50. =Il ritiro di Tiberio a Rodi (6 a. C.).= — Ma a questo punto
incomincia nella repubblica, una terribile difficoltà, che durerà, si
può dire, sino alla morte di Nerone. Augusto governava la repubblica
come _princeps_ da venti anni. Non si può negare che il concetto così
chiaro e così preciso della restaurazione del 27 a. C. si fosse in quei
venti anni assai intorbidato. L’autorità del _princeps_ che, nella
primitiva riforma, doveva essere temporanea e soltanto sorvegliare
e correggere le istituzioni secolari della repubblica, era ormai
diventata vitalizia, e si era mutata in una alta e universale direzione
dello Stato, che sostituiva il senato invecchiante e decadente. Ma
nessuno se ne lagnava. Augusto si era condotto in quei venti anni con
tanto tatto; aveva reso tali e tanti servizi allo Stato; era ormai
diventato così necessario, aveva acquistato un tale prestigio ridando
la pace all’impero, che nessuno lamentava il suo potere. Ma Augusto
non sarebbe eterno; e già si avvicinava alla sessantina: che cosa
accadrebbe alla sua morte? La gente incominciava a pensarci. C’era chi
sognava che si sarebbe allora, finalmente e per davvero, restaurata tal
quale la antica repubblica senza _princeps_, ma questi erano pochi. La
gente sperimentata e di senno capiva che, senza un _princeps_ capace
ed energico, il senato e la repubblica non operavano più. Ma chi poteva
essere il secondo _princeps_? Se si voleva scegliere l’uomo più attivo,
più capace, più sperimentato della repubblica, non c’era, dopo la morte
di Agrippa e di Druso, da esitare: Tiberio. Ma Tiberio aveva molti
nemici. Non era solo un Claudio orgoglioso, ostinato e severo; ma era
anche un tradizionalista intransigente, un uomo del vecchio stampo,
che voleva Roma governata da una aristocrazia parsimoniosa, austera,
attiva, autoritaria e zelante come quella del terzo secolo a. C. Nella,
nuova generazione cresceva invece il lusso, la ricchezza, il gusto
dei piaceri, l’inclinazione alle raffinatezze e ai vizi dell’Oriente,
l’indifferenza per le faccende politiche e l’avversione per la milizia.
C’era dunque a Roma, nella nobiltà, un partito ostile a Tiberio;
e quanti non avrebbero voluto che la carica suprema di _princeps_
diventasse proprietà di una famiglia — anche questi non erano pochi —
rinforzavano l’opposizione.
Si aggiunga il matrimonio con Giulia, a cui Augusto aveva costretto
Tiberio dopo la morte di Agrippa. Questo matrimonio fu uno dei grandi
errori di Augusto. Giulia, e Tiberio non andavano e non potevano
andar d’accordo: Giulia, elegante, mondana, amante del fasto, dei
corteggiamenti, della vita libera, rappresentava la nuova generazione;
Tiberio, rigido, intransigente, implacabile contro tutte le debolezze
della _jeunesse dorée_, rappresentava la generazione antica. Il
dissidio tra i due sposi non tardò a scoppiare, e si intrecciò con
la lotta tra il partito della giovane nobiltà e il vecchio partito
tradizionalista, che incominciava a farsi seria. Pare che Giulia
alla fine tradisse il marito; e si mettesse alla testa di una vera
_côterie_ di giovani nobili, che complottavano per escludere Tiberio
dalla successione eventuale di Augusto con tutti i mezzi, calunniandolo
presso Augusto e fra il popolo, alienando da lui gli amici, e infine
cercando di opporgli dei rivali potenti. Da Agrippa e da Giulia erano
nati parecchi figli, di cui il maggiore aveva allora 14 anni. Essendo
stato adottato da Augusto, si chiamava Caio Cesare. Il partito nemico
di Tiberio pose gli occhi su questo giovinetto, per farne il rivale
di Tiberio; e, dopo aver cercato di aizzarlo contro costui, fece da
parecchi suoi membri proporre ai comizi una legge, per cui Caio Cesare
potesse assumere il consolato, allorchè avrebbe toccato i venti anni.
