=Egli guarda inquieto verso la porta, per tema che= SILVIA

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Nota del trascrittore:

Le indicazioni di scena sono comprese tra i caratteri =.

Gabriele d'Annunzio

LA GIOCONDA

TRAGEDIA

_Cosa bella mortal passa, e non d'arte._

LEONARDO DA VINCI.

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

31.º migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i

paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

È assolutamente proibito di rappresentare questo lavoro senza il

consenso per iscritto dell'Autore. (_Articolo 14 del Testo unico,

17 settembre 1882_).

_Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che non

porti il timbro a secco dell'autore._

Milano, Tip. Treves--1922.

* * *

PER ELEONORA DUSE

DALLE BELLE MANI.

* * *

DRAMATIS PERSONAE.

LUCIO SETTALA.

LORENZO GADDI.

COSIMO DALBO.

SILVIA SETTALA.

FRANCESCA DONI.

GIOCONDA DIANTI.

LA PICCOLA BEATA.

LA SIRENETTA.

A Firenze e su la marina di Pisa, nel tempo nostro.

ATTO PRIMO.

=Una stanza quadrata e calma, ove la disposizione di tutte le cose rivela

la ricerca di un'armonia singolare, indica il segreto di una rispondenza

profonda tra le linee visibili e la qualità dell'anima abitatrice che le

scelse e le ama. Tutto intorno sembra ordinato dalle mani di una Grazia

pensierosa. L'imagine di una vita dolce e raccolta si genera

dall'aspetto del luogo.

Due grandi finestre sono aperte sul giardino sottostante; pel vano di

una si scorge sul campo sereno del cielo il poggio di San Miniato, e la

sua chiara basilica, e il Convento, e la chiesa del Cronaca, "la Bella

Villanella", il più puro vaso della semplicità francescana.

Una porta mette nell'appartamento interno; un'altra conduce all'uscita.

È il pomeriggio. Per entrambe le finestre entrano il lume, il fiato e la

melodia di Aprile.=

SCENA PRIMA.

=Appariscono su la soglia della prima porta SILVIA SETTALA e LORENZO

GADDI il vecchio, avanzandosi l'una a fianco dell'altro, entrando

insieme nella freschezza primaverile.=

SILVIA SETTALA.

Ah, sia benedetta la vita! Per aver sempre tenuta accesa una speranza,

oggi io posso benedire la vita.

LORENZO GADDI.

La vita nuova, cara Silvia, buona creatura coraggiosa, così buona e

così forte! La tempesta è passata. Ecco che Lucio ritorna a voi, pieno

di riconoscenza e di tenerezza, dopo tanto male. Sembra ch'egli rinasca.

Dianzi aveva gli occhi d'un bambino.

SILVIA SETTALA.

Egli ritrova tutta la sua bontà, quando voi gli siete accanto. Quando vi

dice Maestro, la sua voce si fa così affettuosa che il vostro gran cuore

paterno ne deve palpitare.

LORENZO GADDI.

Dianzi aveva gli occhi medesimi che gli vidi quando venne a me la prima

volta e io gli misi la creta fra le mani. I suoi occhi erano attoniti e

dolci; ma fin da quel tempo il suo pollice era energico e rivelatore.

Conservo il suo primo abbozzo. Pensai di offrirvelo in dono il giorno

degli sponsali. Ve lo darò per augurio della nuova felicità.

SILVIA SETTALA.

Grazie, maestro.

LORENZO GADDI.

È una testa di donna coronata di lauro. Mi ricordo: era là una piccola

modella mediocre. Lavorando, egli la guardava di rado. Talvolta pareva

assorto, e talvolta ansioso. Gli uscì dalle mani una specie di maschera

confusa, in cui s'intravedeva non so qual lineamento eroico. Rimase per

qualche minuto perplesso e scoraggiato, e quasi vergognoso, dinanzi alla

sua opera, non osando volgersi a me. Ma subitamente, prima di

tralasciare, con pochi tocchi segnò intorno alla testa una corona di

lauro. Quanto mi piacque! Egli volle coronare nella creta il suo sogno

inespresso. La fine della sua giornata fu un atto d'orgoglio e di fede.

Lo amai da quell'istante, per quella corona. Io vi darò l'abbozzo.

Forse, guardandolo con attenzione, saprete scoprirvi il volto ardente di

Saffo, quella figura ideale che qualche anno dopo egli seppe condurre

alla perfezione di un capolavoro.

SILVIA SETTALA, =che ascolta avidamente.=

Sedete, sedete, maestro; rimanete ancora un poco: vi prego! Sedete qui,

accanto alla finestra. Rimanete ancora qualche minuto! Io ho mille cose

da dirvi, e non saprò dirvene una. Vorrei vincere questo tremito

continuo che mi tiene.... Bisogna comprendere....

LORENZO GADDI.

La gioia vi fa tremare?

=Egli siede presso la finestra.= SILVIA, =poggiata le reni al davanzale,

rimane volta verse di lui; e il suo viso campeggia nell'aria cerulea

dove sfonda il bel poggio religioso.=

SILVIA SETTALA.

Non so se sia la gioia.... A volte tutto quel che fu, tutto il male,

tutto il dolore, e perfino il sangue, e perfino la cicatrice, tutto

dilegua, scompare, è cancellato dall'oblio, è nulla. A volte tutto quel

che fu, tutto l'orribile peso della memoria, si addensa, si aggrava, si

fa compatto e opaco e duro come una muraglia, come una roccia che io non

debba sormontare giammai.... Dianzi, quando voi parlavate, quando mi

avete offerto quel dono inatteso, pensavo: "Ecco, ora prenderò nelle mie

mani quel dono, quel pezzo di creta dove egli gettò il primo seme del

suo sogno come in una zolla feconda; io lo prenderò nelle mie mani,

andrò verso di lui sorridendo, portandogli intatta la parte migliore

della sua anima e della sua vita; ed io non parlerò, ed egli riconoscerà

in me la custode di tutto il suo bene, e mai più egli vorrà partirsi da

me, e noi saremo giovini ancora, saremo giovini ancora!" Così pensavo; e

il pensiero e l'atto si confondevano con una facilità incredibile. Le

vostre parole trasfiguravano il mondo.... Poi, ecco, un soffio passa, un

alito, il più tenue fiato, un nulla, e travolge ogni cosa, e distrugge

ogni illusione; e l'ansietà ritorna, e il timore, e il tremito.... Oh

aprile!

=Subitamente ella si volge alla luce, con un largo sospiro.=

Come turba quest'aria, che pure è così limpida! Tutte le speranze e

tutte le disperazioni passano nel vento con la polvere dei fiori.

=Ella si sporge dal davanzale chiamando.=

Beata! Beata!

LORENZO GADDI.

La piccola è nel giardino?

SILVIA SETTALA.

E là, che corre tra i rosai. È folle d'allegrezza.--Beata!--S'è nascosta

dietro una siepe, la monella. E ride. L'udite ridere? Ah, quando ella

ride, io so quale sia la gioia dei fiori che si riempiono di rugiada

fino all'orlo del calice. Così il suo riso fresco mi colma il cuore.

LORENZO GADDI.

Forse anche Lucio l'ascolta, e ne è consolato.

