Vitalisme, Rationalisme_, ed anche, per riscontrare alcune preziose
citazioni, _Les Origines_ del Pressensé. Buoni libri erano quelli.
Anch'egli aveva avuti i suoi dubbi; anch'egli aveva tratte le frettolose
conseguenze dallo studio di certi fenomeni naturali, di certe teoriche
evolutive; quei libri, insieme coi suoi trattati di astronomia, e con
gli studi fisiologici del Pasteur, lo avevano ricondotto in carreggiata.
Ed anche aveva vedute certe conclusioni di Herbert Spencer a proposito
dell'inconoscibile, certe confessioni dello Stuart Mill a proposito
della creazione, donde gli era apparso il dubbio del dubbio, cioè a dire
la modica fede di quei grandi maestri del pensiero moderno intorno alla
saldezza dei loro proprii sistemi. Infine, aveva ragione lui. È giusto,
è desiderabile che la scienza positiva, che dubiti di tutto, che tutto
rimetta in discussione e sottoponga nuovamente ad esame, distruggendo,
ma col proposito di riedificare. Così era avvenuto in materia
d'antichità, per la storia delle origini Romane, che dopo aver negato
ogni fede a Tito Livio e a Dionigi d'Alicarnasso, si ebbe ancora ricorso
a quei due disgraziati, perchè aiutassero a rimettere in piedi il loro
edificio crollato.
Il giorno seguente, all'ora solita, forse qualche minuto dopo, anzi che
prima, il signor di Vaussana rifece il gran viale della Balma. Perchè il
gran viale e non il sentiero del bosco? Mah.... non indaghiamo certi
arcani del cuore. Quel giorno egli andava un pochettino come la biscia
all'incanto, lassù. Ma era necessario; aveva promesso alla signora. E
fors'anco il generale si era mutato da quello del giorno innanzi. Ma no,
sarebbe stato un miracolo; e Maurizio, con tutta la sua fede, non
credeva ai miracoli.
Per dargli ragione, quel giorno il signor generale era aggrondato. Stava
giocando a picchetto col capitano Dutolet; forse perdeva. All'arrivo di
Maurizio si degnò di smettere il giuoco; facile sacrificio per coloro
che pèrdono. La contessa Gisella stava ricamando, accanto alla finestra.
--Grazie;--gli disse ella, appena lo ebbe veduto comparire.--Il dottore
è già stato tre volte al Martinetto; due ieri, e una stamane. La nostra
ammalata va discretamente. C'è anche una donna del paese per aiuto.
L'avete mandata voi?
--No, signora; ma ne avevo parlato al dottore, ed egli avrà provveduto.
--Siete dunque voi egualmente. Così i piccini son governati, e l'inferma
è tranquilla; grazie ancora.--
Il generale stava in contemplazione davanti a sua moglie. Maurizio, per
non aver aria di parlar sempre con lei, gli rivolse il discorso.
--Ebbene, generale, ci avete pensato?--
Il generale fece il gesto dell'uomo che non si ricorda alla prima; poi,
dopo una spallata, rispose:
--No caro, non ho voluto perdere il mio tempo.--
La risposta era dura, ed anche ruvida parecchio. La contessa alzò gli
occhi attoniti, per guardar suo marito. Ma egli in quel punto non
guardava sua moglie, e non colse al volo quell'occhiata di rimprovero.
Maurizio balenò un tratto, non sapendo che rispondere. E forse non era
da risponder nulla; forse il generale non si sentiva bene quel giorno,
ad onta del suo fiorente aspetto, della sua pelle vermiglia. Il tempo
non era neanche buono; certamente gli dava ai nervi il vento di mare,
così molesto, così uggioso in montagna, dove giunge sempre con un gran
corteggio di nuvole.
Ci fu un altro silenzio tra i due, ma non così lungo come quello del
giorno innanzi. Il generale non aveva veduto, ma certamente aveva
sentito o indovinato lo sguardo di sua moglie; perciò credette
necessario di ripigliare il discorso, e per salvare le apparenze, ed
anche per tirare le somme.
