CALIGOLA E CLAUDIO

65. =Caligola: perchè fu eletto (37).= — A differenza di Augusto,

Tiberio moriva senza collega. Il senato poteva continuare il

principato, come restaurare interamente la repubblica. Ma non pare

che si sia neanche indugiato su questa seconda alternativa: segno

eloquente, che la «tirannide» di Tiberio è una fantasia degli storici

antichi. L’autorità del principe rendeva ormai troppi servigi, anche se

i suoi titolari fossero invisi a molti.

Si riconobbe dunque che occorreva eleggere un nuovo principe: ma quale?

Nella famiglia di Augusto, non c’era scelta. I maschi superstiti

erano tre: Tiberio Claudio Nerone, il fratello di Germanico; Caio

Cesare, detto Caligola, il figlio di Germanico; e Tiberio, il figlio

di Druso, che Tiberio aveva adottato nel suo testamento. Di questi,

l’ultimo era un giovinetto di 17 anni; e il primo, pur essendo un

uomo di età matura, era considerato come un imbecille, mezzo pazzo,

zimbello di donne e di liberti, e perciò tenuto in disparte. Non

aveva infatti occupato nessuna magistratura. Non restava quindi che

Caio Caligola. Caio aveva 27 anni: era forse nato in Germania, nel

paese dei Treviri, durante le campagne del padre suo[60]; certo era

stato allevato colà, tra i soldati, che molto l’amavano; colà, ancor

bambino, era stato vestito da soldato e aveva calzato delle scarpette

militari, delle _caligulae_, che gli avevano procurato il nomignolo

con cui la storia lo conoscerà. Più tardi aveva accompagnato il padre

in Oriente. Morto Germanico, era vissuto con la madre, poi con l’avola

Livia, e infine con la nonna paterna, Antonia. Era stato il solo dei

maschi sopravvissuto alla rovina della casa di Germanico; anzi Tiberio

l’aveva molto amato, sebbene avesse intuito qualcuna delle sue meno

buone qualità. Caligola era infatti intelligente, eloquente, amante

dell’arte, pieno di buon gusto; ma sembrava tutt’altro che equilibrato:

irritabile, impulsivo, maniaco per ciascuna delle idee, che volta

a volta lo possedessero. Aveva insomma qualità e difetti, ed era

ancora molto giovane per la carica suprema; ma i difetti erano ignoti

ai più, l’età, se troppo giovanile, era già possibile; e infine non

c’era altri, se non si voleva andar cercando un _princeps_ fuori della

discendenza di Augusto. Il che non sarebbe stato impossibile, e sarebbe

stato legale; ma c’era una ragione capitale per preferire, potendo,

un membro della famiglia di Augusto. Da cinquant’anni i barbari e

l’esercito identificavano l’impero di Roma con la casa Giulio-Claudia.

L’esercito serbava per i componenti di quella famiglia un attaccamento,

che non aveva paragoni. Fra i soldati, specie tra quelli accampati

sul Reno e sul Danubio, il nome del figliuolo di Germanico era

popolarissimo. La nomina di Caligola presentava quindi grandi vantaggi.

Caligola fu eletto (18 marzo 37)[61].

66. =Primi atti di Caligola e prime speranze=. — Secondo gli storici

antichi il governo del giovane imperatore avrebbe avuto il più felice

inizio. Tra il giubilo universale, Caligola rinunciò a proporre, come

s’era fatto per Augusto, la consacrazione divina di Tiberio; bruciò, o

fece le viste di bruciare, tutte le carte politiche del predecessore;

vietò le accuse di lesa maestà e concesse un’amnistia generale agli

imputati, ai condannati, agli esiliati. Il popolo riebbe donativi in

profusione; i soldati ottennero gratificazioni, che raddoppiarono i

legati ad essi destinati da Tiberio; l’Italia fu esentata da taluna

delle tasse recenti; i teatri tornarono a riaprirsi, i giuochi pubblici

a solennizzarsi con frequenza da tanti anni insolita. Caligola abolì

anche l’appello in ultima istanza all’imperatore, che pure tanti abusi

e tante durezze avea temperati; restituì ai comizi i poteri elettorali;

si sforzò di distinguere i poteri del senato da quelli dell’imperatore;

ristabilì pel principe l’obbligo di presentare i conti delle spese

pubbliche, da esso ordinate; annullò i giudizi pronunciati contro la

madre e il fratello, e diede solennemente sepoltura alle loro ceneri;

fece coniar monete, la cui decorazione e la cui leggenda ricordavano

quelle di Bruto e di Cassio[62]. E, il 1º luglio, inaugurando il suo

primo consolato, pronunciò in Senato un grande discorso, nel quale

dichiarò che il suo modello non sarebbe stato Tiberio, ma Augusto.

Tutti i cuori si aprivano alle più liete speranze.

67. =Il voltafaccia di Caligola e i suoi tentativi di orientalizzare

l’impero.= — Senonchè ad un tratto, sempre stando agli storici antichi,

dopo otto mesi di governo, Caligola sarebbe improvvisamente ammalato, e

dalla crisalide del buono e mite imperatore sarebbe uscito a un tratto

il crudele e pazzo tiranno. Gli storici antichi hanno molto, troppo

amato di scomporre in due parti, la prima ottima, la seconda pessima,

la storia di molti imperatori: di Tiberio, di Nerone, di Domiziano,

di Commodo. Per quel che riguarda Caligola, almeno, la verità è che

parecchi atti dei primi tempi del suo governo avrebbero dovuto mettere

sull’avviso un popolo meno incline a illudersi volontariamente. Il

giovane principe aveva senza meno esordito, togliendo all’unico

proconsole senatorio, ancora, dopo Augusto, fornito _d’imperium

militare_ — quello d’Africa — il comando delle due legioni, di cui

disponeva. Peggio ancora, avea già conferito all’ava Antonia e alle

sorelle i privilegi delle Vestali, e disposto che il nome delle sorelle

dovesse essere pronunziato in tutti i voti, che magistrati e sacerdoti

avrebbero ogni anno inalzati pel bene dell’imperatore e del popolo. Pur

affettando di chiamarsi il «pronipote» di Augusto, aveva riabilitato

ufficialmente la memoria di Marco Antonio e soppresso l’annua festa

stabilita da Augusto, por commemorare la vittoria di Azio. Aveva

onorato di culto ufficiale la divinità egizia Iside; ed egli stesso

viveva circondato di domestici egiziani, sicchè il più fedele e il

più influente dei suoi liberti era un alessandrino, un tal Elicone.