SILVIA SETTALA, =grave e trepida, chinandosi verso il maestro,

prendendogli una mano.=

Voi credete dunque ch'egli sia guarito veramente.... d'ogni piaga?

Credete ch'egli ritorni a me con tutta l'anima sua? Avete sentito

questo, vedendolo, parlandogli? Questo vi dice il cuore?

LORENZO GADDI.

M'è parso, dianzi, ch'egli avesse l'aspetto dell'uomo che ricomincia a

vivere con un senso nuovo della vita. Colui che ha veduto il volto

della morte non può non aver veduto in un baleno anche quello della

verità. I suoi occhi sono sbendati. Egli vi riconosce intera.

SILVIA SETTALA.

Maestro, maestro, se voi v'ingannaste, se la speranza fosse vana, che

sarebbe di me? Ho consumato tutte le forze.

LORENZO GADDI.

E di che temete omai?

SILVIA SETTALA.

Egli ha voluto morire; ma l'_altra_.... l'_altra_ vive, e la so

implacabile.

LORENZO GADDI.

E che potrebbe ella omai?

SILVIA SETTALA.

Tutto potrebbe, s'ella fosse ancora amata.

LORENZO GADDI.

Ancora amata? Oltre la morte?

SILVIA SETTALA.

Oltre la morte. Ah, comprendete la mia angoscia! Per lei egli ha voluto

morire, in un'ora di delirio e di furore. Pensate quanto egli dovesse

amarla se il pensiero di me, se il pensiero di Beata non l'ha

trattenuto.... Egli era dunque, nell'ora terribile, tutto intero la

preda di lei sola; egli era al culmine della sua febbre e del suo

spasimo, e il resto del mondo era abolito. Pensate quanto egli dovesse

amarla!

=La voce della donna è sommessa ma lacerante. Il vecchio china il capo.=

Ora, chi può dire quel che sia accaduto in lui, dopo il colpo, quando il

buio della morte è passato su la sua anima? S'è egli risvegliato

immemore? Vede egli un abisso tra la sua vita che si rinnovella e la

parte di sè che è rimasta di là da quel buio? Oppure.... oppure

l'Imagine è risorta dal profondo, e rimane su l'ombra per sempre,

dominatrice, con un rilievo indistruttibile? Dite!

LORENZO GADDI, =perplesso.=

Chi può dire?

SILVIA SETTALA, =con un accento di dolore.=

Ah, ora voi stesso non osate più consolarmi! Dunque, è così? Non v'è

riparo?

LORENZO GADDI, =prendendole le mani.=

No, no, Silvia.... Io intendeva:--chi può dire quali mutamenti porti in

una natura come la sua una forza tanto misteriosa? Tutto annunzia in lui

l'apparizione di un nuovo bene. Guardatelo quando sorride. Dianzi, là,

prima che voi vi allontanaste per accompagnarmi fuori, quando vi ha

baciato queste care mani, non avete sentito che tutto il suo cuore si

struggeva di tenerezza e di umiltà?

SILVIA SETTALA, =accesa il volto da una tenue fiamma.=

Sì, è vero.

LORENZO GADDI, =guardandole le mani.=

Care, care mani, coraggiose e belle, sicure e belle! Sono d'una

straordinaria bellezza le vostre mani, Silvia. Se troppe volte il dolore

ve le ha congiunte, anche ve le ha sublimate, le ha rese perfette. Sono

perfette. Ricordate la donna del Verrocchio, la donna dal mazzolino,

quella dai capelli a grappoli? Ah, è là!

=Egli s'accorge, dallo sguardo e dal sorriso di= SILVIA,

=che una copia del busto è posata su un piccolo armario in un angolo

della stanza.=

Voi avete dunque già riconosciuta la parentela. Quelle due mani sembrano

consanguinee delle vostre, sono della medesima essenza. Vivono, è vero?,

d'una vita così luminosa che il resto della figura n'è oscurato.

SILVIA SETTALA, =sorridendo.=

Oh anima sempre giovine!

LORENZO GADDI.

Quando Lucio riprenderà il suo lavoro, dovrà il primo giorno modellare

le vostre mani. Io ho un pezzo di marmo antico, trovato negli Orti

Oricellari. Glie lo darò, perchè le scolpisca in quello e poi le

sospenda come un _ex-voto_.

SILVIA SETTALA, =a cui passa un'ombra su la fronte.=

Credete ch'egli riprenderà presto il suo lavoro? Lo desidera? Ve ne ha

parlato?

LORENZO GADDI.

Sì, dianzi, quando voi non eravate là.

SILVIA SETTALA.

Che vi diceva?

LORENZO GADDI.

Cose vaghe e deliziose, imaginazioni di convalescente. Le conosco. Sono

stato anch'io malato. Ora gli sembra d'avere smarrito l'arte sua, di

non aver più alcuna potenza, d'essere divenuto estraneo alla bellezza.

Ora invece gli sembra che i suoi pollici abbiano assunto una virtù

magica e che a un semplice tocco le forme debbano escirgli dalla creta

con la facilità dei sogni.... Ha qualche inquietudine per l'abbandono in

cui crede sia rimasto il suo studio, laggiù, sul Mugnone. Mi ha pregato

d'andare a vedere.... Avete voi la chiave?

SILVIA SETTALA, =turbata.=

C'è il custode.

LORENZO GADDI.

Non siete più stata laggiù, da quando?

SILVIA SETTALA.

Da quando _la cosa_ incominciò.... Non ho ancora avuto il cuore di

rientrarvi. Credo che vedrei da per tutto le macchie di sangue e

troverei da per tutto le tracce di colei.... Ella è ancora padrona

laggiù. Quel luogo è ancora il suo dominio.

LORENZO GADDI.

Il dominio di una statua.

SILVIA SETTALA.

No, no.... Non sapete che una chiave è rimasta nelle sue mani? Ella

entra là, ancora come una padrona.... Ah, ve l'ho detto, ve l'ho detto:

ella vive, ed è implacabile.

LORENZO GADDI.

Siete sicura ch'ella sia rientrata là, dopo quel che è accaduto?

SILVIA SETTALA.

Sono sicura. La sua audacia non ha limiti. Ella è senza pietà e senza

vergogna.

LORENZO GADDI.

Ed egli, Lucio, lo sa?

SILVIA SETTALA.

Non lo sa. Ma, certo, egli lo saprà, o prima o poi. Ella troverà il modo

ch'egli lo sappia.

LORENZO GADDI.

Ma perchè questo?

SILVIA SETTALA.

Perchè ella è implacabile, perchè non rinunzia alle sue prede.

=Una pausa. Il vecchio è pensoso. La voce della donna si fa tremante e

roca.=

E la statua.... la Sfinge.... l'avete voi veduta?

LORENZO GADDI, =dopo avere un poco esitato.=

Sì, l'ho veduta.

SILVIA SETTALA.

Fu egli che ve la mostrò?

LORENZO GADDI.

Sì, un giorno dell'ottobre scorso. L'aveva finita allora.

=Una pausa.=

SILVIA SETTALA, =con la voce che le trema e le manca.=

È meravigliosa; è vero? Dite!

LORENZO GADDI.

Sì, è bellissima.

SILVIA SETTALA.

Per l'eternità!

