarmi di voi ed eccitarmi ad interporre
la mia parola, onde siate avvisata del pericolo che vi sovrasta.
“Egli sa, che voi vivete in Pavia all'ombra di un gran nome, e
che riponeste vita e virtù nelle mani di lui, credendo che i suoi
giuramenti fossero saldi ed inviolabili come la parola di vostro padre.
— Povera illusa! Mentre voi sognate un futuro pieno di gioje e di
grandezze, qui in Milano, alla corte di Barnabò, quell'uomo patteggia
un'alleanza, che spezzerà tra breve il legame, che a voi lo congiunge.
“Se questo legame può essere ancora dinodato, deh, per l'amore di
vostro padre, affrettatevi a svolgerlo, perchè l'onor vostro n'esca
integro ancora! — Se no; Dio punisca il traditore; e voi non aspettate
a fuggirlo il dì in cui dal balcone del castello di Pavia saranno
proclamate le nozze del Conte di Virtù con Caterina figlia di Barnabò
Visconti.
“Colui che vi parla per mezzo mio, giura che le pratiche intorno a
quest'affare sono avviate da circa un mese, e toccano ormai ad un
risultato. — Colui che scrive vi scongiura, per quanto vi ha più sacro,
a prestar fede alle sue parole, onde sia salvo l'onore di un nome che
suona caro a tutti gli onesti.
“Ognibene Manfredi.„
Quanto strazio per la povera Agnese a quella terribile novella! che
cuore fu il suo all'impensata rivelazione! Ben è vero, che già da
qualche tempo ella stessa aveva ravvisato nel suo amante qualcosa
d'insolito che le cagionava inquietudine. — Ma al nascere de' suoi
sospetti li aveva cacciati con isdegno, chiamandoli ingiusti ed
irragionevoli. Se talora lo vide pensieroso e preoccupato, come chi
volge in mente un secreto e teme che altri lo scopra; all'atto di
vederlo partire dovette confessar sempre ch'egli era ancora egualmente
tenero ed amoroso verso di lei. I dubii surgevano ad ogni occasione
che lo vedesse taciturno; ma si dileguavano tosto ch'egli aprisse le
labra per dirle una parola sola. Più di una volta lo aveva supplicato
a volerle rivelare la cagione della sua mestizia; e ne lo pregava
con quel fare ingenuo, che mentre accenna ad una pietà sollecita ed
insistente, esclude ogni sospetto di vana curiosità. Qualche volta era
giunta a tanto da metterlo sulla via di dichiararle tutto francamente,
foss'anche un pensiero oltraggioso alla sua fede. Ella lo aspettava
a questo varco, per combatterlo: ma non ottenne nulla, neppure la
confessione ch'egli fosse alcuna volta men sereno di quello che era
stato in addietro. — Agnese desiderava ingannarsi; ma l'ostinata
negativa di un fatto evidente non faceva che dar corpo alle ombre, e
rassodare i sospetti.
Il suo cuore, al lontano timore di un disinganno, si era fatto più
sobrio nelle sue manifestazioni. L'occhio, divenuto più penetrante,
osservò spesse volte che l'incontro dei due sguardi suscitava in lui
un ritorno alle abituali amorevolezze, quasi fosse un trionfo della
volontà che gli imponeva di riaccendere la vecchia face, per disperdere
la luce sinistra di un sospetto. La lotta durava brevissima, ma non era
perciò meno grave. La vittoria era sempre per lei; poichè, una volta
spianata l'unica ruga, che solcava quella fronte malinconica, egli
tornava l'amante appassionato dei tempi felici.
V'ha una mestizia che si accorda colle emozioni delle anime innamorate,
ed è per l'amore ciò che il ritmo flebile è per l'elegia; ma questa
mestizia non è mai accigliata o taciturna. Pronta forse agli sdegni,
imaginosa nel creare scene lugubri, nutrita a preferenza di lacrime,
essa è elemento di vita; non impietra i cuori, ma li accende. — La
tristezza che si dipingeva sul volto del conte era d'altra natura.
