Anche di questo rimatore ben poco sappiamo. Fu amico di fra Guittone,
che gli diresse una delle sue lettere, confortandolo a mostrarsi prode
a vantaggio della sua patria. Quale fu l'occasione per la quale
l'aretino cercò di stimolare a forti opere di guerra l'amico
pisano? Dice fra Guittone: «Segondo la parvissima caritate, umanitate
e bonitate mia, compassione di vostra passione presi; e non solo giá
voi, ma pisani tutti compatiti e doluti ho quasi aretini, amore che
porto essi me distringendo» (_Lettere_, ediz. Bottari, p. 70). Egli
dunque compiange gli amici pisani per qualche grave sventura pubblica.
Poiché altrove abbiamo veduto Panuccio lamentarsi dello sgoverno dei
ghibellini in Pisa nel 1285, mi pare assai probabile che a quei fatti
si riferisca la lettera di Guittone. Il quale, in un altro passo della
lettera, dice a Bacciarone che, tornato in patria, ben poteva
provvedere con l'opera sua al bene di essa: «Tornando a casa vostra
nell'agio vostro, buono parvo for magno sembrerá voi, e quasi
soavissimo affanno grave, al buono parvo presente, ed al mal grande
sovvenendo bene» (ivi, p. 71). A quale opera poteva il guelfo rimatore
d'Arezzo stimolare il signore pisano e i suoi compagni, se non a
quella d'osteggiare la prepotenza ghibellina? A questi stessi fatti mi
par certo che si riferisca la canzone III. Le rime di Bacciarone sono
solamente in L.
Canzone I, v. 16: «loro e i loro e 'l loro»: cioè danneggiando
essi e i loro seguaci e i loro averi.
v. 52: «conducía». Cosí deve essere per la rima col seguente
«obbría»; non «conducea», come ha L.
v. 96: «per potersi». Mi pare che il senso richieda che cosí si
corregga il «poterm'» di L.
v. 120: «potete». L ha «potetava».
Canzone II, v. 23: «voglienza». L ha «veglensa».
v. 49: «fiata spico». L ha «fieta». Intendi: È cosa che odora
(«fiata») piú che spigo. Lo spigo poi ognun sa che è un'erba
aromatica.
v. 54. Intendi: Quanto piú possiede senza Dio, piú è iniquo.
v. 62: «impasso», cioè impazzo. Anche qui conservo l'ortografia
pisana per la rima con «lasso».
v. 74: «for' nullo par bono»: cioè fuori di cui non appare alcun
buono.
v. 100: «in tal pentèro». L ha «pente pentero». Intendi: Non vi
sono tante stelle in cielo, né gocce d'acqua in mare
(«candelle»), quante io non ho gocce (lacrime) in tal
pentimento.
Canzone III, vv. 7-8. «Torto» qui sta per «tolto». Il senso è:
Perché mi vedo tolta gioia da ogni parte; e il cuore sempre
accorto erra a darmi il contrario della gioia, cioè il dolore.
v. 9: «isperato». L ha «sperato».
v. 13: «chi di guardar». L ha «che di guardarno
v. 17: «e chi ne ha». L ha «e chi 'n dá». Intendo: E chi ha
fatto ciò, che si fugga il bene e si segua il male, tra quelli
che piú avevano potenza in Pisa?
v. 22: «furon». L ha «fisson». Il senso è: Non l'ardire di chi
ho detto nel saper ferire senza fallir colpo. Perché furon
montati in alto monte («serra»), sembra loro («vis'è lor») non
manchi diporto, né alcuno sconforto dicono li cacci dalla terra
(«li sterra»).
v. 26: «noi'» (noia). L ha «no»; ma il senso richiede questa
correzione.
v. 31. Forse vuol dire: Hanno pensato di far fare il porto
dentro la porta di Pisa, finché dura la guerra.
v. 32: «averrá». È una di quelle che si dicevano rime false.