PUCCIANDONE MARTELLI

Di Pucciandone Martelli fortunatamente si può attingere qualche

notizia dalla cit. _Chronica antiqua_ di Santa Caterina, dalla quale

apparisce che prese parte alla vita pubblica di Pisa, specialmente

nell'ultimo decennio del secolo XIII. Fu degli anziani per il gennaio

e il febbraio del 1289, per il novembre e il decembre del 1292, per il

gennaio e il febbraio del 1295, e infine per il maggio e il giugno del

1297. Forse è diretto a lui il sonetto CCXCI di Guittone che è in L e

che incomincia: «Guelfo conte e Pucciandon la voce»?

La maggior parte delle poesie di questo rimatore sono soltanto nel

Palatino 418 (P); solamente il son. «Signor senza pietanza udit'ho

dire» è in L. Disgraziatamente in P mancano or qua or lá alcuni versi.

Il VALERIANI ha stampato le due canzoni e la ballata assai

scorrettamente, non avendo capito nulla del metro in cui sono scritte.

La ballata ci prova che il Martelli risentí qualcosa dell'influsso

della nuova scuola fiorentina. Quella ballata, oltreché nel metro, ha

qualche agilitá e dolcezza nella forma, insolite fra i guittoniani.

Canzone I. È veramente da lamentarsi che il cod. P, che solo conserva

questa canzone, l'abbia cosí guasta, da rendere difficilissimo

raccapezzarne lo schema metrico. Certamente vi mancano or qua or lá

dei versi. Dopo aver fatto vari tentativi, credo che lo schema possa

essere questo: _ABBA_, _BAAB_ | _bCcD_, _EEcBB_; ma, per ridurre le

varie strofe a questo schema costante, sono stato costretto a

rabberciare qua e lá i versi.

v. 2: «vene». P ha «'nfra meve»; ma mi sembra forma insolita per

dire «in me», «dentro di me»: tutt'al piú il p. avrebbe detto

«in meve». Congetturalmente quindi correggo «'nfra vene», fra le

vene.

v. 3: «quei». P ha «quelli»; ma in questa forma non torna il

verso.

v. 7: «saggio». P ha «sagio», come piú sotto «selvagio», «agio»

ecc. Non credo di dovere accettare queste forme, le quali non si

trovano in altri rimatori pisani e che probabilmente derivano

dalla grafia particolare dell'amanuense.

vv. 14-15. Questi versi furono assai malamente stampati dal

VALERIANI, che dette il v. 15 cosí: «Son signor senza pietá»,

non accorgendosi che in tal modo mancava la rima con i vv.

10-11. Il mezzo migliore per rabberciarli era di trasportare il

«son» nel v. 14.

v. 20: «ed umiltà». V ha «od».

v. 20: «adorna». Cosí in P: il VALERIANI, non so perché, legge e

stampa «a Donna piagenza».

v. 22. Il verso certamente in P è guasto. Credo bene pel senso

di dover cambiare «a sua potenza» in «a mia potenza», e intendo:

Non si creda che ella per amore mai («ma'») metta la sua virtú

in mio potere, perché io prenda loco in tale cuore.

vv. 24-25. Il VALERIANI li stampa lasciando perfino un «non» nel

v. 25, e ponendo «aitale», senza accorgersi che bisognava

sciogliere in «à 'n tale».

v. 31: «tornerá». P ha «a tornara», che il VALERIANI cambia

arbitrariamente in «ha tornata».

v. 31: «in bassanza». Ho trasportato queste parole dal v. 30,

come sono in P, al v. 31, perché in tutte le strofe di questa

canzone il verso quattordicesimo deve essere endecasillabo.

v. 35 e sgg. Tutta questa strofe è guasta ed è assai difficile

ricostruirla. Certo è che, guardando allo schema metrico, non si

può lasciare «crudele fero», che P ha al principio del v. 38: e,

guardando pure allo schema metrico delle altre strofe, si

capisce che manca una parte del secondo piede della fronte.

