LA SUCCESSIONE DI AUGUSTO

50. =Il ritiro di Tiberio a Rodi (6 a. C.).= — Ma a questo punto

incomincia nella repubblica, una terribile difficoltà, che durerà, si

può dire, sino alla morte di Nerone. Augusto governava la repubblica

come _princeps_ da venti anni. Non si può negare che il concetto così

chiaro e così preciso della restaurazione del 27 a. C. si fosse in quei

venti anni assai intorbidato. L’autorità del _princeps_ che, nella

primitiva riforma, doveva essere temporanea e soltanto sorvegliare

e correggere le istituzioni secolari della repubblica, era ormai

diventata vitalizia, e si era mutata in una alta e universale direzione

dello Stato, che sostituiva il senato invecchiante e decadente. Ma

nessuno se ne lagnava. Augusto si era condotto in quei venti anni con

tanto tatto; aveva reso tali e tanti servizi allo Stato; era ormai

diventato così necessario, aveva acquistato un tale prestigio ridando

la pace all’impero, che nessuno lamentava il suo potere. Ma Augusto

non sarebbe eterno; e già si avvicinava alla sessantina: che cosa

accadrebbe alla sua morte? La gente incominciava a pensarci. C’era chi

sognava che si sarebbe allora, finalmente e per davvero, restaurata tal

quale la antica repubblica senza _princeps_, ma questi erano pochi. La

gente sperimentata e di senno capiva che, senza un _princeps_ capace

ed energico, il senato e la repubblica non operavano più. Ma chi poteva

essere il secondo _princeps_? Se si voleva scegliere l’uomo più attivo,

più capace, più sperimentato della repubblica, non c’era, dopo la morte

di Agrippa e di Druso, da esitare: Tiberio. Ma Tiberio aveva molti

nemici. Non era solo un Claudio orgoglioso, ostinato e severo; ma era

anche un tradizionalista intransigente, un uomo del vecchio stampo,

che voleva Roma governata da una aristocrazia parsimoniosa, austera,

attiva, autoritaria e zelante come quella del terzo secolo a. C. Nella,

nuova generazione cresceva invece il lusso, la ricchezza, il gusto

dei piaceri, l’inclinazione alle raffinatezze e ai vizi dell’Oriente,

l’indifferenza per le faccende politiche e l’avversione per la milizia.

C’era dunque a Roma, nella nobiltà, un partito ostile a Tiberio;

e quanti non avrebbero voluto che la carica suprema di _princeps_

diventasse proprietà di una famiglia — anche questi non erano pochi —

rinforzavano l’opposizione.

Si aggiunga il matrimonio con Giulia, a cui Augusto aveva costretto

Tiberio dopo la morte di Agrippa. Questo matrimonio fu uno dei grandi

errori di Augusto. Giulia, e Tiberio non andavano e non potevano

andar d’accordo: Giulia, elegante, mondana, amante del fasto, dei

corteggiamenti, della vita libera, rappresentava la nuova generazione;

Tiberio, rigido, intransigente, implacabile contro tutte le debolezze

della _jeunesse dorée_, rappresentava la generazione antica. Il

dissidio tra i due sposi non tardò a scoppiare, e si intrecciò con

la lotta tra il partito della giovane nobiltà e il vecchio partito

tradizionalista, che incominciava a farsi seria. Pare che Giulia

alla fine tradisse il marito; e si mettesse alla testa di una vera

_côterie_ di giovani nobili, che complottavano per escludere Tiberio

dalla successione eventuale di Augusto con tutti i mezzi, calunniandolo

presso Augusto e fra il popolo, alienando da lui gli amici, e infine

cercando di opporgli dei rivali potenti. Da Agrippa e da Giulia erano

nati parecchi figli, di cui il maggiore aveva allora 14 anni. Essendo

stato adottato da Augusto, si chiamava Caio Cesare. Il partito nemico

di Tiberio pose gli occhi su questo giovinetto, per farne il rivale

di Tiberio; e, dopo aver cercato di aizzarlo contro costui, fece da

parecchi suoi membri proporre ai comizi una legge, per cui Caio Cesare

potesse assumere il consolato, allorchè avrebbe toccato i venti anni.

