25. =Tapso e i nuovi piani di Cesare (47-46 a. C.).= — La nuova
campagna d’Africa durò circa cinque mesi, dal dicembre del 47 al giugno
del 46; ebbe varie vicende, e fu decisa il 6 aprile dalla battaglia
di Tapso, in cui l’esercito pompeiano fu disfatto. Nei mesi seguenti
Cesare attese a debellare le ultime resistenze dei vinti: tra questi
Catone, che si era chiuso in Utica. Ma questa volta non perdonò: i
capi che caddero vivi tra le sue mani, furono uccisi, e molti, sapendo
quel che loro sarebbe toccato, si uccisero. Tra costoro Catone. Non si
accusi Cesare: poichè tutte le lotte umane, continuando, inferociscono.
Tentando e ritentando la sorte delle armi, i pompeiani non minacciavano
soltanto Cesare, ma tutto l’impero e l’ordine sociale. I disordini
dell’Italia ne erano una prova. Cesare poteva in buona fede pensar
che la severità era richiesta, più ancora che dalla salvezza sua,
dall’interesse generale.
Senonchè queste vendette alienarono per sempre da Cesare le classi
alte, già malcontente sin dal tempo della sua troppo lunga dimora in
Egitto. Le stragi incominciavano, precorrendo le confische; Cesare
non era altri che un nuovo Silla! Neppur di quest’odio si può far
colpa ai nemici di Cesare. Per quanto vivi fossero i rancori di parte
in Roma, non c’era Romano e Italiano che non rammaricasse questa
decimazione dell’aristocrazia romana, come una terribile sciagura
pubblica; e non la rinfacciasse almeno nel segreto del suo pensiero
all’uomo, il quale appariva come responsabile di questo sangue. Ma
questa crescente avversione dei ceti più potenti per denaro, coltura e
rispetto, spingeva Cesare ad appoggiarsi alle plebi povere e ignoranti.
Il che era un doppio pericolo: per la ricchezza dei grandi e per la
libertà della repubblica. Il partito di Cesare si divideva in due
frazioni, come abbiamo visto: una più ligia alla tradizione e alla
legalità, la quale desiderava soltanto che Cesare fosse in Roma un
cittadino potente ed eminente; un’altra più violenta e turbolenta, la
quale voleva far Cesare onnipotente per prepotere essa al suo seguito
e con il suo favore. A mano a mano che le classi alte, fedeli alla
tradizione, si raffreddavano, quest’ala estrema prevaleva nel partito
sui moderati, spingendo Cesare alla tirannide. Il maneggio apparve
chiaro, dopo Tapso. Mentre la parte migliore dell’Italia si raccoglieva
nella silenziosa tristezza di tante morti illustri, i più scaldati
partigiani di Cesare gli fecero decretare i più stravaganti onori: la
dittatura decennale, la censura sotto il titolo di _praefectura morum_,
il diritto inaudito di proporre i candidati al tribunato e all’edilità
plebea. L’Italia trasecolò disgustata e atterrita. Anche la dittatura
di Silla impallidiva a petto di una tirannide così mostruosa come la
dittatura decennale! Non sfuggì a Cesare che il troppo zelo dei suoi
amici gli noceva, e non solo ricusò la dittatura decennale[19], ma
cercò di lavare il sangue di Tapso con la generosità e con la saggezza
di un governo riformatore. Spendendo gran parte del bottino fatto
in Africa, pagò tutte le somme promesse durante la guerra civile ai
cittadini e ai soldati: a ciascun cittadino 300 sesterzi, 24.000 a
ciascun soldato, 48.000 a ciascun centurione, 90.000 a ciascun tribuno
militare. Fece una larga distribuzione gratuita di grano e di olio
al popolo; prese delle disposizioni perchè la sua legge agraria del
59, rimasta sino ad allora, per il malvolere dei governanti, lettera
morta o quasi, fosse finalmente e davvero eseguita; si accinse a
fondare colonie in Campania; cominciò a elaborare quella _lex Julia
municipalis_, che regolerà per lungo tempo i rapporti tra Roma e le
comunità italiche, da quarant’anni accolte nella cittadinanza romana;
procedè anche ad alcune riforme, che da un pezzo il partito oligarchico
reclamava. Ridusse il numero dei cittadini poveri, che, secondo la
legge Clodia, avrebbero avuto il diritto di partecipare alle pubbliche
e gratuite distribuzioni di grano; sciolse i collegi d’artigiani, che
Clodio aveva riorganizzati e di cui Cesare stesso si era largamente
servito, prima e dopo il 59.
Erano tutte savie riforme: ma non bastavano a placare il malcontento.