=Una pausa, grave di mille cose indefinite e tuttavia ineluttabili.=

LA VOCE DI BEATA, =dal fondo del giardino.=

Mamma! Mamma!

LORENZO GADDI.

La piccola vi chiama.

SILVIA SETTALA, =scotendosi, sporgendosi dal davanzale.=

Beata!... Ah, ecco: mia sorella Francesca traversa il giardino; vienesu,

con Cosimo Dalbo. Sapete? Cosimo è tornato dal Cairo; è arrivato iersera

a Firenze. Lucio sarà molto contento di rivederlo.

LORENZO GADDI, =levandosi per accomiatarsi.=

Dunque addio, cara Silvia: forse a domani.

SILVIA SETTALA.

Rimanete ancora un poco! Mia sorella vorrà vedervi.

LORENZO GADDI.

Bisogna ch'io vada. Sono già in ritardo.

SILVIA SETTALA.

Quando avrò il dono che mi avete promesso?

LORENZO GADDI.

Forse domani.

SILVIA SETTALA.

Senza forse, senza forse. Vi aspetto. Bisogna che voi veniate spesso

qui, tutti i giorni. La vostra presenza è un gran bene. Non mi

abbandonate! Confido in voi, maestro. Ricordatevi che una minaccia è

ancora sul mio capo.

LORENZO GADDI.

Non temete. In alto il cuore!

SILVIA SETTALA, =volgendosi alla porta.=

Ecco Francesca.

SCENA SECONDA.

=Entra= FRANCESCA DONI =e s'avanza verso la sorella per

abbracciarla.= COSIMO DALBO, =che la segue, saluta=

LORENZO GADDI =che è sul punto di uscire.=

FRANCESCA DONI.

Vedi chi ti conduco? Ci siamo incontrati davanti al cancello. Salute,

maestro. Ve ne andate quando io entro?

=Ella saluta il vecchio.=

SILVIA SETTALA, =tendendo la mano al giovine cordialmente.=

Bentornato, Dalbo. Vi aspettavamo. Lucio è impaziente di rivedervi.

COSIMO DALBO, =con sollecitudine affettuosa.=

Come sta, ora? S'è levato? È guarito?

SILVIA SETTALA.

È in convalescenza: un poco debole ancora; ma di giorno in giorno va

riacquistando le forze. La ferita è interamente chiusa. Lo vedrete

subito. Ha la visita del medico; vado ad annunziarvi. Sarà una grande

gioia per lui. Mi ha già chiesto di voi più volte, nella giornata. È

impaziente.

=Ella si volge a= LORENZO GADDI.

A domani, dunque.

=Esce con un passo vivo e leggero. La sorella, il maestro e l'amico la

seguono con gli occhi fino alla soglia.=

FRANCESCA DONI, =con un sorriso carezzevole.=

Povera Silvia! Sembra, da qualche giorno, che abbia le ali. Quando la

guardo, in certi momenti, mi sembra che stia per spiccare il volo verso

la felicità. E nessuno più di lei merita d'esser felice; non è vero,

maestro? Voi la conoscete.

LORENZO GADDI.

Sì, ella è veramente quale i vostri occhi di sorella la vedono. Esce dal

suo martirio alata. V'è in lei una specie di fremito incessante. Lo

sentivo dianzi, mentre le stavo vicino. Ella è veramente nello stato di

grazia. Non v'è altezza ch'ella non potrebbe raggiungere. Lucio ha nelle

sue mani una vita di fiamma, una forza infinita.

FRANCESCA DONI.

Siete stato a lungo con lui, oggi?

LORENZO GADDI.

Sì, qualche ora.

FRANCESCA DONI.

Come lo avete trovato?

LORENZO GADDI.

Traboccante di dolcezza e smarrito. Voi lo vedrete fra poco, Dalbo. La

sua sensibilità è pericolosa. Le persone che lo amano possono fargli

molto bene e molto male. Una parola lo agita e lo sconvolge. Siate

attento ad ogni vostra parola, voi che lo amate. A rivederci. Bisogna

che io vada.

=Si accomiata dai due, per uscire.=

FRANCESCA DONI.

A rivederci, maestro. Forse domani vi rivedrò qui. Spero. Voi avete

orrore delle mie scale!

=Ella accompagna il vecchio sino alla porta; quindi torna verso l'amico.=

Che fuoco d'intelligenza e di bontà, in quel vecchio! Quando egli entra

in una stanza, sembra che porti un conforto per tutti. Chi è triste si

solleva e chi è lieto s'infèrvora.

COSIMO DALBO.

È un animatore; appartiene alla più nobile casta degli uomini. La sua

opera è una continua esaltazione della vita: è il continuo sforzo di

comunicare una scintilla, tanto alle sue statue quanto alle creature che

egli incontra nel suo cammino. Lorenzo Gaddi mi par degno d'una gloria

ben più alta di quella che gli concedono i suoi contemporanei.

FRANCESCA DONI.

È vero, è vero. Se sapeste di che energia e di che delicatezza ci ha

dato prova, in questa orribile sventura! Quando la cosa avvenne, mia

sorella non era qui: era da nostra madre, a Pisa, con Beata. La cosa

avvenne nello studio, là, sul Mugnone, verso sera. Soltanto il custode

udì il colpo. Com'ebbe scoperta la verità, per istinto corse ad

avvertire Lorenzo Gaddi prima d'ogni altro. Nell'angoscia e nell'orrore

di quella sera d'inverno, tra la confusione e l'incertezza, egli solo

non si perse mai d'animo, non ebbe mai un attimo di esitanza. Conservò

sempre una strana lucidità da cui tutti fummo dominati. Egli solo

disponeva: tutti obbedivamo. Fu egli che volle trasportato il povero

Lucio qui nella casa, moribondo. I medici disperavano della salvezza.

Egli solo ripeteva, con una fede ostinata: "No, non morrà, non morrà,

non può morire." Io gli credetti. Ah che notte eroica, Dalbo! E poi

l'arrivo di Silvia, l'annunzio ch'egli stesso le diede, il divieto

ch'egli le fece di entrare nella stanza dove un soffio poteva spegnere

quel barlume di vita; e la forza di lei, l'incredibile resistenza di lei

alla veglia e al disagio per intere settimane, la vigilanza fiera e

silenziosa con cui ella custodiva la soglia come per impedire il

passaggio alla morte....

COSIMO DALBO.

E io ero lontano, inconsapevole di tutto, a bearmi d'ozio in una barca

sul Nilo! Eppure una specie di presentimento mi pungeva, prima di

partire. Per ciò io tentai ogni mezzo di persuadere Lucio ad

accompagnarmi nel viaggio che in altri tempi avevamo sognato insieme.

Egli aveva finito in quei giorni la sua statua; e io pensavo che nel

marmo stupendo fosse la sua liberazione. Mi rispose: "Non ancora!" E,

qualche mese dopo, doveva cercarla nella morte. Ah se io non fossi

partito, se fossi rimasto al suo fianco, se fossi stato più fedele, se

avessi saputo difenderlo contro la nemica, nulla sarebbe forse avvenuto!

FRANCESCA DONI.

