JEDEDIAH CLEISHBOTHAM.

[Illustrazione: T. I. pag. 25. — Francesco Wagner incise —

Giostra del Pappagallo]

I PURITANI

DI SCOZIA

ROMANZO STORICO

DI

WALTER SCOTT

VOLGARIZZATO

DAL PROFESSORE

GAETANO BARBIERI

_TOMO I._

FIRENZE

TIPOGRAFIA COEN E COMP.

_All'insegna della Minerva_

MDCCCXXVII.

_INTRODUZIONE DELL'AUTORE INGLESE_

_Posso presumere senza vanità che il nome posto in fronte a

quest'opera[1] e la natura della medesima bastino a conciliarle dalle

persone sagge e amiche del meditare (e a queste sole il mio lavoro è

dedicato) quel grado di attenzione, di cui l'opera stessa è meritevole;

laonde non m'interterrò ad accendere una lampada in pien meriggio col

far gli elogi di cosa che col suo titolo solo si raccomanda abbastanza._

_Però non celo a me medesimo, che l'invidia è ognor presta a latrar

contra il merito, e che non mancheranno persone, le quali anche non

negandomi un corredo di scienze e buoni principj, bisbiglieran sotto

voce, che la condizione del mio vivere a Gander-Cleugh non è tale da

potermi fornire molte nozioni pratiche sulle cose della Scozia alla

nostra età più vicine. La presente introduzione pertanto non ha altro

scopo che di rispondere a questi scettici._

[1] Il sig. Walter Scott nel pubblicare così il romanzo storico

I PURITANI DI SCOZIA, come l'altro IL NANO MISTERIOSO, ha

assunto il nome di _Jedejah Cleishbotham_, maestro di scuola e

sagristano della parrocchia di Gander-Cleugh, ed ha intitolati

entrambi i romanzi: RACCONTI DEL MIO OSTIERE.

_E incomincerò dal dir loro, che Gander-Cleugh è il punto centrale della

Scozia, e se così mi è lecito esprimermi, il suo_ ombelico: _d'onde

avviene che tutti coloro i quali cercano Edimburgo o Glascow sono

obbligati a passar di lì, e sovente vi dimorano tutta la notte. Ora non

v'è scettico anche fra' più pervicaci non pronto a convenire di ciò, che

io da quarant'anni in poi ho passate tutte le mie serate seduto ad un

seggiolone a bracciuoli coperto di cuoio, e posto a mano manca del

cammin di cucina nell'osteria dell'Armi di Wallace, e che ho vedute

quivi tante persone come se mi fossi staccato correndo per lungo e per

traverso tutta Inghilterra._

_Aggiugnerò ancora che se il Greco, il più celebre per sua saggezza,

dovette ai viaggi la sua rinomanza, io non gli cedo a tale proposito.

Due volte sono stato a Edimburgo, tre volte a Glascow, e debbo a queste

gite, se, reduce dalle medesime, mi hanno considerato come oracolo di

Gander-Cleugh e de' suoi dintorni._

_E se ciò non basta a far tacere quei critici, chiuderò ad essi con una

sola parola, la bocca, col protestare che io Jedeiah Cleishbotham, non

sono nè l'autore nè il compilatore dei RACCONTI DEL MIO OSTIERE, e che

per conseguenza non ho l'obbligo di farmi mallevadore nemmen per un iota

del loro contenuto._

_»Ma qual cosa sono essi adunque tali racconti che ne spacciate? Mi si

chiederà: d'onde vengano? chi ne è l'autore?» A ciò pure risponderò

quanto adeguatamente mi sarà possibile il farlo._

_Nessuno ignora che il mio ostiere, l'ostiere dell'albergo dell'Armi di

Wallace, era un uomo fornito ad un tempo d'ingegno e di curiosità. Egli

avea dunque la virtù di scavar dai suoi ospiti tutte le cose che volea

sapere senza far vista d'interrogarli. Quindi altri non v'era che meglio

di lui fosse istrutto nella storia passata e presente della Scozia, e la

memoria di questo uomo era un pozzo, nel quale non si potea veder fondo.