Questo anzi cresceva per una nuova inquietudine d’ordine politico.
Quanto tempo Cesare intendeva conservare i suoi straordinari poteri?
Che li avesse assunti durante la guerra civile, si capiva: ma ora
la guerra civile era terminata; e, ristabilito alla meglio l’ordine,
restaurerebbe pure il governo repubblicano, come lo stesso Silla aveva
fatto? Ogni governo che sapesse di potere personale o l’adombrasse
anche da lontano, era ancora così detestato, a Roma e in Italia, che
l’impazienza cresceva ogni giorno; e molti l’esprimevano o facendo
l’apologia della libertà e dello stoicismo di Catone, o piangendo su
quella fosca ed ultima notte, che la repubblica sembrava attraversare,
foriera di più cupe calamità[20]. A confronto di quella paura tutti i
benefici largiti da Cesare non contavano nulla. Nessuno pur troppo,
vedendo così da vicino le cose, si rendeva conto che, neanche se
l’avesse voluto, Cesare avrebbe allora potuto rinunciare ai pieni
poteri, e che egli era, in un certo modo, prigioniero della sua
vittoria e scontava con questa prigionia il suo genio e la sua fortuna.
Egli aveva dispensato troppe promesse, aveva acceso troppe speranze,
aveva preso troppi impegni, si era tirato addosso troppi odî, aveva
sconvolto troppo l’Italia e l’Impero, perchè potesse abbandonare il
potere, prima di aver assestate un po’ le cose del mondo turbato:
ma anche per assestarle alla meglio occorreva una autorità forte e
rapida, di cui la invecchiata repubblica non era più capace. Anche i
suoi più ostinati avversari dovevano di lì a poco accorgersi che la
sparizione di Cesare sarebbe in tutto l’impero il principio di una
immensa catastrofe. Egli infatti, invece che a ripristinare l’antica
repubblica, pensava a ripigliare uno dei disegni elaborati tanti
anni prima nel convegno di Lucca; a vendicare Crasso e a conquistare
la Persia. La conquista della Persia gli procurerebbe la gloria,
l’autorità, e i tesori necessari per riordinare lo Stato e per salvare
dalla rovina l’Italia.
26. =La nuova insurrezione pompeiana in Spagna (46-45 a. C.).= —
Ma il vasto disegno fu intralciato da una nuova difficoltà, nata in
quelle Spagne, che erano state così facilmente ridotte all’obbedienza
nel 49. Quivi lo sgoverno dei luogotenenti di Cesare, le mene degli
agenti pompeiani, la commiserazione che destavano i figli di Pompeo,
Gneo e Sesto, imploranti ovunque vendetta per il padre loro, le
numerose amicizie, che Pompeo aveva lasciate, la latente, ma non
spenta, aspirazione all’indipendenza avevano ridestato un nuovo
incendio e un nuovo pericolo. Verso la fine del 46, i luogotenenti di
Cesare si trovarono o si credettero in tal pericolo per le forze di
cui Gneo Pompeo disponeva, che reclamarono la sua presenza. Cesare
non poteva partir per la Persia, lasciando la Spagna pericolante:
rimandò dunque la spedizione contro i Parti; ma prima di partire per
la Spagna, assunse la dittatura che aveva rifiutata al suo ritorno
e volle esser nominato console unico per il 45: ciò fatto, lasciò
l’Italia senza convocare i comizi, e durante il viaggio nominò otto
_praefecti urbi_, a cui confidò tutti gli uffici dei pretori e parte
degli uffici dei questori. Era una catena. Il pericolo spingeva Cesare
ad assumere i pieni poteri e questi accrescevano il pericolo. Grandi
furono l’irritazione e il dolore a Roma per questo aperto crescere del
potere personale di Cesare. Ma la guerra di Spagna fu molto difficile.
Alla battaglia di _Munda_, Cesare fu costretto a combattere come un
semplice soldato, e corse pericolo di esser fatto prigioniero (marzo
45). Tuttavia anche questa volta vinse, e se Sesto Pompeo riuscì a
sfuggire nella Spagna settentrionale, caddero Labieno e Gneo Pompeo.
Ma la nuova strage di illustri romani, la lunghezza della guerra,
la vittoria difficile e stentata avevano accresciuto in Roma e in
Italia il malcontento di quanti temevano che Cesare volesse opprimere
la repubblica. Invece i più zelanti tra i suoi partigiani avevano
approfittato della vittoria di Munda per far decretare nuovi onori al
loro duce: il diritto di portare, come prenome ereditario, il titolo
di _imperator_, il consolato per dieci anni, la facoltà di proporre
i candidati per l’edilità e per il tribunato! Non c’era dunque più
dubbio: Cesare voleva dominar solo sulle rovine della repubblica.