--Noi siamo, signor di Vaussana, due edificatori di piramidi. Voi
vorreste che io fabbricassi la mia coi vostri materiali. Vi ringrazio,
ma non ne ho bisogno. Costrutta coi miei poveri mattoni, la mia si
regge, come la vostra col suo vecchio granito. Segno, per uscir di
metafora, che i nostri sistemi sono due rispettivi concepimenti del
nostro spirito. Vi ricorderò a questo proposito ciò che ho sentito dire
un giorno a Parigi da una gran dama russa, a cui si domandava in che
consistesse la vantata ortodossia della religione sua, che era, dopo
tutto, scismatica: «_l'orthodoxie c'est ma doxie à moi; l'étérodoxie
c'est votre doxie à vous_». Voi con le.... opinioni del passato siete
ortodosso; io sono tale con quelle del presente, e trovo nella teorica
del Laplace, come nelle esperienze di Carlo Darwin e nelle dimostrazioni
dell'Huxley, una spiegazione sufficiente dell'universo. La materia
eterna e la legge immanente nella materia mi dànno ragione di tutto. Sto
coi matematici, poi, e non moltiplico gli enti, che mi farebbero doppio
e mi porterebbero ingombro. Ho detto, e vi saluto.--
Poteva essere una chiusa faceta, o mostrava almeno l'intenzione di parer
tale. Ma sicuramente ce ne potevano esser di serie, che non lasciassero
tanto amaro nell'anima. Del resto, a mostrare che quell'intenzione non
c'era, il generale fece una giravolta sui tacchi, e se ne andò via
zufolando.
--Ettore!...--mormorò la signora.
Ettore si voltò, all'accento di rimprovero d'Andromaca; si voltò, ma era
già in fondo al salotto.
--Ma sì,--gridò egli, stizzito,--che ci vuoi fare? Bisogna bene finirla
così, una discussione come la nostra, che è già stata fatta un milione
di volte, senza riuscire a nulla di nulla. Sono curiosi, questi nostri
amici italiani, con la loro fede incrollabile! È un vizio di razza,
lasciatevelo dire, signor di Vaussana, è un vizio di razza.--
Si andava di male in peggio. Maurizio durò una fatica inaudita a
contenersi. Ne venne a capo, guardando i capelli bianchi di quel diavolo
d'uomo; poi, con voce un po' stridula, quasi sibilante, ma col sorriso
sulle labbra, si contentò di rispondere:
--Ed è per guarircene, che delle nazioni civili si studiano di
restituire la nostra capitale alle condizioni di Benares, la città santa
dell'India.--
Il generale non ascoltava già più; usciva dal salotto borbottando.
La contessa aveva chinata la faccia sul suo telaino, nascondendo la
ciglia. Quando le alzò, Maurizio c'intravvide una lagrima, e si turbò
fortemente. Dopo un istante di pausa, guardò l'orologio.
--Sono le quattro,--diss'egli;--debbo partire.
--Già?--mormorò la contessa.
--Signora,--rispose egli ad alta voce, tanto che potesse udirlo il
capitano, che stava nel vano dell'altra finestra, leggendo un
giornale,--ero venuto per voi, volendo darvi notizie della commissione
che mi avete affidata. Ora ho qualche cosa da fare. Forse dovrò anche
assentarmi per qualche giorno.
--Ah!--diss'ella, guardandolo negli occhi.
--Sì mia signora, una corsa fino a Genova. Non si lascia il servizio da
un giorno all'altro, come ho fatto io, senza che resti qualche faccenda
da terminare. Aspetto oggi stesso una lettera; se non la ricevo, dovrò
partire domattina per tempo.--
La contessa Gisella lo guardò ancora, poi chinò gli occhi e la fronte,
in atto rassegnato.
--Se non ci vediamo, buon viaggio, signor Maurizio, e possano tutta le
cose andare secondo i vostri desiderii.--
Una stretta di mano, lunga e forte, disse a Maurizio ch'egli era stato
compreso, e ch'egli aveva ragione.
CAPITOLO VI.
Sulla montagna.
L'alzata d'ingegno dell'orologio e dell'appuntamento, già vecchia di
ventiquattr'ore, ma non adoperata lì per lì, era tornata in buon punto
alla mente di Maurizio. Se non l'avesse avuta a mano dal giorno innanzi,
certo, scombussolato com'era dalla sgarbatezza del signor generale, non
sarebbe riuscito a trovare una gretola. In quella vece, fortunato lui!
una bugia preparata tirandone un'altra, quella del viaggio necessario,
il signor di Vaussana si ritrovò più presto che non pensasse fuori
dell'uscio. Troppo forte, per verità, la sua disperata invenzione,
seguita da quella rapidissima fuga. Egli oramai poteva credere
fermamente di essere stato per l'ultima volta alla Balma. Infatti, se ne
partiva sdegnato, palesemente sdegnato, senza aver preso congedo dal
padrone di casa. Ma sì, proprio ci sarebbe voluta l'altra umiliazione di
andare ad ossequiare quell'orso bianco! La canizie va rispettata, non si
nega; ma ella non pretenda che uno si avvilisca ancora davanti a lei,
perdendo il rispetto di sè medesimo.
