XIII.

Mio concetto intorno alla Repubblica.

L'Accusa nel § 85 dichiara non importare nulla indagare se io riputassi

sempre od in massima la _Repubblica_ forma buona ed accettabile per

la Toscana, quando si sa[147] che fui elemento _disorganizzatore_.

— A me pare all'opposto che importi moltissimo, imperciocchè nelle

criminali disquisizioni, se io male non appresi nelle scuole, hassi

principalmente a ricercare lo _affetto_ che lo imputato può avere avuto

a commettere la colpa; ed invero quando non occorra veruna delle cause

che i legisti chiamano di _delinquere_, ed anzi ne occorrano contrarie,

viene la coscienza dei Giudici facilmente condotta ad escludere il dolo

dall'azione incriminata. L'Accusa da sè stessa discorda, dacchè nel §

83 la vediamo registrare la notizia «che ho _interessato_ altre volte,

e sempre per cause politiche, or la Giustizia, or la Grazia;» quasi

per dedurre l'abito vecchio a questa maniera di falli; e ciò sta bene,

perchè nel suo concetto cotesta sciagurata memoria poteva nuocere.

Nel § 85 poi quale sia stata la mia professione politica non importa

conoscere; e sta bene, perchè può giovare. E questa ricerca gioverà ad

un'altra cosa, voglio dire, a mostrare quale potesse essere il motivo

pel quale i Repubblicani me volessero piuttosto Mancipio, che Capo, in

potestà di loro.

La insipienza non cessa ingiuriare la Repubblica, come se non fosse

e non fosse stata forma governativa di Popoli incliti nella Storia,

ma sì piuttosto modo di vivere di gente usa alle rapine ed al sangue.

Da parte siffatte stupidezze; e giovi ripetere col signor Guizot:

«La Repubblica è in sè forma nobilissima di governo: suscita inclite

virtù, ha presieduto al destino e alla gloria di Popoli grandi.»[148]

Chiunque dia opera allo studio delle umane lettere facilmente della

Repubblica s'innamora, però che i precipui scrittori così greci come

latini appartengano al periodo repubblicano; i capitani famosi, le

geste sublimi per eccellenza si vedano apparire ed imprendere nelle

Repubbliche antiche; nè le Repubbliche del medio evo aggradiscono

meno per la vita feconda che le commuove; piacciono le vittorie contro

la barbarie; piacciono gli uomini che vi si agitano dentro, i quali,

portentosi per certa loro salvatica grandezza, dominano il pensiero.

Ancora: filosofi, per istituto di vita o per virtù di fantasia

appartatisi dalle condizioni effettuali degli uomini, si dettero a

speculare intorno al migliore governo della società, e astrattamente

parlando immaginarono ottimo essere quello dove le fortune fossero

pari o comuni, uguali le persone nelle prerogative, nei diritti e nei

doveri; non doversi fare inciampo alla volontà liberissima col vincolo

ingiurioso delle Leggi, conciossiachè lo spirito umano, memore della

sua origine divina, avrebbe inteso, senza posa, spontaneo,

Al decente, al gentile, al buono e al bello.

_Saturnia regna_! — In cosiffatte Repubbliche Tommaso Moro propone che

la pena capitale abbia a consistere nello appiccare un cerchio di oro,

io non ricordo bene se al naso o in quale altra parte del delinquente.

Sogni di Angioli sono cotesti, e Dio faccia tristo colui che desta i

sognatori! Ma gli uomini non dormono tutti, nè sempre; la massima parte

di loro uscendo dalle astrattezze forza è che si travagli per la dura

esperienza della vita. I poeti non hanno a tenere la mano al timone,

ma dalla prua del naviglio contemplare lo emisfero interminato, dove è

fede che troverà pace l'ansia irrequieta che affatica i petti mortali.