Cercata erane la compagnia pei fattarelli che sempre condivano i suoi

discorsi, amato quindi da tutto il paese di Gander-Cleugh, eccetto il

feudatario, il ricevitore delle dogane, e tutti coloro ai quali non

volea far credenza._

_Il feudatario lo accusava di tener mano agli scorridori di quelle

foreste comperando da essi le salvaggine e vendendole nella propria

osteria, in contravvenzione delle leggi del regno; poichè queste leggi

vogliono tal derrata essere privativa dei potenti della terra, i quali

trovano grande diletto nel distruggere gli animali colle proprie mani,

benchè io d'un tal diletto non sappia formarmi un'idea. Ma con tutto il

rispetto dovuto a Milord, mi prenderò la libertà di sdebitare il mio

amico defunto da questa colpa, perchè quanto ei vendea per lepri in

cotesta osteria erano conigli della sua domestica conigliera, ed erano

colombi della sua colombaia i volatili che vi si mangiavano come

pernici._

_Il ricevitore delle dogane allegava dal canto suo, che il mio ostiere

favoriva i contrabbandi comperando l'acquavite da chi ne facea vendite

clandestine. Posso accertare che non ne ho mai veduto vendere una stilla

alle Armi di Wallace. Egli è ben vero, che vi si bevea un liquore

spiritoso, chiamato dallo stesso ostiere rugiada delle montagne; ma qual

è la legge che proibisce sì fatto commercio? Mi si mostri, e saprò dire

se il mio amico le abbia contravvenuto._

_Quanto a coloro, che si presentavano a lui stremi per la sete, e che

non poteano cattivarselo per mancanza di denaro contante e di credito,

confesso d'essermi trovato presente a tali casi e di averne avuto

travagliato l'animo come se io fossi stato il paziente. Ma debbo anche

dire di non avere scorta nel mio ostiere tanta durezza verso quelli che

si morivan di sete da non dare ad essi da bere fino al prezzo che

poteano valere il loro orologio, la loro scatola, ed anche i loro

vestimenti, salvo quelli che coprivano la parte inferiore del corpo;

perchè stimava tanto il decoro della propria casa, che ha sempre

ricusato simili pegni. E per rendere compiuta giustizia alla liberalità

del mio ostiere, debbo aggiugnere non avermi egli mai chiesto un obolo

pel boccale di vino e pel bicchiere di rugiada delle montagne ch'io

beveva tutte le sere da lui. Gli è vero per altra parte ch'io insegnava

a leggere e a scrivere, e l'ortografia e l'aritmetica e persino la

latinità a cinque suoi ragazzi, e il canto fermo alla figlia; onde vi

era una specie di compenso nelle partite._

_Credo per altro, che la ragion principale onde l'amico ostiere derogava

per mio riguardo alla consuetudine ingenita in lui di farsi pagare il

suo conto, stesse nel diletto che dal conversar meco ei ritraeva, perchè

il mio discorso, comunque grave ed edificante, potea paragonarsi ad un

palagio architettato con tutte le regole atte a dargli consistenza,

senza dimenticare ad un tempo la cura degli ornamenti esteriori. I

nostri colloqui offerivano incredibile vezzo a quelli che gli

ascoltavano, soliti a dire che questo diletto valeva un boccale di vino,

benchè il mio ostiere non abbia mai posto un tale articolo in lista._

_Oh Dio! questo caro ostiere, egli è morto, l'ho pianto che non lo avrei

pianto di più se fosse stato uno della mia discendenza. I suoi figli,

miei discepoli, m'incaricarono di esaminarne le carte, e vi trovai un

numero ragguardevole di storie, ognuna delle quali era più importante

dell'altra, e di cui fanno parte le due che verranno. Io volea

pubblicarle tutte in una volta, ma il libraio omiciattolo gioviale,

scherzevole, e malizioso anzichè no, mi disse che intanto bastava

presentare il pubblico di sole due. Aspetterò dunque che lo stesso

libraio venga a chiedermi l'altre._

_Dopo tali premesse; ognuno vedrà quanta ingiustizia sarebbe il

sentenziarmi d'incapacità nello scrivere fondando il giudizio su i

RACCONTI DEL MIO OSTIERE. Credo aver date prove che avrei saputo

scrivergli se avessi voluto, ma non essendo in questo modo la cosa,

tutta la critica dee cader sull'ostiere, se i racconti non piacciano;

che se poi piacessero tutto l'elogio è dovuto a me perchè senza di me

non si sarebbero conosciuti._

JEDEDIAH CLEISHBOTHAM.

I Puritani di Scozia, vol. 1 · 第 1 / 19 题