Questi onori non solo indisposero la pubblica opinione ma inasprirono
il vecchio dissidio fra i cesariani moderati e gli altri: a tal
segno che, appena tornato, Cesare cercò di placare i malcontenti, si
riconciliò con Antonio, che era sempre in disgrazia per le repressioni
del 47, abolì i _praefecti urbi_. Un barlume di speranza confortò
i più fiduciosi: Cesare restaurerebbe le istituzioni della libera
repubblica! Ma era nel vero invece Cicerone, il quale ammoniva di
non credere a coteste illusioni. Cesare non pensava a restaurare la
repubblica, ma a conquistare la Persia, ad ampliare ed abbellire Roma,
a deviare il corso del Tevere, a prosciugare le Paludi pontine, a
fondare biblioteche, a tagliare l’istmo di Corinto, ad aprire una nuova
strada attraverso l’Appennino, a costruire un gran porto ad Ostia, a
formare un corpo unico delle leggi romane, a rinnovare il catasto e il
censimento per tutto l’impero. Il malinteso tra Cesare e le classi alte
cresceva. Cesare voleva dare all’Italia un governo attivo, splendido,
benefico; le classi alte volevano innanzi tutto un governo conforme
alle tradizioni politiche della repubblica, in cui il senato e le
magistrature recuperassero l’antica autorità; in una parola, un governo
_legittimo_. Il malcontento si esasperava, anche in mezzo ai cesariani
moderati, che non volevano essere gli organi di un governo personale;
l’equilibrio delle cose e degli spiriti si faceva sempre più incerto
ed instabile; mentre Cesare preparava alacremente la spedizione contro
i Parti, i senatori, anche molti senatori cesariani, si domandavano
ansiosi quel che l’avvenire teneva in serbo per la repubblica. Ogni
atto di Cesare era spiato, discusso, tartassato spietatamente, come un
segno delle più tenebrose ambizioni. Quando, nella prima quindicina di
febbraio del 44, il senato e i comizi furono costretti ad approvare una
legge che nominava Cesare dittatore a vita!
27. =La congiura e le Idi di marzo (15 marzo 44 a. C.).= — La legge,
forse, era necessaria, poichè Cesare si accingeva a partire per la
guerra contro i Parti. Non era per Cesare prudenza abbandonare Roma
per una impresa così lunga e ardua, senza essere padrone assoluto di
tutto lo Stato. Ma la dittatura a vita era per i Romani la tirannide.
Una tradizione di secoli voleva che la dittatura non potesse durare
più di sei mesi. Silla stesso si era affrettato a deporla, l’ordine
ristabilito. E allora un senatore si persuase, che per salvare la
repubblica, la tradizione, il senato — e quindi, Roma e l’Italia —
occorreva uccidere Cesare. Questo senatore — Caio Cassio — era stato
questore di Crasso nella spedizione contro i Parti; aveva combattuto
agli ordini di Pompeo nella guerra civile; ma si era riconciliato dopo
Farsaglia con Cesare, che l’aveva annoverato tra i suoi amici e gli
aveva affidato molte cariche. Cassio si aprì con qualche amico fidato;
a tutti parve necessario accaparrare il cognato di Cassio, M. Bruto,
anche egli uno dei pompeiani passati a Cesare dopo Farsaglia, che
aveva molta autorità per la nobiltà delle progenie, per le parentele
cospicue, per la fanatica ammirazione del civismo eroico dell’antica
repubblica. Si gloriava di discendere da quel primo Bruto, che aveva
fondata la repubblica e immolato alla salvezza della repubblica la
propria prole. Cesare, che era stato molto amico di sua madre, lo amava
molto, e lo aveva largamente beneficato. Ma non fu difficile a Cassio,
esaltando il suo spirito civico, persuaderlo che egli doveva anteporre
la repubblica e il suo bene alla personale riconoscenza. Convinto
Bruto, molti pompeiani superstiti e cesariani moderati entrarono nella
cospirazione. Che la congiura avesse profonde ragioni politiche lo
dimostra il fatto che, ai primi del marzo 44, ben 60 (e forse 80)
senatori ne facevano parte: e tra questi, si può dire, la parte più
eletta dello stesso partito cesariano. Troppo il governo personale ed
una dittatura a vita ripugnavano ancora ai Romani! Ma occorreva far
presto, perchè era difficilissimo che un segreto, risaputo da tanti,
non trapelasse. Cesare inoltre era in procinto di partire per la
spedizione partica: da ogni parte affluivano i veterani richiamati;
ben sedici legioni e 10.000 cavalieri si raccoglievano in Macedonia
e in Grecia. Già il senato aveva, su proposta di Cesare, deliberato
che, prima della sua partenza, i magistrati sarebbero stati eletti
per tre anni — la supposta durata della sua assenza. Si sussurrava
inoltre che il quindicemviro L. Aurelio Cotta avrebbe proposto in
senato di proclamare, in obbedienza ad un antico oracolo Sibillino,
il condottiero della guerra partica re di tutte le province, fuori che
dell’Italia. E allora la morte di Cesare fu fissata per il 15 marzo, il
giorno della più vicina riunione del senato.