Meditando su le Storie, conosciamo come le Repubbliche abbiano durato

fra procelle, e poco; lo esercizio smodato delle virtù che pure le

alimentano, averle condotte in rovina; la uguaglianza immaginata, fine

a conseguirsi impossibile; se tace la smania di superarsi in ricchezze,

subentra più intensa l'agonia di vincersi con le ambizioni, co' brogli

ed anche con lo splendore di gesti famosi; per cui Aristide un giorno

dirà agli Ateniesi, che, se desiderano pace, lui e l'emulo Temistocle

gittino giù nello _Apotete_. Ella cammina così la bisogna; se togliete

via le passioni, e l'uomo è fatto pietra; ma voi non le volete, nè

potete tôrre, e allora nelle società corrotte esse partoriranno turpi

gare di viltà, e di delitti; nelle sane, emulazioni di studii, ed

anche di gloria; nobilissime invero, e non pertanto seme immortale

di disuguaglianza fra gli uomini, nè meno delle altre dannose alla

Repubblica. Considerate le Storie, vediamo che virtù fa forza, forza

superbia, superbia corruttela; e l'ambita grandezza consuma i popoli

come macina molare; non mancano però uomini di peregrino intelletto,

i quali ostinati in certe loro immaginazioni si voltano alle Storie, e

le contemplano non come elleno sono, ma come loro talenta. Io non gli

maledico; mestiere plebeo è questo; ma gli assomiglio a quel Don Pietro

di Portogallo, che, acceso di amore per la morta moglie, la vestiva di

vesti magnifiche, le poneva in testa corona, al collo e agli orecchi

monili e gioie, e delirando la volea pur viva. — Essi vi diranno

presentare le Storie due periodi, quello dell'_autorità_ e quello della

_personalità_, per mettere capo al terzo, che è il Messia, quello

della _fratellanza_; ma la faccenda procede altrimenti, e troviamo

bene spesso, troppo spesso, Stati che invece di progredire verso il

periodo ultimo, stornano verso l'autorità; anzi, verso la barbarie;

anzi, verso lo assoluto potere della spada. Intendono volere distrutte

le disuguaglianze degli averi, della prestanza personale e perfino

degli intelletti, e predicano questo quando le disparità appaiono più

disperate. Nel secolo che vide Napoleone, Cuvier, Berzelius, e Goethe,

e Byron, e Alfieri, andate a parlare di uguaglianza d'ingegni! E

quando si arrivasse alla divisione degli averi, io vorrei un po' sapere

quanto ella avrebbe a durare, e come farebbero a impedire che nascesse

il prodigo e l'avaro, il cupido e il trascurato, lo industrioso e lo

infingardo. La società umana non può nè vuole uscire da uno stato

che conosce, e che spera migliorare mercè progressive riforme, per

precipitarsi dentro un abisso che non conosce, e che teme: _omne

ignotum terribile_. E almeno gli arditi riformatori andassero d'accordo

fra loro! Ma no; quegli vuole moneta e proprietà soppresse, questi

risparmia la moneta; uno pretende la donna libera, un altro chiusa;

chi lascia stare il matrimonio, chi lo abolisce; vi ha chi reputa il

suffragio universale ingiuria alla proprietà; non manca chi sostiene

la libertà di commercio tirannide commerciale; vi ha perfino chi

immagina pagare il debito pubblico della Inghilterra con le uova.[149]

Mentre però procurano rovesciare Dio, religione, matrimonio, famiglia,

eredità, proprietà, potenza individuale, tutto quanto insomma fin qui

venerammo e rispettammo, non sanno dove andremo a cascare. Qualche

esperimento hanno fatto, e capitò male: nonostante si ostinano, e forse

può darsi, ma non lo credo, che a sciogliere la società pervengano; a

riordinarla non mai.

Non ragioniamo di siffatte dottrine che, _con molta imprudenza e senno

poco_, vedo formare perpetuo argomento di qualche Giornale fra noi;

certo per imitazione francese, come se noi avessimo comuni con Francia

travagli e dolori. Torniamo a favellare delle forme del Governo.

