LA TERZA GUERRA CIVILE

(44-42 a. C.).

29. =L’amnistia del 17 marzo e la convalidazione degli atti di Cesare.=

— Cesare era stato ucciso nella mattina del 15 marzo. La sua morte

fece in Roma come un gran vuoto. Il senato fuggì spaventato. L’altro

console, Marco Antonio, si chiuse in casa, temendo che i congiurati

tenessero in serbo un secondo pugnale per lui. I congiurati salirono

sul Campidoglio e si fortificarono. Roma rimase tutto il giorno in

balìa di se stessa.

Solo verso sera Antonio, che era stato raggiunto da Lepido, il

_magister equitum_ di Cesare, osò recarsi alla _domus publica_, a

prendere le carte e i denari del dittatore; e i congiurati tentarono

dal Campidoglio di entrare in discorso con i membri più eminenti del

senato. Il giorno seguente, il 16, l’attività dei partiti crebbe, i

soldati e i veterani di Cesare incominciarono, sobillati da Antonio,

a radunarsi e ad agitarsi; i principali personaggi del partito

del dittatore raggiunsero Antonio e quelli del partito senatorio —

Cicerone, tra gli altri — i congiurati; nei due campi si deliberò

a lungo e si iniziarono trattative da partito a partito, ma senza

risultato. Intanto molti soldati e veterani, appresa la notizia

dell’uccisione, accorrevano a Roma dai dintorni. Alla sera, non

riuscendo i cesariani e i congiurati a mettersi d’accordo, si convenne

di rimetter la questione al senato, che Antonio convocò, per il

mattino del 17, nel tempio della _Dea Tellus_. E la mattina del 17,

infatti, i senatori si recarono alla curia tra due ali di soldati,

che M. Antonio aveva fatti disporre, diceva, per mantener l’ordine;

e dietro i quali si pigiava la folla dei veterani di Cesare, i resti,

resuscitati per l’occasione, degli antichi _collegia_ di Clodio, e il

popolo minuto, che i soldati e gli amici di Cesare avevano nel giorno

precedente cercato di aizzare contro i congiurati. Ma la seduta fu

lunga e laboriosa. Il senato doveva decidere se i congiurati erano

degli assassini, e se, quindi, dovevano sottoporsi ad un regolare

processo, come volevano i più accesi partigiani di Cesare, o se Cesare

avesse a considerarsi tiranno, e quindi liberatori della patria

meritevoli di premio gli uccisori, come pretendevano i loro amici

più ardenti. Sebbene i congiurati, un po’ perchè avevano paura dei

veterani, un po’ perchè non si fidavano di Antonio, si fossero astenuti

dal partecipare alla seduta, subito apparve che la maggioranza del

senato era apertamente favorevole agli uccisori, e perciò aliena dal

primo di questi due giudizi. Troppo Cesare aveva offeso, danneggiato,

spaventato le classi alte e l’aristocrazia! Ma a render cauta la

maggioranza dall’incoronare i congiurati, giungevano di fuori il rumore

tempestoso e le grida della folla, che, man mano che il tempo passava,

imprecava a voce più alta e più arditamente contro gli uccisori di

Cesare. Si aggiunse, in mezzo alle discussioni, un abile discorso di

Antonio, il quale doveva mostrarsi così diverso in quei primi giorni,

dalla caricatura che di lui, nelle _Filippiche_, disegnerà tra breve

Cicerone. Antonio osservò che la proposta e minacciata _damnatio

memoriae_ di Cesare sarebbe seguita dalla rescissione degli atti di

lui, e quindi dall’annullamento di tutte le cariche e di tutti gli

uffici, di cui egli aveva nominato i titolari per l’anno in corso o

per gli anni seguenti; di tutte le donazioni, che egli aveva fatte;

dei benefizi che, direttamente o indirettamente, aveva largiti. Il

senato sarebbe decimato; i magistrati in carica e quelli designati

perderebbero il loro grado; le terre, da lui donate o vendute,

dovrebbero essere restituite ai loro antichi possessori; le riforme

attuate nelle province, in Italia o nelle colonie, sarebbero state

annullate, come le promesse: le promesse fatte ai veterani ad esempio.

Voleva il senato essere l’autore di un rivolgimento così universale,

sotto il quale resterebbero sepolti, insieme con gli amici di Cesare,

anche tanti suoi nemici e congiurati, che al dittatore dovevano la

loro fortuna? Intorno a queste angustiose incertezze la discussione

durò a lungo; finchè Cicerone trovò il modo di mettere tutti d’accordo,

proponendo di ricorrere a un istituto giuridico, che la città di Atene

aveva adottato in mezzo alle sue guerre civili: l’_amnistia_, ossia

l’oblio e il perdono reciproco di quanto fosse stato commesso contro

alla legge; nel tempo stesso, di considerare come validi gli atti di

Cesare, e non quelli soltanto già divenuti pubblici ed esecutorî, ma

anche gli altri, che si sarebbero trovati nelle sue carte, redatti in

forma ufficiale, in forza dei poteri conferiti a Cesare dal senato e

dai comizi. Questa proposta salvava ad un tempo i congiurati e gli

interessi di tutti gli amici e nemici di Cesare; interdiceva ogni

accusa contro gli uccisori e quindi trattava Cesare come un tiranno,

la cui morte era un bene; ma trattava la opera sua come quella di un

magistrato legittimo, volendola salva. La proposta fu approvata; e

la sera i congiurati, protetti dall’immunità, potevano scendere dal

Campidoglio, ove da tre giorni stavano rifugiati e barricati[21].

30. =I funerali di Cesare.= — La seduta senatoria del 17 marzo, se

il gruppo dei cesariani intransigenti non poteva vantarla come una

sua vittoria, aveva tuttavia provato che gli interessi costituiti

dalla guerra civile e dalla dittatura erano più forti dei congiurati.

I cesariani presero dunque coraggio, e nella successiva seduta del

senato, tenuta probabilmente il 19[22], chiesero per bocca di Pisone,

il suocero di Cesare, che gli si decretassero pubbliche esequie,

come a tutti i grandi cittadini. Di nuovo il senato si trovò in grave

impiccio. Decretare a Cesare pubbliche esequie voleva dire riconoscere

che la sua morte era un lutto comune; ora, come si poteva approvare

l’uccisione di un cittadino, la cui morte era riconosciuta come una

pubblica sventura? D’altra parte, come negare quell’onore ad un uomo,

che aveva tenuto tanti e così grandi uffici, che non era stato fatto

segno ad alcuna, sia pure postuma, accusa, i cui atti erano stati

approvati e confermati, lui morto, da tutto il senato? Prevalse alla

fine l’opinione più temperata; e fu deliberato, non ostante la viva

opposizione di Cassio e di molti senatori, che Cesare avesse pubblici

funerali, in un giorno che dovette cadere tra il 20 e il 23 marzo.