Finalmente noi sappiamo che alla vigilia della sua malattia Caligola,

essendo rimasto vedovo, aveva avuta l’idea di sposare ed elevare

all’impero sua sorella Drusilla; alla quale per di più nel testamento,

fatto durante la malattia, aveva lasciato in eredità l’impero, come

se l’impero fosse cosa sua, di cui egli potesse disporre! La verità è

che sin dal principio del suo governo, Caligola diede segno di quella,

che gli storici chiameranno la sua «pazzia»; che tale doveva apparire

agli occhi dei romani, e che tale anche in parte deve essere giudicata

da noi. Ma solo in parte: perchè l’idea che inspirò la sua politica,

se era chimerica per i tempi in cui Caligola volle applicarla, aveva

in sè una certa coerenza, ed una certa logica, la quale permette di

legar tra loro e di spiegare molti atti di Caligola, che a prima vista

paiono gli insensati capricci di una mente delirante. Quando infatti si

fa giustizia di qualcuno dei più ridicoli particolari, che di lui ci

tramandarono gli antichi, e che fanno minor torto al giovane principe

che agli storici, i quali vi prestarono fede, o agli uomini, che li

avrebbero subìti, è possibile discernere nel governo di Caligola un

proposito sufficientemente chiaro e preciso: foggiare in Roma con la

forza un regime simile a quello sotto cui fino a sessant’anni addietro

aveva vissuto l’Egitto. Caligola è un orientalizzante, che ripudia e

vuol distruggere tutte le tradizioni romane e fondare da un giorno

all’altro in Roma una monarchia simile alla tolemaica. Da questo

pensiero procedono la sua mania di autodivinizzazione e le violenze

messe in opera per imporre ai Romani e ai provinciali, persino ai

più recalcitranti fra essi, i Giudei, il culto della sua persona e

della sua famiglia. Perciò vuol denominarsi fratello di Giove, chiama

_sudditi_ i suoi concittadini, e sè stesso, loro _Signore_; perciò

rinnuova l’etichetta e vuole imporre a tutti, e ad ogni costo, come

un sovrano della Persia o dell’Egitto, il concetto della propria

onnipotenza; perciò riabilita ufficialmente Antonio, che aveva voluto

continuare in Alessandria la dinastia dei Tolomei. E così si spiega

infine la pompa orientale delle feste, che avrebbero abbagliato il

popolo minuto; il divisato matrimonio con la sorella, che non fu se non

un tentativo di introdurre in Roma il costume dinastico dei Tolomei

e dei Faraoni di sposarsi tra fratelli e sorelle, per conservare la

purezza della famiglia reale[63]: e infine il testamento con cui aveva

lasciato l’impero, che egli considerava come suo, a Drusilla, e i

templi che le eresse, gli onori divini che le tributò, quando morì.

Lo stesso spirito anima tutto il suo governo, dentro e fuori

dell’impero. In Oriente, il giovane principe non vuole la

romanizzazione delle province, ma la loro piena ellenizzazione; non

conquiste, ma una corona di Stati amici e clienti. Fin dal primo anno

del suo impero, ricostituisce il regno della Commagene, assegnandogli

anche un tratto della costa della Cilicia, e restituendolo, insieme

con il patrimonio confiscato, al figlio di Antioco, che Tiberio aveva

deposto. Nello stesso anno distacca la Palestina settentrionale e

occidentale dalla provincia di Siria, cui era stata aggregata fin

dal 34, e l’assegna, insieme con taluni territori confinanti, quali

l’Abilene e la Celesiria, al nipote di Erode il grande, Erode Agrippa,

allora vivente in Roma. Ristabilisce sul suo trono il re dei Nabatei;

dona un monarca arabo alla Iturea, e uno tracio, alla così detta

_Armenia minor_ e a una porzione del Ponto. Nè si può dire che questa

sua politica orientale sia stata imprudente o pericolosa, se non in

Giudea, dove egli volle imporre la «innata divinità» dell’imperatore

romano, a un popolo che osava preferirgli il proprio Iddio unico ed

universale. Invano l’imperatore ordinerà che le legioni della Siria

entrino in Gerusalemme a imporre nelle sinagoghe le statue del muovo

Dio. Egli riuscirà solo ad attizzare le prime faville dell’incendio,

che divamperà trenta anni più tardi.

L’Occidente, invece, è per Caligola una specie di vasta colonia,

che egli sfrutta e spreme per riempire l’erario, vuotato dalla sua

prodigalità. Tra il 39 e il 40, tenta nelle province galliche una

razzia di oro e di ricchezze, che intende continuare in Ispagna, in

Germania, in Britannia. Ma le sue forze erano troppo piccole per così

violenti disegni; e quindi la sua politica in Occidente fu molto più

cattiva che in Oriente. La invasione in Germania resta un desiderio; la

conquista della Britannia è troncata da un’ambasceria, recante doni in

copia e verbali promesse di sottomissione[64]; la razzia della Gallia,

interrotta, o almeno gravemente turbata, da una congiura ordita da uno

dei suoi generali, Cn. Cornelio Lentulo Getulico e da taluni dei suoi

stessi congiunti (39).

68. =La fine di Caligola (24 gennaio 41)=. — Questo tentativo di

deviare le torbide acque del Nilo e dell’Eufrate sull’Occidente romano

era per i Romani una inaudita pazzia. Ma, ammesso il principio, molti

atti di Caligola che sembrano insensati, si spiegano. Più che i singoli

atti, folle era l’idea da cui quegli atti scaturivano: che si potesse,

nel giro di pochi anni, per volontà di un uomo, far della repubblica

una monarchia simile a quella dei Tolomei; e folle la violenza con cui

Caligola volle porre ad effetto la sua idea.

