Più rifletto intorno ai casi della mia vita e più mi convinco che c'è
una Forza Superiore, che guida e regola le nostre azioni, spingendole
dove vuol essa anche quando noi crediamo di agire con la più capricciosa
libertà. E non è sopraffazione, violenza arbitraria, ma ragione elevata
che ci difende contro l'accidentalità delle circostanze e ci rimena allo
scopo della nostra esistenza. Spesso noi chiamiamo Caso questa
misteriosa Forza coordinatrice, perchè ignoriamo quali intimi rapporti
annodino i più insignificanti nostri atti ai più grandi e più remoti
movimenti dell'Universo. La nostra ignoranza attuale dovrebbe però
renderci meno vanitosi, meno superbi, o indurci almeno a riconoscere
che, mentre noi immaginiamo di fare soltanto il nostro personale
interesse, lavoriamo inconsapevolmente a quel che il Montesquieu
chiamava: «Le grand oeuvre», e un nostro illustre pensatore
semplicemente: «La storia». E così accade talvolta che colui che crede
di compire una mirabile cosa ne faccia una meschinissima; e che un
altro, rassegnatosi ad opere umili e modeste, ne compia, invece, quasi
senza ch'egli ne sappia niente, una grande davvero.
Infine, l'importante è che ognuno faccia quel che deve fare; la felicità
umana consiste in questo soltanto. Ma io che ora, quasi vecchio, senza
illusioni di sorta alcuna, ragiono in questo modo e chino il capo
davanti a quella che stimo sacra fatalità della vita, provo un riverente
terrore riandando con la memoria per quali vie dolorose, per quali
erramenti, per quali inganni sono arrivato al punto estremo dove ormai
nient'altro più mi rimane che chiudere gli occhi e sparire dalla scena
del mondo.
Tutti i miei castelli in aria sono miseramente crollati; tutte le mie
più orgogliose speranze sono andate a vuoto; eppure oggi sento la grande
soddisfazione di esser vissuto come sono vissuto, di aver attraversato
tante dolorosissime prove e di aver fatto per mezzo di esse quel po' di
bene che mette in pace la mia coscienza e mi fa attender tranquillamente
la morte.
In certi momenti, è vero, io non so come giudicare il resultato finale
delle mie azioni che è ancora un'incognita o che può essere affatto
diverso da quello che mi figuro. Ma mi conforto, riflettendo: Forse sarò
in tempo di correggere il mio sbaglio; o, forse, quel che può sembrarmi
uno sbaglio è tale soltanto in apparenza. L'avvenire lontano sfugge a
ogni nostra previsione; e nel mistero che lo circonda, consistono le
forti e lusinghiere attrattive della vita.
Per ciò io ero felice nei giorni in cui cercavo qua e là Colei che
doveva essere la mia cooperatrice nella sovrana opera di creazione assai
diversa, della creazione d'arte, e che già mi sembrava più nobile e più
elevata di questa.
Mi apprestavo alla eccelsa funzione come a un atto supremo. Non i sensi,
ma la riflessione mi spingeva a dedicare tutte le mie forze fisiche e
intellettuali a un fatto che la maggior parte degli uomini compie con
colpevole spensieratezza, per impulso di voluttà, per calcolo di
meschini interessi spesso, quasi ignara di quel che opera, certamente
ignara di quel che dovrebbe operare.
Ero orgoglioso di sapere che pochi o nessuno si erano accinti con degna
preparazione, con intera e limpida coscienza all'atto più elevato che un
uomo possa compire: la generazione di un'altra creatura umana. Io davo
il primo esempio. Questa idea mi esaltava.
Non ero capace di mettere al mondo un capolavoro immortale, nè una di
quelle poderose scoperte di idee che rinnovano la vita civile e fanno
progredire l'umanità; ma forse potevo dare la vita a colui che avrebbe
creato il capolavoro d'arte a me negato di produrre, o rivelato alla
società l'idea nuova e feconda che avrebbe allargato i confini
dell'intelligenza, dominato le menti e creato l'avvenire.
