Non fu egli dei Bagni di San Giuliano presso Pisa, come qualcuno ha
creduto; ma d'una famiglia Del Bagno di Pisa. Infatti trovo che
Rainerius de Balneo pel novembre e il decembre del 1297 è anziano a
Pisa (v., nella _Chronica antiqua conventus Sanctae Catharinae de
Pisis_, ed. da F. BONAINI, nell'_Arch. stor. ital._, 1ª serie, t. VI,
il _Breve vetus seu Chronica antianorum civitatis Pisarum ab an.
Dominicae Incarnationis MCCLXXXIX ad an. MCCCCIX_). Pei mesi di
novembre e dicembre del 1305 è fra gli anziani Puccius de Balneo
(ivi).
In una sua canzone politica, «La dolorosa noia», si lamenta di
certuni, «non saggi, alpestri», degni del capestro, che lo
costringevano a stare dove non avrebbe voluto, in loro soggezione.
Costoro avevan tolto dal governo «i valorosi e degni e buon rettori» e
avevan tratte in loro potere tutte le cose del Comune, avevan
conculcato ogni sentimento di giustizia «e perdute castella e piano in
guerra». Si allude sicuramente alla cessione di castelli e di parte
del piano di Pisa, che fu fatta dal conte Ugolino della Gherardesca e
dagli uomini di sua parte dopo l'infelice battaglia della Meloria. Non
mi pare vi sia alcun dubbio che in questa canzone Panuccio si lamenti
della signoria ghibellina, che il conte Ugolino della Gherardesca
impose a Pisa nel 1285.
Guittoniano puro, Panuccio è, tra i rimatori pisani, il piú oscuro e
il piú artificioso: la sua poesia è tutta infarcita di forme e di
reminiscenze provenzali.
Le sue rime sono quasi tutte soltanto nel Laurenziano-Rediano 9 (L),
pochissime anche nel Vaticano 3793 (V). Sicuramente non appartengono a
lui alcune canzoni: «Quant'aggio ingegno e forza in veritade» e
«Chiar' ha 'n sé valore», «Lasso taupino, in che punto crudele», e il
sonetto «Quando valore e senno d'om' si mostra» che il VALERIANI
(_Poeti del primo secolo_, 1) gli assegnò: L li dá anonimi.
Canzone I, v. 4 «e stat'», ecc: Intendi: il «vostr'altèro
plagimento e la gran conoscenza e la valenza» hanno preso tale
stato altèro e perfezione, che, ecc.
v. 15: «vui». L ha «lui»: sostituisco «vui», voluto dal senso e
riferito a «donna».
v. 25: «so'». L ha «fo», che non darebbe senso alcuno, né inteso
per «faccio» né per «fu»; ma mi pare il senso corra, se si
sostituisca «so'» = «sono». Intendi: Non sarei («fôr'» = fôra =
sarei) amato, quanto son degno di essere.
v. 32: «diven'». Intendo «divengo» e spiego: E come io, o donna,
veramente divengo degno d'essere amato...
v. 38: «del». L ha «dal».
v. 40: «altèr». L ha «altero», che non può stare per la misura
del verso.
v. 42: «a voi». L ha «di voi», evidentemente errato.
Canzone II. Stampo questa canzone secondo l'ottima edizione che
ne ha data LEANDRO BIADENE, _Canzone d'amore di un antico
rimatore pisano_, Pisa, Mariotti, 1904, per nozze
D'Ancona-Cardoso.
v. 67: «di cosa». Il VALERIANI mantiene «di cosa», e arzigogola
intorno alla forma provenzale «_de re_» e a quella francese «_de
rien_»; ma chi mai ha usato questa forma in tal significato? Il
BIADENE, p. 16, che ha ben capito il passo, costruisce: «Né mai
meo cor non tenne cura di cosa che sol di servir lei», e spiega:
«Manifestamente 'di cosa che' vuol dire 'di altra cosa che',
oppure 'di cosa alcuna tranne che'».
Canzone III, v. 18. Questo verso è certo lacunoso, perché
dovrebbe essere endecasillabo: anche il v. 19 manca di due
sillabe.
v. 25: «e 'n ciò che m'era». L ha «eccio».
v. 38: «grev'è a». L ha «grev'a».
v. 48: Il verso è evidentemente guasto in L: «in me pro scende».