Il giovinetto, come figlio di Agrippa e figlio adottivo di Augusto,

era molto amato dalla plebe, che ormai si era avvezzata a queste rapide

carriere dei membri della famiglia del _princeps_. I nemici di Tiberio

contavano su questo sentimento, per fare riuscire la loro proposta: ma

Augusto da principio si oppose con tutta la sua autorità, comprendendo

il pericolo insito in quella mossa dei nemici di Tiberio. Purtroppo

fu facile riscaldare in favore di Caio il popolo, che amava poco i

Claudî, molto i Giulî; Giulia a sua volta non stette inoperosa; e alla

fine Augusto cedè; lasciò che Caio Cesare fosse nominato console con

cinque anni di anticipo. Si affrettò però a dare a Tiberio un compenso,

un grande compenso, facendogli attribuire per cinque anni la potestà

tribunicia, ossia lo fece suo collega, come era stato Agrippa. Ma

Tiberio era un Claudio, un aristocratico, un uomo tutto di un pezzo,

e non tollerò l’affronto per il compenso: rifiutò l’onore, chiese ad

Augusto il permesso di ritirarsi a vita privata e si recò in volontario

esilio nella minuscola isola di Rodi (6 a. C.). Invano Augusto lo

supplicò di restare.

51. =La lotta tra i Giulî e i Claudî.= — La partenza di Tiberio fu una

grande disgrazia per la repubblica. Augusto rimase solo alla testa

della repubblica, senza disporre più di un collega capace e sicuro;

e l’amministrazione ricadde rapidamente nella confusione e nella

negligenza di un tempo. Quel po’ di ordine che era stato ottenuto con

tanta fatica, in venti anni, viene meno. Le finanze si dissestano di

nuovo, sino al punto che l’erario non può più mantenere gli impegni

presi con l’esercito, alla vigilia della grande spedizione germanica.

Ma Augusto non si risolve nè a studiare, nè a far studiare una

riforma delle imposte, e preferisce, stanco e sfiduciato, vivere alla

giornata, addossando alla propria fortuna personale buona parte del

carico delle pubbliche spese, o trascurando i servizi pubblici. Le

leggi sociali sono ogni giorno meno osservate, e gli esuli, colpiti

dalla legge _de adulteriis_, abbandonano i luoghi di relegazione,

e si spargono nel festoso Oriente o nell’Occidente, vivendo ovunque

allegramente. La legge _de maritandis ordinibus_, che colpiva con tanta

durezza i celibatari impenitenti, è elusa facilmente da un grande

numero di matrimoni senza figliuoli, che la legge non contemplava.

Anche l’esercito, non più comandato da un _imperator_, che sia tale

non soltanto di nome, pericola; le reclute scarseggiano in Italia;

è necessario accrescere continuamente il numero dei corpi ausiliari,

reclutando un numero sempre maggiore di provinciali — galli, germani,

siriaci; la disciplina si allenta, l’istruzione decade.

Ma la maggior pietà dello Stato in rovina era il senato. A quanti

espedienti aveva ricorso Augusto per farlo almeno rivivere alla meglio!

Ora egli l’aveva rinsanguato con elementi nuovi, tratti dall’ordine

dei cavalieri, minacciando di escluder questi dall’ordine equestre,

se non volessero entrare in senato; ora aveva colpito di crescenti

ammende i senatori che non frequentavano le sedute; ora aveva pensato

di ridurre il numero delle sedute obbligatorie, e rimpicciolito, per

quelle che cadevano nei mesi della villeggiatura o della vendemmia, il

numero di senatori che avrebbero dovuto essere presenti. Aveva infine

creato nel senato una più ristretta Commissione di senatori, estratti

a sorte ad assistere, essi soli, nelle deliberazioni correnti, il

presidente, salva poi la ratifica del senato convocato in adunanza

plenaria. Ciò non ostante, i senatori non venivano, e di ogni affare

grave si scaricavano sulle ormai deboli spalle del principe, stanco ed

invecchiato.

Alle difficoltà interne si aggiungono le esterne. La Germania era

abbandonata a sè stessa; nessuno pensava seriamente a darle leggi e

ordinamenti durevoli. In Oriente, l’ordine ristabilito con tanta fatica

nei primi anni del principato, vacillava di nuovo: in Giudea, dopo

la morte del re Erode, avvenuta nel 4 a C., il partito nazionalista

aveva ripreso ad agitarsi, e il governatore della Siria, Quintilio

Varo, aveva dovuto accorrere con grandi forze; nell’impero dei Parti, a

Fraate, morto nel 3 a. C., era successo Fraatace, il quale, all’opposto

del padre, era ostile a Roma, aveva occupato l’Armenia e scacciato il

re riconosciuto e protetto dalla repubblica.