Il giovinetto, come figlio di Agrippa e figlio adottivo di Augusto,
era molto amato dalla plebe, che ormai si era avvezzata a queste rapide
carriere dei membri della famiglia del _princeps_. I nemici di Tiberio
contavano su questo sentimento, per fare riuscire la loro proposta: ma
Augusto da principio si oppose con tutta la sua autorità, comprendendo
il pericolo insito in quella mossa dei nemici di Tiberio. Purtroppo
fu facile riscaldare in favore di Caio il popolo, che amava poco i
Claudî, molto i Giulî; Giulia a sua volta non stette inoperosa; e alla
fine Augusto cedè; lasciò che Caio Cesare fosse nominato console con
cinque anni di anticipo. Si affrettò però a dare a Tiberio un compenso,
un grande compenso, facendogli attribuire per cinque anni la potestà
tribunicia, ossia lo fece suo collega, come era stato Agrippa. Ma
Tiberio era un Claudio, un aristocratico, un uomo tutto di un pezzo,
e non tollerò l’affronto per il compenso: rifiutò l’onore, chiese ad
Augusto il permesso di ritirarsi a vita privata e si recò in volontario
esilio nella minuscola isola di Rodi (6 a. C.). Invano Augusto lo
supplicò di restare.
51. =La lotta tra i Giulî e i Claudî.= — La partenza di Tiberio fu una
grande disgrazia per la repubblica. Augusto rimase solo alla testa
della repubblica, senza disporre più di un collega capace e sicuro;
e l’amministrazione ricadde rapidamente nella confusione e nella
negligenza di un tempo. Quel po’ di ordine che era stato ottenuto con
tanta fatica, in venti anni, viene meno. Le finanze si dissestano di
nuovo, sino al punto che l’erario non può più mantenere gli impegni
presi con l’esercito, alla vigilia della grande spedizione germanica.
Ma Augusto non si risolve nè a studiare, nè a far studiare una
riforma delle imposte, e preferisce, stanco e sfiduciato, vivere alla
giornata, addossando alla propria fortuna personale buona parte del
carico delle pubbliche spese, o trascurando i servizi pubblici. Le
leggi sociali sono ogni giorno meno osservate, e gli esuli, colpiti
dalla legge _de adulteriis_, abbandonano i luoghi di relegazione,
e si spargono nel festoso Oriente o nell’Occidente, vivendo ovunque
allegramente. La legge _de maritandis ordinibus_, che colpiva con tanta
durezza i celibatari impenitenti, è elusa facilmente da un grande
numero di matrimoni senza figliuoli, che la legge non contemplava.
Anche l’esercito, non più comandato da un _imperator_, che sia tale
non soltanto di nome, pericola; le reclute scarseggiano in Italia;
è necessario accrescere continuamente il numero dei corpi ausiliari,
reclutando un numero sempre maggiore di provinciali — galli, germani,
siriaci; la disciplina si allenta, l’istruzione decade.
Ma la maggior pietà dello Stato in rovina era il senato. A quanti
espedienti aveva ricorso Augusto per farlo almeno rivivere alla meglio!
Ora egli l’aveva rinsanguato con elementi nuovi, tratti dall’ordine
dei cavalieri, minacciando di escluder questi dall’ordine equestre,
se non volessero entrare in senato; ora aveva colpito di crescenti
ammende i senatori che non frequentavano le sedute; ora aveva pensato
di ridurre il numero delle sedute obbligatorie, e rimpicciolito, per
quelle che cadevano nei mesi della villeggiatura o della vendemmia, il
numero di senatori che avrebbero dovuto essere presenti. Aveva infine
creato nel senato una più ristretta Commissione di senatori, estratti
a sorte ad assistere, essi soli, nelle deliberazioni correnti, il
presidente, salva poi la ratifica del senato convocato in adunanza
plenaria. Ciò non ostante, i senatori non venivano, e di ogni affare
grave si scaricavano sulle ormai deboli spalle del principe, stanco ed
invecchiato.
Alle difficoltà interne si aggiungono le esterne. La Germania era
abbandonata a sè stessa; nessuno pensava seriamente a darle leggi e
ordinamenti durevoli. In Oriente, l’ordine ristabilito con tanta fatica
nei primi anni del principato, vacillava di nuovo: in Giudea, dopo
la morte del re Erode, avvenuta nel 4 a C., il partito nazionalista
aveva ripreso ad agitarsi, e il governatore della Siria, Quintilio
Varo, aveva dovuto accorrere con grandi forze; nell’impero dei Parti, a
Fraate, morto nel 3 a. C., era successo Fraatace, il quale, all’opposto
del padre, era ostile a Roma, aveva occupato l’Armenia e scacciato il
re riconosciuto e protetto dalla repubblica.