Non bisogna rammaricarsi, se da tanto male può venir qualche bene. Chi

sa in quale tristezza disperata mia sorella si sarebbe consunta, se il

fatto violento non l'avesse riunita a Lucio d'improvviso! Ma non

crediate che la nemica abbia deposto le armi. Ella non abbandona il

campo....

COSIMO DALBO.

Che? Gioconda Dianti....

FRANCESCA DONI, =facendo il segno del silenzio, abbassando la voce.=

Non dite quel nome!

SCENA TERZA.

=Appare su la soglia= LUCIO SETTALA =appoggiato al braccio di=

SILVIA, =pallido e scarno, con gli occhi straordinariamente ingranditi

dalla sofferenza, con un sorriso tenue e dolce che affina la sua bocca

voluttuosa.=

LUCIO SETTALA.

Cosimo!

COSIMO DALBO, =volgendosi, accorrendo.=

Oh Lucio, caro, caro amico!

=Egli prende il convalescente fra le sue braccia; mentre= SILVIA

=si trae in disparte, si avvicina alla sorella ed esce con lei, piano,

soffermandosi a guardare l'amato prima di scomparire.=

Tu sei guarito; è vero? Tu non soffri più; è vero? Ti trovo un po'

pallido, un po' dimagrato, ma non troppo.... Hai l'aria che avevi certe

volte uscendo da un periodo di lavoro febrile, quando rimanevi dodici

ore al giorno dinanzi alla tua creta, divorato dalla grande fiamma. Ti

ricordi?

LUCIO SETTALA, =smarrito, girando lo sguardo per vedere se Silvia sia

ancora nella stanza.=

Sì, sì....

COSIMO DALBO.

Anche allora gli occhi ti s'ingrandivano....

LUCIO SETTALA, =con una inquietudine indefinibile, quasi infantile.=

E Silvia? Dov'è andata Silvia? Non era qui anche Francesca?

COSIMO DALBO.

Ci hanno lasciati soli.

LUCIO SETTALA.

Perchè? Ella crede, forse.... No, io no ti dirò nulla, io non so più

nulla. Tu sai, forse. Io no; non mi ricordo, non voglio ricordarmi

più.... Dimmi di te! Dimmi di te! È bello il Deserto?

=Egli parla in una maniera singolare, come trasognando, con un misto di

agitazione e di stupore.=

COSIMO DALBO.

Ti dirò. Ma bisogna che tu non ti affatichi. Ti racconterò tutto il mio

pellegrinaggio; verrò da te ogni giorno, se mi vuoi; rimarrò con te

quanto ti piacerà, ma senza che tu ti stanchi. Siedi qui....

LUCIO SETTALA, =sorridendo.=

Tu credi che io sia tanto debole?

COSIMO DALBO.

No; tu stai già bene, ma è meglio che tu non ti stanchi. Siedi qui....

=Lo fa sedere presso la finestra; guarda la collina disegnata puramente

sul cielo d'aprile.=

Ah, mio caro, cose meravigliose hanno mirato i miei occhi e hanno bevuto

una luce al cui paragone anche questa sembra smorta; ma, quando rivedo

una semplice linea come quella là (guarda là San Miniato!), mi sembra di

ritrovar tutto me stesso dopo un intervallo di errore. Guarda là il

poggio benedetto! La piramide di Chéope non fa dimenticare la Bella

Villanella; e più d'una volta, nei giardini di Koubbeh e di Gizeh,

serbatoi di miele, masticando un grano di resina, ho pensato a uno

svelto cipresso toscano sul limite di un oliveto magro.

LUCIO SETTALA, =socchiudendo gli occhi sotto l'alito primaverile.=

Si sta bene qui; è vero? C'è un odore di violette.... C'è forse un mazzo

di violette nella stanza? Silvia ne mette da per tutto, anche sotto il

mio guanciale.

COSIMO DALBO.

Sai? Ti ho portato, tra le pagine di un Corano, le violette del Deserto.

Le ho colte nel giardino di un monastero persiano, in vicinanza della

Tebaide, ai fianchi del Mokattam, su un'altura di sabbia. Là, in una

caverna scavata nel monte, coperta di tappeti e di cuscini, i monaci

offrono al visitatore un thè d'un sapore speciale, il thè arabo,

profumato di violette.

LUCIO SETTALA.

E tu me le hai portate, sepolte nel libro! Tu eri felice quando le

coglievi, laggiù; e io avrei potuto esser teco.

COSIMO DALBO.

Tutto era oblio, laggiù. Salivo per una lunga scala di pietra, diritta,

che conduce dal piede della montagna alla porta dei Bectaschiti. Il

Deserto era intorno: una immensa aridità allucinante dove soli vivevano

il palpito del vento e il tremolio del calore. Non distinguevo qua e là,

tra le dune, se non le pietre bianche dei cimiteri arabi. Udivo i gridi

degli sparvieri, altissimi nel cielo. Guardavo sul Nilo passare a torme

le barche dalle grandi vele latine, bianche, lente, di continuo, di

continuo, come fiocca la neve. E a poco a poco mi rapiva un'estasi che

tu non puoi ancora aver conosciuto: l'estasi della luce.

LUCIO SETTALA, =con una voce che pare lontana.=

E io avrei potuto esser teco, oziare, obliare, sognare, inebriarmi di

luce. Tu hai navigato sul Nilo, è vero?, in una vecchia barca carica di

otri, di sacchi e di gabbie. Tu sei disceso in un'isola verso sera; tu

eri vestito di lana bianca; tu avevi sete; tu ti sei dissetato a una

sorgente; tu hai camminato a piedi nudi sui fiori; e l'odore era così

forte che ti pareva di non aver più fame. Ah, ho pensato, ho sentito

queste cose, dal mio guanciale.... E anche pel deserto ti seguivo,

quando la febbre era più alta: per un deserto di sabbie rosse, tutto

seminato di pietre brillanti che si sfaldavano crepitando come i

sarmenti al fuoco.

=Una pausa. Egli si solleva un poco, interrogando con un accento chiaro,

ad occhi aperti.=

E la Sfinge?

COSIMO DALBO.

La prima volta la vidi di notte, al lume delle stelle, profondata nella

sabbia che conservava ancora l'impronta violenta dei turbini. Soltanto

la faccia e la groppa emergevano da quella specie di gorgo placato, la

forma umana e la bestiale. La faccia, dove l'ombra nascondeva le

mutilazioni, in quell'ora mi parve bellissima: calma, augusta e cerulea

come la notte, quasi mite! Non v'è, Lucio, cosa al mondo che sia più

sola di quella; ma la mia anima era come dinanzi a moltitudini che

dormissero e su le cui ciglia cadesse la rugiada. La rividi, poi, di

giorno. La faccia era bestiale come la groppa; il naso e le gote erano

corrosi; il fimo degli uccelli bruttava le bende. Era il pesante mostro

senz'ali imaginato dagli scavatori di sepolcri, dagli imbalsamatori di

cadaveri. E mi riapparve nel sole la tua Sfinge imperiosa e pura che

porta le ali imprigionate vive negli omeri.

LUCIO SETTALA, =con una commozione subitanea.=

La mia statua? Tu parli della mia statua? Tu la vedesti, è vero, prima

di partire; e ti sembrò bella.

=Egli guarda inquieto verso la porta, per tema che= SILVIA

=possa udire; e abbassa la voce.=

Ti sembrò bella; è vero?