Arrischio la mia correzione come semplice congettura.
v. 50: «gravoso... languir». L ha «gravozi». Per la misura del
verso tolgo l'«e» a «languire», com'è in L.
v. 69: «in cor». L ha «il cor». Intendo: E la morte, che
m'assegna, mi sarebbe vita, perché sarebbero finite le pene nel
mio cuore.
Canzone IV, v. 45: «grav'è. Sembro». Cosí correggo L, che ha
«sembra», e intendo: Tal cagione mi dá ria pena, che è fuor di
misura grave. Cosí pensieroso sembro aver vita...
v. 50: «e piú mi». L ha «piú enmi».
v. 51: «lo spirto». L ha «spirito», che non posso accettare per
la misura del verso.
v. 52: «e qual piú pregiudicio». L ha «e qual piú progiudicio».
v. 64: «pena». L ha «pene».
v. 67: «dipartire». Per la misura del verso correggo L, che ha
«partire».
v. 70. Vuoi dire che conoscere il male («cernendo») e
perseverare in esso è fallo molto maggiore che essere nel male,
cioè fallire, non conoscendolo.
Canzone V, v. 10: «natora». L ha «di natura»: il «di»
probabilmente fu aggiunto per errore, a causa del «di», che è
avanti a «servire».
v. 22: «per lo piacere». L ha «per lor piacere»: ma non saprei a
che cosa riferire quel «loro». Intendi: Ed attendendone in parte
diletto, il quale io immaginai per il piacere che ne provavo.
vv. 31-35. Passo assai oscuro. Pare voglia dire: Per qualche ora
parve che mostrasse verso di me che le («i») gradisse la gioia
con cui io le servivo.
v. 34: «di ciò sorrise». L ha «di ciò sormize». Correggo,
intendendo: Di ciò, cioè della mia gioia in servirla, sorrise
con gran benignità. Questo benigno sorriso era la dimostrazione
che ella faceva «per sembianza».
v. 35: «mea vista». L ha «me vista».
v. 38: «poi». L ha «per».
v. 42: «'n morte». L ha «e morte»: la correzione mi è suggerita
dal principio della strofa seguente: «Regnando in morte».
v. 50: «m'ha sí». Correggo L, che ha «usima».
v. 68: «com'al foco cero». L ha «col mal foco cero».
v. 69: «ispero». Intendi: Né alcuna cosa spero mi possa
risanare, finché ella mi disdegna.
v. 70: «disdegnand'». L ha «desdignand'».
v. 77: «ma perciò». Il senso, a dir vero, richiederebbe «e
perciò». Che si debba leggere proprio cosí?
Canzone VI, v. 6: «guerrero». Lo schema metrico delle strofe
richiedeva qui una rima in «ore». Deve forse leggersi «guerrore»
per «guerrero»? Può essere che il copista, trovando questa forma
«guerrore» necessaria per la rima, l'abbia voluta correggere in
«guerrero». Oppure il poeta s'è contentato d'una specie di
consonanza?
v. 9: «quando». L ha «quanto».
v. 30: «senza mora». L ha «senza monora». Intendo: Ma ora che mi
sono dipartito da lui, mi ricordo di tutto e ricordo quanto
contrastai con lui («quanto ontai di lui») senza posa.
v. 38: «viveva dimorando». L ha «dimorava dimorando».
v. 59: «d'ella». L ha «ad ella». Intendo: Ahi! penso («aviso»)
che forte è il dolore, ove perda soltanto un poco di essa cosa».
vv. 76-79. Passo assai oscuro e difficile. Parmi si possa cosí
intendere: Quando il suo sentire operava in me, penso («diviso»)
che ogni piacere languisse, quando io sentiva dolore senza che
ne venisse a lei alcun male («diviso d'ognunque suo male»).
Credo che forse, invece di «desentir», si debba leggere
«resentir».
v. 80: «e dammi noia». L ha «e dammi gioia»; ma il senso è, mi
pare: E mi dá dispiacere in ciò in cui credo invece d'aver
piacere.
vv. 82-85. Pare voglia dire: Desidero («desio») potere quello
che ero costretto a desiderare solo da ultimo («a disiar
infinale») e ben diverso da quello che non poteva mai
effettuarsi.
v. 93: «ch'e' fui». L ha «che 'n fui».