Caligola infatti non tardò a diventare impopolarissimo, anche in mezzo

alla plebe, cui pure le sue spese insensate fruttavano largamente.

Roma e l’Italia erano ancora troppo affezionate al loro passato; le

furie monarchiche e orientali del giovane principe suscitarono nel

tempo stesso lo scherno e l’orrore in tutti. Se Tiberio era stato tanto

odiato perchè troppo ligio alla tradizione, Caligola fu odiato non

meno fieramente, perchè alla tradizione troppo apertamente ribelle. I

tempi erano fatti così: non potevano più vivere interamente secondo la

tradizione, ma non volevano abbandonarla interamente. Per imporre la

sua allucinazione orientale, Caligola dovè far forza con le condanne

per lesa maestà, le proscrizioni, i supplizi; rovinò le finanze;

procedette a confische e ricorse a ogni sorta di nuove gravezze. Se il

popolino di Roma, abbagliato dalla sua generosità, gli era favorevole,

nella famiglia imperiale, nel senato, negli ufficiali della guardia

pretoriana e dell’esercito, nelle classi alte e medie, il disgusto

e l’avversione crescevano. Roma non era matura per un dispotismo

asiatico. Gli eccessi e le stranezze dell’improvvisato assolutismo

risvegliavano il sentimento repubblicano in tutti gli ordini sociali,

e massime nella guardia pretoriana. Il 21 gennaio 41, Caligola era

trucidato da un tribuno del pretorio, un tal Cassio Cherea, in un

corridoio del suo palazzo, in seguito ad una congiura tramata da

cospicui personaggi.

69. =L’elezione di Claudio (24-25 gennaio 41).= — Alla notizia della

morte di Caligola il senato si radunò; onorò Cherea e i suoi compagni

con il vecchio titolo di «restauratori della libertà»; e quindi passò a

discutere quel che occorresse fare. Questa volta il partito, che voleva

abolire il principato e restaurare tale quale l’antica repubblica, fu

più numeroso, che dopo la morte di Augusto e di Tiberio. Le stravaganze

e le violenze di Caligola avevano ridestato in molti cuori l’odio

sonnecchiante per il nuovo regime. Ma potrebbe il senato, indebolito,

esautorato, discorde come era, governare esso l’impero in luogo

del principe? Molti, per quanto a malincuore, dubitavano. Anche per

costoro però c’era una difficoltà: trovare il principe, che giudicavano

necessario. Nella famiglia di Augusto non c’era più che Claudio,

considerato imbecille e incapace; poichè nel frattempo anche Tiberio,

il figlio di Druso, era morto. Sembra che diversi senatori mettessero

innanzi, più o meno apertamente, la propria candidatura: ma se anche

l’autorità della famiglia di Augusto era così vacillante, come potrebbe

governare l’impero un senatore, ignoto alle legioni e alle province,

senza il prestigio che circondava quella famiglia da tanti anni

conosciuta e potente? Non è meraviglia che il senato discutesse per

due giorni senza conchiudere. La difficoltà era davvero grandissima.

Ma, mentre il senato discuteva, i soldati della guardia pretoriana,

che scorazzavano nel palazzo imperiale, scoprivano in un nascondiglio,

dove si era rimpiattato per paura, Claudio, l’«imbecille». Riconoscendo

in lui il fratello di Germanico, lo acclamarono imperatore. Era una

soluzione. Un atto di volontà, anche poco savio, vale spesso più,

nei frangenti difficili, che mille saggissime esitazioni. Il senato,

non sapendo che risolvere, accettò e ratificò la soluzione, che i

pretoriani gli offrivano sulla punta della spada. Claudio l’«imbecille»

fu imperatore.

70. =I primi tre anni del governo di Claudio; suoi meriti e sue

debolezze (41-43).= — Tiberio Claudio Germanico era nato a Lione

il 1º di agosto del 10 a. C., da Druso e da Antonia, figliuola di

M. Antonio il triumviro. Era dunque fratello minore di Germanico. E

non era affatto un imbecille, come si diceva, sebbene tale apparisse

a molti, che giudicavano un po’ alla leggiera. Era un valentissimo

grecista, un buon oratore, uno studioso ed un erudito, non privo di

originalità e di acume: aveva insomma ingegno quanto sarebbe bastato

a far anche egli la sua figura nel mondo, accanto agli altri membri

illustri della famiglia, se per un misterioso capriccio della natura

queste brillanti qualità non fossero state oscurate da lacune e

debolezze bizzarre.... Sua madre lo chiamava un «uomo riuscito a

mezzo» e forse è la definizione migliore. Se ne incontrano ogni tanto

nella vita di questi uomini! Intanto era di una timidezza e di una

«gaucherie» incredibile: non sapeva farsi rispettare; i suoi liberti e

i suoi servi lo trattavamo come se fossero essi i padroni, ed egli non

osava protestare; delle mogli che aveva avuto era stato lo schiavo;

non sapeva condursi in società; troppo spesso faceva e sempre diceva

delle cose fuori di tempo e di luogo, un po’ per timidezza, un po’

per sbadataggine, come un ragazzo. Augusto l’aveva tenuto in disparte

per questa ragione. Quindi era vissuto solitario, quasi soltanto in

compagnia di liberti e di servi, al bando della società elegante,

pulita e aristocratica, occupandosi dei suoi preferiti studi storici

e filologici. Era stato allievo di Tito Livio e si occupava di storia

e della riforma dell’ortografia, soddisfacendo le passioni fisiche,

che di solito sono più forti negli uomini rozzi e grossolani: la

donna e la tavola. Era ghiotto e sensuale, almeno se vogliamo credere

gli antichi, in modo quasi animalesco. Non è quindi da stupire che

un tal personaggio passasse in mezzo alla aristocrazia romana per

un imbecille. Se non gli mancavano l’intelligenza del letterato e

dell’erudito, gli mancava la volontà, il coraggio, il contegno, quel

certo non so che, senza cui un uomo non si fa rispettare e non può

comandare, per quanto intelligente sia.