COSIMO DALBO.

Bellissima.

=Lucio si copre gli occhi con ambo le palme e resta per alcuni attimi

intento come par evocare una visione nell'oscurità.=

LUCIO SETTALA, =scoprendosi.=

Non la vedo più. Mi sfugge. Appare e dispare come in un baleno, confusa.

Se l'avessi ora qui davanti, mi parrebbe nuova; gitterei un grido Io

l'ho scolpita, con queste mie mani?

=Egli si guarda le mani affilate e sensitive. Un'agitazione crescente lo

invade.=

Non so più, non so più. Nella prima febbre, quando avevo ancora il

piombo nella carne e il rombo continuo della morte su l'anima perduta,

la vedevo diritta a piè del letto, accesa come una torcia, come se io

medesimo l'avessi plasmata in una materia incandescente. Così per più

giorni e per più notti io la vidi, a traverso le mie palpebre.

S'accendeva con la mia febbre. Quando i miei polsi bruciavano, ella si

faceva di fiamma. Pareva che salisse e ribollisse in lei tutto il sangue

versato ai suoi piedi....

COSIMO DALBO, =inquieto, guardando anch'egli verso la porta per lo stesso

timore.=

Lucio, Lucio, tu dicevi dianzi che non sapevi più nulla, che non volevi

ricordarti più di nulla.... Lucio!

=Egli scuote dolcemente l'amico che è rimasto fisso.=

LUCIO SETTALA, =riprendendosi.=

Non temere. Tutto è laggiù, lontano, in fondo al mare. Anch'essa la

statua è sommersa con l'altre cose, dopo il naufragio. Per ciò io non la

vedo se non in confuso, a traverso le alte acque.

COSIMO DALBO.

Ella sola sarà salvata, vivrà in eterno; e tanto dolore non sarà stato

sofferto invano, tanto male non sarà stato inutile, se ancóra una cosa

bella si aggiungerà all'ornamento della vita.

LUCIO SETTALA, =sorridendo ancora del suo sorriso tenue e parlando con la

sua voce lontana.=

È vero. Io penso qualche volta alla sorte di colui che naufragò in una

tempesta con tutto il suo carico. In una giornata serena come oggi,

egli prese una barca e una rete; e tornò sul luogo del naufragio con la

speranza di trarre dal fondo qualche cosa. E, dopo molta fatica, trasse

a riva una statua. E la statua era così bella che, al rivederla, egli

pianse di gioia; e si sedette su la riva del mare a contemplarla, e fu

pago di quel bene, e non volle altro cercare; _e obliò tutto il resto_.

=Egli si leva, quasi con impeto.=

Perchè Silvia non torna più?

=Ascolta.= Chi ride? Ah, è Beata nel giardino. Guarda! San Miniato è

d'oro: sfólgora. C'è una luce più gloriosa a Tebe?

COSIMO DALBO.

L'estasi della luce! Te l'ho detto: tu non potrai conoscerla altrove.

Cerchi, ghirlande, rote, rose di splendori, innumerabili faville.... I

versi del _Paradiso_ tornano alla memoria. Solo Dante ha trovato le

parole abbaglianti. In certe ore il Nilo diventa la fiumana dei topazii,

il "miro gurge". Come un sasso nell'acqua, un gesto nell'aria suscita

mille e mille onde. Tutte le cose nuotano nella luce; tutte le foglie ne

stillano. Le donne che passano lungo il fiume con gli otri riempiuti

fiammeggiano veramente come le milizie angeliche nella Cantica, distinte

"e di fulgore e d'arte".

LUCIO, =avendo scoperto su una tavola il mazzo di violette, lo prende, e

vi affonda quasi il viso per aspirarne l'odore.=

LUCIO SETTALA, =tenendo ancora il mazzo alle nari e socchiudendo gli

occhi nella delizia.=

Sono belle le donne del Nilo?

COSIMO DALBO.

Talune, le adolescenti, hanno corpi d'una purezza e d'una eleganza

stupende. Tu che prediligi le musculature agili e salde, una certa

acerbità nelle forme, le gambe lunghe e nervose, troveresti là qualche

modella incomparabile. Quante volte ti ho invocato! Nell'isola

d'Elefantina avevo un'amica di quattordici anni: una fanciulla dorata

come un dattero, magra, svelta, arida, con le reni forti e arcate, le

gambe diritte e potenti, i ginocchi perfetti--cosa rarissima, come tu

sai. Su tutta quella magrezza dura, che dava imagine d'un'arme da lancio

precisa e fine, tre cose mi seducevano con una grazia infinitamente

molle: la bocca, l'ombra dei cigli, l'estremità delle dita. Ella

s'intrecciava i capelli con le dita ch'erano rosse all'estremità come

petali intinti nella porpora; e guardarla in quell'atto, su la soglia

della casa bianca, era la gioia dei miei mattini. Avrei voluto

portartela con le statuette, con gli scarabei, con le stoffe, col

tabacco, con i profumi, con le armi. Ma t'ho portato un bell'arco, che

ho comperato ad Assouan e che le somiglia un poco.

LUCIO SETTALA, =con un lieve turbamento, rovesciando indietro il capo.=

Doveva essere una creatura deliziosa!

COSIMO DALBO.

Deliziosa e inoffensiva. Ella somigliava a un bell'arco, ma le sue

frecce non erano avvelenate.

LUCIO SETTALA.

Tu l'amavi?

COSIMO DALBO.

Come amo il mio cavallo e il mio cane.

LUCIO SETTALA.

Ah, tu eri felice laggiù; la tua vita era facile e leggera. Era dunque

l'isola d'Elefantina quella dove io ti vidi approdare, nel sogno. Avrei

potuto esser teco! Ma io andrò, partirò. Non desideri di ritornarvi? Io

avrò una casa bianca sul Nilo: farò le mie statue col limo del fiume e

le alzerò in quella tua luce che me le convertirà in oro.... Silvia!

Silvia!

=Egli chiama verso la porta, come assalito da una impazienza repentina,

da una volontà ansiosa di vivere.=

Sarà troppo tardi?

COSIMO DALBO.

È troppo tardi. Sopraggiunge la grande estate.

LUCIO SETTALA.

Che importa? Io amo l'estate, il calore, anche l'afa. Tutti i melagrani

saranno fioriti nei giardini, e qualche volta pioverà, verranno giù

nell'afa quelle gocce larghe e tiepide che fanno sospirare di voluttà la

terra....

COSIMO DALBO.

Ma il Khamsin? quando tutto il Deserto si solleverà contro il Sole?

SILVIA =appare su la soglia, sorridendo, con tutta la persona mossa da

una visibile animazione. Ella ha mutato abito: è vestita d'un colore più

chiaro, primaverile; e porta fra le mani un mazzo di rose fresche.=

SILVIA SETTALA.

Che dite, Dalbo, contro il Sole? M'hai chiamata, Lucio?

LUCIO SETTALA, =ripreso da una specie di timidità inquieta, come d'uomo

che abbia il bisogno di abbandonarsi e non osi.=

Sì, ti ho chiamata, perchè non ti vedevo più tornare.... Cosimo mi

raccontava tante cose belle, del suo viaggio. Volevo che anche tu le

udissi.

