LE CRISI E LA CADUTA DEL TRIUMVIRATO

(42-31 a. C.)

36. =La guerra di Perugia (41-40 a. C.).= — Le proscrizioni dell’anno

43 e le due battaglie di Filippi avevano decimato la nobiltà romana.

Quella nobiltà, che aveva governato per tanti secoli Roma e che era

scampata, sia pur con molte ferite, alla prima e alla seconda guerra

civile, ricevette nella terza il colpo mortale, da cui non guarì più.

La storia del primo secolo dell’impero, quella storia che sembrerà così

oscura a tanti scrittori, racconterà soltanto l’agonia della nobiltà,

che aveva fondato l’impero, ma che ormai non avrà più nè uomini, nè

famiglie, nè ricchezze, nè ingegni sufficienti a governarlo, perchè di

tutto aveva fatto getto nelle guerre civili. Ma la grandezza di questa

rovina non si vedrà che a poco a poco. Per il momento, le proscrizioni

e Filippi parvero soltanto annientare un partito. Il piccolo numero di

superstiti, che avevano preso il mare, e Sesto Pompeo con le sue navi

non potevano più sperar di mutare la fortuna della guerra. Filippi

aveva confermato in suprema istanza Farsaglia.

Ciò non ostante, i triumviri si trovavano alle prese con tremende

difficoltà. Occorreva pagare ai soldati i 20.000 sesterzi promessi

e gli arretrati dello stipendio; ma il denaro mancava. Occorreva

congedare una parte dell’esercito, ancora in armi; occorreva

soddisfare, nei riguardi dei veterani di Cesare, le vecchie promesse,

che il dittatore aveva loro fatte, e che i triumviri avevano

riconfermate. Occorreva infine ristabilire l’autorità di Roma in

Oriente, e l’autorità del triumvirato in Italia, ove (scandalo

inaudito!) Lepido aveva abbandonato il governo a una donna, a Fulvia,

la moglie di Antonio.

Si deliberò dunque di congedare le otto legioni dei veterani di

Cesare; di ridurre l’esercito a 32 legioni, spartendole tutte tra

Antonio e Ottaviano — 17 al primo e 15 al secondo — e togliendo quindi

a Lepido le tre legioni, a cui sino ad allora aveva comandato. Si

convenne poi che Antonio, oltre all’Oriente, prenderebbe per sè la

Narbonese e Ottaviano la Spagna, che fin allora avevano appartenuto

a Lepido. Lepido, dunque, per la sua inettitudine e debolezza e (si

volle aggiungere, per giustificare la violenza usatagli) per certe sue

pretese trattative segrete con Sesto Pompeo[32], doveva essere escluso

dal governo delle province. Antonio andrebbe subito a pacificare

l’Oriente e a cercarvi denaro; Ottaviano si recherebbe in Italia per

debellare Sesto e per distribuire le terre ai veterani del padre. Ma

non era questa un’impresa facile; poichè occorreva dare a 7 od 8000

uomini duecento iugeri, 50 ettari, a testa; ossia trovare da 3 a

400.000 ettari di buona terra in un paese, come l’Italia, dove di agro

pubblico non esisteva quasi più vestigio. Come mantenere la promessa

senza nuove violenze? Fu dunque stabilito di prendere nel territorio

delle diciotto città d’Italia più belle e più ricche una parte delle

terre a ciascun proprietario, risarcendolo nella misura che gli stessi

triumviri avrebbero giudicata equa e quando avessero potuto.

Il piano era ingegnoso, ma non facile ad attuare. Senonchè nessuno

poteva prevedere che il primo e maggiore ostacolo si troverebbe nel

triumvirato medesimo. Non però Lepido, che, uomo mediocre qual’era,

non si lagnò della parte secondaria che gli avevano lasciata; ma

la moglie di Antonio, Fulvia, e il fratello suo, Lucio, che era il

console dell’annata. Lucio e Fulvia contavano ormai di governare

soli e a piacer loro Roma e l’Italia, l’uno come fratello, l’altra

come moglie del vero vincitore di Filippi. Cosicchè quando Ottaviano

tornò in Italia e volle a sua volta comandare, subito nacquero tra il

triumviro da una parte, Fulvia e Lucio Antonio dall’altra, violenti

attriti. Questi attriti sì inasprirono rapidamente; e giunsero al punto

che, quando Ottaviano incominciò a espropriare i possidenti italici

per dare le terre ai veterani, Fulvia e Lucio presero apertamente la

difesa dei proprietari, affermando che Marco Antonio non voleva quelle

espropriazioni. Di nuovo popolazioni, partiti e soldati ricominciarono

a muoversi; e anche questa agitazione terminò in una nuova guerra

civile. Fulvia e Lucio Antonio poterono, aiutati dal grande prestigio

che circondava il nome del triumviro, e promettendo largamente denaro,

reclutare un esercito tra i possidenti o già espropriati o minacciati

di espropriazione, tra i veterani di Cesare e di Antonio, tra i

superstiti del partito pompeiano e aristocratico; e un bel giorno

invitarono l’Italia a prendere le armi per rovesciare il triumvirato,

e per ristabilire la libera repubblica. Essi affermarono perfino

esser questo il pensiero di Marco Antonio, che frattanto riordinava

lo Oriente. Ma dopo varie e poco chiare vicende, Ottaviano riusciva a

chiudere Lucio Antonio, nell’autunno del 41, in Perugia, e assediava la

città. Nel marzo del 40, Lucio, ridotto agli estremi, doveva arrendersi

al generale di Ottaviano, che aveva diretto le operazioni dell’assedio,

un giovane di cui sino allora non si era parlato che come di uno

dei più accaniti persecutori dei congiurati, Marco Vipsanio Agrippa.

Ottaviano non osò maltrattare il fratello del suo potente collega,

lasciò Lucio libero, perdonò ai soldati; fece invece mettere a morte

i decurioni della città, una parte dei senatori e dei cavalieri fatti

prigionieri, e abbandonò Perugia al saccheggio delle sue legioni.