I dottori della Repubblica di leggieri concedono vera la sentenza del

Montesquieu, che la Repubblica democratica si fondi sopra la virtù;

ma aggiungono subito, ch'egli ha confuso la causa con lo effetto; la

virtù dovere essere figlia, non madre di libertà; e questo diceva anche

Alfieri: — però aspettare, per vendicarci in libertà, ad avere fatto

procaccio, durante il servaggio, delle virtù necessarie per mantenerci

liberi, torna lo stesso che condannarci a catena perpetua. Nè siffatto

ragionamento è destituito di verità, se non che, invece di giovare alla

conseguenza che ne deducono, le nuoce. Di vero, invece di precipitare

la umanità a corsa, dove non le basteranno le piante, vediamo un po'

se ci fosse verso d'incamminarla mano a mano verso il meglio: se fu

cieca e brancolò per tenebre, perchè volere che duri cieca a brancolare

per non sopportabile luce? Quando lo schiavo rompe la catena, la sua

libertà appare vendetta e delirio;[150] l'adopera in usi pessimi,

finalmente si spossa, e allora di leggieri è restituito al pristino

stato.

I governi costituzionali pertanto, _purchè sinceri_ (e qui, secondo

me, è dove giace nocco), si adattano meravigliosamente alle attuali

condizioni della società, nè virtuose tutte, nè corrotte tutte, e

piuttosto penzolanti di qua che di là; eglino somministrano forme

abbastanza late, dove si può, senza scosse, camminare al meglio;

impresa non superiore alle nostre spalle, e però non disperata;

sistema nel quale capendo democrazia, aristocrazia e monarchia,

l'azione popolare nel progredire vi si afforza con la pratica dei

negozj pubblici, con le virtù, e soprattutto col diminuire l'amore per

sè, ed estendere l'amore per la patria. In questo modo si evitano le

cadute, più dure che non è soave il salire; quello che si acquista si

mantiene; delle riforme sociali si promuove quel tanto che i costumi

sono apparecchiati a ricevere. La umanità è corpo grave, disacconcia

a moti repentini; e quando tu la costringi a saltare, corre rischio

che si rompa le gambe o che affranta si accasci. Che qualcheduno la

preceda con la torcia accesa a schiarirle il cammino, bene sta; ma non

le vada tanto innanzi, che, fissa in quel lume lontanissimo, non veda

i pericoli che le si parano sotto i piedi.

Essendo pertanto avvenuto, che uomini, i quali speculativamente si

mostrarono parziali a forme di governo latissime, fossero assunti al

Potere, nè si trovassero abilitati a ridurre in pratica le teorie

manifestate, si ebbero, senz'altro, _rimprovero di mutata fede_, e

di peggio. Accusa, a mio parere, ingiusta; imperciocchè a comporre

un trattato e a scrivere un libro basti poca carta e inchiostro e il

proprio cervello, ma per condurre un Popolo sia forza consultare i

suoi desiderii, i suoi bisogni e la sua potenza. Nè si deve, senza le

solite stemperatezze dei Partiti, biasimare chi, vedendo che tutto non

si può nè ad un tratto, e forse alcune cose mai, con lealtà di cuore

e fede intemerata si mette a raccogliere le possibili. Così non si

biasimava Platone, se, avendo scritto il _Trattato della Repubblica_,

si conduceva a Siracusa per mansuefare lo efferato animo del tiranno

Dionigi; nè Tommaso Moro, il quale, comecchè dettasse il _Libro della

Utopia_, consentiva a tenere ufficio di Gran-Cancelliere d'Inghilterra

sotto Enrico VIII; nè il Moro perciò vendeva la sua coscienza a cotesto

re, e lo mostrò con la morte. — E Cocceio Nerva compiacque piuttosto

al suo fiero talento, che al bene della umanità, quando, pria che

vivere sotto Tiberio, sostenne morire, conciossiachè è da credersi

che con l'autorità, la quale esercitava grandissima, e l'amicizia che

l'Imperatore gli professava, avrebbe potuto, per avventura, temperare

la truce indole di quello.