Giorno sospirato dagli uni e temuto dagli altri. Prima era stato aperto

il testamento, con il quale Cesare adottava come figlio e lasciava

erede della massima parte della propria fortuna il nipote Caio Ottavio;

designava — eventualmente — quali secondi eredi, taluni dei suoi stessi

uccisori; nominava alcuni dei congiurati tutori di suo figlio, se mai

uno ne avesse avuto; faceva obbligo al proprio erede universale di

distribuire a ciascun cittadino povero di Roma 120 o (secondo un’altra

versione) 300 sesterzi a testa, destinava ad uso pubblico i giardini

situati al di là del Tevere, insieme con le collezioni artistiche, in

quelli raccolte. Certamente Cesare aveva fatto in vita sua cose più

insigni di questo testamento: ma nessun atto suo commosse forse il

popolino di Roma, come la liberalità e le prove di affetto per tanti

suoi uccisori, di cui il suo testamento era pieno. Soldati, veterani

e plebe di Roma rammaricarono più vivamente la morte del dittatore;

imprecarono con maggior furore ai suoi uccisori; onde il giorno dei

funerali, il Foro, i templi, i monumenti adiacenti furono invasi da una

folla agitata, turbolenta, pronta alla violenza, alla vendetta, alla

distruzione. A un certo momento apparve, al di sopra della marea delle

teste ondeggianti, portato a spalla, da magistrati ed ex-magistrati,

il letto di avorio, ricoperto di porpora orlata di oro, su cui giaceva

il corpo esangue di Cesare: lo precedeva, come un trofeo, la toga

insanguinata; lo seguiva un lungo corteo di veterani, di liberti, di

operai, mentre fra le nenie funebri si udiva echeggiare ripetutamente

un verso di un tragico antico: _Quelli che io aveva salvati mi hanno

dato la morte_. Ma nel Foro romano doveva, come in tutti i funerali

dei nobili romani, tenersi il discorso funebre. Chi avrebbe parlato,

magnificando l’estinto innanzi a quella folla esaltata e mareggiante?

L’erede universale era assente; gli altri parenti erano personaggi

di poco conto; taluni dei secondi eredi avevano preso parte alla

congiura. Non restava che il collega Marco Antonio, il quale era anche

uno dei secondi eredi. Ma l’impegno era spinoso: come fare l’apologia

di Cesare tra i suoi veterani e i suoi uccisori? Antonio si cavò

d’impaccio abilmente, facendo parlare i pubblici documenti. Invitò un

araldo a leggere il decreto, con cui, ai primi dell’anno, il senato

aveva decretato a Cesare tutti gli onori umani e divini; fece leggere

la formula del solenne giuramento, con cui quei personaggi, che poco

dopo dovevano trucidarlo, si erano impegnati con lui: poi aggiunse

poche parole e scese dai rostri. Il corteo si preparava a riprendere

la sua via ed avviarsi al Campo di Marte, quando prima alcune voci

isolate, poi altre più numerose e più insistenti gridarono che il corpo

dovesse cremarsi in quel luogo, nel Tempio di Giove Capitolino o nella

stessa Curia di Pompeo, in cui la morte l’aveva sorpreso. In un baleno

i portatori del feretro furono sopraffatti; si portarono sul luogo

banchi, sgabelli, tavole, fascine, imposte scardinate dagli edifizi e

dalle case vicine, e fu loro appiccato il fuoco, e sul fuoco fu posto

il cadavere del grande Cesare, su cui, in un accesso di frenesia, le

donne cominciarono a gettare i loro monili; i veterani, le armi; i

trombettieri, gli strumenti; taluno, anche le proprie vesti.

Ma quella cremazione non poteva essere che il prologo di un incendio

più vasto. Dal rogo di Cesare, la folla infuriata passò ad appiccare

il fuoco alla casa di Bruto e di Cassio; ogni quartiere ebbe i suoi

disordini e la sua dimostrazione contro i tirannicidi e i loro fautori,

di cui taluno fu trucidato. La notte non bastò a placare il furore e

la collera popolare; chè il giorno dopo l’agitazione ricominciò. Alle

dimostrazioni del popolo minuto si unirono quelle dei numerosissimi

stranieri, che soggiornavano in Roma. Un moto improvviso e incoercibile

di plebe annullava l’amnistia del 17 marzo. Se i congiurati erano

stati amnistiati dal senato, i veterani, i soldati, il popolino non

perdonavano, chiedevano a gran voce vendetta; e, quando potevano, la

facevano. L’agitazione non si spense col passare dei giorni; proseguì

anzi implacabile, tacendo a tratti per ridestarsi più minacciosa; e

impedendo ai congiurati più in vista di uscir di casa e di comparire

in pubblico, e quindi di esercitare le magistrature, quelli che ne

avevano.

31. =Il figlio di Cesare e Marco Antonio.= — Questi tumulti popolari

fecero quel che gli amici di Cesare non avevano osato: cacciarono

dal senato e dalle magistrature prima, da Roma poi, gli uccisori

del dittatore. In pochi giorni la vita pubblica venne ad essere come

paralizzata; il senato non potè quasi più radunarsi; e verso la fine

del mese i congiurati, stanchi di vivere chiusi nelle loro case e

sotto tante minacce, incominciarono a partire da Roma. Alla partenza

dei congiurati seguì quella dei loro fautori, e dei loro amici. Anche

Cicerone, il più autorevole fra i membri del senato, partiva il 6 o il

7 aprile per Pozzuoli. Il partito senatorio dileguava, la repubblica

si disfaceva, e Antonio, per la forza di questa agitazione popolare e

per la paura dei congiurati, si risvegliava una bella mattina padrone

dello Stato. L’occasione era troppo bella, perchè egli non tentasse di

consolidare l’autorità predominante che la fortuna e gli avvenimenti

gli avevano conferita. Egli pensò di riuscirci (poichè il partito

dei congiurati si disperdeva), ingraziandosi i soldati, i veterani

di Cesare, la plebe favorevole alla memoria del dittatore. E infatti

incominciò a sfruttare abilmente le carte di Cesare rimaste in suo

potere; fece un viaggio in Campania, per distribuire ai veterani le

terre promesse e raccomandar loro di tenersi vigili in armi; tornò

circa un mese dopo, accompagnato da altre schiere di vecchi soldati

di Cesare, cui aveva promesso nuove terre in Italia. Poco più di un

mese dopo la morte di Cesare, Antonio già si preparava a prenderne

il posto nella repubblica abbandonata da tutti. Nè alcuno pareva

potersi opporre: chè i congiurati erano dispersi per l’Italia;

il senato, paralizzato; quasi tutte le magistrature disertate dai

titolari in fuga; la repubblica vuota. Non c’era che da farsi innanzi

per occuparla.... Quando, tutt’ad un tratto, si presentò un ostacolo

inopinato: l’erede universale, il nipote, il figliolo adottivo di

Cesare, Caio Ottavio, giovane appena diciannovenne, che la morte del

suo illustre parente aveva sorpreso in Apollonia, non lungi da Epidamno

e che era tornato a Roma, mentre Antonio si tratteneva in Campania.

