(49-46 a. C.)
19. =Il consolato unico di Pompeo (52 a. C.).= — A Roma intanto, mentre
Cesare combatteva in Gallia, Pompeo e il partito del senato, spaventati
dai tumulti che continuavano, dallo sfacelo della repubblica, dalla
catastrofe di Crasso, dalla rivolta della Gallia, avevano un po’
dimenticato gli odî e i ripicchi antichi. Anche i più ostinati
avversari della triarchia erano stati ammansati dal pericolo; quanto a
Pompeo, era troppo ricco, troppo potente, troppo viziato dalla fortuna,
da non voler primeggiare piuttosto con il favore del senato, che a
suo dispetto. Così, perdurando ed imperversando i tumulti, la proposta
di nominare Pompeo non dittatore — chè il nome dopo Silla era odioso
— ma console unico, fu approvata da tutti, anche da Catone. Pompeo
a sua volta si affrettò a contentare la parte più autoritaria del
partito senatorio, attuando in poche settimane ciò che quella chiedeva
invano da anni. Con una legge _de ambitu_ e un’altra _de vi_, abbreviò
la durata dei processi, aggravò le pene ai delitti di corruzione
politica, commessi sin dal 70, rinvigorì e accelerò la procedura contro
le violenze commesse nelle elezioni, diede una spinta vigorosa ai
processi. In un batter d’occhio un gran numero di partigiani di Clodio
e di Cesare furono condannati insieme con qualcuno dei più turbolenti
tra i loro avversari. Neanche Milone, l’antico amico di Pompeo, fu
risparmiato. Appropriandosi poi una proposta fatta l’anno prima, ma
inutilmente, dal senato, Pompeo propose una _lex de provinciis_,
la quale vietava che nessun console o pretore romano diventasse
governatore di una provincia, se non cinque anni dopo la fine della sua
magistratura. Presentò inoltre una _lex de iure magistratuum_, la quale
riconfermò l’antico divieto di brigare il consolato a chi fosse assente
da Roma; ad eccezione di coloro che avessero ricevuto o ricevessero dal
popolo la dispensa. Questa eccezione toccava Cesare, che poco prima
una legge, proposta dai suoi amici, aveva autorizzato a presentarsi
candidato per il 48, senza essere presente in Roma.
L’ordine fu ristabilito in Roma; il senato respirò; Pompeo ritornò in
credito, come un secondo Silla, presso quella parte della aristocrazia,
che aveva subìto, ma non accettato, il governo della triarchia.
Senza discussione, gli fu prorogato di cinque anni il governo della
Spagna. Vacillò invece la potenza di Cesare. Il governo da lui fondato
pericolava. La morte di Crasso prima, la lenta conversione di Pompeo
poi, il disastro partico, la rivolta della Gallia, l’anarchia di Roma
avevano prima screditato e poi disciolto la triarchia. Della antica
potenza dei tre capi non restava più che un odio implacabile, tutto
addensato su lui, poichè Pompeo si era riconciliato con i nemici.
Cesare aveva ragione di temere che se, finito il proconsolato, egli
tornasse a Roma semplice cittadino, i suoi nemici gli intenterebbero
qualche processo che, rovinandolo, farebbe scontare a lui, con le sue,
le colpe di Crasso e di Pompeo[15]. Non c’era che uno scampo: essere
rieletto console, e farsi accordare un nuovo e lungo proconsolato;
poichè ogni magistrato era, sinchè copriva la carica, inviolabile. Ma
i suoi poteri proconsolari duravano sino al 1º marzo del 49 a. C., che
era il decimo anniversario del giorno in cui la _lex Vatinia_ gli aveva
assegnato la Gallia. Cesare non poteva dunque brigare il consolato che
nelle elezioni che avrebbero luogo durante l’anno 49 e farsi nominar
console per il 48; onde nei dieci mesi che correrebbero tra il 1º marzo
del 49 e il 1º gennaio del 48, rientrando nella vita privata, sarebbe
stato facile bersaglio ai processi dei nemici. Una legge gli aveva, sì,
concesso di brigare il consolato assente da Roma: ma che gli serviva,
se i suoi poteri spiravano il 1º marzo?