Canzone VII, v. 13: «e non solo dimor'». Cosí in L. Il VALERIANI
guasta il senso, per avere la misura del verso, e legge
«dimorar»; laddove bastava leggere «solo» invece di «sol» com'è
in L, perché il verso tornasse. v. 19: «venisse, u' sosten». Il
VALERIANI stampa «'ve Pisa sosten regno», ma non vedo che ci sia
ragione di allontanarsi da L, che ha come noi stampiamo.
Intendo: E mi meraviglio che Dio sostenne (tollerò) che ciò
avvenisse in un paese ov'egli sostien regno (in paese di
cristiani), poiché essi hanno messo in «disguiglio» il comune.
v. 20: «disguiglio». L ha «disviglio», che si corregge
facilmente, se si pensa alla «disguiglianza» del verso seguente.
v. 33: «ora l'hanno». Correggo, per la misura del verso, L, che
ha «or l'an».
v. 40: «piano». L ha «e periano». Accetto la correzione giá
fatta dal VALERIANI.
v. 42: «e che 'n vero». L ha «e che ver».
v. 53. Aggiungo un «è», che non è in L, ma che è indispensabile
pel senso.
v. 55. L ha «ladron» e «mercanti».
v. 59. Intendi: E pare che dei detti signori adagi a ciascuno,
cioè pare che tutti ne siano contenti.
v. 75: «sian lor piace». Intendo: E le terre che son tante
perdute, non giá l'hanno volute difendere, ma piace loro che
siano perdute. Il VALERIANI invece legge: «Ma perdute difender
si han, l'or piace», e non so quale senso da ciò potesse
ricavare.
v. 76. Intendo: E, quando è loro vietato far ciò, allora fanno
pace solo per far del male agli uomini di parte avversa.
v. 79: «procederà». L ha «procedrà».
v. 91: «smodata». L ha «smondata».
v. 108: «ed ho di gravosa doglienza». Accetto la correzione del
VALERIANI: L ha «ed di gravoza dogliensa».
Canzone VIII, v. 21: «diviso». Il VALERIANI stampa «divis' è da
ciò», e veramente L ha «divize da ciò»; ma, leggendo «diviso»,
il senso è chiaro: Ma penso («diviso») ben diversamente da ciò.
v. 37: «ch'era». Aggiungo «ch'», sebbene non sia in L, pel
senso.
v. 41. Il VALERIANI ha tralasciato questo verso.
v. 55: «fero». L ha «fera».
v. 70: «falso». Pel senso, congetturo che cosí si debba leggere,
sebbene L abbia «valco».
v. 83: «'ncontra». L ha «contra». Il VALERIANI non ha affatto
inteso questo passo: malamente separa le parole di L, e legge
«medico» invece di «me dico», e l'«enme» di L intende «emmi»,
«mi è». Cosí come lo stampo, mi pare che il passo dia un senso
assai chiaro: Io dico («me dico») che somiglia a un pazzo
sperimentato chi segue il suo danno ed ha contrario il bene: in
me accade («'ncontra») quel che ho contato sopra.
v. 85: «allor». L ha «lor».
v. 92: «el mio tormento». L ha «en mia tormento».
Canzone IX. È soltanto nel Vaticano 3793 (V). Ho creduto però,
anche per questa canzone, di seguire le forme grafiche di L, che
piú si attengono all'uso del volgare pisano del secolo XIII.
v. 6: «lento». V «lente».
v. 7: «feci». V «fea».
v. 18: «ch'ove ho trovato». V ha «ch'aveo trovato». Il «trovato
ho» del verso seguente suggerisce la correzione da me adottata.
v. 32: «parimento». V ha «parimente»; ma è facile la correzione,
perché questa parola deve rimare con «conoscimento».
v. 38: «con seco om bene». Mi attengo a V, che ha «con seco hom
bene», e correggo la lezione errata data dall'ediz. D'ANCONA e
COMPARETTI: «con se combene». Intendo cosí il passo: «Voglienza
d'amore» in altrui consiste in volere uomo goder bene con seco
(con la donna amata): invece in me consiste in «fare lo mio
piagere nel suo».
v. 40: «di fare». Cosí, certamente, e non «disfare», com'è in V.
v. 52: «a l'ofuscato». Cosí correggo V, che ha «a lo fustato».
vv. 59-62. Interpungo e stampo diversamente dal D'ANCONA e
COMPARETTI, prima di tutto perché cosí si dá ad «ella» e a «mei»
(me) il verbo «ha», che altrimenti mancherebbe; e poi torna
meglio l'ordine grammaticale nel v. 61, che in V non dá senso
alcuno: «c'acciò ch'eo son commosso». Intendo cosí: Vero è che
ella non me (perché ha piú potenza di me) ha ciò per cui io sono
commosso, ove ella è (V ha «eran» di facile correzione) sempre
nella sua grande virtú.
v. 73: «vòl». Veramente V ha «sol»; ma il senso richiede questa
correzione.
