XXI.

Bissi era accorso, appena conosciuta la mia disgrazia. Era arrivato, il

giorno dei funerali, anche Roberto fratello di Fausta; ma aveva dovuto

ripartire quasi subito per Roma dove aveva lasciato sua madre malata e

ancora ignara della perdita della figlia.

Bissi, mio ospite, non mi abbandonava un solo minuto. Tentava di

distrarmi, e con gentile avvedutezza mi parlava anche di Fausta; avea

capito, col suo cuore d'artista, che questo era l'unico modo di

consolarmi un po'. Sapeva poi far deviare con arte la conversazione, se

poteva chiamarsi tale quella in cui io dicevo qualche parola, qualche

breve frase, e che si riduceva, il più delle volte, a un suo lungo

soliloquio. Egli non si interrompeva neppure quando si accorgeva che la

mia attenzione gli era già venuta meno. Allora sentivo attorno a me il

suono della sua voce quasi errasse per lo studio, in alto, in basso, a

destra, a sinistra, smanioso di penetrarmi nell'orecchio, senza

riuscirvi; e i miei occhi guardavano intenti, o abbassavano le palpebre,

in una specie di annullamento di ogni facoltà per quell'interruzione

della luce di penombra che le imposte socchiuse raccoglievano

specialmente nell'angolo dov'era la scrivania e dove noi sedevamo.

Mia madre, a intervalli, veniva a prender parte alla conversazione.

--E non si annoia in quel paesetto di confine?--domandava a Bissi.

--Lavoro; non sono mai solo. I fantasmi della mia immaginazione mi

tengono compagnia giorno e notte. Sono le uniche persone con cui mi

compiaccio di vivere. Godo, soffro con loro, rido con loro talvolta,

quasi siano persone reali. La casetta che abito è situata in piena

campagna, in mezzo agli olivi, e la mia camera ha due finestre che dànno

in un orto. Per arrivarvi, dal mio ufficio, faccio una bella passeggiata

zufolando, canterellando, cogliendo alcuni fili di erbe pel mio

passerotto che, appena, mi scorge in fondo al viale, cinguetta, pigola,

si arrampica alle stecche della gabbia per festeggiarmi. È la mia

delizia. Intelligentissimo, addomesticato, ammaestrato anzi, mi serve di

svago quando sono stanco di lavorare nei giorni di festa. Lo trovai una

mattina, cascato dal nido e appena rivestito di piume. Ora, quando

scrivo, lo lascio libero per la stanza; e vedendo che non mi occupo di

lui, vola su la scrivania, viene a darmi fitti colpettini di becco alle

dita, tenta di strapparmi la penna, quasi capisca che sia essa la sua

rivale nel mio cuore. E--tu non lo crederai, Dario--pare che capisca

talvolta, che sto per scrivere una sciocchezza, e mi ammonisca:--Bada!

Rifletti!--E siccome mi distrae, mi fa riflettere davvero e mi fa

accorgere. Insomma, è il mio collaboratore. Per un passerotto non c'è

male.

--Avrà altre.... distrazioni....

--Oh, no, signora mia! Vivo da eremita.... Ed è curioso il vedere come

tutti i ricordi, tutte le osservazioni del tempo che stavo qui mi

rifioriscano nella memoria e riprendano vita nella mia opera d'arte con

intensità che mi maraviglia. È un'evocazione inconsapevole. Figure che

credevo dimenticate, che mi eran sembrate senza interesse quando le

avevo sotto gli occhi mi si affollano davanti con qualche lor segreto da

comunicarmi: una passione, una speranza, un'illusione, un dolore, una

follia, un gesto disperato, una smorfia. Così la mia solitudine si

popola, e non ho tempo di annoiarmi. Non sono stato mai tanto

accompagnato come da che vivo lassù solo solo!

Povero Bissi, se avesse potuto immaginare che male mi facevano al cuore

quelle sue parole pronunziate con intonazione indefinibile, tra seria e

scherzosa! Povera mamma, se avesse sospettato che la esclamazione--Beato

lei!--con cui gli aveva risposto forse pensando a me, mi era parsa

un'irritante inutile commiserazione contro la quale sdegnosamente mi

ribellavo!

Dal dolore rampollava a poco a poco il rancore, e al rancore teneva

dietro l'odio di tutto e di tutti. Mi sentivo rinascere nella mente le

aspirazioni giovanili e nello stesso tempo la convinzione della loro

piena inanità. Il mio desiderio era volato alto, nello spazio infinito,

come un'aquila incontro al sole, e quasi immediatamente lo avevo sentito

piombar giù, colpito da un proiettile arrivato all'improvviso a

stroncargli un'ala. E provavo di nuovo il dolore della ferita e la

vertigine del precipizio!... Dopo la gran delusione dell'arte, l'altra,

quasi più triste, della famiglia! Perchè mai la Natura, che si era

compiaciuta di darmi un'intelligenza non comune, i mezzi per coltivarla,

la forte volontà di raggiungere lo scopo intellettuale verso cui mi

sentivo attratto e che reputavo l'unico pel quale avrei potuto credermi

degno del nome di uomo; perchè mai, nello stesso tempo, mi aveva negato

quella facoltà d'immaginazione creatrice prodigata a tanti altri, senza

sostituirla con la profonda riflessione che crea essa pure, divinando,

dall'immensa moltitudine dei piccoli fatti, le ampie intime leggi

dell'Universo?