È probabile che Tiberio avesse fatto assegnamento su tutte queste

difficoltà, le quali costringerebbero un giorno o l’altro Augusto a

richiamarlo a Roma. Ma Augusto, che sembra aver sempre stimato più che

amato Tiberio, era stato molto irritato dal suo ritiro; e, dopo la sua

partenza, si era accostato al partito della giovine nobiltà, avverso

a Tiberio e ai tradizionalisti, cercando di governar l’impero con

questo. Aveva fatto ricoprire di onori Caio Cesare, ne aveva accelerata

la carriera, aveva fatto concedere gli stessi onori e privilegi al

fratello suo Lucio; aveva mostrato di voler considerare questi due

giovani come i due soli aiuti e collaboratori, sui quali ormai facesse

assegnamento. A sua volta il partito tradizionalista, di cui Livia, la

madre di Tiberio, sembra essere stato l’anima, cercava di combattere

la potenza crescente del partito avverso, e di far richiamare Tiberio.

Di qui intrighi, lotte, cabale, scandali. Uno di questi scandali

travolse, nel 2 a. C., Giulia. Pare che il partito tradizionalista,

avendo capito che Tiberio non ritornerebbe a Roma finchè Giulia non ne

fosse scacciata, sia riuscito a procurarsi le prove del suo adulterio

e che uno dei suoi membri l’abbia denunciato in base alla _lex de

adulteriis_, fatta approvare da Augusto nell’anno 18. Secondo questa

legge, quando il marito non voleva o non poteva, il padre doveva punire

la adultera. Il marito, Tiberio, non era a Roma. Augusto dovè, in forza

della sua stessa legge, colpire la figlia; e la esiliò a Pandataria. Ma

non per questo si riconciliò con Tiberio: e quando finalmente nell’anno

1 dell’era volgare si risolse a mandare un esercito in Oriente, per

cercar di venire ad un accordo con i Parti, ne diede il comando a Caio

Cesare, che era un giovinetto inesperto, e lo fece accompagnare, perchè

gli fossero guide e maestri, da acerbi nemici di Tiberio.

Così la fortuna di Tiberio pareva essere stata spezzata per sempre

dall’errore commesso nell’anno 6, uscendo di Roma. Il partito avverso,

avendo per sè Augusto, era così potente quanto implacabile. Solo

nell’anno 2 dell’êra volgare, per l’intercessione di Livia, egli potè

ottenere di ritornare a Roma, a condizione però di restare in disparte

e di vivere come un privato. Ma a questo punto la fortuna, che lo

aveva per otto anni perseguitato, si volse di nuovo in suo favore.

In quello stesso anno Lucio Cesare moriva di malattia; e sedici mesi

più tardi, al principio dell’anno 4, moriva in Oriente, in seguito a

una ferita, il fratello suo Caio. Queste morti precoci erano troppo

utili alla causa di Tiberio, perchè la gente non dovesse sospettare

la mano di Livia: ma senza nessuna seria ragione. Le grandi famiglie

non furono mai esenti dal pagare anch’esse con morti precoci il

tributo alla natura. Ad ogni modo, dopo l’esilio di Giulia, il partito

avverso a Tiberio perdeva i due uomini rappresentativi su cui faceva

assegnamento; Augusto restava di nuovo solo, senza collaboratori

validi; la situazione in Oriente si aggravava di nuovo, e, quel che è

peggio, delle rivolte incominciavano in Germania. Il partito di Tiberio

rialzò la testa; domandò ad alta voce che si richiamasse agli affari

quello che era il miglior generale, e, dopo Augusto, il politico più

sperimentato del suo tempo. Ma Augusto resistè ancora. Finalmente,

quando la rivolta parve divampare più minacciosa che mai in Germania,

il partito di Tiberio perdè la pazienza; e sembra avere addirittura

tramato una congiura, per vincere le ostinate riluttanze del vecchio

Augusto, i cui poteri presidenziali erano stati frattanto prolungati,

l’anno prima, per dieci anni. È la famosa congiura, che ebbe a capo

un nipote di Pompeo, Cornelio Cinna. Quale ne fosse il vero scopo, non

sappiamo; sappiamo solo che, scoperta la congiura, Augusto si affrettò

a perdonare ai congiurati e a richiamare Tiberio al governo. Il 26

giugno del 4 dell’êra volgare egli lo adottava come figlio, e gli

faceva, dai comizi, conferire la potestà tribunicia per dieci anni.