Così la prima difficoltà ai piani dei triumviri per l’Italia era stata

rimossa: ma a quale prezzo!

Ed era poi vittoria definitiva? Che cosa avrebbe fatto Marco Antonio,

che frattanto si tratteneva in Oriente, tutto in faccende, per

riassestarlo? Si sarebbero Lucio e Fulvia rassegnati? O avrebbero

tentato di aizzare Antonio contro il pericoloso collega? Questa

nuova incertezza tormentava l’Italia. Fulvia s’imbarcava a Brindisi

per raggiungere in Oriente il triumviro, insieme con molti membri

eminenti del partito di Antonio compromessi nell’ultima guerra civile:

tra gli altri Tiberio Claudio Nerone, che in quei tremendi giorni

salpava furtivamente da Napoli con la moglie Livia, la futura moglie

di Augusto, e un fanciulletto di poco più di due anni, che sarebbe un

giorno l’imperatore Tiberio. Che cosa nascerebbe da questo incontro?

Una nuova e più terribile guerra civile, temevano molti. Ma Antonio

non aveva mai approvato la guerra del fratello contro il collega,

che era stata un colpo di testa contro i suoi veterani, contro i

patti di Filippi, contro l’interesse generale dello Stato. Inoltre

in quel momento egli volgeva altri piani nella mente ed era occupato

da altre difficoltà. Dopo aver riorganizzato alla meglio l’Oriente,

egli era andato a passare l’inverno dal 41 al 40 ad Alessandria,

ospite di Cleopatra, che ripigliava con lui il piano già tentato

con Cesare: persuaderlo a diventare, sposandola, re di Egitto e a

trasportare la sede dell’impero ad Alessandria. Che egli già fosse

stato allora guadagnato ai piani di Cleopatra, non sembra: ma più

probabile è che già egli pensasse a riprendere il disegno di Cesare

contro i Parti, i quali, del resto, nella primavera del 40, incitati

da un agente di Bruto e di Cassio, il giovane Q. Labieno, figlio del

luogotenente di Cesare perito a Munda, fecero una scorreria nella

Siria. Si capisce dunque come egli, appena, reduce dall’Egitto, si

fu, in Atene, incontrato con Fulvia e con i superstiti della guerra

perugina, biasimasse vivamente la loro condotta e li disingannasse in

tutte le loro speranze. E nulla sarebbe successo se Ottaviano, inquieto

anch’egli, come tutta l’Italia, sulle vere intenzioni di Antonio,

non avesse approfittato della morte del governatore della Gallia

Narbonese, per sobillare e far passare alla sua parte le legioni che

vi stanziavano e che erano sotto gli ordini di Antonio. Questo atto

provocò la guerra. Antonio rivolle le sue legioni; accettò l’alleanza

di Sesto Pompeo e gli aiuti che gli offerse un colpito dalla _lex

Paedia_, un ex-alleato di Bruto e di Cassio, che, come Sesto Pompeo,

sfidava, a capo della sua flotta, i fulmini del triumvirato: Domizio

Enobarbo. A forze unite essi vennero ad attaccare le coste adriatiche

dell’Italia, comparendo innanzi a Brindisi.

37. =Il trattato di Brindisi e l’accordo di Miseno (40-31 a. C.).=

— Ricominciava dunque un’altra guerra civile. Ma i due belligeranti

comandavano a soldati, che fino a ieri erano stati compagni d’arme,

e che, se vedevano di mal’occhio una guerra fra Antonio e Ottaviano,

ancora più ripugnavano a versare il loro sangue per le ambizioni e gli

interessi di un Sesto Pompeo o di un Domizio Enobarbo. I soldati si

accinsero dalle due parti alla guerra con così manifesto malvolere,

che Antonio e Ottaviano dovettero venire ad un accordo. Nell’autunno

del 40, nella città di Brindisi, gli emissarî dell’uno e dell’altro

definirono una nuova convenzione, che assegnava tutto lo Oriente — la

Macedonia, la Grecia, la Bitinia, l’Asia minore, la Siria, la Cirenaica

— ad Antonio con diciannove legioni e il diritto di far leve in

Italia; l’Occidente, comprese la Gallia Transalpina e la Narbonese, ad

Ottaviano con sedici legioni; e l’Africa sola a Lepido con sei legioni.

Sesto Pompeo era abbandonato da Antonio. Ottaviano poteva dichiarargli

la guerra. E la pace fu sigillata con un matrimonio. Fulvia era morta

poco prima. Antonio avrebbe sposato Ottavia, sorella del suo collega e

vedova da poco tempo.

Sesto dunque era abbandonato alla vendetta di Ottaviano. Ma c’era

ancora, oltre i triumviri e le legioni, l’Italia, che lavorava e

soffriva; l’Italia, che era stata dissanguata e scoiata dalle imposte

e dalle confische; l’Italia, che cadeva in rovina da ogni parte e

soffriva la fame. L’Italia odiava il governo dei triumviri, che nulla

avevano fatto, se non distribuire terre a poche migliaia di veterani;

che tutto avevano sacrificato agli appetiti delle soldatesche, anche

gli interessi più legittimi di quella classe possidente, che aveva

avuto il torto di lasciarsi disarmare dalla riforma militare di Mario.

Intimorito dalla forza dei triumviri, questo malcontento s’era fino

ad allora frenato e rimpiattato; ma scoppiò quando Ottaviano cominciò,

subito dopo gli accordi di Brindisi, la guerra contro Sesto Pompeo; e

per raccogliere il danaro necessario alla guerra, impose nuove tasse,

tra le quali un’imposta sulle eredità e sugli schiavi. All’annunzio di

queste imposte l’opinione pubblica insorse a favore di Pompeo. A Roma

la popolazione, furibonda, lacerò gli editti triumvirali, proruppe in

dimostrazioni tumultuose in favore della pace; e con tanta ostinazione

e violenza, che non solo Ottaviano, ma anche Antonio si spaventò.