=Egli guarda la moglie con occhi attoniti, come se scoprisse in lei una

grazia nuova.=

Stavi per uscire?

SILVIA SETTALA, =arrossendo un poco.=

Ah, tu guardi il mio abito. L'ho messo per provarlo, giacchè Francesca

era là.... Mia sorella vi fa le sue scuse a entrambi, per essersi

partita senza venire a salutarvi. Aveva fretta: l'aspettano i suoi

bambini. Spera, Dalbo, che voi andiate presto a vederla.

=Ella depone su una tavola il mazzo di rose.=

Pranzate con noi, stasera?

COSIMO DALBO.

Grazie. Stasera non posso. Mia madre mi tiene.

SILVIA SETTALA.

È giusto. Domani, allora?

COSIMO DALBO.

Domani. Ti porterò, Lucio, i miei doni.

LUCIO SETTALA, =con una curiosità infantile.=

Sì, sì, pòrtali, pòrtali!

SILVIA SETTALA, =sorridendo con un'aria misteriosa.=

Anch'io domani avrò un dono.

LUCIO SETTALA.

Da chi?

SILVIA SETTALA.

Dal maestro.

LUCIO SETTALA.

Che dono?

SILVIA SETTALA.

Vedrai.

LUCIO SETTALA, =con un moto d'allegrezza.=

Tu anche vedrai quante belle cose mi ha portate Cosimo: stoffe, profumi,

armi, scarabei....

COSIMO DALBO.

Amuleti contro ogni male, talismani per la felicità. Sul Gebel-el-Tair,

in un convento copto, ho trovato il più virtuoso degli scarabei. Il

monaco mi narrò una lunga storia di un cenobita che, al tempo delle

prime persecuzioni, essendosi rifugiato in un ipogeo, vi trovò una

mummia e la trasse fuori dal suo viluppo di balsami e la rianimò. E la

mummia risuscitata con le sue labbra dipinte gli fece il racconto della

sua antica vita, ch'era stata un tessuto di felicità. Infine, come il

cenobita voleva convertirla, ella preferì di ricoricarsi nei suoi

balsami; ma prima gli donò lo scarabeo preservatore. Dirvi l'uso che ne

fu fatto dal solitario e le vicende per cui scese a traverso i secoli

nelle mani del buon copto, sarebbe troppo lungo. Certo, non ve n'è in

tutto l'Egitto uno più virtuoso. Eccolo. Ve l'offro; l'offro a entrambi.

=Egli presenta l'amuleto a= SILVIA, =che l'osserva attentamente e poi lo

porge a= LUCIO, =con un baleno negli occhi.=

SILVIA SETTALA.

Com'è azzurro! È più splendido d'una turchese. Guarda.

COSIMO DALBO.

Il copto mi disse: "Piccolo come una gemma, grande come un destino!"

LUCIO =volge la pietra mistica tra le dita che gli tremano un poco,

smarritamente.=

E addio, a domani. Bene vi sia! Felice sera!

SILVIA SETTALA, =scegliendo dal mazzo una rosa e offrendogliela.=

Ecco una rosa fresca in cambio dell'amuleto. Portatela a vostra madre.

COSIMO DALBO.

Grazie. A domani.

=Rinnovati i saluti, esce.=

SCENA QUARTA.

=LUCIO SETTALA sorride con timidezza, volgendo ancora fra le dita lo

scarabeo; mentre SILVIA mette le rose in una coppa. Entrambi, nel

silenzio, sentono palpitare i loro cuori ansiosi. Il sole declinante

indora la stanza. Pel vano delle finestre appare il cielo impallidito;

San Miniato splende su l'altura; l'aria è dolce, senza mutamento.=

LUCIO SETTALA, =guardando all'aria, in ascolto, sommesso.=

C'è un'ape nella stanza.

SILVIA SETTALA, =sollevando la faccia.=

Un'ape?

LUCIO SETTALA.

Sì. Non senti?

=Entrambi tendono l'orecchio al murmure.=

SILVIA SETTALA.

È vero.

LUCIO SETTALA.

Forse l'hai portata tu, con le rose.

SILVIA SETTALA.

Queste le ha colte Beata....

LUCIO SETTALA.

L'ho sentita ridere dianzi, giù nel giardino.

SILVIA SETTALA.

Com'è felice d'essere ritornata nella sua casa!

LUCIO SETTALA.

Fu bene allontanarla allora....

SILVIA SETTALA.

S'è fatta più bella e più forte, per aver respirato l'odore dei pini.

Come dev'esser buona la primavera a Bocca d'Arno! Non vorresti andare

là, un poco?

LUCIO SETTALA.

Là, al mare.... Ti piacerebbe?

=La voce d'entrambi è alterata da un lieve tremito.=

SILVIA SETTALA.

Passare là una primavera, è stato sempre il mio sogno.

LUCIO SETTALA, =soffocato dalla commozione.=

Il tuo sogno è il mio, Silvia.

=L'amuleto gli cade dalle mani.=

SILVIA SETTALA, =chinandosi vivamente a raccoglierlo.=

Ah, l'hai lasciato cadere! Si direbbe un cattivo presagio.... Guarda. Lo

metto sul capo di Beata. "Piccolo come una gemma, grande come un

destino!"

=Ella depone l'amuleto sul mazzo di rose, delicatamente.=

LUCIO SETTALA, =tendendo le mani verso di lei, come ad implorare.=

Silvia! Silvia!

SILVIA SETTALA, =accorrendo.=

Ti senti male? Diventi più pallido.... Ah, ti sei troppo affaticato

oggi, sei troppo stanco. Siedi qui, siedi. Vuoi un sorso di

quell'elisire? Ti senti venir meno? Di'!

LUCIO SETTALA, =prendendole le mani, con un impeto di amore.=

No, no, Silvia; non mi sono mai sentito così bene.... Tu, tu siedi,

siedi qui; e io ai tuoi piedi, finalmente, con tutta l'anima mia, per

adorarti, per adorarti!

=Ella si lascia cadere sul divano ed egli in ginocchio dinanzi a lei.

Ella è tutta sconvolta e tremante, e pone le mani su le labbra di lui

come per impedirgli di parlare. Le passano così tra le dita l'alito e le

parole.=

Finalmente! Era come una piena che veniva di lontano, una piena di tutte

le cose belle e di tutte le cose buone che tu hai versate su la mia vita

da che mi ami; e n'avevo il cuore gonfio, ah così gonfio che dianzi

vacillavo sotto il peso e mancavo e morivo d'ambascia e di dolcezza,

perchè non osavo dire....

SILVIA SETTALA, =bianca in viso, con la voce spenta.=

Non dire, non dir più!

LUCIO SETTALA.

Ascoltami, ascoltami. Tutte le pene che hai sofferte, le ferite che hai

ricevute senza un grido, le lacrime che nascondesti perchè io non avessi

onta e rimorso, i sorrisi di cui velavi le tue agonie, l'infinita pietà

pel mio errore, il coraggio invincibile dinanzi alla morte, la lotta

affannosa per la mia vita, la speranza tenuta sempre accesa al mio

capezzale, le veglie, le cure, l'incessante palpito, l'attesa, il

silenzio, la gioia, tutto quel che v'è di profondo, tutto quel che v'è

di dolce e d'eroico in te, tutto io conosco, tutto io so, cara, cara

anima; e, se la violenza è valsa a spezzare un giogo, se il sangue è

valso a riscattarmi, (oh, lasciami dire!) io benedico la sera e l'ora

che mi portarono moribondo in questa casa del tuo martirio e della tua

fede per ricevere un'altra volta dalle tue mani,--da queste divine mani

che tremano,--il dono della vita.