20. =Il conflitto tra Cesare ed il Senato (51-49 a. C.).= — Cesare
pensò di chiedere al senato, al principio dell’anno 51, che gli
prolungasse i poteri proconsolari dal 1º marzo del 49 al 1º gennaio del
48, allegando che questo prolungamento era implicito nella legge che
gli concedeva di postulare il consolato senza essere presente a Roma.
La salvezza di Cesare dipendeva da questa domanda, che a sua volta
dipendeva da Pompeo. Il senato l’approverebbe o la respingerebbe, se
Pompeo l’appoggiasse o la combattesse. Pompeo quindi fu corteggiato
con zelo eguale dagli amici e dai nemici di Cesare. Ma Pompeo, sebbene
ormai fosse avverso a Cesare e favorevole al partito senatorio[16],
allorchè, in aprile, la domanda di Cesare fu discussa in senato, non
si pronunciò, e un tribuno della plebe lo tolse dall’impaccio di dover
dichiararsi, interponendo il veto. Ma Cesare aveva nemici fanatici; e
tra questi c’era il console Marcello; il quale risollevò il 1º giugno
la questione, proponendo addirittura di richiamare Cesare dalla Gallia.
Questa volta Pompeo non potè più tacere; ma si cavò d’impaccio, dicendo
che non si poteva trattar della successione di Cesare prima del 1º
marzo dell’anno 50. Il senato gli diede ragione, e Marcello ammutolì;
ma per risollevare la questione a suo tempo e proprio il 30 settembre,
proponendo che il 1º marzo dell’anno seguente si discutesse in senato
la successione di Cesare; e che si dichiarasse nullo in precedenza ogni
veto che i tribuni interponessero. Queste proposte furono occasione
di un vivace dibattito; la prima fu approvata e la seconda sospesa
dal veto tribunizio; ma il vero guadagno della seduta per i nemici
di Cesare fu che questa volta Pompeo dovette aprirsi; e lo fece,
sentenziando che, se il 1º marzo i tribuni amici di Cesare avessero
fatto uso dell’intercessione, Cesare doveva considerarsi e «castigarsi»
come ribelle.
La fortuna di Cesare, che frattanto domava le ultime resistenze della
Gallia, pericolava. Pompeo lo abbandonava; e gli aveva ormai quasi
spezzato in mano l’arma del _veto_. Se avesse cercato di scaramucciare
con il veto dei tribuni amici suoi, dopo quella dichiarazione, si
sarebbe guastato apertamente con Pompeo. Questo Cesare non voleva; onde
immaginò un curioso espediente. Era stato eletto tribuno per l’anno
50 a. C. Scribonio Curione, un giovane pieno d’ingegno e di debiti,
grande oratore e scrittore, e acerrimo nemico di Cesare. Promettendo di
pagargli i debiti, Cesare ottenne di trarlo dalla sua parte e di fargli
accettare una missione difficilissima: quella di impedire il 1º marzo
la discussione sulla sua provincia, fingendo di adoperarsi come nemico
suo, ma non dell’equità e della costituzione. Se l’intercessione di un
tribuno a lui nemico avesse impedito la votazione, come avrebbe Pompeo
potuto risentirsene contro di lui? E Curione disimpegnò mirabilmente il
suo bizzarro incarico. Affermando, con affettata imparzialità, che era
tempo di finirla con tutti i poteri straordinari, sia di Cesare che di
Pompeo; presentando leggi opposte, talune di spirito oligarchico, altre
a seconda dell’umore popolare; atteggiandosi a difensore imparziale
della legge e della pubblica pace; attaccando Cesare, ma nello stesso
tempo Pompeo, Curione riuscì a diventar così popolare presso il
pubblico, che voleva la pace, da poter far differire, con il veto e
con altri espedienti, di mese in mese, sino alla fine del 50, ogni
dibattito sulla successione di Cesare. Pompeo, che una malattia aveva
condannato all’inerzia per parecchi mesi, ne approfittò volentieri per
fare le viste di dimenticare le minacce pronunciate nella seduta del
30 settembre; e la maggioranza del senato gli fu grata di differire la
terribile questione. Ma questi abili maneggi, nei quali non si tardò
a sospettare la mano di Cesare, esasperarono i nemici del proconsole
e lo stesso Pompeo. D’altra parte, avvicinandosi la fine dei poteri
proconsolari di Cesare, era necessario definire la questione.