Maurizio era feroce, uscendo dalla vista del castello. Nondimeno,
facendo a gran passi il viale, cercò di padroneggiarsi. A lui marinaio,
ed avvezzo agli amari bocconi della disciplina di bordo, la cosa non
doveva esser difficile. Ne venne a capo, specie al Castèu, quando gli fu
necessario rimanere un paio d'ore, a pranzo, con la sorella Albertina, e
davanti alle persone di servizio. Ma la sua tranquillità apparente lo
abbandonò, quando egli fu solo nelle sue stanze. Quel generale, che
uomo! un vero pazzo da catena. Ed era lui che aveva sentenziato non
doversi mai discutere di politica nè di religione, tra uomini? Ma perchè
mai c'era cascato in quel modo egli stesso?
Un sospetto s'affacciò alla mente di Maurizio; il sospetto che tutta
quella arrabbiatura a freddo fosse stata un pretesto. Se così era,
l'orso bianco della Balma poteva anche passare per un uomo di spirito.
Ma ugualmente per un uomo avveduto? Maurizio fece il suo esame di
coscienza con tutta sincerità. Egli ricordava benissimo di non aver mai
detto niente alla contessa Gisella che potesse destar gelosia nel
marito. Le sue galanterie erano sempre state di quelle che sono
permesse, anzi comandate in società, sotto pena di passare per ignoranti
o per ipocriti. Neanche c'era stato il caso di coglierlo in flagrante di
lunghe occhiate, di mute adorazioni; quel covare una donna con gli
occhi, che alle volte è peggio del farle una dichiarazione, non si
poteva certamente rimproverare a lui, che non ne aveva mai avuto il
costume, e dal suo riserbo non aveva avuto neanche ragione di dipartirsi
alla Balma. La contessa della Bourdigue gli era apparsa bella, anzi
bellissima: più bella del vero l'aveva definita dentro di sè, ridendo
della sua propria scioccheria. Ma le bellissime donne comandano più
ammirazione che non ispirino amore; e l'ammirazione è stato d'animo che
non suole durar molto. Si è sgomentati, oppressi, annichiliti da un tale
eccesso di bellezza, che non par naturale; e si cerca di sfuggire più
presto che si può a quel senso di pena. In lui, del resto, al senso
della ammirazione artistica, era sottentrato il rispetto, e al rispetto
l'amicizia, quanta può esserne tra un uomo e una donna, ma certamente
un'amicizia leale. Provava accanto a lei un sentimento di pace
ineffabile; e questo non si poteva scambiare per un sintomo d'amore, no
certo. Aggiungete questo: un giorno, involontariamente, come vengono
spesso i cattivi pensieri, gli era passato per la testa che ci fosse
qualche cosa tra la signora generala e quel buon ragno del capitano
Dutolet; e, notate un importantissimo segno, non ci aveva sofferto;
solamente si era accontentato di osservare, molto filosoficamente, che
tutti i gusti son gusti. Dopo tutto, quella bellissima donna non aveva
sposato il generale? non lo aveva voluto lei, il suo zio e tutore, che
la precedeva di oltre quarant'anni nella marcia forzata dell'esistenza?
Quanto a sè, conchiudendo, Maurizio non vedeva niente di cui potesse
chiamarsi in colpa. Ma proprio niente? E perchè, ad esempio, quella
gioia profonda, intensa, che lo aveva tutto penetrato, ad una certa
stretta di mano, lunga e forte? Dio mio, era la gioia dell'opera buona
in cui erano associati. E perchè quella compassione tanto viva per la
miseria dei Feraudi? Gli dovevano premer tanto, i contadini del
Martinetto? Gli uomini, di solito (e si parla dei buoni, dei
caritatevoli) se la cavano con una abbondante elemosina. E in questa
categoria di larghezze spensierate poteva entrare, mettendoci un po' di
buona volontà, il regalo di dugento cinquanta lire al fornaio di San
Giorgio. Ma l'ardore, la furia con cui si era adoperato per quella
povera gente, come s'avevano da intendere? Qui il signor Maurizio rimase
un pochino dubbioso. E quel dubbio gli fece male. Lui innamorato? lui,
che aveva giurato di non lasciarsi cogliere mai e poi mai?...