Caio Ottavio era nato in Roma il 23 settembre del 63 a. C., l’anno

della congiura di Catilina e del consolato di Cicerone da una nipote

— figlia di una sorella — di Cesare. Aveva perduto il padre a quattro

anni, ed essendo la madre sua passata a seconde nozze, era stato

educato dalla nonna materna, Giulia. Sin dai primi suoi anni era stato

un fanciullo nervoso, delicato, malaticcio, ma assai intelligente,

savio e studioso. Preso a ben volere dal dittatore, aveva ottenuto,

sebbene giovanissimo, talune cariche onorifiche, ed era stato mandato

ad Apollonia, per prepararsi ad accompagnarlo nella campagna contro

i Parti. Non aveva quindi ancora fatto nulla, e nulla si sapeva dei

suoi sentimenti; ma protetto e figlio adottivo del dittatore, dotato

di ingegno e di ambizione, egli non poteva non disputare ad Antonio

l’eredità di Cesare, che Antonio voleva tutta far sua. La forza delle

cose ce lo obbligava. Lo screzio, infatti, fra i due avvenne subito

al ritorno di Antonio dalla Campania. Ottavio si affrettò a chiedere

ad Antonio le somme, che si dovevano trovare nella cassa di Cesare.

Ma Antonio non solo tenne per sè il denaro, ma cominciò ad intrigare

presso i comizi curiati, affinchè negassero o ritardassero la ratifica

dell’adozione di Caio Ottavio, nella famiglia dei Giulî; e quindi,

approfittando della dispersione del maggior numero dei senatori

influenti, dell’avvilimento in cui giaceva il senato, del favore del

popolino e dei veterani, nonchè della preferenza dei soldati condotti

di Campania, tentò, senza più curarsi di Ottavio, di impadronirsi

della repubblica con poche mosse risolute. Il 2 giugno faceva per

legge, dai comizi tributi, prolungare a cinque anni, sino a tutto

il 39, il governo della Macedonia, assegnatogli da Cesare, e quello

della Siria, assegnato pure da Cesare a Cornelio Dolabella[23]. Poco

dopo il fratello suo, il tribuno Lucio, promulgava una grande legge

agraria con lo scopo di preparare la distribuzione tra i veterani

dell’agro pubblico superstite in Italia e di acquistare, allo

stesso intento, altre terre dai privati; finalmente, egli stesso e

Dolabella proponevano al popolo di sorpresa una legge _de permutatione

provinciarum_[24], per cui la Gallia Cisalpina, la provincia da cui

si poteva tenere in soggezione l’Italia, doveva passare in luogo della

Macedonia, da Decimo Bruto, che la teneva fin dall’aprile, allo stesso

Antonio, il quale avrebbe avuto facoltà di trasportarvi le milizie di

Macedonia: una forza di più che 50.000 uomini.

La intenzione di succedere a Cesare nel predominio sulla repubblica,

era chiara. Dalla Gallia Cisalpina Antonio, a capo di tante legioni

e con il favore dei soldati, avrebbe dominato Roma. Nell’ordine

senatorio, nelle classi alte cresceva l’avversione contro Antonio: ma

il favore dei veterani e l’assenza da Roma dei più autorevoli tra i

congiurati facevano inespugnabile la sua potenza. Non ostante qualche

fiacco tentativo di opposizione in senato, la _lex de permutatione_ fu

approvata nel mese di agosto. Antonio e con esso il partito cesariano

erano dunque di nuovo padroni della Gallia Cisalpina, dell’esercito

più vicino a Roma, e quindi della repubblica. I congiurati e tutto

il partito, che li sosteneva, parevano spacciati, quando questo

partito trovò un inopinato aiuto proprio in Caio Ottavio, nel figlio

adottivo di Cesare, che, l’adozione approvata, aveva il diritto

ormai di chiamarsi C. Giulio Cesare Ottaviano. Lo screzio fra lui

ed Antonio s’era inasprito. Risoluto a ottemperare agli obblighi

impostigli dal testamento di Cesare e a procurarsi con tal mezzo una

grande popolarità, il giovane Ottavio, cui Antonio negava l’eredità di

Cesare, aveva venduto tutti i possedimenti personali; aveva invocato

l’aiuto dei suoi congiunti e degli amici più fidi di Cesare; ed era

riuscito a distribuire a ciascun cittadino povero di Roma il legato a

lui commesso dal testamento paterno. Poi aveva preparato, in memoria

del genitore, e a sollazzo dei veterani e del popolo, giuochi, che

aveva denominati della _Vittoria di Cesare_. Ma quando nei giuochi,

che ebbero luogo nella terza decade di luglio, il giovane aveva voluto

far portare il seggio dorato di Cesare, n’era stato impedito da alcuni

tribuni della plebe, subornati da Antonio. Ottaviano aveva ricorso al

console; ma invano: Antonio aveva dato ragione ai tribuni e minacciato

il figlio di Cesare di metterlo in prigione se continuasse a sobillare

la popolazione romana. Peggio accadeva qualche mese dopo. Verso il 4

o il 5 ottobre corse per Roma la diceria che Ottavio aveva tentato di

assassinare Antonio nella sua stessa casa, prezzolando all’uopo dei

sicari. Era vera la notizia? Era falsa?[25] Impossibile decidere. Ma

vera o falsa, quell’accusa gettava il figlio di Cesare nelle braccia

del partito dei congiurati. Quell’accusa preparava un processo: per

non restar solo, esposto ai colpi di Antonio, Ottaviano si intese con

i congiurati, si offrì per difenderli, e fu accettato, poichè ormai i

congiurati non avevano capi: onde a mezzo ottobre si recò anch’egli in

Campania, con tutte le somme che egli e i suoi amici avevano potuto

raccogliere, a reclutare tra i veterani di Cesare una sua guardia

personale, che al buon momento avrebbe potuto difendere la repubblica

contro Antonio: l’impresa più rivoluzionaria, cui dal tempo di Clodio e

di Milone Roma avesse assistito.

32. =Il «De Officiis» di M. Tullio Cicerone.= — Mentre Ottaviano in

Campania attendeva con fortuna alla sua rischiosa bisogna, Cicerone

si tratteneva a Pozzuoli, stanco e sfiduciato di ogni cosa. Egli

vagheggiava in quei mesi qualcosa di più alto, che la vittoria della

sua parte: il rinnovamento morale della sua gente, per il quale

soltanto Roma poteva esser salva. Come tutti i Romani eminenti dopo

la seconda guerra punica, egli era spaventato dalla contradizione

tragica, in cui l’Italia si disfaceva: quella contradizione, per cui

la coltura e la ricchezza la corrompevano, la guerra e la vittoria

la effeminavano, la dominazione sugli altri popoli la spogliava

delle domestiche libertà. E da anni andava cercando come si potesse

conciliare la conquista e la libertà, la ricchezza e la disciplina, la

coltura e la virtù.