=Egli preme la sua bocca convulsa nelle palme di lei; ed ella lo guarda a

traverso il pianto che le impregna le ciglia, trasfigurata dalla

felicità improvvisa.=

SILVIA SETTALA, =con la voce spenta e rotta.=

Non dire, non dir più! Il cuore non regge.... Tu mi soffochi di

gioia.... Una sola parola io attendeva da te, una sola, null'altro; e a

un tratto tu m'inondi d'amore, tu mi riempii tutte le vene, tu mi

sollevi oltre la speranza, tu trapassi il mio sogno, tu mi dài la

felicità che è sopra ogni attesa.... Ah che dicevi tu delle mie pene?

Che è mai il dolore patito, che è mai il silenzio costretto, e che è una

lacrima, e che è un sorriso, al confronto di questa piena che mi

trasporta? Sento che più tardi, per te, per te, mi rammaricherò di non

avere a bastanza sofferto.... Forse non ho toccato il fondo del dolore,

ma so che ho toccato ora la cima della felicità.

=Ella accarezza perdutamente il capo di lui che è abbandonato su le sue

ginocchia.=

Àlzati! Àlzati! Vieni più vicino al mio cuore, ripòsati sopra di me,

abbandónati alla mia tenerezza, premi le mie mani su le tue palpebre,

taci, sogna, raccogli le forze profonde della tua vita. Ah non me

soltanto tu dovresti amare, non me soltanto, ma l'amore che io ho per

te: amare questo mio amore! Io non sono bella, non sono degna dei tuoi

occhi, sono una umile creatura nell'ombra; ma il mio amore è

meraviglioso, è in alto in alto, è solo, è sicuro come il giorno, è più

forte della morte, è capace d'un prodigio: ti darà quel che gli

chiederai. Tu potrai chiedergli anche quel che non fu sperato mai.

=Ella lo attira verso il suo cuore sollevandogli il capo. Egli tiene gli

occhi chiusi e le labbra strette, pallidissimo, inebriato, estenuato.=

Àlzati! Àlzati! Vieni più vicino al mio cuore; riposati sopra di me. Non

senti che puoi abbandonarti? che nulla al mondo è più sicuro del mio

petto? che sempre lo troverai? Ah, io ho pensato qualche volta che

questa certezza potesse inebriarti come la gloria....

=Standole egli dinanzi col volto levato, ella con ambe le mani gli solca

i capelli per discoprirgli la fronte intiera.=

Bella fronte possente, segnata, benedetta! Che tutti i germi della

Primavera s'aprano nei tuoi pensieri nuovi!

=Tremante ella vi preme le labbra. Muto egli tende le braccia verso

l'invocatrice. Il tramonto sembra un'aurora.=

ATTO SECONDO.

=La medesima stanza, la medesima ora. Appare per le finestre un cielo

ingombro e mutevole.=

SCENA PRIMA.

=COSIMO DALBO è seduto presso una tavola su cui poggia il gomito

sostenendo con la palma la tempia, grave e pensieroso. LUCIO SETTALA è

in piedi, irrequieto, sconvolto: si muove incertamente per la stanza,

cedendo all'angoscia che lo preme.=

LUCIO SETTALA.

Sì, voglio dirtelo.... Perchè dovrei nascondere la verità? A te! M'è

giunta una lettera, l'ho aperta, l'ho letta....

COSIMO DALBO.

Della Gioconda?

LUCIO SETTALA.

Di lei.

COSIMO DALBO.

D'amore?

LUCIO SETTALA.

Mi bruciava le dita....

COSIMO DALBO.

Ebbene?

=Esita. L'emozione gli altera la voce.=

Tu l'ami ancora?

LUCIO SETTALA, =con un sussulto di paura.=

No, no, no....

COSIMO DALBO, =guardandolo in fondo agli occhi.=

Non l'ami più?

LUCIO SETTALA, =supplichevole.=

Oh, non mi torturare! Soffro.

COSIMO DALBO.

Ma che cosa dunque ti turba?

=Una pausa.=

LUCIO SETTALA.

Ogni giorno, all'ora ch'io so, ella m'attende là, a piè della statua,

sola.

=Un'altra pausa. I due uomini sembra che considerino davanti a loro

qualche cosa di vivente e di forte, una Volontà, evocata da quelle

parole brevi.=

COSIMO DALBO.

Ella ti attende! Dove? Nel tuo studio! Come può entrarvi?

LUCIO SETTALA.

Ha una chiave: quella di allora.

COSIMO DALBO.

Ti attende! Crede, vuole dunque che tu le appartenga ancora.

LUCIO SETTALA.

Tu lo dici.

COSIMO DALBO.

E che farai?

LUCIO SETTALA.

Che farò?

=Una pausa.=

COSIMO DALBO.

Tu vibri come una fiamma.

LUCIO SETTALA.

Soffro.

COSIMO DALBO.

Ardi.

LUCIO SETTALA, =con veemenza.=

No.

COSIMO DALBO.

Ascolta. Ella è terribile. Non si lotta contro di lei se non da

lontano. Per ciò io volevo trascinarti meco, oltremare. Tu preferisti

al mare la morte. Un'altra (tu sai chi, e il cuore ti si fende) un'altra

ti ha strappato alla morte. E tu non puoi vivere omai se non per questa.

LUCIO SETTALA.

È vero.

COSIMO DALBO.

Bisogna partire, fuggire.

LUCIO SETTALA.

Per sempre?

COSIMO DALBO.

Per qualche tempo.

LUCIO SETTALA.

Ella mi aspetterà.

COSIMO DALBO.

Tu sarai più forte.

LUCIO SETTALA.

Il suo potere sarà cresciuto. Ella avrà più profondamente impregnato di

sè il luogo che m'è caro per l'opera che vi fu compita. Io la vedrò di

lontano come la custode di una statua ove passò il più vivo baleno

dell'anima mia.

COSIMO DALBO.

Tu l'ami!

LUCIO SETTALA., =disperato.=

No, non l'amo. Ma pensa: ella sarà sempre la più forte; ella sa quel che

mi vince e quel che mi lega; ella s'è armata d'un fascino a cui io non

potrò sottrarre la mia anima se non strappandola dal mio cuore. Debbo io

tentare un'altra volta?

COSIMO DALBO.

Ah, tu deliri!

LUCIO SETTALA.

Il luogo dove ho sognato, dove ho lavorato, dove ho pianto di gioia,

dove ho chiamata la gloria, dove ho veduta la morte, è la sua conquista.

Ella sa che io non potrò starne lontano o rinunziarvi, che la parte più

preziosa della mia sostanza è là diffusa; ed ella m'attende, sicura.

COSIMO DALBO.

Ma esercita dunque ella un diritto inviolabile? Nessuno potrà vietarle

quella soglia?