È probabile che Tiberio avesse fatto assegnamento su tutte queste
difficoltà, le quali costringerebbero un giorno o l’altro Augusto a
richiamarlo a Roma. Ma Augusto, che sembra aver sempre stimato più che
amato Tiberio, era stato molto irritato dal suo ritiro; e, dopo la sua
partenza, si era accostato al partito della giovine nobiltà, avverso
a Tiberio e ai tradizionalisti, cercando di governar l’impero con
questo. Aveva fatto ricoprire di onori Caio Cesare, ne aveva accelerata
la carriera, aveva fatto concedere gli stessi onori e privilegi al
fratello suo Lucio; aveva mostrato di voler considerare questi due
giovani come i due soli aiuti e collaboratori, sui quali ormai facesse
assegnamento. A sua volta il partito tradizionalista, di cui Livia, la
madre di Tiberio, sembra essere stato l’anima, cercava di combattere
la potenza crescente del partito avverso, e di far richiamare Tiberio.
Di qui intrighi, lotte, cabale, scandali. Uno di questi scandali
travolse, nel 2 a. C., Giulia. Pare che il partito tradizionalista,
avendo capito che Tiberio non ritornerebbe a Roma finchè Giulia non ne
fosse scacciata, sia riuscito a procurarsi le prove del suo adulterio
e che uno dei suoi membri l’abbia denunciato in base alla _lex de
adulteriis_, fatta approvare da Augusto nell’anno 18. Secondo questa
legge, quando il marito non voleva o non poteva, il padre doveva punire
la adultera. Il marito, Tiberio, non era a Roma. Augusto dovè, in forza
della sua stessa legge, colpire la figlia; e la esiliò a Pandataria. Ma
non per questo si riconciliò con Tiberio: e quando finalmente nell’anno
1 dell’era volgare si risolse a mandare un esercito in Oriente, per
cercar di venire ad un accordo con i Parti, ne diede il comando a Caio
Cesare, che era un giovinetto inesperto, e lo fece accompagnare, perchè
gli fossero guide e maestri, da acerbi nemici di Tiberio.
Così la fortuna di Tiberio pareva essere stata spezzata per sempre
dall’errore commesso nell’anno 6, uscendo di Roma. Il partito avverso,
avendo per sè Augusto, era così potente quanto implacabile. Solo
nell’anno 2 dell’êra volgare, per l’intercessione di Livia, egli potè
ottenere di ritornare a Roma, a condizione però di restare in disparte
e di vivere come un privato. Ma a questo punto la fortuna, che lo
aveva per otto anni perseguitato, si volse di nuovo in suo favore.
In quello stesso anno Lucio Cesare moriva di malattia; e sedici mesi
più tardi, al principio dell’anno 4, moriva in Oriente, in seguito a
una ferita, il fratello suo Caio. Queste morti precoci erano troppo
utili alla causa di Tiberio, perchè la gente non dovesse sospettare
la mano di Livia: ma senza nessuna seria ragione. Le grandi famiglie
non furono mai esenti dal pagare anch’esse con morti precoci il
tributo alla natura. Ad ogni modo, dopo l’esilio di Giulia, il partito
avverso a Tiberio perdeva i due uomini rappresentativi su cui faceva
assegnamento; Augusto restava di nuovo solo, senza collaboratori
validi; la situazione in Oriente si aggravava di nuovo, e, quel che è
peggio, delle rivolte incominciavano in Germania. Il partito di Tiberio
rialzò la testa; domandò ad alta voce che si richiamasse agli affari
quello che era il miglior generale, e, dopo Augusto, il politico più
sperimentato del suo tempo. Ma Augusto resistè ancora. Finalmente,
quando la rivolta parve divampare più minacciosa che mai in Germania,
il partito di Tiberio perdè la pazienza; e sembra avere addirittura
tramato una congiura, per vincere le ostinate riluttanze del vecchio
Augusto, i cui poteri presidenziali erano stati frattanto prolungati,
l’anno prima, per dieci anni. È la famosa congiura, che ebbe a capo
un nipote di Pompeo, Cornelio Cinna. Quale ne fosse il vero scopo, non
sappiamo; sappiamo solo che, scoperta la congiura, Augusto si affrettò
a perdonare ai congiurati e a richiamare Tiberio al governo. Il 26
giugno del 4 dell’êra volgare egli lo adottava come figlio, e gli
faceva, dai comizi, conferire la potestà tribunicia per dieci anni.