Ancora una volta fu necessario ricorrere a pacieri. I negoziati tra

Sesto Pompeo da una parte, Antonio e Ottaviano dall’altra, furono

lunghi; ma alla fine, nel 39 a. C., un accordo fu conchiuso nel golfo

di Miseno. Sesto Pompeo avrebbe avuto la Sicilia e la Sardegna, nonchè

il Peloponneso per cinque anni; sarebbe stato console nel 33, avrebbe

fatto parte del collegio dei pontefici; avrebbe ricevuto 70 milioni

di sesterzi, a risarcimento delle confische paterne. In compenso,

s’impegnava a non più molestare le coste d’Italia, a non offrire

asilo agli schiavi fuggiaschi, a reprimere la pirateria. Nè basta: i

proscritti superstiti, salvo i condannati per l’uccisione di Cesare, e

tutti i disertori sarebbero stati amnistiati e reintegrati nel possesso

di parte o di tutti i loro beni; tutti gli schiavi, soldati di Sesto,

avrebbero ricevuto la libertà. La pace era dunque ristabilita, e, quel

che appariva più notevole, non l’avevano imposta le spade dei veterani,

ma la forza invisibile dell’opinione pubblica. L’Italia e la libertà

repubblicana non erano dunque morte ancora? Il diritto e la giustizia

non erano imbavagliate e incatenate per sempre dalla forza? Domande a

cui, fra un decennio, risponderà Ottaviano, rimasto unico triumviro.

38. =Il trattato di Taranto (37 a. C.).= — Allorquando, nella seconda

metà del 39, Antonio tornò in Oriente e sbarcò ad Atene, vi fu

accolto da una buona notizia. I Parti che, sotto la guida di Labieno

e del primogenito del Re, Pacoro, avevano l’anno prima invaso la

Siria, erano stati sconfitti due volte da un suo generale, l’una

presso il Monte Tauro, l’altra in una valle della catena dell’Amano,

all’ingresso settentrionale della Siria. Il generale vittorioso era

un uomo rimasto fin ora nell’ombra, quel P. Ventidio Basso che aveva

tentato soccorrere Antonio nella guerra di Modena. Antonio aveva quindi

fatto suo l’antico disegno di Cesare per la conquista della Parzia;

e nei preparativi passò tutto l’inverno del 39-38. Ma a primavera

non potè iniziare la spedizione, sia perchè i preparativi non erano

ancora terminati, sia perchè i Parti lo prevennero, invadendo di nuovo

l’impero; sia perchè Sesto e Ottaviano si erano di nuovo guastati

e avevano ricominciato a guerreggiare. Egli di nuovo mandò contro i

Parti Ventidio, che, nel giorno anniversario della battaglia di Carrae,

inflisse loro una disfatta memorabile, nella quale cadde lo stesso

Pacoro: cercò poi di impedire la guerra tra Sesto e Ottaviano, ma non

ci riuscì; cosicchè nell’estate del 38 Ottaviano perdeva la maggior

parte dell’armata in una battaglia, prima, e in una tempesta, poi.

Frattanto i poteri triumvirali declinavano verso l’estinzione, poichè

scadevano alla fine del 37, e Antonio astutamente pensò far suo pro

di tutte queste contingenze, per costringere Ottaviano a cedergli una

parte dell’esercito, che egli avrebbe adoperato per la conquista della

Parzia, dandogli in cambio una parte della sua flotta, che sarebbe

stata utile al collega per la guerra contro Pompeo: pensò insomma di

abbandonar Pompeo alla vendetta di Ottaviano, purchè questi lo aiutasse

a conquistare l’impero dei Parti; e di prolungare con il pretesto

di queste due guerre il potere triumvirale. Ma Ottaviano, se voleva

vincer Sesto Pompeo, non voleva troppo indebolirsi a vantaggio del suo

collega; resistè, dunque, tirò in lungo, fece costruire da Agrippa

una nuova armata, mercanteggiò. Cosicchè l’accordo, desiderato così

vivamente da Antonio, non potè essere concluso che nella primavera del

37, a Taranto. Il triumvirato si sarebbe rinnovato per legge, per altri

cinque anni, a contare dal 1º gennaio 37; Antonio avrebbe ceduto a

Ottaviano 130 vascelli, e avrebbe ricevuto in cambio 21.000 uomini; gli

accordi di Miseno con Sesto erano rotti, e Ottaviano aveva novamente

mani libere contro quest’ultimo.

39. =Antonio e Cleopatra: le nozze di Antiochia (36 a. C.).= — Dopo

gli accordi di Taranto, Ottaviano tornò a Roma, per far approvare dai

comizi una legge, che prolungava i poteri dei triumviri sino al 1º

gennaio del 32, e per preparare la guerra contro Sesto; Antonio ritornò

in Oriente a preparare la guerra contro i Parti, una delle più grandi

spedizioni, che Roma e l’Oriente avessero viste. Ambedue i triumviri

avevan bisogno di rifare il loro credito e la loro autorità con qualche

impresa fortunata. Il piano di Antonio contro i Parti era quello che

Cesare gli aveva tramandato[33]; ma ad effettuare tanta conquista,

che avrebbe eternato la potenza e la gloria di Antonio, occorrevano

uomini, denari, armi in quantità. Per procurarseli Antonio si risolvè

ad un atto che doveva generare gravissimi effetti: ad accettare le

proposte di Cleopatra, che da tre anni non vedeva più, e a diventare

re d’Egitto, sposandola, per attingere a piene mani nel tesoro dei

Tolomei. Sul principio dell’anno 36, tra grandi feste, ad Antiochia,

furono celebrate le nozze di Antonio e di Cleopatra; Antonio divenne

re d’Egitto, e Cleopatra ebbe, quale correspettivo della sua alleanza

col triumviro, oltrechè taluni dominî dei sovrani orientali vassalli

di Roma, perfino dei territorî romani, che in altri tempi avevano

appartenuto all’impero dei Tolomei: Cipro, parte della Fenicia, i

ricchi palmizi di Gerico, parte della Cilicia e di Creta[34].