Simigliava alla piccola nube, che incontra momentaneamente i raggi del
sole, ma lo attraversa e lo sgombra di colpo. Se l'oscurità ch'essa
cagiona è ben lieve sciagura per l'uomo che ama il limpido ed il
sereno, la sua densità e il vento che la sospinge sono di tal natura
che danno a sospettare pel dimani. — Così pensava Agnese; la quale
avrebbe di gran lunga preferito uno sdegno vivo all'invincibile riserbo
del suo amante.
Una sola cosa le tornava a tutto conforto: la certezza, cioè, ch'ella
non poteva essere cagione di quel mutamento. Perocchè ogni volta che si
diseppellivano le memorie del passato e le recenti emozioni, l'amante
non trovava in esse noja o sazietà; anzi, in quei discorsi che pajono
inezie a chi ha il cuor vuoto, egli rinverdiva il suo animo, e tornava
all'estasi ed alla poesia d'altri momenti.
Oh quante volte i sospetti nati da un amore geloso morivano tra
le emozioni di un amor confidente! Come spesso Agnese prometteva a
sè medesima di combattere le pungenti istigazioni del primo, e di
coltivare l'altro, sì ricco di conforto e di speranze! Quante altre
volte alle più o meno contorte ragioni, con cui la gelosia creava
freddezze e colpe, contraponeva una franca ed illogica negativa, a cui
il cuore piegavasi docilmente, come l'atleta infermo al rimedio di una
feminetta. — “Oh no, non mai; ciò è impossibile; — ella diceva fra sè
con quella fermezza che non ammette discussione; — ciò è impossibile.
Egli mi ama troppo; offendendo me, egli offenderebbe sè medesimo; ne'
miei stanno i suoi interessi.„ Ed accettava queste parole come una
verità che non è lecito mettere in dubio, e beveva a larghi sorsi un
palliativo che attenuava i suoi dolori, che talvolta sembrava calmarli
del tutto. Ma al rinovarsi del parossismo, il cuore si palesava sempre
più sensibile al male, sempre meno obediente al rimedio. — Ognuno di
quegli accessi era una nuova spina, cui voleva e sapeva strappare dalle
sue carni lacerandole; e, pel momento, lo strazio della operazione
faceva tacere l'assidua puntura; ma un avanzo del corpo estraneo,
rimaso nella ferita, riproduceva tosto il male più gagliardo e più
profondo di prima.
Mentre Agnese cercava invano delle ragioni valevoli per combattere i
suoi sospetti; il conte non s'accorgeva che la fanciulla fosse, per
colpa sua, meno felice. — Non a capriccio nè per calcolo egli aveva
determinato di tener coperta una piaga, di cui forse sentiva del pari
il dolore e la vergogna. Tacendo, ei credeva nasconderla; negandola,
ei pensava di correggere l'altrui prevenzione; e se alcuna volta gli
correva dalla mente al cuore un rimorso, egli sapeva costringerlo al
silenzio, confessando a sè stesso che l'amor suo per Agnese era ancora
quello dei primi giorni, e giurando che non isperava trovar mai in
altra donna quel bene, che Agnese gli aveva fatto gustare.
Così passarono le settimane racchiuse tra la visita del conte, di
cui si è fatto parola addietro, e l'arrivo della lettera accennata or
ora. — Ma dopo questa, come poteva essere calma e preparata a correre
incontro al suo amante?
Appena ebbe percorso il foglio fatale, pronunciandone mentalmente ad
una ad una le parole, lo lasciò cadere a terra, e, copertasi il volto
colle due mani, rimase alcuni momenti immobile in atto di meditazione.
— Poscia, scuotendosi, rese grazie con voce commossa a chi le aveva
portato la parola di un amico che già dubitava d'aver perduto. Non
volle sembrare sconoscente nemmanco al Manfredi, benchè il servizio
che le veniva reso da lui fosse tanto doloroso. S'accostò quindi allo
scrigno, e vergò su di un foglio la sua risposta, la quale non fu
per certo nè la più pensata, nè la meglio corretta cosa che escisse
dalla sua penna. — La passione però vi era rappresentata fin troppo
fedelmente; e non mancavano le parole di cortesia per colui, che le
aveva data una funesta ma veritiera prova d'affetto. Trasse infine
dalla borsa, che le pendeva alla cintura, alcune monete, le porse a
Bergonzio, e lo congedò.