Il mio orgoglio divergeva per altra via, ed io non me ne accorgevo. Mi
sembrava di fare modestissimo atto di sottomissione accettando questo
còmpito, e non vedevo le immense difficoltà, dell'attuazione di esso, o
la vanità del tentativo.
Non ne parlavo con nessuno, neppure con mia madre.
Ero certo che, se avessi esposto quella idee ai miei pochi amici, essi,
quantunque intelligentissimi e capaci di comprendermi, mi avrebbero
deriso. Troppo pratici, travolti dalle agitazioni immediate della vita
comune, avrebbero giudicato strambe idealità i miei proponimenti, sogni
di uomo vissuto solitario, fantasie da poeta.
Mia madre si sarebbe certamente rallegrata di vedermi interessare con
tanta serietà e con tanto entusiasmo, della mia futura situazione; e
avrebbe, senza dubbio, apprezzato più di ogni altra la intensità di quel
sentimento che mi dava, assieme con una profonda commozione, la
risolutezza e l'energia mancatemi fino allora. Ma temevo di vederla
impaurita dall'eccitazione che questo nuovo stato d'animo mi produceva;
temevo di udirle pronunziare qualche parola di richiamo, qualche
femminile osservazione di senso comune che mi avrebbe tarpato le ali, e
tolto, con le illusioni, ogni coraggio di andare avanti.
Giacchè in certe ore, in certi giorni, la stanchezza delle inutili
ricerche mi faceva balenare nella mente il sospetto che anche
quest'altra mia intrapresa potesse fallire,... E allora una tetra
risoluzione mi si affacciava al pensiero. Questa volta facevo mie le
sdegnose parole del Bissi:--Se la vita mi rifiuterà ogni consolante
mezzo di azione, io dirò risolutamente alla vita: Non voglio più saperne
di te!--Ma erano fiacchezze di istanti.
La vita, intanto, mi sembrava bella, immensamente bella, anche nei
ristretti limiti dentro i quali ora volevo circoscrivermi. Non mi
stimavo più uno scopo, ma un mezzo. Lo scopo era molto, oh, molto! di là
da me. Quando io fossi riuscito a formare quella creatura pel cui
avvenimento mi preparavo con trepidanza quasi religiosa, avrei fatto
opera così inestimabilmente elevata che la mia personale nullità non mi
avrebbe potuto più ispirare commiserazione nè sdegno.
Avevo ricercato il Lenzi, il Lostini e altri giovani compagni di studi,
che furono lietissimi di vedermi entrare, dopo tanti anni di
segregazione, nel turbine della vita sociale assieme con loro. Ero stato
presentato in varie famiglie, frequentavo riunioni, feste, teatri. Lenzi
e gli altri anzi credevano che intendessi rifarmi del tempo perduto; e
perciò si maravigliavano che avessi tuttavia ripugnanze e astinenze
inconcepibili.
Infatti mi mescolavo apparentemente con loro, ma non partecipavo al loro
genere di vita, che mi sembrava sciocco e qualche volta bestiale.
--Insomma, quale chimera ti attrae?--mi domandò un giorno il Lenzi.
--Cerco moglie!--mi lasciai scappare di bocca.
Riflettè un momento; poi riprese:
--Se la mia proposta non potesse sembrarti interessata....
E s'interruppe, alzando le spalle.
--Di' pure. Tu capisci che parlo seriamente e non vorrai propormi nulla
da ispirarmi tale sospetto.
--Sposa mia sorella. Non ha una gran dote, ma ha doti rare e non è
brutta. Rientrerà tra qualche mese dal collegio. Ha diciassette anni....
Mi parve una bravata sconveniente. E risposi con tono rigido:
--Grazie! Tua sorella merita più degno marito.
--Tu non la conosci.
--Non mi conosce neppure lei.
--È la migliore condizione per sposarsi.
--Perchè?