Essendo un uomo intelligente, un Claudio, e per giunta archeologo, il

nuovo imperatore ripristinò subito nel governo la grande tradizione di

Augusto e di Tiberio. Riconvocò di nuovo e spesso il senato, anche per

deliberazioni che dipendevano direttamente dall’autorità imperiale;

onorò i magistrati, secondo l’antico costume; chiamò frequentemente

i comizi ad esercitare l’antica potestà elettorale e legislativa;

limitò le concessioni di cittadinanza, che Caligola aveva prodigate

spensieratamente; e ritolse la cittadinanza a tutti i provinciali, che

l’avevano ricevuta, ma che non avevano ancora imparato il latino. Smise

ogni fasto personale; affettò di voler essere un semplice senatore;

dichiarò che non ammetterebbe nel senato se non persone il cui bisavolo

almeno avesse goduta la cittadinanza romana; ristabilì la precisa

distinzione degli ordini sociali, che Caligola aveva ad intenzione

confusi; represse la turbolenza popolare nei pubblici spettacoli,

tollerata da Caligola; si sforzò di riassestare le finanze; cercò di

ripristinare la religione, nelle sue forme antiche.

71. =I liberti di Claudio e la grande congiura del 42.= — I principî

del nuovo governo erano dunque ottimi. Roma avrebbe dovuto respirare.

Invece ricadde subito nei torbidi e nelle discordie. Per quanto

facesse, Claudio non riusciva a vincere l’avversione di una parte

— la maggiore forse — dell’aristocrazia romana. Intanto e innanzi

tutto nuoceva al nuovo principe il modo con cui era stato eletto.

Claudio era il primo imperatore che i soldati avessero imposto al

senato, spregiando apertamente la legalità; e proprio nel momento

in cui l’aristocrazia s’era illusa di riconquistare la somma degli

antichi privilegi, e parecchi dei suoi uomini maggiori avevano

sperato di pervenire essi stessi all’impero. La debolezza del principe

alimentava questo malcontento. Per quanto Claudio governasse secondo

la tradizione, non viveva però circondato da senatori e cavalieri; ma

aveva conservato intorno a sè i ministri e i compagni della giovinezza

e della virilità, i suoi servi cioè, e più ancora i suoi liberti.

Questi venivano così ad acquistare una potenza ed una autorità, che

offendeva profondamente l’aristocrazia, tanto più che Claudio non li

dominava e li lasciava ostentare la loro potenza e il loro orgoglio al

suo fianco. Tra i suoi liberti c’erano uomini di molta intelligenza

e capacità, che gli erano di grande aiuto al governo, come Polibio,

Narciso, Arpocrate, Pallante, ed anche l’eunuco Pasides. Ma se questi

liberti aiutavano Claudio a governare secondo le tradizioni della

repubblica aristocratica, la nobiltà romana non poteva tollerare che

Polibio osasse nelle pubbliche cerimonie mescolarsi ai consoli; che

Arpocrate passeggiasse per Roma in lettiga e desse spettacoli; che

Narciso e Pallante ricevessero per volontà di Claudio, che ne aveva

fatto preposta al senato, i distintivi della questura e della pretura.

La gelosia delle vecchie classi contro gli uomini nuovi, lo spirito

esclusivo del romanesimo, si risvegliavano. Insomma Claudio poteva

governare bene, ma gli mancava il prestigio e l’autorità. Per quanto

l’opera fosse buona, l’autore era ridicolo. Questa contradizione

spiega la grande congiura del 42, che tentò di far deporre dalle

legioni della Dalmazia l’imperatore innalzato dai pretoriani di Roma.

A Roma il capo della congiura era — sembra — uno dei senatori, di

cui, alla morte di Caligola, si era fatto il nome quale possibile

imperatore: Annio Viniciano. D’accordo con lui era il governatore della

Dalmazia, Furio Camillo Scriboniano, che comandava a tre legioni. La

ragionevolezza e l’affezione dei soldati per la causa dei Giulio-Claudî

fecero fallire il movimento: le legioni, dopo essersi lasciate per un

momento traviare, si ricredettero e uccisero il generale ribelle: ma il

tentativo era stato così vasto e grave, che alle prime notizie della

rivolta Claudio era stato in forse di abdicare. Riavutosi, perdonò

ai soldati; ma di nuovo Roma fu devastata da una di quelle terribili

repressioni giudiziarie che gli odî privati e le denuncie interessate

inferocivano.

72. =La conquista della Britannia (43), la nuova politica verso

i provinciali e le nuove leggi sociali.= — Dopo questa congiura,

Claudio si circondò di guardie; nessuno potè più avvicinarlo, senza

essere prima frugato; nessuno ospitarlo, senza che la sua casa fosse

stata minuziosamente perquisita. Senonchè se era debole, il governo

di Claudio aveva entro di sé — che procedesse dall’intelligenza

dell’imperatore o dall’ambizione dei suoi liberti o dall’una e

dall’altra — una certa volontà di combattere la propria debolezza,

compiendo imprese e riforme importanti. Un principe britanno, scacciato

dal suo paese da una guerra civile, era venuto a Roma; e da qualche

tempo cercava di persuadere il governo romano a invadere la grande

isola. Riuscì questo principe a persuadere Claudio, che l’impresa

sarebbe facile? O intese Claudio, appena riavutosi dallo spavento della

congiura, che sopra tutto nuoceva a lui, figliuolo di Druso e fratello

di Germanico, il non poter vantarsi di alcuna gloria militare?

Fatto sta che nell’anno 43 — e, come ci dicono gli storici, per propria

personale volontà di Claudio — un grosso esercito di parecchie legioni

sbarca in Britannia ed incomincia felicemente l’impresa che Cesare

aveva appena tentata e di cui Augusto e Tiberio avevano deliberatamente

ripudiato l’idea[65]. Il momento era stato scelto bene. Le popolazioni

che abitavano la parte meridionale della Britannia pare che fossero in

quel momento indebolite da guerre e da rivoluzioni, cosicchè le legioni

poterono in poco tempo e senza soverchia difficoltà sottomettere,

almeno per il momento, una buona parte dell’isola. Claudio stesso

si recò in Britannia, varcò il Tamigi a capo delle legioni, e per

la prima volta assistè a un fatto d’armi, che valse al suo esercito

l’occupazione di _Camolodunum_ (Colchester). Ripassò quindi in Gallia,

proclamò la Britannia provincia romana, e tornò a Roma, dove il senato

gli decretò grandissimi onori.

