I.

Non fu tutto merito e tutta colpa dello zio vicario se Gregorio di

giovane scapestrato divenne uomo d’austeri costumi; d’incredulo

cattolico fidente calvinista e di fanullone uno scrittore fecondissimo.

Già nella fanciullezza e giovinezza prima troppo l’avevano fatto

digiunare e dir _pater noster_ e servir messe e baciar mani sporche di

preti e di frati quelle due figure paurose del padre Merenda e di Don

Grassi. Poiché da sua madre, Isabella Lampugnani, rimasta vedova di

Geronimo Leti governatore d’Antea, era stato posto nel 1639 alla scuola

de’ gesuiti di Cosenza, ed egli, irrequieto scolaro e incomposto

chiericuzzo, era cresciuto dai nove fino quasi ai vent’anni con

l’oppressione e il fastidio addosso del Grassi per custode e del Merenda

per precettore: tanta oppressione e tale fastidio che quando gli morí la

madre e passò in Roma alla tutela dello zio don Augusto, “non poteva piú

vedere né chiese né sacerdoti„³⁵.

Lo zio, il quale era un po’ petulante, sí, ma in fondo un’ottima pasta

d’uomo, e vagheggiava pe ’l nipote la fortuna medesima ch’egli aveva

avuta nella prelatura, avvedendosene, con che sbigottimento s’imagini!,

pensò dargli a maestro e guida di coscienza quello sciocco del suo

cappellano; Non l’avesse mai fatto! Il cappellano si mise a mortificare

Gregorio nelle confessioni frequenti e a gravarlo di sbadigliati digiuni

e rabbiose recitazioni d’offici, e Gregorio, caduto dalla padella nelle

bracie, prese con maggiore ardire a ridere per le strade in faccia ai

preti e per le chiese ai santi; a dire qualche porcheriòla; a leggere

libri proibiti e ad accarezzare le ragazze. Per dire la verità, che

colpa avea lui se le donne vedendolo “fresco, sano, robusto e ben fatto

della persona„, gli volgevano occhiate lusingatrici e se egli, piú tosto

che ad attendere i beni del sacerdozio, si sentiva “inclinato a godere

la dolcezza del maritaggio?„ Basta; còlta un giorno nella chiesa

vescovile una bella e docile giovinetta e trattala pudicamente dietro un

banco le diede solo sette baci, e poi, cosí per gioco, s’andò a

confessare dal cappellano; e questi in penitenza gli ingiunse su ’l

serio “di mangiare o almeno ben masticare sette fila di paglia della

lunghezza ciascuna di un piede, per causa che la confessione portava

sette baci„.³⁶ Era dunque l’esorbitanza d’una ridicola e proterva

severità, e Gregorio stucco e ristucco piantò lo zio e si recò a Milano

dai parenti della madre, presso cui stette due anni.

Ma pur troppo don Augusto Leti saliva rapido la scala degli uffici

ecclesiastici, e divenuto vicario d’Orvieto con in vista la nomina a

vescovo, volle ancora il nipote con sé.

Lo riebbe infatti, e cominciò ad esortarlo con paterna dolcezza che, non

avendo beni sufficenti per vivere gentiluomo, si facesse prete o alla

peggio soldato, e onorasse la famiglia nella maniera di suo padre.

Gregorio scuoteva la testa: Né armi né brevario! Piú tosto medico o

legale; ma lo zio vicario, che con ragione aveva poca fede nella scienza

e nella legge umana, scuoteva egli pure il capo sospirando e

scongiurando Iddio, e alla fine lasciò Gregorio libero di sé e della

roba sua: chi avrebbe potuto frenarlo?

Il giovinotto lieto e avventato come un puledro che si senta le briglie

su ’l collo, vagò alcun tempo per l’Italia e sprecò gran parte dei

quattrini lasciatigli dalla madre; indi, com’era naturale, fece ritorno

allo zio già vescovo in Acquapendente, che l’accolse tuttavia con bontà

e con speranza di rimetterlo per la strada buona. Ma in Gregorio non

c’era solo lo scapato, c’era l’incredulo, e che guajo per monsignor

vescovo avere un nipote il quale non voleva piú comunicarsi!