Canzone X. È soltanto in L, ed ivi è detta «rintronico», parola
che pare sia una corruzione italiana della parola provenzale
«_retroencha_», con la quale si voleva indicare piú la musica
che la forma metrica del componimento.
v. 4: «infirma». L «infima». Intendi: Chi s'inferma gravemente,
deve fare cherenza di medicina «ponderosa». Forse si dovrá
leggere «poderosa», assai piú comune nell'antica poesia; tanto
piú che il v. 6, «e non cui falla punto potimento», ci fa
credere che il p. volesse dire «poderosa» e non «ponderosa».
Tuttavia non ho voluto allontanarmi da L, che ha «ponderosa».
v. 11: «stolti». L ha «colti», che non dá senso. Intendo: Stolti
coloro che aspettano a guarire del male d'amore: è difficile
guarirlo, quand'esso è violentissimo.
v. 27: «l'omo». Non è in L; ma congetturo che possa mancare il
soggetto del verbo «dea» del verso seguente, poiché il primo
verso d'ogni strofa deve essere un endecasillabo, e questo, come
è in L, mancherebbe di due sillabe: «Però en cui è poderosa».
v. 39: «eccellenza». L «eccilensa».
v. 40: «vertudiosa». L «verturioza».
v. 42: «a farne». Aggiungo un «a», che non è in L, ma che mi
pare necessario.
v. 49: «vizi». L «visu». Penso che voglia dire: Credo che sia
proprio dell'avversitá purgare, vincere e conculcare i vizi di
ciascuno che stia pronto a volere, ché «l'avversitá» gli sarebbe
di danno senza altro frutto, e ciò è pazienza che dá virtú a
colui che sa pazientare.
v. 69: «Aver ch'è». L «averi den». Cosí correggo, intendendo:
Dunque è buon provvedimento voler seguitare con fede e speranza
(«spera») e avere retto sperare in lui, che è quello che
quotidianamente crea rimedi che non mai animo potrebbe
escogitare eguali.
Canzone XI. È in L. Il p. parla oscuramente, in «dittato
chiuso».
v. 4: «è alcun». Veramente L ha «c'alcun»; ma il senso è: Non è
alcun uomo sotto il cielo con potenza di tal virtú.
v. 18: «che». L «o».
v. 31: «e». L «so».
v. 38: «conobbe». L «connove».
v. 55 e sgg. Gli ultimi versi di questa canzone sono un vero
indovinello. Pare voglia dire: Ma se tale, che m'ha condotto a
questo punto, volesse che giá avvenisse cosí, e se sapesse farmi
avvenir ciò, divido («parto») il nome di lui, togliendone quella
parte che gli sta innanzi, cioè separo «Corso» da Bonaccorso. Ma
chi è mai questo Corso, col nome del quale si chiude la canzone?
v. 64: «me' so». Cosí separo «messo» di L e intendo: E so che è
meglio a non dire a ciascuno il mio corso, perché non lo sappia
Corso.
Canzone XII. È soltanto in L, ove è detta «quivica», «equivoca».
Per capire qualcosa in questa oscura poesia, mi sono allontanato
in parecchi punti dal testo datone dal VALERIANI.
v. 6: «n'ho capra». Cioè non ho che cappia, capisca, entri:
nello stesso significato è usata questa parola nel sonetto di
PANUCCIO, XVIII, 4.
v. 22: «nell'affannarmi». L «nell'affaimarmi».
v. 26-7: «l'autre donne». L «l'autre e donne». Ma che cosa vuol
dire? Forse si allude con «petra» al nome di madonna o al luogo
dove ella era?
v. 41: Verso assai difficile ad intendersi. Vuol forse dire: Ed
io ho nel suo cuore grande virtú?
v. 58: «si m'è». L «sí mi».
v. 63: «vidivi». L «visivi».
v. 68: «ha' mò». L veramente ha «homo»; ma è certo che qui vuoi
dire che un uomo potrebbe domandargli: — Perché hai ora parlato,
se anche voi in ciò pensate saggiamente? — Questo «voi» accenna
forse alla persona cui è diretta la canzone?