40. =La guerra contro i Parti e la guerra contro Sesto Pompeo (36 a.

C.).= — Questo matrimonio dinastico era un atto audace, poichè non

quadrava punto con le tradizioni della politica di Roma. Antonio se ne

rendeva conto, tanto è vero che non assunse il titolo di Re di Egitto,

conservò quello di _imperatore_, non comunicò ufficialmente a Roma il

suo matrimonio, e si guardò bene dal ripudiare la sua moglie legittima,

Ottavia: venne cioè a mettersi in una posizione incerta ed obliqua,

che sarà la principale ragione della sua rovina futura. Per il momento,

invece, egli poteva compiacersi di aver tutto approntato, con l’aiuto

dell’Egitto, per l’impresa contro l’impero dei Parti. Nella primavera

del 36, infatti, mentre Ottaviano si accingeva alla guerra contro Sesto

Pompeo, Antonio marciava verso le frontiere della Media, avviando il

parco di assedio, due legioni e i contingenti dell’Armenia e del Ponto,

agli ordini di Oppio Staziano, per la via più facile, ma più lunga — la

valle dell’Arasse — mentre egli stesso col grosso della fanteria romana

pigliava una via più breve, ma assai più aspra e difficile, giungendo

alla fine di luglio ai confini della Media Atropatene. Senonchè qui

giunto, Antonio, non sappiamo per quale ragione, commise il primo

errore: senza aspettare l’esercito avviato per la valle dell’Arasse

e il parco d’assedio, invase il paese, puntando sulla capitale.

Accadde allora che, mentre Antonio giungeva alla fine di agosto, senza

incontrare resistenza, sotto le mura della capitale, il re dei Parti,

Fraate, attaccava alle sue spalle, a Gazaca, l’altro esercito romano;

annientava le due legioni, il parco d’assedio, e costringeva il re

di Armenia con la sua preziosa cavalleria — quella che doveva essere

l’arma più efficace di Antonio — a ritornare nel suo paese.

Il colpo era forte. Antonio doveva o ritirarsi o continuare senza mezzi

adeguati l’assedio. Egli scelse la seconda alternativa, forse perchè

sperava di riuscire, minacciando la capitale, ad impegnare a battaglia

campale il nemico e distruggerlo. Ma i Parti non erano i Galli di

Vercingetorige, nè Antonio, Cesare. Intanto l’inverno si avvicinava;

il vettovagliamento scarseggiava ogni giorno più; gli assediati

resistevano; i soldati, subornati dal nemico, mormoravano e asserivano

che i Parti erano disposti alla pace. Antonio dovè finalmente

riprendere la via del ritorno. Ammaestrato però dall’esperienza di

Crasso, scelse una via tra le colline molto difficile, ma inaccessibile

alla cavalleria: probabilmente la via che oggi passa per Tabriz e

termina a Iulfa sull’Arasse. Senonchè, non ostante la sua prudenza,

l’esercito giunse in luogo sicuro sfinito dalla fatica, dalla fame,

dalla sete e dagli incessanti attacchi nemici, dopo 24 giorni di

marcia, e dopo aver perduto molti uomini. La grande impresa, eredità di

Cesare, era fallita.

Ad Ottaviano invece era finalmente riuscito, nel 36, di vincere

Sesto Pompeo. Per quanto egli disponesse di forze maggiori in terra

ed in mare, i principî dell’impresa erano stati poco felici: ma dopo

diversi e gravi insuccessi, Ottaviano era riuscito, alla fine del

luglio, a sbarcare nell’isola un esercito. Sesto aveva allora tentato

una disperata sortita, attaccando nelle acque di Nauloco la flotta

avversaria. La battaglia era stata tremenda: ma il figlio di Pompeo

aveva avuto la peggio: centosessanta vascelli distrutti o catturati; ed

egli stesso fuggiasco, dapprima a Messina, e di là, con la figliuola e

i suoi tesori, alla volta dell’Oriente.

41. =La dissoluzione del triumvirato (36 a. C.).= — Il buon successo

dell’impresa di Sicilia, ingrandito dalla poca fortuna di Antonio in

Oriente, giovò molto a Ottaviano nell’opinione dei più. Lepido gli

giovò anche di più, tentando di suscitare una nuova guerra civile per

rimettersi nel triumvirato alla pari con i due colleghi. I soldati di

Lepido passarono ad Ottaviano; Lepido dovè ridursi a vita privata; e

il giovane triumviro, a ventisette anni, si trovò d’un balzo a capo

di 43 legioni, di 600 navi, di un impero, che abbracciava gran parte

dell’Africa settentrionale, la Spagna, l’Illiria, la Gallia e l’Italia,

e fornito di un’autorità quasi assoluta in una repubblica, che pareva

incurabilmente disfatta.

Senonchè le apparenze mentivano. Proprio questo è il tempo, in cui il

crudele tiranno dei primi anni comincia a mutarsi nel gran savio, che

sarà l’imperatore Augusto. Non appena tornato a Roma, il 13 novembre,

egli proclamò un’amnistia fiscale, condonando ai contribuenti gli

arretrati delle imposte decretate dai triumviri; abolì alcune imposte;

nominò augure supplementare un antico proscritto, restituì a diversi

magistrati taluni poteri usurpati dai triumviri, cercò di evitare

nuove confische nelle distribuzioni di terre ai veterani, restituì

ai loro padroni tutti gli schiavi che aveva trovati nelle legioni di

Pompeo, e tutti i navigli mercantili. Diede inoltre mano a estirpare il

brigantaggio dalla penisola, e ordinò grandi lavori pubblici in Roma.

Finalmente, in un pubblico e solenne discorso, si dichiarò pronto a

deporre il potere triumvirale e a ristabilire la repubblica, giacchè le

guerre civili erano terminate, e il triumvirato non aveva più ragione.

Come si spiega questo mutamento, che corrisponde così poco alla

inclinazione della natura umana, sempre pronta ad abusare della

fortuna? Il temperamento dell’uomo e le vicende dei tempi lo spiegano.