La conquista della Britannia era appena cominciata: la verità era

questa. Occorreranno ancora dieci anni di combattimenti sanguinosi, per

prendere saldo possesso di una parte dell’isola. Ma l’ardita mossa di

Claudio piacque a Roma e all’Italia, che da lungo tempo occhieggiavano

la Britannia come il naturale complemento della Gallia. Nello stesso

anno, essendo scoppiati torbidi in Licia, la Licia fu unita alla

prefettura della Panfilia e annessa. E per un momento parve che il

governo di Claudio traesse da questa vigoria e da questi successi un

po’ di quel prestigio e di quella forza di cui aveva bisogno. Dal 43

al 48 corre un periodo in cui Claudio, sia pure commettendo errori,

governa con larghe vedute e compie molte opere insigni. Dobbiamo

attribuire questa insolita larghezza di vedute ai suoi liberti — uomini

intelligenti e naturalmente poco ligi alle vecchie tradizioni romane,

nelle quali non erano stati educati? È probabile. Comunque sia, il

governo di Claudio, pur conservandosi fedele nelle grandi linee alla

tradizione del romanesimo, introduce nell’amministrazione e nella

giustizia molte cose nuove richieste dai tempi. Nel 46, abbandonando

la rigidezza restrittiva ed esclusiva di Augusto e di Tiberio,

l’imperatore concede la cittadinanza romana a intere popolazioni

delle Alpi, come gli Anauni del Trentino, i Tulliassi, i Sindoni[66].

Due anni dopo (48), affronta in senato il geloso spirito nazionale

romano, facendo concedere il pieno _ius honorum_ ai ricchi Galli

Transalpini, gli Edui per primi, che già possedevano la cittadinanza:

accordando cioè loro il diritto di essere nominati senatori[67]. Per

la prima volta questo diritto era riconosciuto alle classi alte di una

provincia; e non è improbabile che a spingere Claudio al passo ardito,

oltre il bisogno di rinforzare l’aristocrazia senatoria, contribuisse

l’impresa di Britannia. Claudio voleva conquistar la Britannia; quindi

doveva sforzarsi di assicurarsi a Roma la fedeltà della Gallia, che

era la sua base di operazione per la conquista dell’isola. Ma di qual

mutamento doveva essere il primo seme, quella riforma! Notevoli sono

pure certe riforme giuridiche di Claudio, nelle quali per la prima

volta appare qualcosa di razionale e di universale, che contrastava con

lo spirito, fin allora tanto gretto e formalistico, del giure romano.

73. =Messalina: storia e leggenda.= — Nel 47 Claudio assunse la

censura, già da molti anni sospesa ed inerte; e la esercitò seguendo

le più scrupolose norme dell’antica repubblica: distribuendo numerose

_notae censoriae_, espellendo senatori indegni, obbligando i senatori

poveri ad uscire dal senato; creando, per colmare i vuoti di questo

consesso, nuove famiglie patrizie[68], e riscotendo da uno dei

due consoli, con l’assenso dell’assemblea, l’appellativo di _pater

senatus_. Roma avrebbe dovuto esser contenta, finalmente! Invece

nè il buon governo, nè il plauso del senato riuscivano a vincere

l’opposizione, che in Roma continuava a serpeggiare e a più riprese a

manifestarsi. Claudio poteva conquistare province e far buone leggi;

ma Roma non ammetteva che l’imperatore, il quale doveva comandare a

tutti, non riuscisse a farsi ubbidire in casa nè dai liberti nè dalla

moglie. Perchè l’imperatrice e la sua condotta erano un’altra causa

di malcontento e non meno grave. Claudio aveva sposato in prime nozze

una Plauzia Urgulanilla, ch’egli dovette repudiare: in seconde nozze,

un’Elia Petina, da cui egualmente divorziò; e, finalmente in terze

nozze, una giovane donna, bellissima, e di nobilissima famiglia. La

storiografia classica ha versato tutto il nero delle sue ombre sulla

memoria di Valeria Messalina, dipingendocela come dissoluta fino

all’inverosimile, crudele, cinica, ingorda. Senonchè, mentre riesce

difficile spiegare, se essa fu proprio tale, taluni dei suoi atti,

impossibile addirittura diventa intendere come ella non solo sia

stata lungamente tollerata nella casa di un Claudio; ma abbia anche

goduto non piccola considerazione presso l’aristocrazia romana, che

non era tutta un’accolta di donne perdute e di bagascioni; e non sia

stata abbandonata, nemmeno nella rovina, dall’affetto di una delle

più autorevoli Vestali romane, sulla quale nessun storico antico osa

lanciare l’ombra di un sospetto.

Giudicando equamente, sembra potersi affermare che, se Messalina

non fu nè una Livia, nè un’Antonia, sarà stata, alla peggio, una

Giulia; cioè una donna come tante altre nell’aristocrazia romana del

tempo; bella, giovane, capricciosa, leggiera, bramosa di godere e di

sfoggiare, facile a confondere le faccende della famiglia con quelle

dell’impero e imprudente nell’abusare della debolezza del marito, anche

in cose che erano di spettanza, non del marito, ma dell’imperatore.

Si mescolava dunque alle faccende pubbliche, e donnescamente: onde

troppe volte per la debolezza di Claudio i suoi amori e i suoi odî

intralciarono l’amministrazione dello Stato e la scrupolosa osservanza

della giustizia; troppe volte essa pretese violare le leggi suntuarie,

che Claudio aveva ribadite; troppo spesso anche, a quanto sembra,

abusò della sua potenza per far denaro; chè essa, almeno secondo gli

storici antichi, sarebbe stata nel tempo molto avida e molto prodiga.