Tanto impero sulla sua volontà durò il tempo necessario all'escita di
quell'incognito. Rimasta sola, invano avrebbe tentato di prolungare
una violenza che le recava strazio insopportabile. Fece alcuni passi
barcollando, giunse a stento ad afferrare la spalliera di una sedia,
vi si appoggiò un istante, poi si lasciò cadere di tutto peso sullo
scranno. Le sue membra, colpite da languore, non l'avrebbero portata un
minuto di più. Tutta la vita di lei si era raccolta negli occhi, che,
guardando al cielo, sembravano implorar grazia; e forse l'ottennero nel
dirotto pianto, che le aprì la via delle parole.
“O Signore Iddio, che ascolto io mai? sclamò ella, con un accento
interrotto dai singhiozzi.... Possibile! mi si inganna, e.... perchè
con me, e per mezzo mio, s'inganna un'innocente?... Quell'amore, che
io accettai come un patto sacro e solenne, non sarà dunque altra cosa
che il laccio teso ad un'incauta?... Il mondo è proprio sì tristo....
O poveretta me! O digraziata creatura, che odi tua madre ritrattare le
benedizioni, che porse al cielo, quando tu ricevesti il soffio della
vita. E questa vita sarà dunque per te una condanna prima d'essere un
dono? Ma dov'è la giustizia? A che servono le promesse e i giuramenti?
Perchè gli uomini chiamano Dio in testimonio del loro spergiuro?„
E piangeva, piangeva l'infelice a calde lacrime. — Poi ad un
tratto, cacciandosi una mano nei capelli e scomponendoli in modo
che si disciolsero in un'onda di trecce; — “o Signore Iddio, sclamò
coll'accento della disperazione, se quanto mi vien detto è vero, fatemi
morire. La morte è l'unico rimedio a' miei mali. Ma non mi condannate
per pietà a vedere arrossire l'uomo che io amo; questo strazio vince
ogni forza, abbatte ogni ragione. — Madre mia, che leggi nel mio cuore,
che presenti da questa l'angoscia che mi è serbata, deh, prega Iddio
per me.... pregalo per quell'innocente, che io porto nelle viscere, e
che è sangue tuo!„
E in dire queste parole, giunte le mani in atto di preghiera, rimaneva
alcun poco muta ed assorta. — Forse credette d'essere esaudita, perchè
sentì destarsele in cuore un dubio confortatore.
“Tutto quanto mi vien detto, soggiunse ella alquanto più calma, è egli
poi certo? Ognibene Manfredi non sa mentire; ma chi è quell'anonimo
che lo ha informato? È possibile che i secreti della corte penetrino
le pareti d'un carcere? V'ha dell'improbabile in ciò. — E se mai?...
povero Manfredi, in tempi più felici egli volgeva a me giovinetta
l'occhio appassionato. Gli perdoni il cielo, s'ei cedette alle
esasperate delusioni del carcere. — Forse pensò di parlare pe' miei
interessi, e senza pur saperlo, non rispose che ai suoi.... Povero
Manfredi; quanto sarei lieta di perdonargli un inganno, una menzogna!„
Ma queste sue parole errarono a fior di labra, e il conforto che ne
provava non durò che il tempo voluto a pronunciarle. — Rimaneva quindi
l'infelice in quella situazione d'incertezza, in cui la mente, pel
troppo rapido lavoro, non afferra alcuna idea netta, e le comprende
tutte indistintamente. La scena, che le si svolgeva dinanzi, era
cupa; e le speranze cadevano ad una ad una, come le foglie di un fiore
percosso dal nembo.
Entrava Canziana in questo punto, col suo aspetto sorridente,
biascicando una frase famigliare com'era solita; ma, poichè ebbe veduto
la padrona in quello stato, inghiottì il sorriso e le parole e, con un
espressione indefinibile di sbigottimento, le domandò:
“Vergine santa che ci è di nuovo?„
Agnese, senza risponder parola, accennò la lettera rimasta a terra, e
con un gesto della mano che equivaleva ad una preghiera, la invitò a
leggerla. Canziana raccolse il foglio; lo esaminò tutto quanto a corso
d'occhio per indovinarne l'autore; e, riconosciutolo alla firma, l'ebbe
come segno di buon augurio. Ma quando s'inoltrò nel pieno di esso, e
comprese dove mirava, inarcò le ciglia, corrugò la fronte colpita da
indicibile dolore; e, masticando la lettura a mezza voce, come sogliono
coloro che non hanno famigliarità collo scritto, riempiva le frequenti
interruzioni con sospiri ed esclamazioni, con atti di sorpresa e di
angoscia.