Non ostante il sangue sparso e le violenze fatte agli uomini, alle

tradizioni e alle istituzioni, il triumvirato non aveva compiuto

nessuna grande impresa. Aveva soltanto regalato un po’ di terra e

di denaro a parecchie migliaia di soldati; e non si reggeva che per

la forza dell’esercito e del terrore: ben fragile sostegno, come la

pace di Miseno aveva dimostrato. Inoltre l’entusiasmo cesariano delle

legioni si raffreddava, anzi si mutava in un sordo malcontento, per

gli stipendi irregolarmente pagati, per le fatiche delle continue

campagne, per le promesse ancora non mantenute dopo tanti anni.

I poteri dei triumviri potevano crescere negli editti; ma la loro

potenza decresceva. Occorreva mettersi sulla via delle concessioni,

placare l’opinione pubblica malcontenta, le classi agiate, lo spirito

tradizionalista, che di nuovo ripigliavano forza. Ottaviano che, non

ostante gli eccessi dei primi anni, era un uomo avveduto, ponderato,

prudente, lo capì; e fu questa la principale ragione della meravigliosa

grandezza a cui doveva salire.

42. =Le donazioni di Alessandria e la politica orientale di Antonio (34

a. C.).= — Mentre Ottaviano, in Italia, tentava di riconciliarsi con

la tradizione latina e repubblicana, Antonio, in Oriente, s’ingolfava

nella politica dinastica ed egiziana. Egli desiderava rifarsi della

fallita spedizione partica, che gli aveva molto nociuto, in Oriente

e in Italia: e difatti passò tutto il 35 a fare piani di rivincita,

mentre Ottaviano faceva una spedizione in Dalmazia e nell’Illirico.

Ma se quell’anno Antonio dovette soprattutto pensare a reprimere una

rivolta, che Sesto Pompeo, rifugiatosi in Asia, gli suscitò contro,

e quindi nessuno dei suoi progetti fu eseguito, crebbe invece — e

il fatto non era di poco rilievo — la potenza di Cleopatra su lui.

La regina era astuta e Antonio forse più violento che forte. D’altra

parte, più egli si ostinava a voler dominare con la gloria e con le

armi l’Oriente, e più aveva bisogno dell’Egitto e dei suoi tesori. Si

aggiunga che l’Italia pareva allora rovinata per sempre. Non è dunque

meraviglia che Cleopatra incitasse Antonio ad abbandonare la veste di

proconsole e di magistrato romano, per parlare ed agire come marito

di Cleopatra e re d’Egitto; a divorziare da Ottavia e a fondare in

Alessandria una nuova dinastia che continuasse quella dei Lagidi; a

ricostituire intorno all’Egitto un vasto impero, con province romane

e territorî di sovrani vassalli e indipendenti. Ma Antonio resisteva,

scorgendo il pericolo; cosicchè tutto il 35 passò senza che egli

compiesse nessun atto d’importanza. Nel 34 si volse alla conquista

dell’Armenia, primo passo alla seconda campagna contro i Parti e

vendetta del tradimento commesso da quel re nel 36. Invase infatti

e conquistò il reame con i suoi tesori; ma, compiuta questa impresa,

acconsentì a dare una prima e grande soddisfazione alle aspirazioni

di Cleopatra. Non solo celebrò il trionfo in Alessandria; ma subito

dopo, nell’autunno del 34, in una festa solenne celebrata nel Ginnasio,

proclamò Cleopatra, regina dei re, Cesarione, figlio legittimo di

Cleopatra e di Giulio Cesare e partecipe del regno d’Egitto ingrandito

agli antichi confini con l’aggiunta di Cipro e della Celesiria,

proclamò Tolomeo, nato da lui stesso e dalla regina, di appena due

anni, re della Fenicia, della Siria, della Cilicia; donò al fratello

di lui, già di sei anni, Alessandro, l’Armenia e la Parzia ancora da

conquistare, e, alla sua gemella, la piccola Cleopatra, la Libia e la

Cirenaica, fino alla grande Sirti.

Il triumviro romano ricostituiva l’impero dei Tolomei, e a spese

della repubblica; tentava di creare di nuovo in Oriente uno di quei

grandi potentati monarchici, contro i quali Roma aveva combattuto

tanti secoli e in tante guerre. Che egli tentasse di ricostituirlo per

fondare, come i generali di Alessandro, una dinastia in Oriente e non

per i begli occhi di Cleopatra soltanto, è cosa che s’intende da sè.

Senonchè Antonio non ruppe ancora definitivamente e apertamente con

Roma e con il governo romano. Non solo egli, il consorte di Cleopatra,

non si attribuì alcun potere sui territori donati, ma subito dopo

inviò un rapporto al senato, chiedendo senza meno l’approvazione dei

propri atti. Nè è difficile indovinare il perchè: per fondare la nuova

dinastia, egli aveva bisogno di un forte esercito; e questo esercito

egli non poteva reclutarlo che in Italia, e facendolo comandare da

ufficiali italiani. Per il momento, dunque, se in Oriente egli poteva

essere considerato come il sovrano dell’Egitto, in Italia doveva

restare ancora il triumviro romano. Ma egli si andava con questa

complicata politica avvolgendo in troppe contradizioni, tutte piene

di pericoli. Intanto scontentava l’Italia e inquietava Ottaviano.

Non solo Antonio aveva per Cleopatra abbandonato Ottavia, ma aveva

dichiarato Cesarione figlio legittimo di Cesare; il che poteva anche

voler dire che Ottaviano usurpava il nome e i beni del dittatore.