Si venne così alla storica seduta del 1º dicembre 50. Il console
Marcello cominciò a proporre che Cesare cessasse dai suoi poteri
proconsolari il 1º marzo del 49. La proposta fu approvata a grande
maggioranza, e senza che Curione aprisse bocca. Marcello allora,
incalzando, chiese al senato se anche Pompeo dovesse rassegnare il
comando delle Spagne, che, come abbiamo visto, gli era stato prorogato
fino al 45. La nuova proposta fu respinta a grande maggioranza.
Solo allora Curione domandò la parola; e, introducendola con un
discorso abilissimo, fece una terza proposta, che, a stretto rigore
di logica, contradiceva alle deliberazioni già prese: Pompeo e Cesare
abbandonassero insieme il loro governo proconsolare. La proposta,
rispondeva talmente al desiderio di tutti, — senatori e popolo — che
l’assemblea, contradicendosi, l’approvò con 370 voti contro 22. La
deliberazione era savia; ma umiliava troppo i nemici di Cesare, che non
la volevano a nessun costo, e Pompeo, che non intendeva deporre prima
del tempo il potere che il senato gli aveva prolungato. In fretta e
furia Marcello e i più scaldati nemici di Cesare immaginarono un piano,
lo sottoposero a Pompeo, il quale era ancora a Napoli: Marcello avrebbe
proposto al senato di dichiarare Cesare _hostis publicus_; se il senato
non avesse approvato o se i tribuni avessero interposto il veto, egli
avrebbe di sua autorità proclamato lo stato d’assedio e affidato
a Pompeo la salvezza dello Stato: il senato allora, intimidito,
avrebbe approvato quanto essi volevano. Non appena giunse da Napoli
l’approvazione di Pompeo — probabilmente il 9 dicembre — Marcello
fece il suo colpo di Stato. Convocò il senato; propose di dichiarare
Cesare nemico pubblico, e di ordinare a Pompeo di prendere il comando
delle due legioni, che a Lucera aspettavano di partire per la Siria;
e, quando Curione ebbe posto il suo _veto_, uscì da Roma, e si recò a
Napoli da Pompeo, per invitarlo ad assumere, novello Nasica ed Opimio e
con gli stessi mezzi, la difesa della repubblica.
21. =Dal Rubicone a Brindisi (10 gennaio-17 marzo 49 a. C.).= — Le
cose precipitavano. C’era però ancora una speranza. Cesare voleva la
pace. Voleva la pace perchè sapeva che delitto e che pericolo sarebbe
scatenare una seconda guerra civile, non più nemmeno per le grandi
questioni politiche che avevano preparato la prima, ma per i miserabili
puntigli di due cricche di politicanti. Deliberò dunque di fare uno
sforzo supremo per la pace. Curione, che era uscito di carica subito
dopo la votazione del senato, si era recato da lui: Cesare lo rimandò
con una lettera al suo ex-ufficiale, ed ora tribuno, Marco Antonio,
da leggersi in senato. In questa lettera egli si dichiarava pronto ad
abbandonare il comando della Gallia e a tornare privatamente a Roma,
purchè Pompeo facesse altrettanto. In caso contrario, soggiungeva,
egli avrebbe difeso i suoi diritti violati. La lettera era scritta con
rispettosa fermezza, e Cesare si riprometteva che farebbe riflettere
senza irritare. Non aveva il senato mostrato, nella seduta del 1º
dicembre, che voleva conciliare il dissidio dei due personaggi e delle
due fazioni, con un provvedimento equo? Senonchè nel frattempo Pompeo
aveva accettato la missione di difendere la repubblica affidatagli da
Marcello, e preso il comando delle legioni di Lucera. Di più i nemici
di Cesare non erano stati inoperosi. Il resultato fu che il senato,
nella seduta del 1º gennaio 49, non si comportò più come un mese prima:
la lettera di Cesare fu accolta da interruzioni e da proteste, come
una minaccia; e Cesare fu dichiarato nemico pubblico, se non avesse
abbandonato il comando entro il luglio. Qualche giorno dopo il senato
dichiarava lo stato di assedio. Il rimedio di Cesare per salvare la
pace era fallito! Non volendo cedere, Cesare non potè che dar di piglio
a un mezzo estremo, un’arme a doppio taglio, l’unica, che ormai gli
restava: dimostrare di essere risoluto a tutto, e far rinsavire con
le minacce il senato, che aveva respinto le proposte concilianti.