Nuovamente, dunque, la repubblica aveva due capi, come allorchè Agrippa

viveva; e di essi l’uno, il più attivo, il più giovane, era un Claudio,

il più puro rappresentante del partito tradizionalista e conservatore.

52. =Il governo di Augusto e di Tiberio (5-14 d. C.).= — Da questo

momento, e non dalla morte di Augusto, comincia il governo, destinato

a diventare tristamente famoso, di Tiberio. N’è prova chiara e precisa

il contrasto fra il periodo che si chiude e quello che ora comincia.

Il decennio seguente è una grandiosa illustrazione della dottrina, che

Tiberio professava sul governo della repubblica.

Con grande risolutezza, Tiberio dà subito mano a due imprese: la

riforma dell’esercito e la repressione della rivolta germanica. L’una

era legata all’altra. Ma la riforma militare necessitava una riforma

delle finanze, poichè sarebbe costata molto danaro. D’onde trarre

il danaro occorrente? I due presidenti pensano di dare un nuovo giro

al torchio delle leggi sociali e di ritogliere all’Italia il vecchio

privilegio dell’immunità tributaria. Con una _lex Julia caducaria_, i

coniugati senza figli — gli _orbi_ — sono ora assimilati ai celibatarî,

e incorrono nella stessa inferiorità legale. Inoltre le eredità

lasciate loro contro la legge vanno devolute, non più agli altri eredi,

ma al pubblico erario[45]. Infine con l’indizione di un censimento di

tutti i cittadini che possedessero più di 200.000 sesterzi, si comincia

a preparare l’Italia ad una nuova imposta.

Ma contemporaneamente l’esercito è rinforzato di due nuove legioni[46],

e la vecchia e decadente legge militare di Augusto, riformata. Il

servizio è di nuovo prolungato a venti anni per i legionari, e a

quattordici per i pretoriani, come in antico. Alla fine del servizio

gli uni e gli altri avrebbero ricevuto un premio in danaro ed una

pensione, per provvedere alla quale si sarebbe organizzata una cassa

particolare (5 d. C.).

Dopo di ciò Tiberio, che già aveva fatta una prima corsa in Germania,

ci tornava, per ripetere la grande spedizione di Druso, sul vecchio

piano di Agrippa. La flotta discese per il Reno e, per il canale di

Druso, nel Mar del nord, costeggiò la importuosa penisola del Jutland,

l’antico paese dei Cimbri; imboccò l’Elba, e rimontò il corso del

fiume. Nel tempo stesso l’esercito di terra marciò dal Reno all’Elba

per circa 400 miglia, ora ricevendo gli omaggi dei popoli, che

attraversava, ora combattendo e domando i più restii, come avvenne dei

Longobardi. Alla fine, flotta ed esercito si incontrarono, e i barbari,

che si affollavano minacciosi sulla riva destra del fiume, preferirono,

dinanzi a tanto spettacolo di forza, scendere a patti con gl’invasori.

Tiberio poteva tornare a Roma a cercare, con nuove imposte, il denaro,

necessario per applicare la nuova legge militare. Al suo arrivo i

due presidenti, dopo aver versato del proprio, nel nuovo tesoro, 170

milioni di sesterzi, riuscirono a far approvare una legge che imponeva

una tassa del 5% a favore della cassa per le pensioni militari sulle

eredità dei cittadini romani. La legge, che risparmiava le piccole

eredità o i legati destinati ai poveri, era savia. Ma il malcontento

che suscitò tra le classi ricche fu grande; e si sfogò contro Tiberio,

che si sapeva essere l’autore vero della legge. Tiberio, come al

solito, poco curò questi mormorii; e al principio del 6 tornava in

Germania per compiere l’ultima parte del suo piano. Parecchi anni

prima, fuggendo l’invasione di Druso, i Marcomanni avevano emigrato

nella moderna Boemia, e qui, sotto il re Marbod, avevano creato uno

Stato potente, che ancora non aveva riconosciuto il dominio romano, e

che in ogni modo poteva diventare un forte appoggio per la Germania in

rivolta. Tiberio voleva sottometterlo o ridurlo sotto il protettorato

romano, minacciando d’invadere il regno da due lati: da occidente,

attraverso il paese dei Catti, e da mezzogiorno, attraverso la

Pannonia. Ma l’impresa era appena avviata, che Pannoni e Dalmati si

sollevavano ancora una volta, e trucidavano i piccoli presidî romani,

insieme con gli stranieri, che già, per ragioni di commercio, avevano

da tempo cominciato a penetrarvi.

