Diresse il suo serventese a Gallo, servendosi dello stesso schema
metrico usato dal suo amico e delle stesse rime.
Anche per questa poesia (che è in L e in V) riproduco la cit. ediz.
del MONACI, correggendola in qualche parte.
v. 1: «lasso». V «a nasso»; ma va conservato «lasso» di L,
perché è anche nel v. 1 della canzone di Gallo.
v. 4: «l'asso». È noto che nel giuoco della zara o dei dadi si
faceva un tiro infelice, quando si gettava l'asso.
v. 9: «Daviso». Sta per «David» per tirannia della rima. Il
ricordo di Salomone, e soprattutto il v. 10: «lo profeta
piagente», fanno congetturare che qui si debba intendere il
«daviso» di L e V per «Daviso».
v. 35: «né 'n versi». Cosí in V: L non ha l'«'n», dopo il «né».
v. 37: «in fallo». V ha «ispallo» e L «isfallo»; ma credo che
sia indispensabile la mia correzione. Il p. vuol dire: Chi
s'innamora senza essere riamato («in fallo», «a vuoto»), ho
udito dai saggi che si trova assai male.
v. 40: «rifallo». Cosí in L: V ha «a rio fallo». Forse vuol dire
che l'esperienza del male rifá chi ha buon senso?
v. 43: «chi quivi serra». Cosí in L: V «chi vi serra».
v. 44: «chi saglie». Cosí in L: V «s'elgli».
v. 54: «ne dan d'amor». Congetturo che, pel senso, cosí si debba
leggere, e non «vedran da lor lo saggio», com'è in L, o «vedran
d'Amor lo sagio», com'è in V.
v. 60: «Non crea a vista né ad atto». V ed L hanno «né a matto»;
ma l'assai facile correzione è suggerita dal senso.
v. 72: «abocco». Cosí in V: L ha «attoccho».