Superficiale per deliberato proposito nelle sue relazioni, leggero e
volubile per la stessa qualità della scelta, il brillante ufficiale di
marina aveva fin allora saputo conciliare la incostanza del cuore con la
probità del carattere, non turbando la pace di nessuno, nè la sua. Se di
punto in bianco egli si era tanto mutato, il generale aveva avuto
ragione ad insospettirsi; si era dimostrato un uomo avveduto, e insieme
di spirito, cogliendo quel pretesto della discussione filosofica per
levarsi un importuno dai piedi. Ma perchè andarlo a cercare,
l'importuno, che non era e non voleva esser tale? Perchè, avuta la prima
visita, si era ostinato a voler la seconda, la terza, e via via fino
alla ventesima, o giù di lì? Eterna istoria! così fanno tutti, quando si
fidano. Si annoiano di esser soli, e cercano compagnia; poi non si
fidano più, e d'essere accompagnati si seccano.
Tutto questo ragionamento, se ragionamento può dirsi un simile annaspìo,
riusciva a confonderlo sempre più. Frattanto, non sarebbe più ritornato
alla Balma; nè, per un certo numero di giorni, avrebbe dovuto pensare al
poi. Aveva annunziato un viaggio: quel viaggio bisognava farlo, non
foss'altro per muoversi, per isnebbiarsi il cervello. E non già, come
aveva detto, la mattina per tempo; ma più tardi, nella giornata, alla
vista di tutto San Giorgio, partì per Ventimiglia: giunto là, non volse
per Genova, dove non aveva niente da fare, sibbene per Nizza, dove
almeno era sicuro di non incontrare amici e conoscenti che gli
entrassero della sua dimissione; argomento molesto, e tanto più allora,
che di quel colpo di testa incominciava a pentirsi.
Nizza era bella, e Maurizio non voleva negarlo, dopo averlo riconosciuto
tante volte. Ma era vuota, Dio santo, fredda e senza luce; il mare
d'inchiostro; la via della Stazione un deserto; il Castello un
catafalco; la passeggiata degli Inglesi un mortorio. Così tingiamo noi
le cose del colore dell'anima nostra. Maurizio si crucciò a Nizza due
giorni; il terzo non ci potè più resistere, e allora se ne ritornò a
Ventimiglia, ripartendo per San Giorgio in modo da arrivarci nella
notte, due ore prima dell'alba, quando tutti dormivano. Dunque
innamorato a buono? E dopo essersi messo da sè fuori del paradiso? Sì,
gli bisbigliava un demone all'orecchio, sì, come un vero collegiale. No,
rispondeva una voce dal fondo dell'anima, come un onest'uomo.
E si chiuse nelle sue stanze, risoluto di lavorare. Avrebbe desiderato
di vedere il medico, per sapere qualche cosa della povera Biancolina; ma
volle resistere a quel desiderio morboso, non amando lasciarsi vedere in
paese. Sapessero poi, o non sapessero, ch'egli era tornato; l'essenziale
era di non mettersi in mostra, e di poter dire più tardi dei fatti suoi
quel che gli fosse piaciuto. Del resto, se lassù credevano ch'egli fosse
in paese, tanto peggio per chi gli aveva usato villanìa: si sarebbe
capito, dopo tutto, ch'egli aveva dovuto provvedere in qualche modo,
fosse pure con una bugia alla tutela della sua dignità.
Questo medesimo pensiero, cresciuto e fortificato nell'anima sua, gli
consigliò dopo qualche giorno di rompere la volontaria clausura. Gli
pesava il vivere da schiavo. Schiavo di che, finalmente? Uscì, dunque,
ma non per andare in paese: si trafugava di buon mattino dall'uscio dei
campi, muovendo spedito verso la montagna. Non si arrisicava dalla parte
dell'Aiga; andava dal lato opposto, verso la Sisa, una balza
indiavolata, più fatta per camosci che per uomini. Di lassù, dopo due
ore di marcia, si scopriva molto orizzonte; inoltre, si vedeva ancora il
Martinetto, e più in là, sull'ultimo sporto della costiera boscosa, il
castello della Balma.
Nella sua prima ascensione Maurizio aveva portato con sè, da previdente
alpinista, il suo binocolo a tre lenti, per campagna, teatro e marina.
