GERI GIANNINI

Questo rimatore tenzonò con un Si. Gui. da Pistoia (vedi sopra, nei

_Rimatori pistoiesi_, p. 19) e con Natuccio Cinquino. Il VALERIANI dá

a lui un terzo sonetto «A quei ch'è sommo dicitore altèro»; ma in L,

ove sono le rime che di lui rimangono, è di anonimo.

Sonetto I, v. 10. Il VALERIANI stampa: «E del no chero, ch'ha

esta balanza», ma queste parole non dánno senso. Il verso che

segue: «se piú tardanza fa, tanto 'l desiede» fa capire che si

parla di qualche cosa che tarda a venire. Intendo: Si può

(«posi») dire che è gran fallire del nocchiero che guida questa

bilancia. E il nocchiero parmi che debba intendersi Amore. È un

sonetto anche questo assai tenebroso.

v. 15: «par Deo». Non credo affatto si debba intendere, come

vuole il VALERIANI, «per Dio». Il poeta vuol dire: Non ho («non

porto») alcun conforto pari a Dio, ossia pari a quello che mi

viene da Dio, ché io tengo in servitú («'n feo», in feudo) la

mia scura vita, e ho paura di non esser mai padrone di me

stesso.

Sonetto II, v. 9: «chi 'n dire». L ha «chi 'n nire». La

correzione è facile, se si pensa al verso corrispondente del

Giannini: «che gran fallire dire posi 'ntero». Il VALERIANI

stampa «chi in ire».

Sonetto III. Si. Gui. da Pistoia gli rispose col sonetto «Tanto

saggio e bon poi me somegli» (vedi nei _Rimatori pistoiesi_, p.

19).

Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani · 第 222 / 272 题