Inoltre Antonio aveva elevato a 30 il numero delle sue legioni, e

aveva ordinato nuove leve in Italia. Cosicchè egli, tra non guari, si

sarebbe trovato a capo di un grande esercito, della propria flotta e

di quella egiziana, padrone dei tesori dell’Armenia e dell’Egitto,

e, se fosse riuscito nella conquista partica, signore di un impero

parecchie volte più possente delle povere provincie occidentali. Non

aveva Ottaviano che un modo per stornare il pericolo e impedire la

conquista della Parzia: intralciare sin dagli inizi la pericolosa

politica orientale di Antonio, facendo nascere un conflitto tra

Antonio e il senato, a proposito delle donazioni di Alessandria, che

l’opinione pubblica aveva vivamente biasimate. Infatti, nella seduta

del 1º gennaio 33, Ottaviano stesso, quale _princeps senatus_, riferì

sulle donazioni di Alessandria, dandone un giudizio avverso. Nel tempo

stesso gli amici e gli agenti suoi cominciarono in Roma e in Italia

una vigorosa campagna contro Antonio, esagerandone le colpe, colorendo

le sue orgie, raffigurando il triumviro romano come l’umile schiavo

di Cleopatra, svelando dei presunti disegni che egli avrebbe orditi

a danno di Roma e dell’Italia. Questo atteggiamento di Ottaviano e

queste accuse inquietarono Antonio a tal segno che, a mezzo il 33,

sospese la nuova spedizione contro la Parzia, per la quale aveva fatto

grandi preparativi, e volle risolutamente assestare le cose d’Italia,

abbattendo Ottaviano. Il suo piano era abile. Il triumvirato, ormai

ridotto a due, scadeva alla fine del 33. Egli proporrebbe al senato di

rinunciare alla carica e di restaurare la repubblica, purchè Ottaviano

facesse altrettanto: siccome sapeva che Ottaviano, non fidandosi di

lui, non accetterebbe la proposta, egli sperava di apparire all’Italia

come il difensore della libertà e della repubblica, calunniato da

Ottaviano e dai suoi, e di prepararsi il più bel pretesto per fargli

guerra. Antonio e Ottaviano insomma si disputavano il merito di voler

restaurare la repubblica!

Il 31 dicembre del 33 i poteri triumvirali dell’uno e dell’altro

terminarono. Antonio, che era fuori di Roma, conservava, secondo la

costituzione, il comando dell’esercito come promagistrato, sinchè

non fosse stato nominato il successore. Ottaviano, per conservare

anche egli legalmente il comando degli eserciti suoi, dovette uscire

di Roma. Ma appena egli fu uscito di Roma, il 1º gennaio del 32, il

console C. Sossio, che era un amico di Antonio, come il suo collega

Domizio Enobarbo, approfittò della sua assenza per attuare il piano di

Antonio. Riferì al senato la proposta di quest’ultimo, e concluse con

un’altra proposta, che gli storici antichi ci dicono mirasse diritto

a Ottaviano: forse che questi abbandonasse subito il comando degli

eserciti, invece di comandarli ancora come promagistrato. Un tribuno,

amico di Ottaviano, interpose il veto; per parecchi giorni furono

dispute, oscillazioni, incertezze; sinchè Ottaviano, vedendo che la

sua inerzia incoraggiava i nemici, ritornò a Roma, alla testa di una

schiera di soldati e di amici armati, entrò in senato, pronunziò un

discorso violento contro Antonio e contro gli intrighi dei consoli, e

concluse promettendo di provare in una prossima seduta, con documenti

alla mano, le sue accuse contro Antonio.

Questa improvvisa uscita commosse vivamente Roma. Si ricominciava con

le violenze e con i colpi di Stato, forieri di guerra civile? I consoli

e numerosi senatori pensarono fosse miglior partito fuggire presso

Antonio, che era ancora, non ostante le donazioni di Alessandria, il

più potente e il più ammirato degli antichi triumviri, quello in cui

l’Italia e il senato riponevano maggior fiducia. Antonio intanto era

giunto ad Efeso; e vi raccoglieva da ogni parte dell’Oriente navigli

carichi di grano, di stoffe, di ferro, di legname; i contingenti dei

re, dei dinasti, dei tetrarchi d’Asia, che si mescolavano con i soldati

delle 19 legioni, condotte da lui stesso; la flotta egiziana, che

Cleopatra aveva condotta insieme col tesoro e con una lunga schiera

di domestici. Per quale ragione Cleopatra fosse venuta, è facile

immaginare: essa non voleva che Antonio si impegnasse in questa nuova

guerra civile, al punto di essere costretto poi a ritornare, quando

l’avesse vinta, in Italia come capo della repubblica. Essa voleva che

egli tornasse in Egitto, per essere ad Alessandria il sovrano e il

sostegno della nuova dinastia. Ma i senatori, che giungevano d’Italia,

volevano invece che Antonio ritornasse in Italia ad assestarne le

turbate faccende, o dopo aver vinto Ottaviano o dopo essersi inteso con

lui. Incominciaron quindi subito aspri dissidi tra Cleopatra e i più

eminenti amici di Antonio. Antonio titubava. Da un verso dava retta a

Cleopatra, perchè aveva bisogno dell’Egitto; dall’altro doveva tener

conto dell’Italia e dei desideri dei senatori accorsi a lui, perchè

dell’Italia aveva bisogno come dell’Egitto. Se l’Egitto gli forniva

denari e beni di ogni sorta, l’Italia gli dava la parte migliore

dell’esercito.

Ottavia fu il primo oggetto di questa grande lotta tra i senatori

romani e Cleopatra. Cleopatra voleva a tutti i costi che Antonio

ripudiasse Ottavia; i senatori romani si opponevano. Cleopatra vinse

alla fine, nel mese di maggio del 32. Da Atene, dove era giunto

con una parte dell’esercito, Antonio spedì a Ottavia la lettera

di ripudio. L’atto spiacque; e quindi giovò ad Ottaviano, che ne

approfittò per screditare quanto più potè l’avversario. Lo dipinse

all’Italia come impazzito per l’effetto dei filtri propinatigli da

Cleopatra; non rifuggì neppure dal costringere la Vestale Massima a

consegnargli il testamento di Antonio, nel quale faceva ai figliuoli

natigli da Cleopatra nuove donazioni e chiedeva che il suo corpo fosse

consegnato alla regina d’Egitto e seppellito ad Alessandria; divulgò

questo documento nel pubblico; infine approfittò del malcontento,

suscitato da tutti questi atti di Antonio, per provocare quella che

si chiamò la _conjuratio_ dell’Italia. In che cosa propriamente abbia

consistito questa _conjuratio_ noi non sappiamo: pare che, sotto

pretesto che il senato era ormai ridotto a pochi membri, gli agenti di

Ottaviano persuadessero i magistrati delle principali città d’Italia a

sostituirsi al senato e ad incaricare Ottaviano di mettersi alla testa

dell’esercito e di far la guerra a Cleopatra, giurandogli fedeltà[35].