Nuovamente, dunque, la repubblica aveva due capi, come allorchè Agrippa
viveva; e di essi l’uno, il più attivo, il più giovane, era un Claudio,
il più puro rappresentante del partito tradizionalista e conservatore.
52. =Il governo di Augusto e di Tiberio (5-14 d. C.).= — Da questo
momento, e non dalla morte di Augusto, comincia il governo, destinato
a diventare tristamente famoso, di Tiberio. N’è prova chiara e precisa
il contrasto fra il periodo che si chiude e quello che ora comincia.
Il decennio seguente è una grandiosa illustrazione della dottrina, che
Tiberio professava sul governo della repubblica.
Con grande risolutezza, Tiberio dà subito mano a due imprese: la
riforma dell’esercito e la repressione della rivolta germanica. L’una
era legata all’altra. Ma la riforma militare necessitava una riforma
delle finanze, poichè sarebbe costata molto danaro. D’onde trarre
il danaro occorrente? I due presidenti pensano di dare un nuovo giro
al torchio delle leggi sociali e di ritogliere all’Italia il vecchio
privilegio dell’immunità tributaria. Con una _lex Julia caducaria_, i
coniugati senza figli — gli _orbi_ — sono ora assimilati ai celibatarî,
e incorrono nella stessa inferiorità legale. Inoltre le eredità
lasciate loro contro la legge vanno devolute, non più agli altri eredi,
ma al pubblico erario[45]. Infine con l’indizione di un censimento di
tutti i cittadini che possedessero più di 200.000 sesterzi, si comincia
a preparare l’Italia ad una nuova imposta.
Ma contemporaneamente l’esercito è rinforzato di due nuove legioni[46],
e la vecchia e decadente legge militare di Augusto, riformata. Il
servizio è di nuovo prolungato a venti anni per i legionari, e a
quattordici per i pretoriani, come in antico. Alla fine del servizio
gli uni e gli altri avrebbero ricevuto un premio in danaro ed una
pensione, per provvedere alla quale si sarebbe organizzata una cassa
particolare (5 d. C.).
Dopo di ciò Tiberio, che già aveva fatta una prima corsa in Germania,
ci tornava, per ripetere la grande spedizione di Druso, sul vecchio
piano di Agrippa. La flotta discese per il Reno e, per il canale di
Druso, nel Mar del nord, costeggiò la importuosa penisola del Jutland,
l’antico paese dei Cimbri; imboccò l’Elba, e rimontò il corso del
fiume. Nel tempo stesso l’esercito di terra marciò dal Reno all’Elba
per circa 400 miglia, ora ricevendo gli omaggi dei popoli, che
attraversava, ora combattendo e domando i più restii, come avvenne dei
Longobardi. Alla fine, flotta ed esercito si incontrarono, e i barbari,
che si affollavano minacciosi sulla riva destra del fiume, preferirono,
dinanzi a tanto spettacolo di forza, scendere a patti con gl’invasori.
Tiberio poteva tornare a Roma a cercare, con nuove imposte, il denaro,
necessario per applicare la nuova legge militare. Al suo arrivo i
due presidenti, dopo aver versato del proprio, nel nuovo tesoro, 170
milioni di sesterzi, riuscirono a far approvare una legge che imponeva
una tassa del 5% a favore della cassa per le pensioni militari sulle
eredità dei cittadini romani. La legge, che risparmiava le piccole
eredità o i legati destinati ai poveri, era savia. Ma il malcontento
che suscitò tra le classi ricche fu grande; e si sfogò contro Tiberio,
che si sapeva essere l’autore vero della legge. Tiberio, come al
solito, poco curò questi mormorii; e al principio del 6 tornava in
Germania per compiere l’ultima parte del suo piano. Parecchi anni
prima, fuggendo l’invasione di Druso, i Marcomanni avevano emigrato
nella moderna Boemia, e qui, sotto il re Marbod, avevano creato uno
Stato potente, che ancora non aveva riconosciuto il dominio romano, e
che in ogni modo poteva diventare un forte appoggio per la Germania in
rivolta. Tiberio voleva sottometterlo o ridurlo sotto il protettorato
romano, minacciando d’invadere il regno da due lati: da occidente,
attraverso il paese dei Catti, e da mezzogiorno, attraverso la
Pannonia. Ma l’impresa era appena avviata, che Pannoni e Dalmati si
sollevavano ancora una volta, e trucidavano i piccoli presidî romani,
insieme con gli stranieri, che già, per ragioni di commercio, avevano
da tempo cominciato a penetrarvi.