LUCIO SETTALA., =con una emozione profonda.=

Farla scacciare?

COSIMO DALBO.

No; ma vi può essere un modo meno duro, il più semplice: richiederle

quella chiave ch'ella non ha alcun diritto di conservare.

LUCIO SETTALA.

E chi la richiederebbe?

COSIMO DALBO.

Qualcuno di noi, io stesso, rispettosamente, in nome della necessità.

LUCIO SETTALA.

Ella rifiuterà, considerandoti come un estraneo.

COSIMO DALBO.

Tu stesso, allora.

LUCIO SETTALA.

Io? Andando dinanzi a lei?

COSIMO DALBO.

No; scrivendole.

=Una pausa.=

LUCIO SETTALA, =con l'accento dell'assoluta impossibilità.=

Non posso. E tutto sarebbe vano.

COSIMO DALBO.

Ma v'è un altro modo: abbandonare quella casa, sgomberarla, vuotarla di

tutto, trasportare tutto altrove. Tu eviterai così anche la tristezza

intollerabile del ricordo.... Come non senti che il cambiamento è

necessario, se la tua vita si rinnova, perchè la compagna che hai

ritrovata possa assistere al tuo lavoro? Soffriresti tu ch'ella si

sedesse là dove l'altra si distese? ch'ella avesse di continuo negli

occhi la visione dell'orribile sera?

LUCIO SETTALA, =sorridendo scorato e amaro.=

Ebbene sì, hai ragione: cambieremo, andremo altrove, sceglieremo un bel

luogo solitario, toglieremo la polvere dalle vecchie cose, apriremo

tutte le finestre, faremo entrare l'aria pura, avremo un cumulo di

creta, un blocco di marmo, alzeremo un monumento alla Libertà.

=S'interrompe. La sua voce si fa singolarmente calma.=

Una mattina la Gioconda batterà alla nuova porta; io le aprirò; ella

entrerà; senza meraviglia io le dirò: Benvenuta.

=Egli non contiene più l'amarezza.=

Ah, ma tu sembri un fanciullo! Tutto per te si riduce a una chiave.

Chiama dunque un fabbro, fa mutare la toppa; e m'avrai salvato.

COSIMO DALBO, =con dolcezza e tristezza.=

Non t'adirare. Da principio credevo che tu dovessi soltanto liberarti

d'una importuna. Riconosco, ora, che il mio consiglio era puerile.

LUCIO SETTALA, =implorando.=

Cosimo, amico mio, fa di comprendere!

COSIMO DALBO.

Comprendo; ma tu neghi.

LUCIO SETTALA, =lasciandosi di nuovo trasportare.=

Non nego, non nego. Vuoi tu ch'io ti gridi che l'amo?

=Si smarrisce, si guarda d'intorno sbigottito. Si passa una mano su la

fronte, con un gesto di sofferenza. Abbassa la voce.=

Bisognava lasciarmi morire. Pensa: se io che ero ebro di vita, se io che

ero frenetico di forza e d'orgoglio, se io volli morire, è certo che

riconobbi una necessità ineluttabile. Non potendo vivere nè con lei nè

senza di lei, risolsi di partirmi dal mondo. Pensa: io che consideravo

il mondo come il mio giardino e che avevo tutte le avidità dinanzi a

tutte le bellezze! È certo dunque che riconobbi una necessità

ineluttabile, un fato di ferro. Bisognava lasciarmi morire.

COSIMO DALBO.

Tu disconosci ora la santità d'un miracolo, crudelmente.

LUCIO SETTALA.

Non sono crudele. Per orrore delle crudeltà a cui mi trascinava la

violenza del male, per non calpestare una virtù che mi pareva più che

umana, per non poter sostenere la dolcezza d'una piccola voce

inconsapevole che interrogava, per impedire a me stesso il peggio,

comprendi?, per questo mi risolsi. E per orrore di ricominciare io mi

rammarico, perché oggi io sono come un disperato che abbia preso un

narcotico e si svegli dopo un sonno profondo e ritrovi al suo capezzale

la stessa disperazione.

COSIMO DALBO.

La stessa! Ed ho ancora negli orecchi le tue prime parole: "Non so più

nulla; non mi ricordo, non voglio ricordarmi più..." Tu sembravi

immemore di tutto, proteso verso un altro bene. Ho ancora negli orecchi

il suono della tua voce, quando chiamasti la madre di Beata, levandoti a

un tratto, impaziente, come per un ardore che non consentisse indugio.

Vedo ancora il tuo sguardo su lei, quando entrò palpitante come una

Speranza. E, certo, quella sera tu dovesti inginocchiarti ed ella

dovette piangere ed entrambi doveste sentire la bontà della vita.

LUCIO SETTALA.

Sì, sì, così fu: l'adorazione! Tutta l'anima mia si prostrò ai suoi

piedi, riconobbe quel che è divino in lei, con una ebrezza di umiltà,

con un fervore di riconoscenza indicibili. Fu un rapimento. Tu avevi

parlato di un'estasi della luce; io la provai in quegli attimi. Ogni

macchia parve cancellata; ogni ombra distrutta. La vita ebbe un nuovo

splendore. Io credetti d'essere salvo per sempre....

=S'interrompe.=

COSIMO DALBO.

Ma poi?

LUCIO SETTALA.

Poi riconobbi che v'era qualche altra cosa da abolire in me: questa

forza che affluisce alle mie dita incessantemente per riprodurre....

COSIMO DALBO.

Che intendi?

LUCIO SETTALA.

Intendo che forse sarei salvo, se avessi dimenticato anche l'arte. In

certi giorni, là nel mio letto, guardandomi le mani indebolite, mi

pareva incredibile che potessero ancora creare; mi pareva che avessero

perduto ogni virtù. Mi sentivo interamente estraneo a quel mondo di

forme in cui avevo vissuto.... _prima di morire_. Pensavo: "Lucio

Settala, lo statuario, è trapassato." E imaginavo di farmi giardiniere

d'un piccolo giardino.

=Egli si siede, come placato, socchiudendo le palpebre, con un'aria di

stanchezza, con un sorriso d'ironia appena visibile.=

Potare i rosai, annaffiarli, liberarli dai bruchi, agguagliare il

bossolo con le cesoie, guidare l'edera su pei muricciuoli, in un

giardinetto inclinato verso il fiume dell'Oblío; e non più rammaricarmi

di aver lasciato su l'altra riva un glorioso parco popolato di lauri, di

cipressi, di mirti, di marmi e di sogni.... Tu mi vedi là, felice, con

le cesoie lucenti, vestito di bordatino!

COSIMO DALBO.

Non ti vedo.

LUCIO SETTALA.

Peccato, amico mio.

COSIMO DALBO.

Ma chi ti vieta il grande parco? Tu vi rientri pel viale dei cipressi, e

trovi sul limite il tuo genio tutelare.

LUCIO SETTALA, =levandosi di scatto, come uno che perda di continuo la

padronanza di sè.=

Tutelare! Ah, mi sembra che tu pieghi una parola su l'altra, come fasce

su filaccie, per la paura di sentir pulsare la vita. Hai tu mai premuto

il dito su un'arteria messa a nudo, su un tendine lacerato?

COSIMO DALBO.

La Gioconda · 第 1 / 5 段