In Roma vigeva ancora la tradizione latina, che non consentiva alla

donna di immischiarsi troppo apertamente negli affari pubblici, e che

accanto all’imperatore voleva una matrona fornita di tutte le virtù in

onore presso gli italici, quale era stata Livia. Se una parte almeno

dell’aristocrazia, la parte più favorevole ai nuovi costumi, poteva

essere in qualche modo indulgente, in quanto anch’essa partecipava a

quelle che si dicevano, un po’ esageratamente, le «orgie» della nuova

Baccante, il medio ceto romano rammaricava acerbamente che dall’alto

venisse un esempio così scandaloso.

74. =La congiura di Messalina e di Silio (48).= — La debolezza di

Claudio, le sue continue paure, le esitazioni e le incertezze che

ne eran l’effetto, le leggerezze e forse le ruberie di Messalina,

le ruberie e le prepotenze di qualcuno dei suoi liberti frustravano

lo zelo e l’alacrità con cui egli attendeva alle cose pubbliche e

riformava gli abusi con leggi provvide e sagaci. Senato e popolo erano

malcontenti; tutti imprecavano a Messalina e ai liberti, ridevano

di Claudio; molti senatori adocchiavano la successione del debole

principe; ogni giorno correvano dicerie di congiure e di rivolte

militari; tumulti popolari scoppiavano ogni tanto. Nel 46 c’era stata,

anzi, una congiura, che aveva avuto a capo Asinio Gallo, fratellastro

del figlio di Tiberio, Druso. Cosicchè a poco a poco il governo di

Claudio venne a trovarsi in una così strana incertezza, quale non si

era mai vista, a Roma. Si direbbe che Roma non sapesse se lo voleva

o non lo voleva. Faceva, questo governo, ottime cose, eppure era

minacciato da tutte le parti e screditatissimo; tutti ogni mattina

aspettavano che prima di sera sarebbe caduto e molti si preparavano

a raccoglierne l’eredità; eppur resisteva a tutte le congiure che si

ordivano; durava, alla meglio, ma durava. Insomma, se da Augusto a

Claudio il governo si era indebolito, anche l’opposizione non era più

così forte come ai tempi di Tiberio. Le conventicole dell’aristocrazia

che combattevano il governo di Claudio erano discordi, poco abili,

più imprudenti che energiche. Il malcontento pubblico si sfogava in

discorsi; ma i soldati restavano fedeli al figlio di Druso. Il governo

tirava innanzi, come poteva, zoppicando....

Quando nel 48 e nel 49, un nuovo pericolo lo minacciò dal di dentro.

Siamo giunti all’episodio più clamoroso della vita di Claudio. Il

racconto, che gli scrittori antichi ci hanno tramandato, è notissimo.

Messalina si sarebbe innamorata di un giovane senatore che sì chiamava

Silio; non contenta di averlo per amante, avrebbe voluto sposarlo,

pur essendo moglie di Claudio; perciò, mentre il marito era in Ostia,

avrebbe celebrato nell’anno 49, in Roma, solennemente le nozze

con Silio, compiendo tutti i riti religiosi in vista del pubblico

inorridito, sinchè Claudio avvertito le avrebbe mandato l’ordine di

morire! Ma questa romanzesca storia, attestata concordamente e da

Tacito e da Svetonio e da Dione Cassio, è incomprensibile, almeno

se non si suppone, non solo che Messalina fosse impazzita, ma che

matti fossero anche tutti gli altri, e Silio, e i magistrati che si

acconciarono a compiere i riti delle nozze, e quanti a questa sacrilega

pagliacciata assistettero.... E tanti pazzi insieme sono troppi. Chi

sa che rispetto i Romani avevano per le cerimonie religiose, dubiterà.

Se Messalina e Silio, pubblicamente e con i riti della religione

celebrarono le loro nozze, vuol dire che potevano sposarsi; vuol dire

che Messalina aveva fatto divorzio da Claudio. Questa supposizione

è confermata da Svetonio, il quale ci dice che Claudio, per questo

matrimonio, aveva assegnato una dote a Messalina[69]. Se aveva

assegnato una dote a Messalina, aveva consentito al nuovo matrimonio;

e quindi aveva fatto divorzio e ceduta la moglie a Silio: pratica, come

sappiamo, frequente a quei tempi, nell’aristocrazia.

Claudio dunque aveva ceduto Messalina a Silio; cioè aveva fatto

divorzio da lei. Ma per quale ragione? Noi non possiamo rispondere

che con congetture. Ma tra le congetture, sembra tra tutte la più

verosimile quella fatta da uno scrittore italiano, Umberto Silvagni,

specialmente se vi si aggiunga qualche ritocco necessario[70].

Il Silvagni ha osservato che Silio, il nuovo marito di Messalina,

apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia, famosa per la fedeltà

al partito di Germanico. Il padre di Silio non era stato soltanto uno

dei più cari amici di Germanico, ma era stato, per gli intrighi di

Seiano, accusato di alto tradimento e si era ucciso. La madre, Sosia

Galla, era una devota amica di Agrippina, la sposa di Germanico; e per

questa amicizia era stata bandita. Partendo da queste considerazioni,

il Silvagni è giunto a supporre che il matrimonio di Messalina e di

Silio coprisse anch’esso una congiura per rovesciare Claudio e per

mettere al suo posto Silio, che era un personaggio importante e console

designato per l’anno seguente. Si potrebbero allora ricostruire gli

avvenimenti, a un dipresso, così. Messalina temeva che il governo di

Claudio cadrebbe, un giorno o l’altro, per qualche congiura o rivolta.

Essendo molto più odiata di Claudio, Messalina sapeva che quella

congiura o rivolta che riuscisse, subito dopo Claudio, avrebbe tolto di

mezzo lei. Non c’era per lei che un modo di sfuggire a questo pericolo:

toglier essa di mezzo Claudio e sostituirgli un nuovo imperatore. Ma

nella famiglia di Augusto non c’era più che un maschio, il figlio suo e

di Claudio, Britannico, che era allora un bambino di 7 anni. Bisognava

dunque cercarlo altrove; e poichè i soldati erano affezionati alla

memoria di Druso e di Germanico, il miglior consiglio era sceglierlo

in una famiglia, famosa per la sua fedeltà a questo ramo dei Claudii.