Migliaia e migliaia di persone, tinte in chermisi fino alla radice dei

capelli, presero a impallidire da un lato dopo la battaglia di Novara,

e di tanto progredirono, che, svanito anche il verde, dopo il 12 aprile

si trovarono perfettamente partiti di rosso e di bianco. Cotesti esempj

non fanno per me: prima che la dignità umana abbia a ricevere offesa

per mia viltà, prego Dio a ritirarmi la vita. Io non aspettai questo

infortunio a chiarire come pensassi della Repubblica, e mi mostrai

avverso alla medesima prima dello Statuto, dopo lo Statuto, semplice

Deputato, e Deputato e Ministro, libero, e prigioniero. Pei tempi che

corrono, o non pare ella all'Accusa siffatta costanza mostruosa quasi?

Nel 19 novembre 1847 ragionando per lettera col marchese Gino Capponi

(che in quel tempo erami amico, e potrebbe essermi ancora, se fosse

rimasto sempre solo coll'anima sua) intorno ai miei concetti politici,

gli scriveva in questa sentenza: «Io vedo, e vedo certo, disordine

e impossibilità di scopo a cui tendiamo, per difetto di razionale

organismo. Per me la questione è semplice: il Governo cerca forza;

hanno a dargliela i cittadini? Se il Governo si mantiene assoluto,

_no_; — se modifica il suo principio convenientemente, _sì_. Io,

perdurante la mia vita, ho combattuto il primo, e certo non posso nè

devo sovvenire che al secondo. Nonostante, se questo mio fosse errore,

se dovesse contristare i migliori e più sicuri amici miei, io non

rinunzierò alla mia opinione, ma la chiuderò nel mio seno, e romperò

la penna, — pregando Dio che voglia abbreviare il termine prefisso alla

mia vita.»[151]

Nel _decembre del 1847_, scrivendo certe mie _Memorie_, m'indirizzava

a Giuseppe Mazzini con queste parole: «Molta terra e molto mare ci

dividono adesso: corrono _anni ben lunghi che noi non ci mandiamo

neppure un saluto: le opinioni diverse ci separarono_. Tu inebriato di

amore, e confidando troppo nella umana natura, nella casta ed ardente

fantasia immaginavi non possibili destini ai tuoi fratelli, e li volevi

ad un tratto felici e vendicati dal servaggio che è offesa a Dio ed

onta alla dignità dell'uomo. _Io, più provato alla dolorosa esperienza,

quel tuo soverchio volere non consentiva; e pretendere fuori di misura,

mi pareva tornasse il medesimo che non profittar nulla_. Ed in questo

ancora differivamo, che il bene divisavi _imporre ai popoli repugnanti

e ignoranti; io poi, forse di soverchio studioso dell'altrui libera

volontà, ricusava costringerla anche a quello che per avventura era

ottimo_.»[152] E favellando, a pagine 25, delle varie tirannidi che

contristano la terra, dichiarava: «Ho provato nella vita occorrere di

molte generazioni di tirannidi; nè sempre cingono corona di oro, _ma

bene spesso berretto frigio_; nè sempre muovono dai potenti, ma bene

spesso _dalla miseria importuna, dalla querula presunzione e dalla

cieca ignoranza_.»

Così nei tempi in cui potevasi non solo impunemente confessare, ma

anzi tôrre argomento di popolarità dalla confessione di avere promosso

o partecipato a sètte politiche, io volli manifestare come avessi mai

sempre rifuggito da quelle, e ne dissi il perchè; chiarii dividermi

da Mazzini antica e profonda diversità di opinione; lamentai la sua

corrispondenza da moltissimi anni interrotta; la tirannide del berretto

rosso stimatizzai. Nel medesimo anno pubblicai il libro _Al Principe e

al Popolo_, di cui ho favellato altrove.