Ma la vista di lassù era così stupenda per lontananze preziose, che quel
piccolo strumento ottico non gli parve bastante. Immaginate voi se non
avesse ragione, essendogli occorso di vedere là in fondo, dalla eminenza
della Balma, apparire una figura di donna. Poca cosa, per verità; come
una chiazza di bianco sul verde, ma su quel bianco una macchia di rosso
vivo, che gli rammentava un certo ombrellino. La piccola apparizione
muoveva snella verso tramontana; non si vedeva più; si ritornava a
vederla; pareva venisse alla volta del Martinetto, poichè non scendeva,
nè andava più alta d'una certa zona del bosco.
Maurizio aveva riconosciuto Gisella, e il cuore gli aveva dato un
sobbalzo. Si era affrettato a fissare il momento, guardando l'orologio:
erano le dieci in punto. La vide così apparire e sparire tre o quattro
volte, secondo le sporgenze e le insenature della costiera; poi più
nulla, e passò un'ora senza luce; ma dopo quell'ora, sì, no, sì, lei
ancora, avviata verso mezzogiorno, per ritornare al castello. Ma era
quotidiana, la gita? Il cuore diceva di sì; l'osservazione confermava la
divinazione del cuore.
Il giorno dopo, infatti, la graziosa apparizione si ripeteva, alla
medesima ora; e questa volta non era più un punto bianco e rosso: era
una figura intiera e distinta, veduta come se fosse a cinquanta passi da
lui. Maurizio aveva lasciato a casa il binocolo e portato con sè un
canocchiale di bordo, specie di telescopio, a tubi scorrenti l'uno
nell'altro, per modo che non facesse ingombro tra le mani, nè fosse
difficile portarlo ad armacollo. Ah, come la vedeva bene, oramai, la
bellissima tra le belle! Graziosa nelle movenze, leggera nel passo,
vestita di bianco, ma con certe screziature di rosso; i due colori che
le piaceva di accoppiare nel suo vestiario, e che andavano a maraviglia
con quella sua figura giovanile; rosso il nastro del suo cappellino di
paglia, rosso l'ombrellino che si spandeva come il calice di un bel
rosolaccio sulla sua testa dorata; così vedeva egli Gisella, così aveva
l'illusione d'esserle ancora vicino.
Tutto ciò dava ogni giorno due ore di occupazione a Maurizio; pensare a
quelle due ore, aspettarne il ritorno, erano giocondi uffizi per lui. E
senza fallire al suo debito di onest'uomo, perchè amare è permesso,
anche quello che non ci appartiene, quando si ami da lontano, come si
ama una stella, seguendone il corso nello spazio.
Sempre alle dieci del mattino la vedeva comparire, per tre giorni alla
fila. Il quarto giorno gli prese una matta voglia di sapere che cosa
accadesse lassù al Martinetto. Andandoci di buon mattino e ritornando
prima delle dieci, non c'era pericolo che incontrasse Gisella. Così
tranquillo su quel punto capitale, uscì di casa muovendo verso l'Aiga;
di là, senza procedere più oltre verso la Balma, salì la montagna per
raggiungere la cascata superiore, quella che veramente prendeva nome dal
Martinetto.
La gran massa d'acqua scendeva giù per una piega naturale del monte, che
essa aveva aiutato a rendere più profonda, nella notte dei secoli:
veniva di molto lontano, e Maurizio, che pure da fanciullo aveva corsi e
ricorsi quei greppi, non ne conosceva la scaturigine. Questo egli
rammentava, che l'acqua attraversava un gran prato, uno di quei prati
alpini così verdi, vestiti qua e là da ciuffi di rododendri, e che
all'estremità di quel prato si rovesciava giù da una rupe. L'accoglieva
una prima conca, poi una seconda, da dove ribollendo e spumando
s'inabissava a forse quaranta metri più sotto, venendo a far girare la
ruota di un mulino poco sopra il paese di San Giorgio. Per quel mulino,
naturalmente, era troppa; ne bastava una derivazione, ottenuta
dall'arte: e il canale che serviva al mulino, e il resto della cascata,
si ricongiungevano a poca distanza dal Castèu, per venire a traversare
il paese, e far pensare di tanto in tanto ai suoi abitanti che una
simile ricchezza d'acqua si sarebbe potuta sfruttare benissimo,
impiantando a San Giorgio uno stabilimento idroterapico, che sarebbe
stato il decoro della valle e la fortuna di cinquecento famiglie, a dir
poco.