Una notte, verso il 10 gennaio, uscì da Ravenna con 1500 uomini, e,
violando la frontiera, che separava l’Italia dalla sua provincia,
valicò il Rubicone, occupò di sorpresa Rimini e nei giorni seguenti
Pesaro, Fano, Ancona e le principali città della costa, spingendo
qualche coorte verso Arezzo.
La seconda guerra civile incominciava, sebbene nessuna delle due parti
l’avesse voluta sul serio; e sebbene l’Italia tutta avesse sempre e
soltanto implorato la pace[17], perchè nessuna jattura poteva esserle
in quel momento più funesta di una guerra civile. Tre anni prima, nel
52, i mercanti italiani erano riusciti per la prima volta ad esportare
nelle province l’olio fabbricato in Italia. Basta questo fatto a
mostrare che l’Italia non era tutta piena di proprietari rovinati, di
latifondisti o di inquieti e famelici politicanti; ma che c’era anche
chi lavorava — media possidenza i più — e con i capitali, il lavoro
e gli schiavi importati di Grecia e dall’Oriente, tentava di coltivar
meglio la terra sull’esempio dei popoli più esperti in agricoltura. Nel
tempo stesso si affermava l’industria; e anche questa, in parte, grazie
agli schiavi e ai liberti orientali. Nella Cisalpina, da Vercelli a
Milano, da Milano a Modena; nell’Etruria, ad Arezzo, si cominciavano
ad aprire quelle fabbriche di ceramica, di lampade, di anfore, che
diverranno in seguito famose. A Padova e a Verona degli artigiani e
dei mercanti cominciavano a tessere quei tappeti e quelle coperte, di
cui tutta l’Italia dovrà fra non guari fare così largo uso. A Parma e a
Modena si tessevano panni magnifici, con la lana delle numerose greggi
pascolanti nelle campagne circostanti. A Faenza si cominciava a filare
e a tessere il lino, coltivato nei dintorni. Genova, a pie’ delle
montagne selvagge della Liguria, era un emporio di legname, di pelli,
di miele, di bestiame, che i Liguri trasportavano e conducevano dalle
loro valli solitarie. Le miniere di ferro dell’Elba erano sfruttate con
lena vigorosa; e Pozzuoli lavorava il ferro dell’Elba fabbricando ogni
sorta di oggetti. Napoli era la città dei profumi e dei profumieri;
Ancona possedeva fiorenti tintorie di porpora. Le città si ampliavano,
si abbellivano, arricchivano, e in quelle cresceva di numero, di
agiatezza e di potenza un nuovo ceto medio. Con l’agiatezza, con il
nuovo bisogno di pace operosa, con la partecipazione delle classi
minori e degli Italici alla vita pubblica, gli odî di un tempo si erano
placati. Non più la ferocia delle antiche lotte dei plebei contro i
patrizi, dei poveri contro i ricchi, degli Italici contro i Romani.