Della libertà così vi ragiono: «Della libertà che per esercitarsi

offende la Legge, non è da godere: la libertà non iscambiamo con la

licenza: quella è vita, questa è morte dei Popoli. — «Di più ragioni

io conosco libertà, diceva il Parini: libertà vanitosa, libertà

soverchiatrice, libertà ciarliera, con tante altre specie ch'è più

onesto tacere: amo la libertà anche io, ma non la libertà fescennina.»

— Ed io consento con quel santissimo petto.»[153]

Avvertiva i pericoli dello essere andati prima troppo tardi, e

dello andare adesso troppo presto: «Sventura grande nelle società

umane è quella, che il tempo non procede mai equabilmente; prima noi

camminavamo un'ora dentro un anno: adesso in un'ora precipitiamo un

secolo: però, quello che parve ottimo ieri, apparisce disadatto oggi,

forse pessimo domani: una grandissima vertigine ci offusca tutti, ed io

non maraviglio se alcuno perde la bussola.»[154]

Ma soverchio sarebbe allegare citazioni; solo io prego i lettori

esaminare come a pagine 42 prevedessi i moti toscani, ne indicassi

le cause, e secondo il mio corto intelletto ne proponessi i rimedj,

fra i quali mi pareva efficace quello che il Governo precorresse le

voglie del Popolo discretissime allora, riprendesse forza ed autorità,

inspirasse fiducia co' fatti, la meritasse, e concedendo anche

più di quello che portavano i desiderii presenti, togliesse motivo

al nascere dei futuri.[155] Scendendo alle specialità, persuadevo

una Rappresentanza di uomini eletti e pagati dalle città, i quali

cooperassero alla formazione della Legge.[156] E la forma della

consigliata Rappresentanza desiderava non fosse inglese, o francese,

o spagnuola, ma italiana, confacente alla indole, ai costumi e alle

condizioni nostre, ed in modo che alcuno dei Potentati di Europa

potesse con la forza sì, ma non col diritto perseguitare.[157] Non

intendevo pertanto che al Principe s'imponessero leggi intorno alla

forma della Rappresentanza, pago di quello che suggeriva egregiamente

il signor marchese Daniele Zappi in certo suo libro intorno alle

condizioni della Toscana: «Se non che tanto ci avanzammo nella carriera

politica, che non più risponderebbe alla presente situazione delle

cose lo appello fatto ai provveditori delle Camere, e a pochi altri: in

quella vece si rende ora indispensabile, che dalle provincie toscane,

e in modo alquanto più largo della Romana Deputazione, sieno convocati

probi e savii cittadini, che a riformare le Comuni si adoperino

col Governo, e che innanzi di disciogliersi sappiano ottenere dalla

clemenza sovrana una forma di nazionale Deputazione, come istituzione

dello Stato, la quale concorra a coadiuvare il Governo, e valga

a sostenere gl'interessi del Popolo, vera ed unica base di nuovo

ordinamento politico dello Stato.»

Questa Rappresentanza, come al prelodato Marchese, sembrava anco

a me capace di salvare il Ministero dal popolare commovimento,

ponendosi fra Governo e Popolo: essa raccoglierebbe le speculazioni

degli scrittori politici, e dopo averle ponderate le presenterebbe

al Governo; riterrebbe il Popolo da seguitare dottrine diverse, e

varii capi, potendo riposare nei suoi Deputati; e finalmente, tra

gli eccellentissimi, ottimo il vantaggio che partorirebbe questa

istituzione: «guarentendo stabilmente il Popolo dagli abusi del potere;

non si potendo godere il bene della giustizia, se assicurata non sia

per lo avvenire: e come gli uomini, per buoni che sieno, mutabili

e mortali sono, così la continuata e salda guarentigia della opera

governativa non può venire dalle persone, ma deve essenzialmente

risiedere nelle instituzioni dello Stato.»[158]

Parole poi piene di reverenza adoperavo verso il Principe, e di

preghiera,[159] e finalmente concludevo col dire, che: «principio unico

e fondamento vero di riforma, consisteva nella rappresentanza popolare

cooperatrice alla formazione della legge.»[160]