Sonetto XIII, vv. 1-2. Il VALERIANI scioglie «sente» di L in
«sent'e'» (sento eo), e a «pura la mia mente», com'è in L,
aggiunge un «a» dopo «pura». Credo che abbia ragione.
v. 6: «vii». Cosí correggo L, che ha «luil».
vv. 9-10. Come si vede, mi allontano affatto dal senso e quindi
dall'interpunzione del VALERIANI e intendo: Ed io dolente, quale
è il mio operare? Si vede manifesto anche nel mio fallare.
Sonetto XIV. È in L. Anche per questo sonetto non ho tenuto
alcun conto dell'errata lezione data dal VALERIANI, il quale
interpunge in modo da mostrare di aver malamente inteso il
senso. Il quale per me è questo: Se colui che regna ed è signore
fosse sicuro della sua signoria, ciò, a mio credere, sarebbe
ragione per la quale un uomo, che è basso, non avrebbe mai
speranza di salire in altezza, ma d'aver miseria.
v. 10: «volgendo». L ha «voglendo», erroneamente conservato dal
VALERIANI.
v. 17: «far». L «fa»; ma deve dipendere da «vesi», vedesi.
v. 18: «non cre'». L ha «non credo»; ma questa forma non può
essere conservata per la misura del verso.
Sonetto XV. È in L.
Sonetto XVI. È in L.
v. 3: «sono». L ha «son», a cui aggiungo una sillaba per la
misura del verso.
v. 11: «Postra». Cosí dice L; ma deve intendersi che questa
strana forma sia stata adoperata per necessità di rima in luogo
di «poscia».
v. 14: «terso». Si osservi che nel dialetto pisano si usava
spesso «s» invece di «z», quindi sta per «terzo». Qui ed
altrove, lo dico una volta per sempre, mantengo questa forma
ortografica dell'antico dialetto pisano, per la rima. S'intende
che, negli altri casi, mi attengo alle norme di questa
collezione.
Sonetto XVII. È in L.
v. 10: «sé 'n tempo». Aggiungo questo «'n», che non è in L.
v. 16: «vallo». L «valle».
v. 18: Questo verso è aggiunto nel margine di L da mano
piuttosto antica.
Sonetto XVIII. È in L.
v. 16: «chi non è ad esso». Veramente L ha «chi non già 'l meno
sottoposto»; ma che cosa mai significherebbero queste parole?
Congetturo che «ad esso» si possa sostituire a «meno», riferendo
«esso» ad Amore, e si debba togliere «già», che guasta la misura
del verso e non è necessario pel senso. Interpetro dunque:
Perché chi non è sottoposto ad Amore può venire tosto a
perfezione di bene.
v. 17: «di ben a perfezion». L «di bea perfession».
Sonetto XIX. È in L.
v. 11: «avverso». L «abbersa». Intendo tutta la strofe cosí: Ché
non solo donna né uomo («converso») abbia core stanco di pensare
e fare ciò per cui è perduto il bene, sicché ogni uomo leale può
dire: — Non abbranco virtú, anzi il contrario («il male») — ...
Sonetto XX. È soltanto in V.
v. 11: «me tenuto tuo». Cosí deve correggersi V, che ha «me
tenuto in suo agio il parere». Il senso allora è chiaro: E aggio
tenuto me in tuo parere, cioè ho seguito la tua volontà.
v. 12: «cosa». L «certa», che non darebbe alcun senso.
Sonetto XXI. Anch'esso in V. È, come dicevano gli antichi, un
«sonetto equivoco repetito», cioè ha le rime con le stesse voci
(perciò «equivoco»); ma con significato diverso e ripetute al
principio de' versi (perciò «repetito»). È difficilissimo ad
intendersi.
Il ms. veramente lo reca in questa forma:
Amor sa il mio volere miso di non falla giammai non
\ / \
sovra \
/ \ \
Che sua virtú da me sia punto sí forte lo parere \
divizo
E l'alma avinta ognora se posoo e da me non mai punto e /
\ / /
sovro /
/ \ /
tucco non com elli e tanto da me astenne saetta
Et quella amore in me che tanta ed onne virtú non sol di
\ / \
porto parte
/ \ /
in che pensando benenenza sentir di lei me donne
da cui non mai lei tanto
/ \
regna
\ /
di ben di sé vero in cui
Sonetto XXII. È soltanto in V.
v. 10: «corro». V «curo».