“Che ne dici?„ dimandò la fanciulla, crollando la testa in segno di
completa sfiducia.
Canziana non avrebbe certo risparmiato una buona parola, se questa
le si fosse presentata alla mente. Dal canto suo, non tralasciava di
metterla alla tortura per trarne un'interpretazione, che non fosse una
sentenza. Ma compresa da quella rivelazione che per lei (non messa
in guardia come Agnese dallo sveglierino della gelosia) riesciva
ancora più strana, cedeva all'attonitaggine propria di chi è colpito
all'impensata da grave sventura, e taceva.
“Tu taci mia cara: comprendo... io sono dunque irreparabilmente
perduta!.., sclamò Agnese piangendo. Tu non hai una parola per
consolarmi; a chi dunque io mi rivolgerò?„
“Figlia mia, non vi nego che la mi par terribile, cotesta nuova... ed
è per ciò che vorrei pigliar tempo a crederla....„; soggiunse la donna
che finalmente aveva trovato il bandolo alla matassa, e ne dipanava
quelle parole, che tornano gradite agli afflitti anche quando non
significano nulla.
“Parla: dimmi, che non credi a quello scritto; che esso è menzognero;
spiegati in nome di Dio.„
“Ecco qui, — ripigliava Canziana, facendo una breve pausa su queste
prime parole che sogliono essere l'esordio delle persone imbarazzate.
— Io vorrei aspettare a disperarmi quando vedessi meglio le cose. A
nulla udienza, nulla sentenza. Finchè non si ode che una campana, è
troppo facile decidere a torto. Non per metter male sul conto di messer
Manfredi, che Dio me ne guardi: poveretto, egli è già troppo infelice;
ma cosa può saper lui, dico io, di quanto passa fra i signori di
Milano e di Pavia? È egli naturale che i secreti della signoria vengano
rifischiati qui e qua al terzo ed al quarto? Uhm! più ci penso, e manco
ci credo. Povero messer Manfredi, mi fa male il dirlo, egli è sempre
stato una testa calda, e di rado ne imbrocca una giusta...„
Qui Canziana, vedendo che la padrona cedeva alle sue parole e si era
racconsolata un poco, spiegò con più coraggio tutte le vele della sua
eloquenza ad un'aura insolita, che le pareva di buon augurio.
“E poi, se anche quello che vi è scritto fosse nè più nè meno ciò che
si è detto in palazzo, e che per ciò? Non li abbiam noi, povera gente,
sbugiardati le mille volte quei signori del palazzo? Quante, tra guerre
e paci, tra nozze ed alleanze, rimasero nel numero delle panzane,
di cui oggi si parla per fabricarne un grande avvenimento, e dimani
si sparla per riderne di cuore? Anzi, mille volte (vostro padre, che
Dio l'abbia con sè, lo diceva spesso) fu posta in giro una ciarla a
bella posta per far volgere da un lato le viste dei curiosi, e intanto
dall'altro lato azzeccare di soppiatto qualcosa di ben diverso...
Insomma, quello scritto non è mica una bella cosa, ma non la è nemmanco
sì brutta da perderne il senno. Quanto a me, (e si mise la mano sul
petto in segno d'asseveranza) vi dico schiettamente, vo' farle un bel
po' di tara a questa ciancia.„
Agnese, benchè alquanto rincorata da queste parole, si mostrava ancora
poco proclive ad ammetterle come una verità, e ciò per due buone
ragioni: prima, perchè non aveva dimenticato quei precedenti, di che
abbiamo fatto cenno; poi, perchè è istinto di chi desidera fortemente
una cosa, il combatterne le probabilità, onde provocare in altro
una resistenza armata di tutte quante le ragioni che militano in sua
difesa. In simil caso, ci è grato l'aver torto, e non ci stanchiam mai
di sentircelo ripetere. Allora le ragioni nuove, a cui non avevamo
posto mente, ci cagionano quella grata sorpresa, che proveremmo
al vederci ajutati da uno sconosciuto; le vecchie, già ventilate e
discusse, crescono pregio alle nostre vedute, aggiungendovi il credito
di quello o di quelli, che consentono nella medesima nostra opinione.