Ho detto come, chiuso in carcere a Portoferraio, io stendessi una

scrittura, che lasciai inedita; perquisita dall'Accusa, si legge

adesso, con mio rammarico (però che dei fatti del gennaio 1848

avrei voluto non rimanesse memoria, per onore di quelli che vi

parteciparono), nel Volume dei Documenti a pag. 60. Quivi nella parte

finale, indirizzandomi al Popolo, lo ammonisco: «Terminerò col darti

uno avvertimento, non inopportuno ai tempi che corrono. _Le cose

di Francia non t'illudano_; gli Stati _non vivono d'imitazione_.

Ogni Popolo _ha le sue età_. Non bene riscosso dal lungo letargo,

male imprenderesti a correre. _Sta queto_. Fortificati. Sviluppa

il tuo ingegno con lo studio del reggimento degli Stati. _La forma

costituzionale presenta campo abbastanza per questi_...» E continuo

col concetto, e quasi con le parole che stampai nello aprile, e che si

leggono qui oltre.

Nello aprile del 1848, dopo cotesta prigionia essendo già pubblicato lo

Statuto, dichiarando i principii di varii reggimenti, e cercando quello

che, giusta la opinione mia, meglio si confacesse al Paese scriveva:

_Corriere livornese, 6 aprile 1848_: «Dopo lui (Luigi Filippo),

sembrò il Governo costituzionale, menzogna: ma si confortino i

diffidenti: il vizio fu dell'uomo, _non già dell'istituto_; e

ricercando per le Storie, non mancano esempj di Principi e di

Popoli, osservatori religiosi degli scambievoli doveri. — La lode

di Agesilao, dice Senofonte, non può andare separata da quella della

patria, conciossiachè Lacedemone fedele ai suoi Re, non imprese mai a

spogliarli della loro potestà, e i Re non desiderarono mai poteri più

estesi di quelli che dalle leggi venissero loro consentiti.»

_Nel No dell'8 aprile_, trattando della Repubblica, termino: «Ora sono

eglino in noi animo e costume capaci a conseguire la Repubblica, e,

conseguita, a mantenerla? Noi ne dubitiamo grandemente, ed esporremo le

cagioni del dubbio.» _E nei N. 13 e 19 di aprile_ espongo i motivi, pei

quali non reputo la Repubblica governo adattato al nostro Paese.

_Nel Nº del 15 aprile_, dico: «La monarchia costituzionale offrirci

palestra bastevole a istruirci nella scienza dei Governi.»

Capitale poi apparisce la dichiarazione diretta agli elettori, stampata

nel _Nº 2 maggio del medesimo Giornale_: «Qualunque sieno i pensieri

individuali, verun cittadino può imporre a forza la sua opinione

al Popolo, arbitro supremo del modo col quale intende reggersi. La

tirannide non porta sempre corona di oro; qualche volta la vidi col

berretto frigio: la sfidai sotto il primo sembiante; saprò combatterla,

alla occasione, sotto il secondo. Per me, il migliore Stato è il meglio

governato secondo i desiderii, i bisogni, e le condizioni attuali del

Popolo. Però, ove il Popolo si accomodi al governo costituzionale, e

prosegua di affetto il suo Principe benemerente, a me non repugna,

mandatario fedele, sostenere la Monarchia, purchè Costituzionale

davvero.»

Eletto Deputato, fra le infinite allegazioni basti una sola, quella

raccolta dalla medesima Istruzione, allegata dalla stessa Accusa, la

quale prescelgo per la data, che appartiene al tempo in cui tornava

da avere composto la scompigliata Livorno, e per la dimostrazione dei

principii politici, che me legavano allora allo scrivente; ed è la

lettera direttami nell'_11 ottobre_ dal Deputato Pigli. «Assisti con

attenzione al gran dramma; e quando sarai chiamato, sii presente. _Noi

vogliamo la Costituzione sincera, e la strada di ogni civile progresso,

sgombra da ogni impaccio di vile egoismo_. — Se occorre, scrivimi. —

Io ti assicuro di tutto ciò che uomo virtuoso può desiderare, e non già

per me te ne faccio fede, ma pel Paese mio.»