Sposando Silio, e facendolo imperatore, essa potrebbe salvarsi,

abbandonando Claudio, dalla rovina, che restandogli accanto, li avrebbe

inghiottiti tutti e due.

Tale supposizione è la sola che appaghi almeno in parte lo storico,

che vuole spiegare in modo comprensibile questo stravagante episodio

della storia di Roma. E questa supposizione ammessa, non si può

dubitare che di tutte le congiure tentate contro Claudio questa fu la

più pericolosa. Essa era tramata nella casa stessa dell’imperatore,

da una donna intelligente, audace, che dominava il debole Claudio;

che era temuta anche dai più potenti liberti dell’imperatore; che

aveva amici, clienti e beneficati in tutte le cariche dello Stato.

Non è quindi meraviglia che Messalina riuscisse a intendersi con molti

alti magistrati e personaggi influenti, e a predisporre lungamente e

abilmente le cose senza che Claudio venisse in sospetto e senza che

nessuno dei suoi fidi liberti osasse metterlo sull’avviso. Tra il

debole e screditato imperatore, la intraprendente e influentissima

imperatrice, nessuno poteva predire chi sarebbe il vincitore. Senonchè

c’era un punto pericoloso e difficile in tutto questo piano così

abilmente architettato. Come persuadere Claudio al divorzio senza

insospettirlo? Anche intorno a questo punto gli scrittori antichi son

poco chiari. Svetonio sembra dire che Claudio fu indotto a firmare

la costituzione di dote a Messalina per il nuovo matrimonio con un

inganno[71] e dal racconto, molto confuso, di Tacito par che risulti

che Claudio cascò dalle nuvole, quando seppe che Messalina non era più

sua moglie. Comunque sia, Messalina riuscì a far firmare dal marito le

lettere di divorzio; e ottenuto il divorzio, corse a Roma a celebrare

le nozze con Silio, alle quali doveva subito seguire la deposizione di

Claudio[72].

Il piano era ardito; ma poteva riuscire, se i liberti di Claudio

avessero prestato mano. E questi esitarono fino all’ultimo momento.

Claudio era ad Ostia; Messalina aveva già con gran pompa celebrato

in Roma il matrimonio, quasi per presentare al pubblico il nuovo

capo dell’impero; i più fidi liberti di Claudio non sapevano ancora

decidersi. Fu solo verso sera che Narciso si risolvè per Claudio contro

Messalina e corse ad Ostia.... Noi non sappiamo e non sapremo mai quel

che disse a Claudio e che prove gli diede del complotto.... Certo è

che Claudio, pieno di spavento, ritornò precipitosamente a Roma; e che

ancora una volta si scatenò su Roma una di quelle sanguinose tempeste

giudiziarie, che ogni tanto la empivano di lutti. Le accuse di lesa

maestà grandinarono; Silio, Messalina, un grande numero di amici e di

aderenti furono accusati di lesa maestà, di cospirazione, di adulterio

e di cento altri delitti; gli uni si uccisero, gli altri perirono per

mano del carnefice.

75. =Gli ultimi anni e la morte di Claudio (48-54).= — Claudio

era vedovo. Sgomentato da quella catastrofe, tenne un discorso ai

soldati, nel quale dichiarò che non avrebbe più ripreso moglie. Ma i

propositi di Claudio, anche quelli annunciati con maggior solennità,

non incutevano soggezione a nessuno. E subito incominciarono intorno

al vecchio imperatore le cabale e gli intrighi per ammogliarlo,

tutti sapendo che chi riuscisse a dargli una moglie, acquisterebbe

per mezzo di questa un grande potere. D’altra parte un’imperatrice

era necessaria, massime per un uomo così maldestro come Claudio,

per compiere tutti i doveri sociali, che all’imperatore spettavano.

Tuttavia lo scandalo non era stato inutile. Il pubblico era nauseato

di tanti disordini e di tante incoerenze: da ogni parte si chiedeva un

governo più forte e più rispettabile; anche gli amici e i padroni di

Claudio — i liberti — capivano che bisognava dare una soddisfazione

al popolo esasperato, trovando all’imperatore una moglie che facesse

dimenticare Messalina. A capo di questo partito sembra essere stato

il liberto Pallante. Il quale pose gli occhi su Agrippina: una figlia

di Germanico e di Agrippina, che Caligola aveva esiliata e che Claudio

aveva richiamata.

Agrippina era allora sui 33 anni, ed era vedova di Cn. Dominzio

Enobarbo, da cui aveva avuto un figlio — il futuro Nerone. Era una

donna intelligente, colta, di volontà forte e di costumi illibati: una

matrona di stampo antico, semplice, attiva, parsimoniosa, una madre

_trux et minax_ — dice Tacito — che allevava il figlio con severità

e non con i modi nuovi e molli, introdotti dalla filosofia nelle case

romane. Figlia di Germanico, essa poteva essere l’imperatrice, quale i

Romani se la figuravano e la desideravano — degna continuatrice della

tradizione di Livia; e ridare all’autorità del principe il prestigio

perduto in mezzo agli scandali.

C’era però una difficoltà. Claudio era zio di Agrippina. Se non

illeciti, i matrimoni tra zio e nipote erano considerati dai romani

con un certo ribrezzo. Ma Pallante seppe persuadere Claudio e togliere

di mezzo questa difficoltà. Il senato autorizzò questo matrimonio tra

lo zio e la nipote; e Claudio sposò Agrippina con vantaggio proprio

e della pubblica cosa. Gli ultimi cinque anni del governo di Claudio

furono molto più tranquilli e felici che i primi sei; e per merito, non

si può dubitarne, di Agrippina. Questa era apparsa al buon momento. Il

pubblico era stanco di scandali, di disordini, di processi, di accuse;

le cricche e le conventicole che si erano ferocemente dilaniate, da

Augusto in poi, nel senato e nella famiglia imperiale, erano esauste;

tutti volevano almeno una tregua, se non la pace. E Agrippina, che

aveva intelligenza, volontà e virtù, seppe soddisfare, nella misura

del possibile, a queste aspirazioni, dominando il debole Claudio come

Messalina, ma per il suo bene; dandogli un po’ di quella fermezza e

coerenza, che alla sua intelligenza mancavano. Non è dubbio che in

questi ultimi anni l’erario fu meglio amministrato, le ruberie meno

audaci, i liberti più modesti e meno inframmettenti, le accuse e le

condanne più rare; e che il merito di questo felice mutamento spetta in

parte ad Agrippina. Lo dicono apertamente o lo lasciano capire quegli

storici, che pure accumularono tante calunnie sul conto di Agrippina,

come Tacito.