Doveva essere questo l’assunto del libro che Cicerone componeva

in questi mesi, il _De officiis_, nel quale le compilazioni e le

traduzioni dal greco non sono ritagli morti cuciti insieme da un sarto

frettoloso e indifferente; ma testimonianze vive, per il soffio che

le rianima, del grande travaglio morale e politico in cui i tempi, e

l’autore con essi, si struggevano. Cicerone si proponeva, scrivendo

questo libro, di ricercare quali virtù debbano ornare la classe

dominante in una repubblica ben governata; e le trovava tutte riassunte

in questo principio: essere la ricchezza ed il potere non già i massimi

beni, che vanno desiderati per se stessi, ma pesanti fardelli che

occorre addossarsi e portare per il bene di tutti. Inteso e accettato

questo principio, i nobili e le classi dominanti saprebbero vivere

con dignità, ma senza sfarzo, esercitando gli uffici pubblici, non per

arricchire e corrompere il popolo, ma per servire la plebe povera e la

condizione media; vorrebbero piuttosto edificare lavori pubblici utili,

come mura, porti, acquedotti, strade, anzichè monumenti di lusso —

teatri, portici, templi; — soccorrerebbero il popolo nei suoi bisogni,

ma senza ruinare il tesoro pubblico; aiuterebbero i debitori innocenti,

ma senza rompere le tavole dei debiti con la violenza; darebbero

infine terre ai poveri, ma senza spogliare i proprietari legittimi.

Così il bene universale diverrebbe il sommo fine del governo; e il

rispetto scrupoloso delle leggi, la liberalità intelligente dei grandi,

l’esercizio della virtù, il mezzo per ottenere questo fine. Nè le

province erano escluse da questo rinnovamento morale della metropoli.

La repubblica avrebbe dovuto comandare ai sudditi con giustizia,

ricercando il loro bene più che il proprio. Non più aggressioni

inique, come quelle di Cesare e di Crasso; non più violenze, perfidie

e slealtà; non più guerre neppure, fuorchè per difendere l’ordine e la

pace; i grandi oratori, i filosofi, i giuristi onorati più che i grandi

guerrieri, purchè lo studio non distogliesse mai nessun cittadino dal

proprio dovere civico. Così solo si sarebbe fondato il vero governo

degli ottimi, senza demagoghi ambiziosi e senza conservatori violenti,

senza nuovi Cesare o nuovi Silla. Cicerone dettava così, senza saperlo,

il suo programma all’impero. Ma il destino gli concederebbe solo

di vedere i primi eccessi dell’uomo, che un giorno avrebbe attuato,

adattandolo al mondo, il suo sogno.

33. =La guerra di Modena (43 a. C.).= — Ottaviano con aveva perso

tempo in Campania. Dipingendo Antonio come un cesariano tepido,

accusandolo di tradire il partito e spendendo grandi somme, era

riuscito a reclutare 3000, o secondo altri, ben 10.000 uomini[26], di

cui pensava servirsi per tutt’altro fine che la vendetta di Cesare.

Nel tempo stesso, per mezzo di amici, tentava nascostamente le legioni

macedoniche, che Antonio aveva fatte sbarcare in Italia e che erano

malcontente di essere mandate in Gallia, invece che verso l’impero

dei Parti, dove avevano sperato una ricca preda. Ma Antonio, irritato

da tutti questi intrighi, avviò tre legioni lungo l’Adriatico alla

volta della Cisalpina e due ne condusse nel Lazio: poi andò a Roma,

risoluto a finirla con Ottaviano, processandolo per i suoi armamenti

illegali. Le sorti di Ottaviano pendevano da un filo. All’avvicinarsi

del pericolo i pompeiani, che lo avevano incoraggiato sino allora, lo

abbandonarono; gli stessi veterani, da lui reclutati, vacillarono;

se Antonio riusciva a metterlo in accusa per _perduellio_, non gli

resterebbe più che o inalzare lo stendardo della rivolta o uccidersi.

Ma un miracolo lo salvò. All’ultimo momento, le due legioni che Antonio

aveva condotte nel Lazio, irritate dalla sua severità, malcontente

dei doni ricevuti, lavorate abilmente da Ottaviano, si ribellarono,

dichiarandosi per il figlio di Cesare. Questa rivolta capovolgeva

le sorti a danno di Antonio, e con tanto maggior pericolo, perchè

nel frattempo Decimo Bruto, risoluto a non riconoscere la _lex de

permutatione_, armava soldati nella Cisalpina. Antonio correva il

pericolo, con le tre legioni rimastegli fedeli, di esser preso in mezzo

tra Ottaviano e Decimo Bruto. Ma non esitò: per difendere la minacciata

provincia, dopo aver fatto deliberare il senato intorno alle province

ancora vacanti, partì per la Cisalpina sui primi del dicembre 44,

conducendo seco i veterani che si trovavano in Roma e che l’avevano

aiutato subito dopo le Idi di marzo; richiamò la sesta legione rimasta

in Macedonia, radunando in gran fretta nuove milizie, e pose campo a

Rimini, donde iniziava le operazioni contro Decimo Bruto.

La partenza del console la diede vinta per il momento al partito dei

congiurati. Ottaviano si avvicinò ancora di più ai pompeiani e iniziò

accordi con Decimo Bruto. Decimo Bruto, sentendosi sostenuto da Roma,

deliberò di resistere ad Antonio, non ostante la scarsezza delle sue

forze; i fermi propositi di Decimo infusero a loro volta coraggio al

partito dei congiurati, che a Roma risollevò il capo; Cicerone si mise

risolutamente alla sua testa. Tra lui e Antonio non era corso mai buon

sangue; ma non c’era stata neppure fino ad allora aperta dichiarazione

di inimicizia. Cicerone aveva sempre esitato tra l’odio di Antonio

e i consigli della prudenza. Ogni esitanza disparve, invece, dal

giorno in cui il senato, per la prima volta, tornò a radunarsi dopo

la partenza di Antonio, che fu il 20 di dicembre. In quella seduta,

pronunciando quello che nella raccolta dei suoi discorsi porta il

titolo di _terza Filippica_, Cicerone si dichiarò per la prima volta

apertamente contro Antonio; e quando nelle sedute del senato del 1º

gennaio del 43 si discusse della situazione, con la quinta Filippica

sostenne a viso aperto che occorreva senz’altro dichiarare la guerra.

Il prudente letterato diventava il campione degli arrabbiati. Ma nel

senato c’era un manipolo di amici di Antonio; e soprattutto c’erano

molti che temevano una nuova guerra civile. Si discusse dunque a lungo;

si approvarono grandi onori e premi per Ottaviano, che fu ammesso nel

senato tra i senatori di rango consolare, e autorizzato a domandare il

consolato dieci anni prima del tempo legale; ma, quanto ad Antonio, si

prese un partito di mezzo: non si dichiarò la guerra, ma si spedì una

ambasceria di tre senatori a intimargli di abbandonare la Cisalpina.