53. =La catastrofe di Varo in Germania (9 d. C.).= — L’insurrezione

pannonica e dalmatica era dunque cosa grave, ma a Roma essa parve

un pericolo tremendo, giacchè Pannonia e Dalmazia erano alle spalle

dell’Italia. Si temè perfino una nuova irruzione di Cimbri e Teutoni

nella penisola, mentre s’era detto che i veri Cimbri erano stati

assoggettati da Tiberio!

Ma Tiberio non era uomo dai perdere facilmente la testa, e, senza

lasciare a mezzo l’impresa incominciata, rinunziò solo all’idea di una

conquista, si contentò di conchiudere un accordo con Marbod; indi tornò

verso la Pannonia. Non però con l’intenzione di sterminare con un colpo

solo, come in Roma gli strateghi del Foro reclamavano a gran voce,

l’insurrezione; sibbene, come la natura delle milizie, di cui egli

disponeva, e quella del nemico e del paese consigliavano, per opporre

alla guerriglia degli indigeni, la guerriglia dei legionari romani,

alimentata dall’esterno.

Alla fine dell’8, la Pannonia era pacificata. Ma lo sforzo era stato

grande. Roma aveva dovuto arruolare veterani, liberti, stranieri,

perfino schiavi tolti ai privati. Con questa moltitudine raccogliticcia

Tiberio aveva dovuto soffocare nel suo stesso focolare l’insurrezione.

Non è quindi da stupire che gli sia stato necessario un certo tempo.

Ma la notizia della vittoria era appena giunta in Roma, e già si

cominciavano a decretare gli onori del trionfo al generale, quando

una notizia terribile sopravveniva dalle rive del Reno: la Germania,

sollevatasi, aveva sorpreso e trucidato le forze romane stanziate sul

suo territorio; lo stesso luogotenente di Augusto, Quintilio Varo,

s’era dato la morte piuttosto che cader vivo nelle mani del nemico.

La ferma volontà di romanizzare la Germania, che Tiberio, ritornando

al governo, aveva manifestata, insieme con le notizie, che giungevano

dalla Pannonia, avevano ridesto il paese. La Germania aveva avuto il

suo Vercingetorige — Arminio — anche egli amico di Varo e cittadino

romano, per giunta. Con abile mossa, i Germani avevano indotto il

generale ad avanzare nel cuore del paese, e qui, nella misteriosa

foresta di Teutoburgo, tra la Lippe e il Weser, ove oggi un colossale

ma bruttissimo monumento si leva in onore, più che di Arminio, del

germanesimo, Varo era stato sorpreso, e le sue legioni — il fiore

dell’esercito romano — distrutte (settembre od ottobre 9 d. C.)[47].

54. =La morte di Augusto (14 d. C.).= — La rotta di Varo non era

calamità irreparabile. Un così grande impero poteva perdere alcune

legioni senza vacillare sulle sue fondamenta. Tiberio, infatti, accorse

sul Reno, potè subito mostrare agli elementi inquieti della Gallia che,

se i Germani erano in grado di distruggere per sorpresa le guarnigioni

romane, non potevano presumere di varcare il Reno e di attaccare

le province più floride dell’Impero. Ma la rotta di Varo, se non

distrusse, infiacchì molto nel governo romano la volontà di estendere

il dominio romano oltre il Reno e il Danubio. Non solo Augusto, ma

anche Tiberio si persuase, dopo quella sventura, essere più saggio,

per Roma, non varcare i due fiumi: onde per molti anni la politica

germanica di Roma sarà consigliata da una prudenza, che traccerà

definitivamente al Reno e al Danubio i confini dell’impero in Europa.