Agrippina infatti acquistò presto molta popolarità. Non si potrebbe

altrimenti spiegare come il senato le decretasse degli onori

straordinari, quali neppur Livia aveva ricevuto: che potesse salire

sul Campidoglio in un _carpentum_ o cocchio dorato, simile a quelli

che erano concessi solo ai sacerdoti e alle immagini degli Dei; che

ricevesse vivente il titolo di Augusta, e che il suo nome fosse dato

alla città allora allora fondata in Germania sul Reno, nel territorio

degli Ubii e che doveva poi diventare una città famosa: Colonia.

Non si accusi la servilità del senato, ostile sempre, piuttosto che

servile, agli imperatori. A Messalina, che pure era ben più ambiziosa

e intrigante di Agrippina, simili onori non furono mai decretati. Il

favore popolare, e non la servilità del senato, volle questi onori.

Ma nel senato non si arrendevano al favore popolare nè la piccola

cricca nemica della famiglia imperiale, nè gli ambiziosi che speravano

di rovesciare Claudio e rimpiazzarlo; e a questi si aggiungevano i

molti, a cui il nuovo rigore dell’amministrazione contrariava il vizio

inveterato di rubare. E tutti costoro, anche se in senato decretavano

onori, sotto voce mormoravano, calunniavano, svisavano ogni atto e

intenzione; creando quella leggenda che Tacito ha poi accettata ad

occhi chiusi. Ma quanto è facile, anche dopo tanti secoli, a uno

storico imparziale scoprire le falsità e le contradizioni di questa

leggenda! Agrippina, come abbiamo detto, aveva avuto da Domizio

Enobarbo un figlio: essa lo educava con molto rigore; gli aveva dato

insigni maestri, tra i quali Seneca. Nel 50 essa lo fece adottare da

Claudio; e fece dare al figlio il nome di Nerone, che aveva brillato di

tanta gloria sulle rive del Metauro, nella giornata in cui si decisero

le sorti del gran conflitto tra Roma ed Annibale. Come dubitare che

quest’atto avesse per ragione un alto interesse di Stato? Non avevan

dimostrato gli avvenimenti recenti quanto fosse difficile di trovare un

principe fuori della famiglia di Augusto? Per quale ragione Claudio,

che era un mezzo uomo, ed Agrippina, che era una donna, potevano

insieme far durare ed agire lo Stato romano, se non per la gloria del

nome? Nel senato c’era chi odiava questa famiglia: ma in compenso

l’amavano e veneravano i soldati, la rispettavano e la temevano i

sudditi del vasto impero. Senonchè, se il supremo potere doveva restare

nella famiglia, occorreva ci fosse in quella una certa abbondanza di

maschi, tra cui scegliere. Claudio era vecchio; e di maschi non c’era

che Britannico, il figlio di Messalina, che aveva 9 anni. Il figlio

di Agrippina ne aveva, nel 50, 13: era un fanciullo anch’egli, sebbene

più anziano: e se Claudio morisse in quel momento non ci sarebbe stato

nella famiglia un successore possibile. Ma, insomma, nella speranza

che Claudio avesse ancora molti anni di vita, era prudenza preparare

all’impero, dandogli quel nome così illustre e così venerato, anche il

figlio di Domizio Enobarbo. Non aveva Augusto preparato insieme prima

Druso e Tiberio, poi Germanico e Druso, il figlio di Tiberio? Appunto

perchè la carica non era ereditaria, occorreva lasciare al senato una

certa libertà di scelta; e fronteggiare anche i capricci del destino. E

se Britannico fosse morto giovane, come Druso o come Germanico?

Ma i nemici di Agrippina non l’intesero così. Agrippina introduceva

il figlio nella famiglia per odio e gelosia di Britannico. Agrippina

pensava così poco a perseguitare la discendenza di Messalina, che

fidanzò il suo figlio con Ottavia, la figlia di Messalina e di Claudio,

che era una fanciulla dabbene e allevata severamente secondo gli

antichi principî. Ma non importa: si disse che Agrippina sequestrava

Britannico, gli impediva di vedere il padre, intralciava la sua

educazione; pare anche si cercasse di circuire il giovinetto e di

aizzarlo contro Nerone e contro Agrippina; di ricominciare insomma,

ancora una volta, a seminare la discordia tra i membri della famiglia

imperiale. Si tentò pure di seminare zizzania tra Claudio e Agrippina.

Una imperatrice era presso che invulnerabile. Messalina aveva potuto

ordire una vasta congiura e arrivar quasi all’esecuzione, prima che

alcuno osasse accusarla presso l’imperatore. Non si poteva dunque

neppure immaginare di tentar qualche insidia contro Agrippina, che

godeva anche di molta popolarità. Tuttavia sottovoce, cautamente, si

mettevano in giro delle voci sinistre che dovevano screditarla; essa

era l’amante, chi diceva di Pallante e chi di Seneca; era insaziabile

d’oro, superba, prepotente, vendicativa; tiranneggiava Claudio, lo

aveva isolato; guai alle donne giovani e belle, che tentassero di

avvicinarsi!

Ciò non ostante il governo di Claudio, seguendo il suo curioso destino,

si reggeva e operava, debole, insidiato, diffamato; ma si reggeva e

operava. Quando, nella notte del 12 al 13 ottobre del 54, Claudio morì

all’improvviso, ucciso da un male repentino. Questa morte subitanea

di Claudio generò effetti così gravi, che occorre studiare a fondo le

dicerie, i racconti e le leggende a cui diede origine.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 36 / 45 题