53. =La catastrofe di Varo in Germania (9 d. C.).= — L’insurrezione
pannonica e dalmatica era dunque cosa grave, ma a Roma essa parve
un pericolo tremendo, giacchè Pannonia e Dalmazia erano alle spalle
dell’Italia. Si temè perfino una nuova irruzione di Cimbri e Teutoni
nella penisola, mentre s’era detto che i veri Cimbri erano stati
assoggettati da Tiberio!
Ma Tiberio non era uomo dai perdere facilmente la testa, e, senza
lasciare a mezzo l’impresa incominciata, rinunziò solo all’idea di una
conquista, si contentò di conchiudere un accordo con Marbod; indi tornò
verso la Pannonia. Non però con l’intenzione di sterminare con un colpo
solo, come in Roma gli strateghi del Foro reclamavano a gran voce,
l’insurrezione; sibbene, come la natura delle milizie, di cui egli
disponeva, e quella del nemico e del paese consigliavano, per opporre
alla guerriglia degli indigeni, la guerriglia dei legionari romani,
alimentata dall’esterno.
Alla fine dell’8, la Pannonia era pacificata. Ma lo sforzo era stato
grande. Roma aveva dovuto arruolare veterani, liberti, stranieri,
perfino schiavi tolti ai privati. Con questa moltitudine raccogliticcia
Tiberio aveva dovuto soffocare nel suo stesso focolare l’insurrezione.
Non è quindi da stupire che gli sia stato necessario un certo tempo.
Ma la notizia della vittoria era appena giunta in Roma, e già si
cominciavano a decretare gli onori del trionfo al generale, quando
una notizia terribile sopravveniva dalle rive del Reno: la Germania,
sollevatasi, aveva sorpreso e trucidato le forze romane stanziate sul
suo territorio; lo stesso luogotenente di Augusto, Quintilio Varo,
s’era dato la morte piuttosto che cader vivo nelle mani del nemico.
La ferma volontà di romanizzare la Germania, che Tiberio, ritornando
al governo, aveva manifestata, insieme con le notizie, che giungevano
dalla Pannonia, avevano ridesto il paese. La Germania aveva avuto il
suo Vercingetorige — Arminio — anche egli amico di Varo e cittadino
romano, per giunta. Con abile mossa, i Germani avevano indotto il
generale ad avanzare nel cuore del paese, e qui, nella misteriosa
foresta di Teutoburgo, tra la Lippe e il Weser, ove oggi un colossale
ma bruttissimo monumento si leva in onore, più che di Arminio, del
germanesimo, Varo era stato sorpreso, e le sue legioni — il fiore
dell’esercito romano — distrutte (settembre od ottobre 9 d. C.)[47].
54. =La morte di Augusto (14 d. C.).= — La rotta di Varo non era
calamità irreparabile. Un così grande impero poteva perdere alcune
legioni senza vacillare sulle sue fondamenta. Tiberio, infatti, accorse
sul Reno, potè subito mostrare agli elementi inquieti della Gallia che,
se i Germani erano in grado di distruggere per sorpresa le guarnigioni
romane, non potevano presumere di varcare il Reno e di attaccare
le province più floride dell’Impero. Ma la rotta di Varo, se non
distrusse, infiacchì molto nel governo romano la volontà di estendere
il dominio romano oltre il Reno e il Danubio. Non solo Augusto, ma
anche Tiberio si persuase, dopo quella sventura, essere più saggio,
per Roma, non varcare i due fiumi: onde per molti anni la politica
germanica di Roma sarà consigliata da una prudenza, che traccerà
definitivamente al Reno e al Danubio i confini dell’impero in Europa.