Perchè mai la Natura mi aveva concesso una intelligenza capace di

formarsi la grandiosa illusione di una potenza dominatrice del Caso, e

si era poi accanita a distruggerla, quasi l'orgogliosa idea che avrebbe

voluto eliminarlo, almeno una volta, dell'atto supremo della

generazione, fosse stato un tentativo di diminuire il suo dominio, di

circoscrivere la sua libertà, di impedire il suo capriccio?

E nell'impeto dell'indignazione dimenticavo Fausta, mia madre, tutti i

nobili sentimenti che mi avevano guidato e sostenuto fin allora; e mi

lasciavo sopraffare dalla nausea di dover vivere una vita così vacua,

così meschina, così immeritevole fin del sacrificio delle basse gioie e

dei vili piaceri, principale occupazione della maggior parte degli

uomini. A che cosa mi era valsa la rinunzia a quei piaceri, a quelle

gioie, che aveva reso grave ed austera la mia giovinezza? E perchè mai

dovevo continuare a persistere in tale rinunzia senza ragione e senza

scopo, senza compensi di sorta alcuna?

Bissi poteva benissimo rassegnarsi alla solitudine della sua vita di

provincia. Quel gran silenzio di cose e di uomini attorno a lui era

incitamento alla produzione, allo svolgimento libero e geniale della sua

bella facoltà di narratore che forse, in un centro diverso, avrebbe

risentito influenze mortificatrici, tentazioni di ravvicinamenti che le

avrebbero nociuto; ma io, io che cosa dovevo farmene di un'esistenza a

cui era venuta meno ogni ragione di continuare?

Se non avessi avuta mia madre (ridotta un fantasma di se stessa,

incanutita, infiacchita, sembrava si trascinasse per le stanze in cerca

della Morte che tardava a venire), io avrei accolta la idea del suicidio

balenata a insidiarmi in quei mesi di impetuosa ribellione contro la

spietata violenza del mio Destino. Pensavo di essere nel diritto di

rinunziare alla vita che non avevo chiesta, che mi era stata imposta e

che era risultata una serie di delusioni, di dolori, di inutilissimi

sacrifizi.

La vista di mia madre mi impediva di fermarmi a riflettere su

quell'idea. Volevo però far atto di ribelle, mostrare i pugni al

Destino, ridergli vittoriosamente in faccia, gridargli:--Tu mi hai

inoculato un vacuo senso di dignità umana, un'irrisoria aspirazione alle

più pure gioie dell'intelligenza; ed io voglio diventare un bruto, per

farti oltraggio, per sputarti in viso il mio disprezzo, per mostrarti

che ho una volontà superiore alla tua, che sono forte quanto te, più di

te!

Ma non sapevo decidermi dopo la risoluzione presa; c'era ancora dentro

di me qualcosa che resisteva, che mi inceppava, che mi faceva stupire,

in certi momenti, di aver potuto pensare, formulare quella risoluzione

così opposta a tutto il mio passato, così contraria alla mia indole, al

mio carattere; e lo stupore m'irritava, m'incitava, senza mai arrivare

al punto di spingermi, con un salto, di là dall'ostacolo che mi si

elevava dinanzi.

Una lettera di Lostini fu come un grande urto alle spalle che mi fece

balzare oltre l'ostacolo quasi mio malgrado. Inaugurava gli uffici della

sua «Nemesis»; voleva che almeno fossi presente col corpo, se mi

ostinavo ad essere assente con lo spirito, cioè con la collaborazione.

«Non mi privare di questo piacere; anche Bissi sarà qui. E pensa che un

po' di vita agitata, in questo centro di attività di ogni specie, farà

certamente molto bene al tuo animo esulcerato. La vita è triste; perchè

commettere la stoltezza di volercela volontariamente peggiorare? Vieni;

conduci con te, se è possibile, la tua buona mamma. La mia casa di

scapolo può offrirvi una modesta ospitalità. Vieni! Non ammetto scuse nè

pretesti. «Nemesis» ti attende!»

--Va'--disse mia madre.--Lostini ha ragione. Io ti accompagnerò col

cuore, ti sarò vicina col pensiero. Sarei un impiccio per te e per

lui.... Mi scriverai ogni giorno, una parola, due righe; e mi farai

avere i giornali che parleranno della vostra festa. Voglio annunziargli

io la tua partenza, ringraziarlo dell'invito e mandargli i miei augurii.

Come gli sono grata!