Vedasi in quella la non sospetta manifestazione degl'intimi sensi di

tale, che mi sedeva al fianco nella Camera dei Deputati, e militava

allora con me sotto la medesima bandiera, e si comprenda se io fossi

lealmente, interamente partigiano della Monarchia Costituzionale.

Tale era il mio domma politico; io vi ho persistito sempre, e fu nella

fiducia che anche Carlo Pigli vi persistesse che lo proposi al Governo

di Livorno,

Assunto al Ministero, tanto più mi approfondai in quello, in quanto

che per copia maggiore di fatti venni confermato nella osservazione,

che la massima parte dei Toscani fosse alla Monarchia Costituzionale

attaccatissima. Invero, primo mio studio come Ministro fu provocare

da tutte le Autorità governative, e da tutti i Gonfalonieri del

Granducato, rapporti quanto meglio potessero esatti, intorno lo stato

politico, economico e morale delle Provincie e Città che reggevano.

Commisi, tutti questi rapporti riducessero in quadro sinottico (come

proverò in seguito), e dal libro che mostrai a S. A., e rimasto forse

allo Ufficio del Ministero, venne a risultare in modo esatto la verità

della osservazione intorno ai desiderii del Popolo toscano. Io per

me ho sempre inteso, che per governare quanto meglio si può, bisogna

porre accuratamente studio a ricercare i fatti. I Governanti, che ai

fatti non guardano, o non li curano, o li dispettano, si rassomigliano

ai fanciulli, che corrono a nascondere il viso nel cantone, credendo

non essere veduti. — Però questo mio sistema mi ha fruttato taccia

d'ignorante e di gretto, dal Partito repubblicano.[161] Io posso

abbandonare intera alla censura altrui la mia mente, mi salvino

il cuore; ma davvero con idee preconcepite, e discordi dal voto

universale, io non comprendo a che cosa si riesca, tranne a sobbissare

i paesi per soverchia presunzione di sè.

Però nella Circolare del 12 novembre 1848, indirizzata ai Prefetti,

dopo avere parlato del periodo procelloso che percorrevamo, dichiaro:

«I principii monarchico e democratico possono vivere in pace fra loro,

a patto però, che il primo si mantenga _leale_, il secondo proceda

_temperato_. I re durarono nella Repubblica di Sparta, e progenie

inclita di Ercole eroe furono Codro, Agide e Agesilao, onore della

umanità. Se il presente Ministero fosse andato persuaso, _che Principe

e Popolo camminino contrarii disperatamente, non sarebbe salito ai

Consigli del Capo Supremo dello Stato_.»

Più oltre: «Alle persone senza consiglio stemperate, dite che noi

siamo antichi amici della Libertà, che la nostra fede non può tornare

sospetta, che ci ascoltino come fratelli, e sappiano essere _più

onorato del desiderare nuove libertà, mostrarci capaci di adoperare

dirittamente quelle che abbiamo ricevuto_.»

E nella seduta della Camera dei Deputati, come di sopra ho avvertito,

bandii solennemente non esser suonata l'ora della Repubblica in

Italia; e la generosità del Principe e i suoi meriti presso il Popolo,

e l'obbligo di questo a mostrarsi grato, per lo insigne beneficio

ricevuto.[162]

Al quale cumulo di fatti vogliansi di grazia aggiungere gli altri

riferiti in altra parte di questa Memoria, e si vedrà come io mi fossi

pronunziato apertamente contrario alla Repubblica, per calcolo rigoroso

di giudizio, e per probità politica; e come esatti manifestassi i

principii, guida costante del mio operato, secondo che sarà chiarito in

appresso.