Unica angustia, i debiti. Senonchè neppure questo universale desiderio
di pace valse contro i rancori e i puntigli dei partiti politici. A
furia di spaventarsi a vicenda con minacce, i partiti resero alla
fine la guerra inevitabile. La mossa di Cesare, che mirava ancora
a persuadere i nemici ad una transazione, fallì il suo effetto, non
perchè non spaventasse abbastanza, ma perchè spaventò troppo. Quando
si seppe a Roma che Cesare aveva occupato Rimini, Ancona, Arezzo,
tutti credettero che volesse marciare con le legioni su Roma; un gran
panico scoppiò; e se qualche spaventato propose di aprire trattative
di pace, Pompeo non ne volle sentir parlare: ordinò anzi che il senato
e i consoli lasciassero Roma e si ritirassero a Capua. Cesare, che
voleva intendersi con il senato e finir presto l’avventura con una
transazione, capì che quella fuga gli accrescerebbe la difficoltà
di far pace; e cercò, con lettere e con quanti mezzi aveva a mano,
di persuadere i senatori a restare in Roma. Ma intanto nel Piceno e
nel Sannio i generali di Pompeo reclutavano soldati: poteva Cesare
lasciarsi crescer sul fianco questa minaccia? Egli richiamò dalle
Gallie le sue legioni, e procedè innanzi: prese Osimo, Cingoli; si
impadronì del Piceno, obbligando i generali di Pompeo che reclutavano
soldati a ripiegare su Corfinio, nel paese degli antichi Peligni, dove
si raccoglieva buon nerbo di milizie, sotto il comando di uno dei più
autorevoli pompeiani, L. Domizio Enobarbo, console nel 54. Ma poteva
Cesare lasciar che Corfinio diventasse un forte punto di appoggio per
Pompeo? Con la consueta rapidità e con le legioni giuntegli dalle
Gallie, alle quali aveva fatto grandi promesse, Cesare marciò su
Corfinio, la assediò, costringendo, dopo soli sette giorni, Domizio
alla resa. Ma voleva intendersi con i nemici, e fu generoso; mandò
liberi Domizio e i nobili pompeiani, ch’erano al suo seguito.
In meno di due mesi con la sua rapida marcia e con la vittoria di
Corfinio, Cesare era riuscito a sconvolgere quella che oggi noi
chiameremmo la mobilitazione del partito avverso, ossia il reclutamento
con cui cercava di levar soldati in Italia. Pompeo in due mesi di
guerra aveva perduto una buona parte della penisola ed era in pericolo
di esser sopraffatto dalle forze soverchianti di Cesare, perchè aveva
in Italia poco più delle due legioni di Lucera e le sue comunicazioni
con la Spagna, dove stavano le sue migliori legioni, erano minacciate.
Tanto più avrebbe dovuto prestare orecchio alle offerte di pace, che
Cesare, spaventato dal precipitar degli eventi, faceva per differenti
canali. Ma ormai era impegnato; e non voleva parere di aver accettato
da Cesare una pace, perchè vinto. Poichè mezza Italia era perduta;
poichè con le forze, di cui disponeva, non poteva riconquistarla
e riaprirsi le comunicazioni con la Spagna, Pompeo deliberò di
abbandonare l’Italia con il senato, i magistrati e l’esercito, e di
salpare da Brindisi alla volta dell’Oriente; dove le province e i re
alleati non avrebbero indugiato ad aiutarlo a rifarsi un esercito.
Ma quando Cesare conobbe questo disegno si spaventò; capì che una
terribile guerra civile avrebbe devastato tutto l’impero, se egli non
riusciva a far la pace con Pompeo in Italia; e a marce forzate corse
su Brindisi, per bloccare il suo avversario e finire la guerra. Ma non
fece a tempo. Pompeo, il senato, l’esercito, riuscirono ad imbarcarsi,
abbandonando a Cesare l’Italia.
22. =La guerra di Spagna (marzo-novembre 49 a. C.).= — Ormai il destino
si era compiuto. Cesare doveva combattere una immensa guerra civile
— la seconda della storia di Roma. Ma in quale spaventoso impegno
s’era cacciato! Era abbandonato, solo, alla testa del suo esercito,
nell’Italia senza magistrati e separato dalle sue maggiori province!