Antonio frattanto aveva costretto Decimo a chiudersi in Modena; ce

lo assediava, ma mollemente; e raccoglieva soldati da ogni parte,

persino nell’Italia meridionale, dove aveva mandato un suo ufficiale,

Ventidio Basso, a reclutare tre legioni. I tre ambasciatori gli si

presentarono; gli parlarono con il dovuto rispetto, e tra essi e

Antonio si impegnò una discussione amichevole. Alla fine Antonio si

dichiarò pronto a lasciar la Cisalpina, se gli fosse garantita la

Transalpina con sei legioni per cinque anni e se non si ritornasse su

quello che egli aveva fatto come console. A molti amici della pace la

proposta parve ragionevole, non a Cicerone, il quale, in una seduta dei

primi del febbraio, cercò di mostrare che non avendo Antonio obbedito

alle intimazioni del senato, occorreva senz’altro dichiararlo nemico

pubblico (_hostis publicus_) e sguainare la spada. Ma la maggioranza

dei senatori, se non accolse le proposte di Antonio, volle lasciare

ancora aperta una via all’accordo; e, invece di dichiarare la guerra,

si contentò di dichiarare il _tumultus_, ossia il turbamento grave

dell’ordine pubblico. Il senato consigliava prudenza, e non solo per

amore della pace; ma per una ragionata diffidenza dei soldati. Il

console Irzio aveva preso il comando dell’esercito di Ottaviano, e

partito di Roma, si era dato a raccogliere nuove milizie; ma nè Irzio

nè Ottaviano, nè lo stesso Decimo Bruto assediato, benchè a capo di

forze preponderanti, osavano intraprendere delle ardite operazioni

contro Antonio; perchè troppi erano nei loro eserciti i veterani di

Cesare, e c’era da temere che non avrebbero combattuto contro Antonio

e contro i suoi soldati. Cicerone solo, esaltato da uno strano furore,

voleva davvero la guerra. Senonchè, verso la metà di febbraio, giunsero

a Roma delle notizie meravigliose. Marco Bruto, fuggito da Roma pochi

mesi prima come esule, con la sola scorta di poche decine di migliaia

di sesterzi presi a prestito da un amico generoso, aveva, insieme

con parecchi suoi compagni d’esilio, residenti in Atene, compiuto un

prodigio. Era riuscito ad impadronirsi dei tributi che il governatore

della provincia d’Asia spediva a Roma: 16.000 talenti; con questi,

corrompendo gli eserciti romani d’Oriente, e facendo nuove leve,

era riuscito ad allestire un esercito, a occupare la Macedonia, e

a mettere la mano sui grandi depositi militari, che Cesare aveva

apparecchiati colà per la guerra partica; ed assediava ora ad Apollonia

il governatore della Macedonia, Caio Antonio, fratello di Marco. Il

partito pompeiano aveva in Oriente un grande esercito e un tesoro

di guerra; ed era liberato dalla paura che i veterani di Cesare non

fossero disposti a combattere che per i cesariani. Primeggiò dunque di

nuovo e comandò in senato, come arbitro della repubblica. All’antica

prudenza successe una audacia nuova; quella stessa assemblea, che fino

ad allora era stata sorda al pungolo dell’eloquenza infiammata di

Cicerone, applaudì unanime la sua nuova orazione contro Antonio (la

_decima Filippica_); approvò tutti gli atti rivoluzionari compiuti

da Bruto in Oriente, investendolo del comando proconsolare sulla

Macedonia, sulla Grecia e sull’Illiria con la raccomandazione di

tenersi vicino all’Italia; annullò tutti gli atti di Antonio. La guerra

ad Antonio era dichiarata; e gli eserciti, sino allora immobili o

quasi, finalmente si mossero davvero. Antonio incominciò ad assediare

sul serio Modena; e ordinò a Ventidio di raggiungerlo al più presto

con le legioni. A sua volta il senato pensò a soccorrere efficacemente

Decimo. Il 19 marzo, l’altro console, Vibio Pansa, lasciava Roma con

quattro nuove legioni, per riunirsi con gli eserciti del suo collega

Irzio e di Ottaviano, che dovevano attaccare Antonio sotto Modena e

liberare Decimo. Il 14 o il 15 aprile Antonio, sebbene inferiore di

forze, tentò di impedire la congiunzione di Pansa con Irzio e con

Ottaviano, sorprendendolo in marcia, mentre suo fratello Lucio avrebbe

distratto l’attenzione di Irzio e di Ottaviano con un finto assalto ai

loro accampamenti. Ma Irzio, intravedendo il disegno di Antonio, aveva

mandato a tempo dodici coorti incontro a Pansa. Queste riuscirono a

congiungersi con l’esercito che sopraggiungeva, e lo accompagnarono nel

resto del cammino; ma non per questo Antonio mutò piano; e nei pressi

di Castelfranco (_Forum Gallorum_) assalì insieme le legioni di Pansa e

i nuovi rinforzi, riuscendo a sconfiggerli. Lo stesso Pansa, gravemente

ferito, dovette abbandonare la linea del combattimento. Senonchè un

messaggero del vinto era giunto, invocando aiuti, al campo di Irzio.

Questi spedì subito due legioni di veterani. Le venti coorti di Antonio

vincitrici si ritiravano stanche nei loro accampamenti, allorchè furono

assalite dalle fresche milizie del nuovo avversario, e subirono a loro

volta una sconfitta abbastanza grave.

Scontro di avanguardie e non decisivo, del resto. I due avversari non

avevano impiegato che una piccola parte delle proprie forze, e Ventidio

sopraggiungeva dalla via Emilia alle spalle di Irzio e di Ottaviano.

Questo pericolo e le strettezze in cui versava l’esercito di Decimo

Bruto in Modena, indussero Irzio, Pansa e Ottavio, una settimana dopo,

a tentare di rompere il blocco, mentre Decimo Bruto avrebbe fatto una

sortita dalla città. Così avvenne; e la battaglia — o piuttosto le

due battaglie — furono asprissime. Irzio, combattendo da valoroso,

perì nella mischia, e Ottaviano, per la prima volta in vita sua,

dovette combattere da generale e da soldato ad un tempo. Alla sera le

milizie di Decimo e le altre di Irzio e di Ottaviano erano costrette a

ritirarsi. Ma Antonio aveva perduto molti soldati; tanto che, temendo

di essere attaccato di nuovo il giorno dopo, prima che Ventidio

giungesse, e distrutto, la notte stessa, improvvisamente, deliberò di

togliere l’assedio e di ritirarsi nella Gallia Narbonese, dopo aver

inviato messaggeri a Ventidio perchè lo raggiungesse colà, per la via

della Liguria.