Canziana non aveva ancora messo fuori il più valido de' suoi argomenti;
ma lo teneva in serbo per chiudere la perorazione, certa di vincere per
esso ogni ritrosía, e di neutralizzare completamente gli effetti del
disgraziato scritto.
“In fin dei conti, — continuava ella rompendo il silenzio della sua
ascoltatrice, — m'è d'avviso che la prima a saperne qualcosa, (se
qualcosa vi fosse) dovreste essere voi, figlia mia; nessun altri
che voi. Non mi si venga a dire che il conte tenga il piede in due
staffe per farsi gioco di una fanciulla: ohibò! Hanno forse bisogno i
grandi signori di queste miserie? Sentite cosa mi frulla pel capo; se
ciò avvenisse, giurerei che il conte si burla del signor di Milano,
per quelle vecchie partite che non sono ancora accomodate fra le due
signorie. Vicino a voi, non è vero, che ei va lieto di scordare i suoi
fastidii? Lo dice a voi, lo ripete a me le cento, le mille volte, che
qui dimentica le cure e gli affanni, e ch'ei non farebbe più ritorno
al castello, se non avesse la certezza di esser qui il giorno dopo a
rifarsi di tante noje nella tranquilla pace che regna in questa casa.
Qual interesse a mentire? Vi pare a voi, che il conte sia uomo da tali
viltà?„
Agnese crollava il capo, in atto di chi rimove da sè un dubio
oltraggioso. — Rafforzata da questa adesione, l'altra proseguiva:
“Perchè gli onesti sono radi, radi più che i corvi bianchi, non bisogna
fare fascio di tutti e di tutto, e credere che non vi sia più al
mondo un galantuomo. Ma vo' supporre che gli sia stata fatta qualche
proposta; egli l'avrà respinta: e se non l'avesse, gli mancherebbe il
coraggio di venir qui, e venendo si darebbe a conoscere. Un raggiro
di simil natura non è facile a nascondersi. Voi lo vedreste esser
meno calmo, meno espansivo; diventar sospettoso di sè medesimo;
rispondere con esitanza o con affettazione agli affetti vostri. — Voi
gli leggereste la bugia negli occhi; poichè, a noi altre donne, madre
natura ci ha data una speciale penetrazione per scavare i secreti
che ci si voglion nascondere; ed è ben più facile che trascendiamo
negli ingiusti sospetti, non che viviamo beate e noncuranti quando
si ha ragione di sospettare. — Ora, ditemi un po', è questo il caso
nostro?...„
Canziana s'aspettava un trionfo, e non s'avvedeva d'aver tocco un
tasto dolorosissimo. Ella aveva dichiarato il pensier suo alla buona e
schiettamente: ma siccome non era dotata di quella vista penetrante di
che faceva merito al suo sesso, metteva per base de' suoi ragionamenti
l'esclusione di un fatto, ch'ella credeva impossibile soltanto perchè
l'ignorava.
“Tu dici il vero, — ripigliò con un accoramento indescrivibile la
povera Agnese, — ed è appunto perchè le tue ragioni sono assennate
che esse cagionano in me quell'effetto che tu speravi di rimovere. —
Sappi adunque, che i miei sospetti non hanno vita dalla lettura di quel
foglio d'oggi; sappi che da oltre un mese io ravviso nel conte alcuno
di quei sintomi che tu mi hai accennato.„ E qui, senz'altro riserbo, le
dichiarò ciò che essa pensava di lui, e ciò che noi già conosciamo.
Invece di arrestarci a pesare ad una ad una le parole d'entrambe,
solleviamo il velo misterioso, che copre altri avvenimenti,
per riconoscere quale, tra il giudizio di Canziana nutrito di
buone ragioni, e quello d'Agnese scortato dalla logica zoppa dei
presentimenti, ebbe il merito fatale d'essere indovino. Per far ciò,
c'è d'uopo risalire all'origine dei fatti. Scostandoci da Pavia ed
obliando pel momento il carcere d'Ognibene, torniamo al tugurio di
Medicina, per vedere come egli stringesse in pugno, ed agitasse a
talento, le fila di un tenebroso intrigo.