--Perchè non c'è di mezzo l'amore, che guasta ogni buona relazione tra
l'uomo e la donna destinati a formare una famiglia. Dovresti saperlo; i
matrimoni d'amore riescono quasi sempre malissimo.
--Quasi sempre, hai detto.
--In questo caso il matrimonio diventa un giuoco dove si corre il
maggior rischio di perdere. Bisogna esser matti da avventurarsi a un
irrimediabile disastro.
--Forse hai ragione.
--Senza forse. Io ho giurato di restar celibe. Voglio essere un uomo
forte, e soltanto chi è solo può esser forte. Quando il matrimonio non
sarà più un contratto nè un sacramento....
--Potrà non essere un contratto, ma un sacramento sarà sempre.
--Ah, ti riconosco! L'Hegel ti tiene ancora tra gli artigli. E il tuo
Hegel era anche prete!
--La storia naturale dà ragione all'Hegel. L'uomo è animale monogamo,
come i piccioni.
--E i mussulmani? Non sono uomini forse? E i Mormoni? Si chiamano:
Santi! Ma lasciamo andare. Qui stiamo davanti a un caso particolare. Tu
vuoi prender moglie, secondo le leggi e le costumanze del tuo tempo e
del tuo paese. L'hai trovata? Sei già innamorato? Me ne dispiacerebbe,
per te. Se non l'hai ancora trovata, dàmmi retta: sposa mia sorella. È
una donnina seria, buona, affettuosa e non brutta, ti ripeto. Ne sarei
contentissimo per tutti e due, giacchè non ci sono sentimenti nè azioni
completamente disinteressati in questo mondo.... Dimmi la verità, sii
sincero: Tu ami!
--No.
--Tu ami e non hai il coraggio di farlo sapere alla persona amata!
--No, no; te l'assicuro.
--Allora rifletti un po' su la mia proposta. No è uno scherzo. E non
pensare all'amore.... «Amore alma è del mondo, amore è mente!...» Lascia
dire i poeti; sono la peste dell'umanità. L'amore? È un divertimento,
come il «capanniscondere», come «ladri e birri», come le rincorse, con
la sola differenza che questi ci svagano durante la fanciullezza, e
quello ci fa perdere il tempo e qualche altra cosa quando siamo grandi e
dovremmo badare a tutt'altro. Il guaio per te consiste nel non essere
mai stato fanciullo. Così potrebbe darsi che il giochetto dell'amore ti
attiri, invece del «capanniscondere» e di «ladri e birri» che non sei
più in età di praticare. L'amore? È anche una malattia infettiva, contro
la quale conviene vaccinarsi in tempo. Senti; vedendoti apparire tra
noi, avevo pensato appunto che tu volessi far questo. Ma tu hai avuto la
sventura di un'inoculazione di hegelismo; vivi tuttavia tra le nuvole, e
ti dispiace di discenderne. Bene. Con mia sorella staresti tra cielo e
terra, nè tutto in cielo, nè tutto in terra. Se la posizione non ti
sembra scomoda....
--Rifletterò--risposi sorridendo.
--E manda Hegel al diavolo! Quel tuo professore, dovresti ricordartene,
predicava bene e razzolava male. Portava l'Hegel nel cervello e seguiva
Epicuro nella pratica.
--Bada,--gli dissi,--tu sei il primo e il solo che abbia ricevuto questa
mia confidenza. Conto su la tua discrezione.
--Figurati! Sono interessato a mantenere il segreto. Tu però non credere
le mie parole una delle pretese eccentricità di cui voialtri amici mi
accusate di troppo compiacermi. Io sono sincero. Ho il coraggio di dire
ad alta voce quel che molti pensano nel loro interno e non osano
sostenere a viso aperto.--Va' a farti monaca!--rispondeva Amleto ad
Ofelia; ed era eccellente consiglio.--Sposa mia sorella!--ti ripeto io,
ed è eccellente consiglio anche questo, poichè tu hai intenzione di
sposare qualcuna.
--Perchè no?--pensai appena fui solo.