Lo stabilimento idroterapico è la solita storia con cui si va guastando,
magari in sogno, la cara poesia della montagna, tirando lassù, insieme
coi nostri acciacchi, le nostre malinconie, le nostre miserie fisiche e
le nostre miserie intellettuali. Per fortuna, non ci son sempre i
capitalisti lì pronti per tradurre i sogni in realtà.
L'Aiga, nondimeno, aveva trovato in altri tempi il suo capitalista, uomo
pratico, che era salito su quella balza a impiantarvi un martinetto. Si
chiamava, e tutt'ora si chiama con questo nome, nelle regioni montuose
dell'Italia superiore, il maglio delle ferriere; donde avevano spesso il
nome di martinetto le ferriere medesime. Mosso ordinariamente dalla
forza dell'acqua, il martinetto battendo sull'incudine la ferraccia
arroventata, la modellava via via, la spianava, la stendeva, la foggiava
in ispranghe, per uso dei fabbri. Innanzi la scoperta del vapore e il
minor costo delle sue applicazioni, erano i martinetti assai più
numerosi; e per foggiare il ferro, come per lavorare nelle cartiere e
nelle gualchiere, ne sorgevano dovunque scorresse un bel volume d'acqua
perenne. Ma generalmente oramai, e più per il ferro, i martinetti ad
acqua han persa la lite: dove la scarsezza progressiva, del combustibile
necessario all'arroventatura, dove il rinvilìo del minerale del ferro e
la concorrenza delle migliori qualità hanno dato la prevalenza alle
ferriere dell'Europa settentrionale. Per una di queste cagioni, se non
forse per parecchie, era andato in rovina il martinetto di San Giorgio.
Qualcheduno dei proprietarii che si erano succeduti lassù aveva
azzeccato il suo quarto d'ora di poesia, facendo sorgere alquanto più su
ed alle spalle dell'officina un belvedere, specie di torrione piantato
sull'orlo dell'abisso, con la sua piattaforma circondata di merli e con
un lungo sedile corrente all'ingiro. Si giungeva lassù passando
attraverso una macchia di nocciuoli, dove era stato certamente da
principio un sentiero; ma la traccia di questo era sparita oramai,
cancellata da quella gran nemica d'ogni arte che è la santa madre
natura. Noi ordiniamo, ed essa confonde; i nostri muriccioli si veston
d'edera e di lucertole; i nostri andarini sabbiosi, le nostre redole
fatte a musaico di sassolini a due tinte, si sfasciano sotto le piogge
equinoziali; i bei prati di fieno inglese son dati in governo alla
gramigna, e la sterpaglia riprende ben presto i suoi diritti dove noi
avevamo ripulito col sarchiello, raddrizzato col traguardo e livellato
con la tavoletta pretoria. Santa madre natura, che Iddio continui a
benedirvi! Perchè non si lascia intieramente a voi la cura di foggiare
i nostri parchi, di svariare i nostri giardini? Qualche volta, non c'è
che dire, voi fate meno bello dei nostri architetti; per contro, fate
sempre più grande.
Il belvedere del Martinetto si poteva scorgere dall'altra sponda della
cascata; era invisibile dalla macchia, ed anche a chi ne conosceva
l'esistenza non riusciva troppo facile di ritrovarlo. Maurizio, che si
era inerpicato in altri tempi lassù, con la matta e spesso pericolosa
curiosità dei ragazzi, stentò ad orientarsi in quel folto di rami.
L'orrida bellezza del luogo lo ricompensò largamente della fatica
durata. Trovò il belvedere, i sedili, la merlata, un po' in rovina per
verità, ma fresche e vive le sue ricordanze, all'ombra di quel fogliame
diffuso sulla piattaforma e sull'abisso rumoreggiante lì presso.
Pagato il tributo ai ricordi, Maurizio lasciò la piattaforma del
torrione, e per la macchia dei nocciuoli discese verso il Martinetto.
Una parte del fabbricato era andata in rovina; solo dall'altro lato ne
rimaneva in piedi un'ala, convertita in abitazione colonica. Laggiù
vivevano i poveri fittaiuoli del Pinaia, avendo davanti a sè quel magro
podere e quei pascoli per cui dovevano pagare cinquecento lire ogni anno
al fornaio arpagone di San Giorgio. Compiuto il giro della vasta rovina,
Maurizio riuscì sull'aia che si stendeva davanti alla casa.