43. =Azio (31 a. C.).= — La giustificazione legale del suo comando era

alquanto sforzata. Ma intanto incominciava una nuova guerra civile!

Antonio e Ottaviano stavano per affrontarsi, ciascuno dicendo di voler

difendere e restaurare la repubblica. Tuttavia Antonio era tanto più

forte, per denari, armi e prestigio, che sicuramente lo avrebbe vinto,

se Cleopatra non avesse intralciato i suoi piani. Cleopatra non voleva

che Antonio combattesse ad oltranza contro Ottaviano; perchè l’impero

egiziano che essa voleva fondare con Antonio, sarebbe caduto, non solo

se Antonio fosse stato vinto, ma anche se fosse stato vincitore. In

questo caso Antonio sarebbe stato costretto a ritornare in Italia, per

riprendere il governo della repubblica. Essa quindi voleva che Antonio,

invece di debellare Ottaviano per riconquistar l’Italia, ritornasse in

Egitto, abbandonando l’Italia ad Ottaviano ed aspettando che Ottaviano

venisse ad attaccarlo in Oriente, se se ne sentiva l’animo. E i suoi

consigli non furono inutili. Antonio non si preparò affatto ad attaccar

l’Italia con il grosso delle sue forze; ma, lasciate nientemeno che

undici legioni a presidio dell’Egitto, distese, nell’autunno del

32, attraverso il Mediterraneo, una vera catena di presidi navali e

terrestri, dalla Cirenaica all’Epiro: presidiò Cirene, Creta, il capo

Tenaro e Metone; disseminò l’esercito in tutta la Grecia, fortificò

Leucade, appostò il grosso della flotta nel golfo di Ambracia e gli

avamposti a Corfù. Spiegate così le sue forze, attese nell’inverno

a intrigare in Italia con le promesse e con l’oro per far ribellare

gli eserciti di Ottaviano. È chiaro ch’egli mirava — e i consigli

di Cleopatra non dovevano essere estranei a questo piano, altrimenti

inesplicabile — a far cadere la potenza del rivale senza impegnar tutte

le sue forze, che pure erano preponderanti, in una vera guerra.

Ma questo piano era così artificioso, che suggerì a Ottaviano, il quale

pure non era un uomo arditissimo, l’idea di sorprendere nella primavera

la flotta di Antonio nel golfo d’Ambracia e distruggerla. Grazie ad

un abile stratagemma di Agrippa, Ottaviano riuscì nella primavera del

31 a sbarcare un esercito in Epiro, ma non a sorprender la flotta

nel golfo d’Ambracia, poichè Antonio fece a tempo a raccogliere il

suo esercito dalla Grecia e a metterlo a difesa della flotta in un

vasto accampamento sul promontorio di Azio. A sua volta Ottaviano fu

costretto ad accamparsi e ad ancorare la flotta a poca distanza: e da

quel momento incominciò una lunga e bizzarrissima guerra. Ottaviano non

attaccava Antonio, perchè non osava; Antonio non attaccava Ottaviano,

perchè Cleopatra non voleva: tentativi di pace furono fatti, ma non

riuscirono. Si sarebbe detto che i due avversari non volevan fare nè

pace nè guerra. Senonchè gli eserciti non potevano stare immobili a

guardarsi per l’eternità; i senatori romani, che avevano raggiunto

Antonio, insistevano, perchè o si facesse la pace o si combattesse;

Cleopatra voleva ritornare in Egitto con l’esercito intatto. Le

discordie infuriavano più violente che mai intorno ad Antonio. Alla

fine, negli ultimi giorni d’agosto, Antonio sembrò risolversi ad una

grande battaglia navale. Era forse dubbio che la guerra potesse essere

decisa sul mare: ma certo era invece che Antonio per la battaglia

aveva preso posizioni bizzarre ed equivoche. Aveva ordinato che 22.000

soldati s’imbarcassero su 70 navi da carico; che il tesoro di Cleopatra

fosse portato a bordo di 60 navi egiziane; che si caricassero le grandi

vele, pesanti e ingombranti, destinate solo a lunghi viaggi, e che i

vascelli, che non potevano uscire allo scontro, fossero bruciati, non

risparmiando nemmeno una parte della flotta dell’Egitto. Si voleva

impegnare una battaglia o fuggire? Il dubbio parve a molti così

tremendo, che parecchi senatori autorevoli, come Domizio Enobarbo,

passarono ad Ottaviano nei giorni precedenti la battaglia.

Finalmente spuntò l’alba del 2 settembre. Il segnale fu dato, e la

battaglia infuriò accanita per la prima parte della giornata. Già le

turrite e pesanti navi di Antonio sembravano prevalere sui più rapidi,

ma più deboli e più leggieri, incrociatori di Ottaviano. Quando, a

un tratto, il mistero di tanti mesi fu svelato: s’era appena levata

la brezza del nord, che in quella stagione soffia tutti i giorni

sull’Egeo, allorchè le due armate stupite videro i 60 vascelli egiziani

di Cleopatra tendere le vele, passare audacemente tra le due flotte

combattenti e filare sicuri verso il Peloponneso. Contemporaneamente

Antonio balzava sopra una quinquereme e seguiva la regina. Era chiaro

ormai che la battaglia era stata una finta; Cleopatra aveva vinto;

Antonio rinunziava a combattere per restaurare la repubblica in Italia,

e si ritirava nel suo impero egiziano con una parte dell’esercito,

la regina e il tesoro. Un ufficiale fidato, P. Canidio, era stato

incaricato di ricondurre il resto dell’esercito e della flotta in

Egitto[36].