v. 45: «m'asicuro». P ha «m'asicura»; ma è evidente che debba

correggersi, per aversi rima con «puro» del verso precedente.

v. 46. Son costretto ad aggiungere «egli» per la misura del

verso.

v. 48. Veramente P ha «che lo meo cor sostene tuttavia»; ma,

come si vede nelle altre strofe, questo verso deve rimare col

precedente. Credo che debba leggersi: «che tuttavia lo meo cor

sostene».

v. 49. P ha «faria ben ked io d'altro non curo»; ma è

evidentemente un verso guasto, anche perché deve essere un

settenario e non un endecasillabo.

v. 52 e sgg. Questa strofa è ancora piú guasta delle altre.

Forse qualche verso può togliersi, senza guastare il senso; ed

io mi sono sforzato, togliendo alcune parole, a ridurre la

strofe allo schema delle altre. Veramente V ha: «Amore, se

risurgi la mia mente cosí forte seguente ti parraggio, che farai

acordanza con lei di darmi amanza di campare, di che d'ella

faccio non folle pensare ma tuttor mi procaccio star selvaggio

di lei nascostamente». Quale senso plausibile si può ricavare da

queste parole? Senza dire che ne verrebbe fuori una strofe di 18

versi e con la sirima diversa da quella di tutte le altre

strofe. Cosí come propongo di leggere, il senso è chiaro: Amore,

se fai risorgere la mia mente, ti seguerò cosí fortemente, che

t'accorderai con lei di concedermi amore. Faccio non folle

pensare di lei a star selvaggio, a nascondermi a lei, che mi

diviene come l'uomo che cammina, che cela la luce (cioè fa

ombra) a chi va con lui. — Ma avrò proprio còlto nel segno? E

poi quel «faccio» che rima con «selvaggio» non si dovrà forse

leggere «faggio»?

v. 54: «regina». P ha «redina».

v. 60: «parrá». P ha «parerá»; ma cosí non può stare per la

misura del verso.

vv. 70 e sgg. Anche questa strofa è assai guasta e mutila in

qualche verso.

v. 81: P ha «dovreste aver mercede», senz'altro; ma deve mancare

la parola finale, perché il verso dovrebbe rimare con «molto»

del verso seguente, ov'è la rimalmezzo.

v. 83. Anche qui, per la misura del verso, credo necessario

togliere il «che», che in P è innanzi a «non fi' grave».

Ballata II. È in P con qualche lacuna. Il VALERIANI non comprese

nemmeno che è una ballata.

v. 15. P ha: «la vostra angelica sembransa»; verso, come si

vede, di nove sillabe: né tornerebbe ugualmente, se si leggesse,

come fa il VALERIANI, «angelicale». Credo che manchi una parola

innanzi ad «angelica», che le dia valore di superlativo:

congetturo quindi che manchi «sovra».

v. 18. Questo verso è certamente mutilo in P, perché quello a

esso corrispondente nelle altre strofe è endecasillabo.

Sonetto III. È in L. È un sonetto doppio.

v. 18: «me... faccia». Il VALERIANI prende «me» per «me'»

(meglio). No: il senso è: Dio vi lasci trovare miglior

servitore, e lasci che io trovi un signore che ricompensi.

Canzone IV, v. 18: «allegresse». Qui mantengo l'ortografia

propria dell'antico dialetto pisano, per la rima con «avesse».

v. 51: «odito». P ha «odite».

v. 61: «intendenza». Non «intendanza», com'è in P, perché

mancherebbe la rima con «benvoglienza».

Sonetto V. È in L. È un sonetto artificiosissimo per la doppia

rimalmezzo che è in tutti i versi. Anche qui, a causa della

rima, ho mantenuto le forme ortografiche pisane «bellessa»,

«adornessa», ecc.

v. 11. Verso assai difficile a intendersi. Pare voglia dire: Che

vi trova meravigliosissimi («permirata») tutti i sentimenti

(«ogna sens'ha») che vi pensa («che i pensa»).

Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani · 第 218 / 272 题