34. =«Triumviri reipublicae costituendae».= — Che giubilo in Roma e

nel senato, quando giunse la notizia della fuga di Antonio! Il ribelle

parve spacciato; la guerra, vinta; i cesariani, sterminati; onde in

una memorabile seduta del 26 aprile Antonio e i suoi partigiani furono

finalmente proscritti. Ma la gioia, come spesso accade, aveva avuto

troppa fretta. Antonio abbandonava Modena con un esercito che, se non

era stato vittorioso, non era stato neppure vinto; e correva incontro a

un esercito più fresco ed amico: quello a cui comandava il governatore

della Gallia Narbonese, M. Emilio Lepido, l’amico di Cesare e suo,

con il quale già durante l’assedio di Modena egli aveva trattato e

che gli aveva promesso aiuto. Invece, degli eserciti che si credevano

vincitori, quello di Decimo Bruto era stremato; l’altro non aveva più

generali, perchè anche Pansa era morto pochi giorni dopo la battaglia

per le ferite, ed Ottaviano non sapeva, o in parte non poteva,

comandare. Infatti Decimo non potè persuaderlo a tagliare la strada a

Ventidio Basso, che varcava l’Appennino per scendere in Liguria e di là

raggiungere Antonio nella Narbonese. Ottaviano si era schierato contro

Antonio, perchè questi aveva voluto toglierlo brutalmente di mezzo;

ma egli non poteva neppur volere la piena vittoria degli uccisori del

padre suo; e se anche per stoltezza e accecamento l’avesse voluta,

non l’avrebbero voluta i suoi soldati. Se la speranza delle ricompense

promesse, se la presenza di un ex-cesariano come Irzio e dello stesso

Ottaviano li aveva persuasi a combattere Antonio, era temerario sperare

che i vecchi soldati ed ufficiali di Cesare avrebbero combattuto, per

ripristinare la potenza del senato e dei congiurati. Per trascinarli

a tanto occorrevano grandi mezzi: vistosi donativi in contanti e non

promesse; una amicizia sincera e piena tra il partito pompeiano e il

figlio di Cesare. Sarebbe il senato da tanto?

Il senato invece esitò sin dal principio. Mentre Ottavio indugiava

a Bologna, inerte, deliberò, dopo lunghi tentennamenti, che sole le

due legioni ribelli ad Antonio riceverebbero la ricompensa, e non

già di 20.000 (come era stato promesso) ma solo di 10.000 sesterzi a

capo. Statuì inoltre, se non di ritogliere ad Ottavio il comando, come

qualcuno aveva suggerito, di far le viste di non riconoscergli alcuna

ufficiale autorità e di trattare direttamente con le cinque legioni che

egli comandava[27]. Cosicchè, nello stesso tempo in cui Decimo Bruto

si poneva, solo e non senza ritardo, e con le sue stanche milizie,

al difficile inseguimento di Antonio, questi con quattro legioni,

con altre milizie non ancora inquadrate, e con tutta la cavalleria

viaggiava a grandi marce verso la Narbonese, sfidando le asprezze del

faticoso cammino. Il 23 aprile era piombato come un turbine su Parma;

il 25 era giunto a Piacenza; il 28 a Dertona (Tortona), donde aveva

intrapreso l’ascensione delle montagne, che lo separavano da _Vada

Sabatia_ (Vado). Camminando a marce forzate, era arrivato a Vado il 5

maggio e il 7 era raggiunto da Ventidio con tre legioni, che Ottaviano

aveva lasciato sfuggire; e insieme si erano incamminati alla volta

della Narbonese, giungendo otto giorni dopo a _Forum Julii_, a sole

24 miglia di distanza da Lepido, le cui sette legioni accampavano a

_Forum Voconii_. Ai primi di giugno, Roma apprese che gli eserciti del

governatore della Narbonese e del fuggiasco proconsole della Cisalpina

avevano fraternizzato; che Antonio e Lepido erano in armi insieme

contro la Repubblica.

M. Emilio Lepido era stato l’ultimo _magister equitum_ e il più intimo

tra gli amici del dittatore, nei tempi che ne precedettero la morte.

Alla sera del 15 marzo 44, solo tra i cesariani, era corso ad Antonio

per deliberare insieme con lui sul pericolo del suo partito; e par

che consigliasse l’amico di dare insieme l’assalto al Campidoglio e

trucidare i congiurati. Più tardi, si era destreggiato tra le due

frazioni: finchè, sia pur facendo mostra di essere violentato dai

soldati, si era risolutamente schierato dalla parte di Antonio contro

la coalizione di Ottaviano e del partito dei congiurati. Antonio

dunque disponeva ormai di nuovo di un poderoso esercito contro questo

partito e contro il senato. Il senato chiamò in Italia dall’Oriente

non solo Marco Bruto ma anche Cassio, che, sebbene con minore celerità

e fortuna del suo amico, aveva, negli ultimi tempi, reclutato un

esercito in Siria, dove aveva tolto di mezzo Dolabella; richiamò le

legioni di stanza in Africa, agli ordini di Q. Cornificio; pose a capo

della flotta, col titolo di _praefectus classis et orae maritimae_,

e con poteri eguali a quelli del padre suo nella guerra dei pirati,

il figlio superstite di Pompeo, Sesto[28], uscito dal nascondiglio,

che, dopo Munda, l’aveva ospitato nella estrema Spagna; impose

all’Italia una contribuzione straordinaria e affidò ad Ottaviano il

comando della guerra contro Antonio. Frattanto Decimo Bruto, per la

valle d’Aosta ed il piccolo S. Bernardo — adoperiamo i nomi moderni

— scendeva nella Narbonese, congiungendosi con Planco a Grenoble.

Decimo e Planco avevano insieme quindici legioni, Lepido e Antonio,

quattordici: sarebbe stato loro difficile di resistere a un attacco

di Decimo e Planco da una parte e di Ottaviano, che ora disponeva di

otto legioni, dall’altra. Ottaviano veniva ad essere così l’arbitro,

poichè la parte, per cui egli combatterebbe, soverchierebbe l’altra

senza speranza. Lepido lo intese così bene, che aprì subito trattative

con Ottaviano per riconciliarlo con Antonio, facendo appello al gran

nome di Cesare, cui tanto dovevano tutti. Ma Ottaviano perseguiva

allora un altro disegno, audacissimo: i due posti di consoli essendo

vacanti per la morte di Irzio e di Pansa, ottener dal senato d’esser

nominato console, insieme con Cicerone. Un console non ancora ventenne

era tale uno scandalo, che mai non s’era visto l’eguale, a Roma! Ma i

tempi erano così torbidi, il pericolo così urgente, che Cicerone si

rassegnava a questo orrendo strappo alla costituzione, purchè egli

fosse il collega. Non c’era altro mezzo, del resto, per impedire a

Lepido di riconciliare Antonio e Ottaviano. Ma il senato si ribellò

tutto quanto contro questa illegalità mostruosa. E Ottaviano allora

prestò l’orecchio alle proposte di Lepido: strinse un accordo segreto,

e, appena strettolo, con un repentino voltafaccia si presentò di

nuovo ai soldati come il figlio e l’erede di Cesare; ricordò loro con

veementi discorsi i benefici e le glorie del padre; promise che, fatto

console, avrebbe dato loro tutte le ricompense promesse da Cesare, e

li persuase a mandare un’ambasceria di centurioni a Roma, a chiedere al

senato, per il loro generale, la suprema autorità. Ma avendo il senato

rifiutato, egli marciò con le sue legioni alla volta di Roma. Questa

volta il senato vacillò, e s’affrettò a concedere quanto aveva poco

prima rifiutato; e 20.000 sesterzi a testa per tutte le legioni; e la

nomina di Ottaviano nella Commissione per la ripartizione delle terre

ai suoi soldati; e il permesso di brigare il consolato anche assente da

Roma. Ma ecco sopraggiungere la notizia che le regioni della provincia

d’Africa erano arrivate! Subito il senato ritirò ogni concessione. E

allora Ottaviano entrò a mano armata in Roma, ma senza spargimento di

sangue, chè le milizie, su cui il senato aveva fatto assegnamento per

essere difeso, si dichiararono tosto per lui. Il 19 agosto egli stesso

e Q. Pedio, un altro degli eredi di Cesare, erano nominati consoli. E

allora avvenne quello per cui i pompeiani e i congiurati trepidavano

da più di un anno. Dopo aver fatto convalidare la propria adozione

dai comizi centuriati; dopo avere versato ai soldati, con fondi del

pubblico erario, una parte delle ricompense promesse, e al popolo, una

parte del legato lasciato da Cesare, i due nuovi consoli fecero quello

che Antonio non aveva mai osato: fecero approvare dai comizi una legge,

la _lex Paedia_, la quale deferiva a un tribunale speciale gli autori

della morte di Cesare e i loro complici per essere condannati alla

_interdictio aqua et igni_ e alla confisca dei beni.