— Gregorio, Gregorio — gli diceva —: se tu non pigli altra strada, o che

tu morrai eretico, o che sarai processato in qualche inquisizione! —³⁷

Quand’ecco un giorno di settembre del 1658 monsignor vescovo cerca il

nipote e non lo trova; e una giovine, Antonia Ferretti, che il nipote di

monsignore aveva fatta uscire di monastero con promessa di matrimonio,

cerca l’amante e non lo trova: né lo zio seppe piú nulla di lui fino a

che apprese ch’egli si perdeva in Bologna nell’amore d’una cantatrice;

né la fidanzata ebbe piú altra notizia di lui fino al dí in cui le fu

detto ch’egli era a Ginevra calvinista e ammogliato! Tutto vero; perché

da Acquapendente Gregorio era corso ancora qua e là in cerca di vita

allegra, e venuto a Bologna con la cantante e compiute chi sa quali

pazzie, aveva poi considerato seco medesimo come seguitando di tal passo

avrebbe in poco tempo dato fondo a quel po’ di roba che gli rimaneva, e

come il meglio gli sarebbe stato recarsi a Parigi per cercarvi fortuna

alla corte. Cosí postosi subito in viaggio e giunto a Valenza, vi aveva

ottenuta la protezione del marchese di Valavoir generale dell’armi

francesi in Italia; s’era inteso con un capitano ugonotto a rilevare i

mali della Chiesa di Roma, e poscia s’era invaghito di portarsi a

Ginevra, luogo di paradiso per la libertà del governo e per la

rettitudine del calvinismo che vi si professava. Rimasto a Ginevra

alcuni mesi dopo fatta l’abiura e passato a Losanna, qua aveva stretta

amicizia co ’l celebre medico Guerin, padre d’una ragazza bellissima

diciottenne; e come il medico filosofo l’innamorava sempre piú della

riforma, egli pian pianino innamorava di sé la figliuola di lui, la

quale presa in moglie tre mesi dopo, s’era ricondotto in Ginevra.

Appena fu risaputo ch’egli abitava in quel covo di eretici, il povero

zio e la povera Ferretti gli scrissero amorosamente che tornasse.

“Caro nipote, ritorna per darmi la vita e non permettere che uno zio, un

vescovo di Santa Chiesa, uno che ti ha servito da padre, muoia da un

colpo scoccato, se non dal tuo braccio, dal tuo cuore..... Se hai moglie

conducila teco, perché tanto piú gloriosa sarà la tua conversione„ —³⁸.

— “Corre voce che siete già maritato, ma questo è dubbioso; ma quando

vero fosse, credo di poter meritare il vostro amore nuziale quanto ogni

altra, e voi sapete che gli maritaggi degli eretici qui si scancellano

con l’acqua santa.... Venite dunque, caro mio bene, care mie viscere,

caro mio cuore, per levare da qualche disperattione la vostra serva che

vi desidera sposa„³⁹.

Preghiere vane: meglio dello zio vescovo, il babbo Guerin; meglio che

Antonia era Maria; meglio che il cattolicismo, il calvinismo, e che

Acquapendente, Ginevra; e per Gregorio Leti era cominciata una vita

nuova di fede sincera, d’affetti domestici, di operosità e d’austerità

di costumi.

Già: per religione e amor della moglie il libertino d’una volta diventò

e si mantenne rigido custode di sé stesso e ammonitore della morale

negli altri; di che dan fede le molte sue lettere a chi caduto in fallo

l’andò richiedendo di consigli e di protezione, e accertano le prove di

virtú ch’egli dié in assai circostanze pericolose. Ed io credo, non con

molta ammirazione, ch’egli riuscisse a resistere pure ai vezzi di quella

singolare donnina che dal Sainte-Beuve fu chiamata la Manon Lescaut

della corte di Luigi XIV; di quella singolare donnina che ora lusinga la

mia fantasia, tarda ricercatrice di celebrate beltà, con la bizzarria e

la grazia e il sorriso ond’ella nella vita breve passò per tante colpe e

vicende.

Parvenze e sembianze · 第 16 / 42 题