E non avendo Roma avuto la forza di varcare il Reno e il Danubio per
sottomettere i Germani, verrà il giorno in cui i Germani varcheranno il
Reno e il Danubio per distruggere l’Impero! Ma nè Angusto nè Tiberio
potevano vedere così lontano nell’avvenire; essi dovevano giudicare
alla stregua delle necessità del tempo, e alla stregua di queste
necessità, appariva prudente non richiedere all’Italia uno sforzo
troppo grande. Comunque sia, la disfatta di Varo fu l’ultimo grande
dolore della lunga vita di Augusto, che ormai volgeva alla fine.
Nell’anno 13 i poteri quinquennali di Augusto e di Tiberio venendo a
finire, furono ancora rinnovati, ma per l’ultima volta: l’anno dopo, il
14, vecchio di 77 anni, Augusto moriva, il 19 agosto, a Nola.
Quale giudizio si deve dare dell’opera sua? Certo il suo disegno di
restaurare la repubblica aristocratica, dopo averla tanto guasta e
malconcia con il triumvirato, fallì. La repubblica, nella quale egli
voleva infondere una nuova vita, si mummificò sotto le sue mani, in un
governo equivoco, contraddittorio, debole e rigido nel tempo stesso,
in cui la sua persona e il suo prestigio furono il massimo sostegno
dell’autorità. Le istituzioni della repubblica, dal senato ai comizi,
non erano ormai più quasi, alla fine della sua vita, che una finzione.
Basti dire che, l’anno precedente alla sua morte, il senato aveva
deliberato che ogni anno si sceglierebbero venti senatori, e che tutte
le deliberazioni prese da Augusto, d’accordo con questi venti senatori,
con Tiberio, con i consoli designati, con i suoi figli adottivi e tutti
i cittadini, che Augusto giudicherebbe utile di consultare, avrebbero
valore di senatus consulto! Il senato abdicava! Si deve dunque
conchiudere, che l’opera di Augusto sia stata sterile e vana? No. Egli
ebbe due grandi meriti. Se non riuscì a rianimarli, riuscì a salvare
dalla distruzione il principio aristocratico e repubblicano secondo
il quale l’impero non era, come nelle monarchie, la proprietà di una
dinastia, ma la proprietà unica e indivisibile del popolo romano,
che una aristocrazia di grandi famiglie, educate secondo l’antica
tradizione, aveva sola il diritto di amministrare. Salvati da Augusto,
il principio, la repubblica, il senato, la aristocrazia risusciteranno
tra un secolo, in maniera inaspettata e singolare, compiendo nel vasto
impero la fusione dell’ellenismo e del romanismo. Il secondo merito
di Augusto sta nell’aver fatto fruttificare la conquista della Gallia
compiuta dai Cesare e nell’aver divinato che l’avvenire dell’impero era
più in Occidente che in Oriente. Fino a Cesare, Roma aveva guardato
dalla parte d’Oriente, sognato di rifare l’impero di Alessandro.
In questo sogno Antonio si era perduto. Augusto abbandona le grandi
ambizioni orientali, e, dopo alcune esitazioni, volge risolutamente i
suoi sforzi verso il Reno e il Danubio. Egli tenta anzi addirittura la
conquista della Germania; e in questa impresa fallisce; ma in compenso
conquista le Alpi, stabilisce solidamente il confine dell’Impero a
quei due grandi fiumi, e promuove alacremente la romanizzazione e lo
sviluppo della Gallia e della Spagna. Gli effetti di questa politica
durano oggi ancora; perchè, se ci fu una politica che avesse in sè
una grandezza mondiale, fu proprio quella. Per quella politica, anche
l’Europa entra nella storia della civiltà, che sino ad allora era quasi
tutta e soltanto stata occupata dall’Oriente o dalle piccole nazioni
fiorite sulle estreme propaggini meridionali del continente europeo.
Per quella politica, tra la civiltà decrepita dell’Oriente e la civiltà
nascente dell’Occidente, l’Italia e Roma potranno conservare ancora
per tre secoli la corona conquistata con tante guerre. Chè senza il
vigoroso sviluppo delle province occidentali, il centro dell’Impero si
sarebbe spostato verso l’Oriente. Roma e l’Italia, poste ai confini
della barbarie, non avrebbero potuto per secoli essere, l’una la
capitale, l’altra la nazione predominante di un impero, le cui più
ricche, popolose e floride province erano in Asia ed in Africa.