Io non posso concludere questa parte del mio ragionamento senza

difendermi da un'accusa... ma per questa volta è _repubblicana_!

— Comprendo benissimo, che difenderci di dietro e davanti ella è

impossibile cosa; nonostante non consente l'animo, quantunque presago

della difesa disperata, abbassare vinto le mani. Come nell'Appendice

sarà manifesto, uno scrittore di setta repubblicana con molta

querimonia mi appunta che nei destini della Italia io non avessi fede,

nè nella virtù dello entusiasmo; freddo calcolatore essere io, e nel

respingere il concetto repubblicano mi consigliassi con le dottrine del

Machiavello e del Guicciardino. Aborrente, come ogni onesto dev'essere,

a giudicare le intenzioni altrui, io raccomando al signor Rusconi

leggere e meditare queste parole di Ugo Foscolo, che per certo non

fu cuore freddo, nè tepido amatore della Patria e di quanto potesse

ridondare in augumento di lei, ond'egli giudichi se in parte potesse

farne ragione pei suoi amici, o per sè:

«Quando il Popolo torna a precipitare nella corruzione, allora ad

alcuni bennati le teorie sono stimolo a nobile vita, a sublimi

speculazioni, a generosissime imprese; ma alla universalità de'

cittadini necessitano rimedj desunti dalla esperienza, e consentiti

dalla natura dell'uomo. Catone fu d'onore a sè; ma di che pro alla

Repubblica? La sua virtù pareva ostentazione, e fu alle volte derisa;

però infruttuosa: non doveva piegare i costumi, bensì lo ingegno, alla

condizione de' tempi; e se non fosse temerità giudicare di tanto uomo,

direi ch'egli era più filosofo che cittadino romano; perchè s'ei non

avesse inteso a procurare alla Patria il _bene assoluto_, avrebbe per

avventura, col valersi dello stato d'allora, potuto procurarle _quel

più di bene che si poteva_.»[163]

Che se il sig. Rusconi e gli amici suoi mi vorranno essere benigni

di proseguire nella lettura del libro, che cotesto austero intelletto

scriveva proprio per noi, troveranno, spero, argomento di spiegare la

mia mente, senza attribuirmi le brutte intenzioni che lo infelicissimo

non dirò amore, bensì furore di parte, gli mette in pensiero.

«Ma io adorando la sapienza e la onnipotenza di Dio, e senza arrogarmi

di giudicarla, o di bilanciare il meglio ed il peggio di quanto

poteva fare o non fare, nè interpretare i suoi fini, _mi rassegno

ai fatti, benchè discordino dai miei desiderii_, e m'ingegno di

osservare le prove perpetue, che le cose e gli uomini, come stanno, mi

somministrano; e _con l'unico lume della esperienza, dirigo fra tante

tenebre le mie opinioni a quel poco che io posso in utilità della

Patria_.»[164]

E che io poi non meriti anatema, per essermi mostrato difensore e

custode del Principato Costituzionale, avverso a scapigliata, debole,

e non possibile Repubblica, mi giovi per ultimo citare un'altra volta

Ugo Foscolo, che la Italia nostra con le armi difese, con gli scritti

onorò, e che morì esule mandando l'ultimo sospiro, lo estremo suo

desiderio a lei, e per lei.

«Alcuni _esaltando principii di perfezione politica ardono le menti_;

ma gli animi sono corrotti; quindi ogni tentativo verso lo impossibile,

prorompe a corruzione maggiore: testimonio la _Rivoluzione di Francia_.

Non tutti i Popoli, nè tutti i tempi possono tutto: l'esempio degli

Stati Uniti di America, popolo nuovo, suscitò il desiderio di libertà

nei Francesi, che avevano inveterata depravazione; _lo esempio della

Inghilterra, che tanti anni addietro aveva per più di un secolo patito

le stesse carnificine_, dovea limitare i loro desiderii ad ottenere un

Monarca, ed una Costituzione....»[165]

E tanto basti per ora.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 20 / 82 题