Il senato era stato convocato al Campo di Marte, nella Curia di
Pompeo, non lungi dall’odierno Campo dei Fiori. I senatori erano
numerosi, ma Cesare tardava ad apparire. Trattenuto da leggiera
indisposizione, fuori d’ogni sospetto, nella _Domus publica_, dove
egli, quale pontefice massimo, abitava, già s’era deciso a non recarsi
alla seduta. Fu allora spedito Decimo Bruto a prendere sue notizie
e a persuaderlo ad intervenire. E il valoroso luogotenente delle
Gallie, che s’era coperto di gloria combattendo contro i Veneti nel
57 e contro i Marsigliesi nel 49-48, non esitò a condurre al macello
un uomo, che lo aveva beneficato e si fidava di lui! Cesare si lasciò
convincere da Decimo; venne; e appena entrato nell’aula, e sedutosi,
gli si accostò uno dei congiurati, Tullio Cimbro, facendo le viste di
voler patrocinare la causa di suo fratello esule. Trebonio intanto si
era preso l’incarico di trattenere fuori dell’aula M. Antonio, che, per
essersi di recente riconciliato con Cesare ed essere stato fatto suo
collega nel consolato, i congiurati non avevano voluto mettere a parte
del disegno. Mentre Tullio parlava, gli altri congiurati si affollarono
intorno al dittatore: a un tratto, il supplicante dette un leggiero
strappo alla toga di Cesare, e mise allo scoperto il busto. Il segnale
era dato; i congiurati brandirono i pugnali e si gettarono su Cesare,
crivellandolo di colpi. Fu un baleno.... E Cesare rotolò in un mare di
sangue, a pie’ della statua di Pompeo (15 marzo 44).
28. =Cesare e l’opera sua.= — Il dittatore era spento. Non la sua
vita soltanto, ma anche l’opera sua era stata spezzata. Che cosa
rimaneva di questa? Che cosa può ricostruirsi e argomentarsi dai
frammenti del suo pensiero, ch’egli lasciava sparsi dovunque? Gli
storici antichi non videro in lui che il demolitore delle libertà
repubblicane, pur condannate alla morte. Gli storici moderni hanno
invece voluto ritrovare nei frammenti dell’opera sua un piano organico
per restaurare il crollante Stato romano. Che questo piano sia una
congettura dei moderni, ci pare sia dimostrato dalla narrazione delle
pagine che precedono. Ma negare la profetica antiveggenza di Cesare
non significa rimpicciolirlo. Cesare fu veramente un grande Uomo: un
dotto, un artista, e, al tempo stesso, un uomo d’arme e d’azione. La
immaginazione, la lucidezza della intelligenza, la versatilità, la
operosità infaticabile, l’agilità spirituale avrebbero fatto di lui,
in qualunque momento della storia, un grande personaggio. Ma nessun
politico può recare fin dalla culla un piano preordinato da attuare;
tutti debbono servire i loro tempi e gli eventi. Cesare capitò in
un’epoca, ingombra dagli avanzi di una storia ormai esausta, che era
necessario distruggere, per aprire le vie del futuro; onde egli fu non
un grande creatore, ma un grande distruttore, chè il tempo di rifare
il mondo non era giunto ancora. Due grandi distruzioni sono infatti
le sue massime imprese: la guerra gallica e la guerra civile. Con la
guerra gallica, egli distrusse la vecchia Gallia celtica, ed aprì alla
civiltà greco-latina le vie del continente europeo. Solo perchè la
Gallia fu romanizzata, la Gran Bretagna e la Germania furono a poco
a poco incivilite e cristianizzate; e incominciò quella grande storia
dell’Europa, di cui noi stiamo forse per vedere, o già abbiamo visto,
l’apogeo. Con la guerra civile, invece, Cesare affrettò la lenta agonia
della secolare repubblica; non la uccise e non costituì un nuovo ordine
politico. Quanto egli tentò per costituirlo fu provvisorio e caduco,
perchè la crisi non era ancora matura. Lo prova la tremenda convulsione
che seguì la sua morte.