Il piano era ingegnoso; ma una difficoltà impensata lo fece fallire in

pochi giorni. L’esercito di Antonio fu talmente offeso da questa fuga,

che Canidio non osò palesare le istruzioni ricevute per ricondurre

l’esercito in Egitto. Se Cleopatra e i suoi ministri avevano trionfato

sotto la tenda del generale, l’esercito era tutto per Roma e per il

partito romano. Canidio aspettò parecchi giorni, senza risolversi

ad agire; l’esercito rimase in balìa di se stesso; lo scoramento

s’impadronì dei soldati; cominciarono le diserzioni: prima i romani

più autorevoli del seguito di Antonio, poi i principi orientali,

i contingenti alleati, poi, dopo sette lunghi giorni di attesa, le

legioni e l’armata passarono ad Ottaviano. Il 9 settembre Antonio non

aveva più soldati nè navi in Occidente!

Ne aveva però ancora in Oriente. Sebbene 19 legioni e la maggior

parte dell’armata fossero state perdute dal triumviro e dalla regina;

sebbene molte città greche e molti stati orientali si dichiarassero

pel felice vincitore, Ottaviano non osò inseguire il nemico nel suo

lontano rifugio africano. Anzi, come la guerra fosse finita, congedò

buona parte delle sue milizie e incaricò Agrippa di portare le altre

in Italia. Non Ottaviano, ma l’Italia volle che quella costosa guerra

civile non rimanesse troncata a mezzo, per riaccendersi tra poco,

quando Antonio si fosse riavuto; non Ottaviano, ma l’Italia volle

subito riconquistare le province orientali, che erano le più ricche

dell’Impero; e approfittare dell’occasione per conquistare l’Egitto,

da tanto tempo cupidamente adocchiato. L’Italia reclamò unanime

da Ottaviano, come punizione e vendetta, la conquista del regno

dei Tolomei, e con tanta forza, che Ottaviano si lasciò alla fine

trascinare nella via additatagli dal sentimento universale. Un grosso

disordine, occorso nell’inverno del 31-30, dovette spronarlo ancora

più: i soldati, congedati senza ricompensa, tumultuavano in Italia

minacciando di saccheggiarla, se anch’essi non fossero stati trattati

come i loro compagni. Soltanto la conquista di un paese ricco come

l’Egitto poteva fornire i mezzi per rimediare a tanti guai!

Antonio aveva preparato una qualche difesa dell’Egitto. Con 11 legioni

ancora fedeli, con una flotta, un tesoro, del tempo, egli avrebbe

potuto far pagare cara ai suoi nemici la loro audacia. Ma il colpo di

Azio l’aveva esautorato e disanimato, facendo palese anche ai suoi

più fedeli la doppia ed equivoca politica che l’aveva condotto ad

Alessandria. Ottaviano potè avanzare senza difficoltà sull’Egitto dalla

Siria e dall’Africa, e marciare diritto, quasi senza colpo ferire, su

Alessandria. Il 1º agosto del 30 le milizie e la flotta, apparecchiate

alla difesa, passavano ad Ottaviano.

Il dramma era finito. Antonio si uccise; e quel giorno medesimo

Ottaviano entrava in Alessandria, ove ordinava, fra gli altri,

l’eccidio di Cesarione — il figlio naturale di Giulio Cesare — e quello

di Canidio, che solo conosceva il segreto di Azio. Cleopatra si era

rinchiusa nella sua tomba regale, deliberata a continuare a vivere da

regina o a morire. Ma quando anche questa speranza le venne meno, la

donna, al cui terrore la leggenda avrebbe attribuito la responsabilità

della disfatta di Azio, si diede stoicamente la morte e fu ritrovata

sul suo letto, adorna del suo più sontuoso costume regale, fra

un’ancella già morta e un’altra che agonizzava.

L’Egitto non fu ridotto in provincia romana. Entrato in Alessandria,

il vincitore dovè riconoscere che la politica orientale di Antonio non

era soltanto il capriccio d’un ambizioso, ma, in parte almeno, una

necessità politica. L’orgoglio nazionale e le tradizioni dinastiche

della terra dei Faraoni e dei Tolomei non avrebbero tollerato che quel

paese subisse la sorte della Gallia o del regno di Pergamo. Ottaviano

credette opportuno di fingere di essere egli stesso, come aveva fatto

Antonio, il nuovo re d’Egitto, il continuatore dell’estinta dinastia

dei Tolomei; e a governare il paese destinò non già un proconsole, ma

un _praefectus_, un suo personale rappresentante. Primo a quell’ufficio

fu il poeta latino, Caio Cornelio Gallo, grande amico di Virgilio,

che a lui aveva dedicato una delle sue egloghe più belle. Ma tutti

gli Egiziani dovettero pagare un’imposta eguale al sesto dei loro

beni; altre somme furono estorte ai più ricchi; l’immenso tesoro dei

Tolomei, collezione meravigliosa di oggetti d’oro e d’argento finemente

lavorati, fu tutto brutalmente fuso per trasformarlo in moneta sonante.

Con questo tesoro furono finalmente pagati gli ufficiali e i soldati

insoddisfatti, che avevano combattuto nelle campagne precedenti; con

questo tesoro Ottaviano rifece di nuovo la sua perduta fortuna, e i

suoi amici gli immensi patrimoni, che scandalizzeranno Roma per due o

tre generazioni.

Tutto il resto dell’anno 30 e i primi del successivo, Ottaviano passò

in Oriente. Nella primavera del 29 — finalmente! — egli tornò in Italia

e il 13, 14 e il 15 agosto furono celebrate in Roma le feste solenni

del suo ingresso trionfale.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 24 / 45 题