L’amnistia del 17 marzo del 44, il capolavoro di Cicerone, era

annullata. Il partito cesariano era padrone di Roma, per l’incredibile

voltafaccia di Ottaviano, e possedeva un’arma micidiale contro il

partito dei congiurati. Nè fu tardo o timido a servirsene. Gli amici

di Ottaviano si divisero i congiurati, ognuno accusandone uno; e in

pochi giorni li fecero tutti condannare in contumacia. Intanto alla

notizia degli eventi di Roma l’entusiasmo cesariano, a lungo compresso,

divampava in tutti gli eserciti d’Occidente, anche in quelli che

servivano sotto generali fedeli al partito pompeiano; e li spingeva

tutti a disertare la causa del senato, e a dichiararsi in favore dei

tre nuovi capi del partito cesariano. Defezionò nella Spagna l’esercito

di Asinio Pollione; nella Transalpina, quello di L. Munazio Planco, che

già s’era congiunto con l’esercito di Decimo Bruto; questo esercito

poi, mentre il generale cercava di condurlo in Macedonia, si sbandò

a poco a poco, dapprima a piccoli gruppi poi in grandi masse, finchè

Decimo fu preso e trucidato dal capo di una tribù alpina. Con Decimo

Bruto il senato e il partito dei congiurati perdevano l’ultimo generale

in Occidente. Antonio, Lepido e Ottaviano erano ormai padroni di tutte

le province occidentali, e si accordavano per spartirsi l’impero con il

nome di _triumviri reipublicae costituendae_. Partiti i primi due dalla

provincia in cui risiedevano; l’altro, Ottaviano, da Roma, dopo aver

fatto approvare una legge che annullava la duplice condanna di Antonio

e di Lepido, si incontravano, non lungi da Bologna e dalla via Emilia,

in un’isoletta al confluente del Reno e del Lavino, e qui, in tre

giorni, si mettevano d’accordo per instaurare un nuovo governo.

Il primo impegno dei triumviri era con le legioni. I triumviri si

trovavano alla testa di 43 legioni — 250.000 uomini all’incirca —

alle quali avevano fatto infinite promesse. Per mantenerle occorrevano

circa 800 milioni di sesterzi. Ma i triumviri non avevano danaro; il

tesoro pubblico era vuoto; le province più ricche erano in balìa dei

congiurati; e l’Italia non voleva pagare neppure la contribuzione

straordinaria, decretata poco prima dal senato. Era inoltre necessità

debellare il partito dei congiurati prima che si fosse fatto troppo

forte in Oriente; altra spesa immensa, alla quale difettavano i

denari. Stretti dalla necessità, i tre capi decisero di ricorrere ad

un espediente, disusato dal tempo di Silla e di Mario: la confisca

delle famiglie ricche, che fossero state o nemiche o neutre nella lunga

guerra fra i cesariani e i pompeiani. Il potere triumvirale avrebbe

fornito i mezzi legali per questa confisca; perchè doveva comprendere

la facoltà di far leggi, la giurisdizione penale senza restrizioni,

appello e procedura, il diritto d’imporre tasse, di ordinare leve,

di comandare gli eserciti, di governare le province, di nominare i

senatori, i magistrati, i governatori, di espropriare, di condurre

colonie, di batter moneta. E difatti, giunti a Roma l’uno dopo l’altro,

ciascuno con una legione e con la rispettiva coorte pretoria il 24,

il 25 e il 26 novembre, Antonio, Lepido e Ottaviano ricevettero il 27,

mediante la legge _Titia_, e per cinque anni, cioè sino al 31 dicembre

del 38[29], questo illimitato potere triumvirale: indi incominciarono

la grande proscrizione, che soltanto in via accessoria doveva servire

di sfogo a vendette politiche e a rancori personali, ma che mirava

precipuamente a spogliare le classi ricche dell’Italia a profitto dei

veterani e dei soldati, e a sterminarle, per impedire che le vittime

delle confische non corressero a ingrossare l’esercito dei congiurati.

In pochi giorni, per editto triumvirale, senza processo o simulacro di

processo, una parte considerevole della grande proprietà e dell’alta

plutocrazia italica fu sterminata; le più belle ville del Lazio e

della Campania, un numero infinito di proprietà sparse per l’Italia, i

grandi dominî della Magna Grecia e della Sicilia, le vaste terre, che

senatori e cavalieri possedevano nella Cisalpina o fuori d’Italia, con

le greggi, le famiglie di schiavi, gli oggetti di valore, il vasellame,

le statue, i mobili, i tappeti, che ornavano le eleganti dimore di Roma

e d’Italia, e l’oro e l’argento, che si trovava in quelle, tutto fu

razziato e posto in vendita. La vittima più illustre fu Cicerone, a cui

Antonio non perdonò[30].

Ma, come sempre avviene in simili casi, se i triumviri e i loro fedeli

amici poterono arricchire con le proscrizioni e se la massa dei beni

confiscati fu enorme, la loro vendita all’incanto fruttò poco. Molti

non osavano comperare i beni dei proscritti, temendo l’avvenire;

gli amici dei triumviri, per accaparrare il meglio della preda, si

studiavano di allontanare gli acquirenti; il capitale spaventato si

nascondeva. Onde i triumviri furono costretti a sospendere quelle

vendite forzate, aspettando giorni migliori, e ad escogitare altri

espedienti: ordinare la confisca delle somme depositate dai privati nel

tempio di Vesta; invitare tutti gli stranieri e tutti i liberti, che

possedessero almeno 400.000 sesterzi a denunciare il proprio patrimonio

e a prestare allo Stato una somma eguale al 2% del suo valore e il

reddito di un’annata, calcolato, nei casi dubbi, secondo che sembra, al

decimo del capitale[31]; obbligare i cittadini, che possedevano meno di

400.000 sesterzi, a una contribuzione eguale alla metà del reddito di

un anno intero; invitare le più ricche matrone italiche (1300 circa) a

dichiarare il valore della loro dote; deliberare la confisca, non solo

dei beni dei proscritti, ma anche degli esuli volontari, gli «emigrati»

del tempo. E solo allora, quando ebbero spremuto e salassato senza

pietà l’Italia, i triumviri credettero opportuno muovere finalmente

alla guerra contro i congiurati. Nella primavera del 42, otto legioni,

avanguardia del loro esercito, traversavano l’Adriatico e movevano alla

volta della Macedonia.