E non avendo Roma avuto la forza di varcare il Reno e il Danubio per

sottomettere i Germani, verrà il giorno in cui i Germani varcheranno il

Reno e il Danubio per distruggere l’Impero! Ma nè Angusto nè Tiberio

potevano vedere così lontano nell’avvenire; essi dovevano giudicare

alla stregua delle necessità del tempo, e alla stregua di queste

necessità, appariva prudente non richiedere all’Italia uno sforzo

troppo grande. Comunque sia, la disfatta di Varo fu l’ultimo grande

dolore della lunga vita di Augusto, che ormai volgeva alla fine.

Nell’anno 13 i poteri quinquennali di Augusto e di Tiberio venendo a

finire, furono ancora rinnovati, ma per l’ultima volta: l’anno dopo, il

14, vecchio di 77 anni, Augusto moriva, il 19 agosto, a Nola.

Quale giudizio si deve dare dell’opera sua? Certo il suo disegno di

restaurare la repubblica aristocratica, dopo averla tanto guasta e

malconcia con il triumvirato, fallì. La repubblica, nella quale egli

voleva infondere una nuova vita, si mummificò sotto le sue mani, in un

governo equivoco, contraddittorio, debole e rigido nel tempo stesso,

in cui la sua persona e il suo prestigio furono il massimo sostegno

dell’autorità. Le istituzioni della repubblica, dal senato ai comizi,

non erano ormai più quasi, alla fine della sua vita, che una finzione.

Basti dire che, l’anno precedente alla sua morte, il senato aveva

deliberato che ogni anno si sceglierebbero venti senatori, e che tutte

le deliberazioni prese da Augusto, d’accordo con questi venti senatori,

con Tiberio, con i consoli designati, con i suoi figli adottivi e tutti

i cittadini, che Augusto giudicherebbe utile di consultare, avrebbero

valore di senatus consulto! Il senato abdicava! Si deve dunque

conchiudere, che l’opera di Augusto sia stata sterile e vana? No. Egli

ebbe due grandi meriti. Se non riuscì a rianimarli, riuscì a salvare

dalla distruzione il principio aristocratico e repubblicano secondo

il quale l’impero non era, come nelle monarchie, la proprietà di una

dinastia, ma la proprietà unica e indivisibile del popolo romano,

che una aristocrazia di grandi famiglie, educate secondo l’antica

tradizione, aveva sola il diritto di amministrare. Salvati da Augusto,

il principio, la repubblica, il senato, la aristocrazia risusciteranno

tra un secolo, in maniera inaspettata e singolare, compiendo nel vasto

impero la fusione dell’ellenismo e del romanismo. Il secondo merito

di Augusto sta nell’aver fatto fruttificare la conquista della Gallia

compiuta dai Cesare e nell’aver divinato che l’avvenire dell’impero era

più in Occidente che in Oriente. Fino a Cesare, Roma aveva guardato

dalla parte d’Oriente, sognato di rifare l’impero di Alessandro.

In questo sogno Antonio si era perduto. Augusto abbandona le grandi

ambizioni orientali, e, dopo alcune esitazioni, volge risolutamente i

suoi sforzi verso il Reno e il Danubio. Egli tenta anzi addirittura la

conquista della Germania; e in questa impresa fallisce; ma in compenso

conquista le Alpi, stabilisce solidamente il confine dell’Impero a

quei due grandi fiumi, e promuove alacremente la romanizzazione e lo

sviluppo della Gallia e della Spagna. Gli effetti di questa politica

durano oggi ancora; perchè, se ci fu una politica che avesse in sè

una grandezza mondiale, fu proprio quella. Per quella politica, anche

l’Europa entra nella storia della civiltà, che sino ad allora era quasi

tutta e soltanto stata occupata dall’Oriente o dalle piccole nazioni

fiorite sulle estreme propaggini meridionali del continente europeo.

Per quella politica, tra la civiltà decrepita dell’Oriente e la civiltà

nascente dell’Occidente, l’Italia e Roma potranno conservare ancora

per tre secoli la corona conquistata con tante guerre. Chè senza il

vigoroso sviluppo delle province occidentali, il centro dell’Impero si

sarebbe spostato verso l’Oriente. Roma e l’Italia, poste ai confini

della barbarie, non avrebbero potuto per secoli essere, l’una la

capitale, l’altra la nazione predominante di un impero, le cui più

ricche, popolose e floride province erano in Asia ed in Africa.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 30 / 45 题