E mentre il treno mi portava via, mi sembrava di lasciarmi dietro, anzi

di sfuggire non solamente un posto di orrore, ma un «me» che abbandonavo

alla sua sorte, quasi non mi appartenesse più, e col quale non sapevo

come mai avessi potuto convivere tant'anni!

Affacciato al finestrino, respiravo a pieni polmoni l'aria che mi

sferzava il viso, e gli occhi bevevano lo spazio, trionfanti in quella

improvvisa libertà, in quella rapidissima corsa che mi dava la deliziosa

sensazione di veder accorrere incontro a me alberi, case, colline,

montagne, paesetti, città! Avrei voluto che il viaggio non avesse avuto

soste; ogni minuto di ritardo nelle stazioni intermedie mi faceva

spazientire. E, nella notte, che ansia, che trepidazione, quasi il treno

avesse potuto smarrire la via, e allontanarmi dalla meta! I fischi della

locomotiva, mi sembravano gridi angosciosi, di appello, gridi sinistri,

di minaccia; e quando l'alba cominciò ad imbiancare l'orizzonte, e il

paesaggio a uscire dalla penombra, ebbi un senso di soddisfazione

puerile, e trassi un respiro di gioia.

Alla stazione di Milano, ero un uomo nuovo! L'espressione non è

esagerata.

Ah, quel Lostini! Maraviglioso addirittura. Che aria di sufficienza, di

indulgenza benevola, di cordialità che si concedeva e non si profondeva,

di protezione paterna!

--Come non ti senti formicolare le mani? Come non ti viene l'impeto di

afferrare una penna?

--Non mi parlare di cose intellettuali,--gli dissi.--Voglio

imbestialirmi.

--Se non cerchi altro! È la cosa più facile.

Mi guardava stupito.

--T'intendo però,--soggiunse,--e ti invidio. Io comincio ad essere

stufo. Tu invece puoi gustare il piacere con la ingenua ingordigia del

collegiale; non ti offenda il paragone. Corri forse il pericolo di

prenderlo sul serio; non ne vale la pena. Il vizio è come la virtù; non

bisogna abusarne, ma usarne discretamente; levarsi da tavola con un

resto di appetito è prezioso dettato di igiene. Dico vizio per modo di

dire, perchè i moralisti han ribattezzato così il piacere, forse per

disgustarne gli altri e serbarselo tutto per loro. I moralisti, caro

mio, sono capaci di ben altro. Quando ne incontro uno che predica le

grandi attrattive della virtù, penso a quei negozianti che fanno la

réclame ai fondi di bottega, per darli via al più presto. Io non sono

precisamente un virtuoso, figurati! E perciò ti dico che fai bene a

voler divertirti. Ma sono anche uomo di esperienza, e ti posso dare

qualche prudente consiglio.

--Zitto; vo' andare incontro all'impreveduto!--lo interruppi.

--No, caro; anche il piacere deve essere un calcolo. Su questo soggetto

ho tutta una teorica che potrebbe far la fortuna di un pensatore. Non ci

tengo, e non ne ho preso la privativa. E prima di ogni cosa sappi che

non ci sono piaceri di prima, di seconda, o di terza classe, come i

vagoni della ferrovia. Ne hanno l'etichetta, ma è bugiarda, per

canzonare i creduloni. Io ho trovato, per esperienza, che è meglio pei

viaggi corti prendere un biglietto di terza; e il piacere è un viaggio

corto, cortissimo; non mette conto di prendere per esso un biglietto di

prima. Coloro che parlano di piaceri raffinati sono, come dicono qui,

dei «bagoloni» che si vogliono dare aria di intenditori. Il piacere non

è una raffinatezza, è anzi--se vuoi che ti dica la mia schietta

opinione--una grossolanità. Tant'è vero che l'uomo ha sentito il bisogno

di lardellarlo--non ti dispiaccia la parola, hegeliano mio--di

lardellarlo d'ideale! Ed ha fatto malissimo: l'ha ridotto un'altra cosa,

come quei cuochi sciagurati che a furia d'intingoli....

--Eh, via, Lostini!

--Tu m'interessi come un'esperienza scientifica; voglio studiarti;

intravedo un bel soggetto di romanzo; un raro caso di osservazione

diretta. Sarà la tua indiretta collaborazione a «Nemesis», se arriverò a

scrivere quel che tu stai per fare. E lo intitolerò.... Come potrò

intitolarlo?

--«Vanitas vanitatum!»--gli suggerii scherzando.

--Ben trovato; grazie!

--Certe sciocchezze è molto farle; sarebbe troppo scriverle.

--Specialmente dovendo scriverle io, tu pensi.

--Oh, niente affatto!

--Guarda!--mi disse, additandomi una donna che ci veniva incontro in

carrozza, sotto i riflessi di un ombrellino azzurro, elegantemente

vestita, con un gran cappello piumato posato con bizzarria su i capelli

troppo biondi da esser di color naturale.--Guarda!... Biglietto di prima

classe, che non ne vale uno di terza.... Dio ti preservi dalle sue pari!

Rassegnazione: Romanzo · 第 34 / 41 题