35. =Filippi.= — M. Bruto aveva intanto sgombrato la Macedonia ed

era andato con tutto l’esercito in Asia Minore, forse per raccogliere

denaro e prendere i quartieri invernali in un paese più ricco e più

lontano dall’Italia che non fosse la Macedonia. A Smirne aveva avuto

un colloquio con Cassio, e insieme avevano deliberato di guerreggiare

a forze unite. Ma mentre Bruto avrebbe voluto ritornare subito nella

Macedonia, per cacciare le otto legioni di Antonio, Cassio opinava

essere necessario un disegno più vasto: assicurarsi l’Oriente tutto,

e precipuamente l’Egitto, ove la regina Cleopatra rimaneva fedele al

partito cesariano; impadronirsi del mare, tagliare le comunicazioni

tra l’Italia e la Macedonia, e solo allora attaccare in Macedonia

l’esercito dei triumviri. Senza il dominio del mare, i triumviri non

potrebbero mantenere in Macedonia un grosso esercito; e il mare era,

per il momento, tenuto da Sesto Pompeo, il quale, forte dell’incarico

ricevuto dal senato dopo la disfatta di Antonio sotto Modena, aveva

assunto il comando delle forze navali della repubblica, aveva occupato

la Sicilia, e ora andava raccogliendo ovunque navigli, reclutava

marinai, organizzava legioni, devastava le coste dell’Italia,

intercettava per mare i carichi di grano destinati a Roma. Prevalse

dunque il piano di Cassio: accettato il quale, Cassio e Bruto si

separarono: Cassio, per andare alla conquista di Rodi, per rifornirsi

in Asia di denaro e di navigli, e per cercar d’intercettare i soccorsi

che Cleopatra preparava per i triumviri; Bruto, per sottomettere la

confederazione delle repubbliche della Licia.

Queste imprese riuscirono felicemente; e sul finire dell’estate Bruto

e Cassio si disponevano a invadere la Macedonia per debellare le otto

legioni mandate da Antonio. Invece, i primi tentativi di Antonio per

spezzare il piano del nemico riuscirono vani. Ottaviano, ch’egli

aveva mandato in Sicilia contro Sesto Pompeo, falliva; i soccorsi

di Cleopatra erano dispersi da una tempesta; e l’armata di Cassio,

agli ordini di un tal Murco, liberata da quel compito, accorreva in

Italia a bloccare Antonio a Brindisi, proprio quando Bruto e Cassio si

avviavano verso la Macedonia e Antonio si preparava a condurci rinforzi

per salvare le otto legioni dall’annientamento. Antonio fu costretto

a richiamare dalla Sicilia la flotta di Ottaviano; e solo con questo

aiuto potè obbligare Murco a lasciargli libero passo e sbarcare con

altre dodici legioni a Durazzo, e con queste, raggiunte le altre otto

già mandate innanzi, muovere incontro a Cassio e a Bruto. Cassio e

Bruto con le legioni si erano accampati a Filippi, in una posizione

fortissima, trincerandosi in due campi, Bruto un po’ più a nord, Cassio

un po’ più a sud. L’uno e l’altro campo comunicavano per la grande via

Egnazia col porto di _Neapolis_, dove i navigli recavano ogni giorno

viveri e armi dall’Asia e dalla vicina isola di Taso, che i congiurati

avevano scelta quale magazzino generale. Ma se potè accamparsi anche

egli di fronte ai due congiurati, Antonio non potè dar subito la

battaglia che andava cercando. Per i congiurati era buon consiglio

tenersi sulla difensiva, aspettando il giorno, in cui la fame e la

sedizione avrebbero debellato un esercito più numeroso, ma accampato

in paese inospitale, senza la sicurezza del mare. Cassio aveva

rinforzato la flotta di Murco con una seconda armata, agli ordini di

Domizio Enobarbo. Ad Antonio e ad Ottaviano, che l’aveva accompagnato,

era necessità invece violentare il nemico più debole, provocarlo a

battaglia, e ottenere la decisione al più presto. Tutti i giorni,

dunque, Cassio e Bruto doverono opporre una pazienza instancabile alle

provocazioni con cui Antonio si studiava di forzarli alla battaglia.

Alla fine Antonio immaginò di costruire una via attraverso la palude,

che separava il campo di Cassio dal mare, e di minacciare questi

alle spalle. Il pericolo alle spalle dei congiurati era serio; onde

un giorno, nella seconda metà d’ottobre, Cassio e Bruto fecero una

sortita, a quanto pare per interrompere quel minaccioso lavoro: l’ala

destra, agli ordini di Bruto, piombò sulle legioni di Ottaviano,

quella sinistra, agli ordini di Cassio, sulle legioni di Antonio. La

mischia fu singolare: le legioni di Ottaviano, sorprese e non assistite

dalla presenza del loro generale, che fu costretto a fuggire e a

nascondersi in una vicina palude, furono interamente disfatte e i loro

accampamenti saccheggiati. Invece le legioni di Antonio si gettarono

impetuose su quelle di Cassio, e le inseguirono, entrando anch’esse

nel campo nemico. Nè l’uno nè l’altro dei due generali vittoriosi potè

distogliere i propri soldati dal saccheggio e coronare con un successo

totale quel principio di vittoria. Alla sera ciascuno dei due eserciti,

metà disfatto e metà vittorioso, si ritirò nei propri accampamenti. Ma

nella mischia Cassio era perito — non si sa bene come — e l’esercito

dei congiurati era rimasto privo dell’unico suo vero capo.

Quella scaramuccia, convertitasi in una mischia feroce, decise dunque

della guerra. Bruto non aveva nè l’animo nè l’ingegno guerresco di

Cassio; era debole ed era stanco. Se egli avesse avuto la forza di

aspettare ancora un po’, forse l’esercito nemico si sarebbe disfatto

da sè; perchè i viveri e i denari mancavano, e i rifornimenti e

i rinforzi, aspettati dall’Italia, erano affondati dalle flotte

congiunte di Murco e di Enobarbo. Ma gli ufficiali, i principi alleati

dell’Oriente, i soldati stessi, impazienti di finirla, chiedevano

a gran voce la battaglia, e, come i veterani di Cesare, ch’erano

al servizio dei congiurati, minacciavano ogni giorno la sedizione o

la diserzione. Nè Antonio, che vedeva il suo esercito agli estremi,

tralasciava sforzi per provocarlo, minacciando nuovamente di tagliare

le comunicazioni tra il campo nemico ed il mare. E un giorno Bruto

si lasciò strappare l’ordine della battaglia. Nella pianura di

Filippi l’ultima contesa tra cesariani e pompeiani, tra le due grandi

consorterie che avevano divisa la nobiltà romana, fu decisa in una

malinconica giornata del novembre del 42. Bruto fu vinto, e ritiratosi

in una valletta con pochi amici, si dette la morte con stoica serenità,

facendosi aiutare da un retore greco, ch’era stato suo maestro.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 21 / 45 题