E me lo ripetei moltissime volte, durante una settimana. Era
un'incognita colei? Ma sarebbero state pure tali tutte le ragazze tra
cui potevo scegliere. Ne avevo già notate parecchie, ed ero rimasto
sempre indeciso. A una mancavano certe qualità intellettuali che mi
sembravano indispensabili; a un'altra certe condizioni fisiche da me
reputate non meno indispensabili di quelle. Non era forse più giudizioso
affidarsi al caso? L'amore infine non mi sembrava precisamente una
condizione assoluta nel mio intento. Sarebbe venuto dopo. Se non
l'amore, l'affetto, cioè qualche cosa di meglio e di più solido; e con
l'affetto, la stima.
--Perchè no?
E poi, con quella inattesa proposta mi sentivo quasi liberato dal grave
imbarazzo delle ricerche e della scelta. Lenzi era, senza dubbio,
sincero. Sarebbe stato capacissimo di darmi un consiglio contrario, di
dissuadermi di sposare sua sorella, se glien'avessi manifestato
l'intenzione ed egli avesse creduto che quella unione non poteva riuscir
bene.
Da mia madre mi era stato domandato più volte:
--Ebbene? Niente ancora?
--Cerco. Non ho fretta.
--Non vorrei,--ella mi disse una mattina,--che tu ti fossi formato un
concetto così elevato delle virtù da ricercare in una moglie....
--Oh, non dubitare!--le avevo risposto.--Sarò pratico.
Appunto quella mattina, levandomi da letto, mi ero tutt'a un tratto
deciso.
--Perchè no?
E, avanti le nove, m'avviavo verso la casa del Lenzi, col cuore in
tumulto, ma come chi vada incontro a inevitabile destino.
Il suo studio era al pianterreno.
Andavo sempre a cercarlo colà quando volevo vederlo, e nei giorni e
nelle ore che sapevo di trovarlo con certezza. Ma questa volta anticipai
a posta, e salii al terzo piano dov'egli abitava con la madre e una zia
paterna.
L'annunzio della mia visita lo maravigliò tanto, ch'egli venne in
salotto in maniche di camicia.
--Mi vestivo per scendere nello studio.... Scusa se mi presento così....
Che novità? Non ho saputo resistere.
--Finisci di vestirti; non c'è nessuna urgenza.
Ero imbarazzato. Avevo ideato il pretesto di non ricordo più qual libro
da farmi prestare. Fanciullaggine! Il vero motivo della mia visita era
quello di osservare, se mai lo avessi scoperto nel salotto, il ritratto
di sua sorella. Lo avrei riconosciuto dal posto in cui si sarebbe
trovato, certamente accanto al ritratto della madre o del padre morto, o
della zia. La madre e la zia le conoscevo per averle viste una o due
volte pochi mesi prima. Le due donne vivevano ritirate, non
frequentavano società, dedite a pratiche religiose e ad opere
caritatevoli, senza ostentazioni e senza eccessi.
Infatti!...
--Ah!... Sono lieto di coglierti in fallo--esclamò il mio amico
trovandomi intento a osservare alcuni ritratti schierati, in belle
cornici di velluto, sur una consolle.
Arrossii, e balbettai:
--Questa è tua sorella, è vero?
--Vieni a chiedermi la sua mano?--egli disse, affettando comica serietà.
--Quasi.
--Benissimo.... Ma.... come quasi?
--Se tu non hai nessuna difficoltà, ti prego.... di darmi, per poche
ore, questo ritratto. Voglio presentarlo a mia madre.
--È giusto. Portalo via. So a chi lo affido.
Non m'era parso di vedere quella gentile figura per la prima volta, ma
di riconoscerla, quasi ritrovassi incarnati in essa tutti i vaghi sogni
di quegli ultimi mesi, quasi dagli occhi vivacissimi, dalla fronte
spaziosa e dalle brevi labbra sorridenti si sprigionasse la modesta e
schietta promessa della intima felicità che andavo cercando, e che già
temevo di non trovare.