Cesare non si perdè d’animo, e soprattutto non perdè tempo; subito
spedì quante forze potè ad occupare la Sardegna, la Sicilia e l’Africa;
e senza indugio si recò a Roma per riorganizzare alla meno peggio
il governo e per rifornirsi di danaro. Ci giunse verso gli ultimi
giorni di marzo; racimolò quei pochi senatori, che erano rimasti, e
li considerò come il senato legittimo; d’accordo con loro provvide
alla meglio a sostituire i magistrati che mancavano; prese diversi
provvedimenti a favore del popolo; fece abrogare la legge di Silla, che
escludeva dalle magistrature i discendenti dei proscritti; e infine si
impadronì dell’erario, minacciando di trucidare un tribuno, L. Cecilio
Metello, che voleva impedirglielo. Poi, dopo un soggiorno di pochi
giorni, ripartì per la Spagna.
Il piano di guerra di Cesare era semplice e ardito: volare in Spagna,
debellare il nucleo maggiore e migliore delle forze pompeiane,
poi recarsi in Grecia a combattere il nuovo esercito che Pompeo
raccoglierebbe. Ma per riuscire, gli occorreva far presto. Invece
subito egli trovò sulla via della Spagna un primo intoppo: Marsiglia.
Città libera, ma devota a Pompeo, Marsiglia intendeva restar neutra nel
conflitto. Cesare richiamò tre legioni dalla Gallia e pose l’assedio
a Marsiglia: ma il ritardo di cui l’assedio era cagione parendogli
pericoloso, si risolvè a ritirare tutte le truppe che ancora erano
nella Gallia, e mandar queste, con le altre, che teneva nella Narbonese
— cinque legioni in tutto — sotto il comando dei suoi generali in
Spagna, mentre egli terminerebbe l’assedio di Marsiglia. Senonchè i
suoi luogotenenti non riuscirono a nulla.
Lasciando allora Caio Trebonio e Decimo Bruto a continuare l’assedio di
Marsiglia, Cesare andò in persona a prendere il comando dell’esercito
di Spagna; pose l’accampamento a nord dell’Ebro, presso _Ilerda_
(Lerida), ma non gli riuscì di costringere il nemico a battaglia.
Avendo anzi tentato di tagliare le sue comunicazioni con la città, subì
un sanguinoso rovescio; e le ostilità delle popolazioni, cresciute dopo
il rovescio, insieme con un improvviso straripamento dei fiumi, che
portò via i ponti circostanti, per poco non lo ridussero all’estrema
rovina. Ma, verso la metà di luglio, le sorti di Marsiglia, disfatta e
bloccata per mare da Decimo Bruto, parvero precipitare: le popolazioni
spagnole temettero che le legioni assedianti la città sarebbero tra
poco venute in Spagna, e di nuovo passarono a Cesare portando al suo
esercito i viveri che prima portavano ai pompeiani. La carestia mutò
campo; onde i luogotenenti di Pompeo, L. Afranio e M. Petreio, furono
costretti a ritirarsi al di là dell’Ebro per cercare viveri. Cesare li
inseguì, e con un seguito di mirabili mosse fece coi generali pompeiani
ciò che questi, poco prima, non avevano saputo fare con lui: seguendo,
circondando, affamando il nemico, lo costrinse alla resa a discrezione
(2 agosto 49). Novamente offerse ai vinti condizioni magnanime; li
lasciò liberi di agire, comunque credessero: o recarsi da Pompeo, o
arrolarsi sotto le sue bandiere, o tornare a vita privata. Poco dopo,
anche le due legioni della Spagna ulteriore, agli ordini di uno dei più
grandi eruditi del tempo, M. Terenzio Varrone, capitolavano. Tutta la
Spagna era in potere di Cesare.
Cesare tornò in Italia, ove già, su proposta del pretore M. Emilio
Lepido, egli era stato da una legge creato dittatore. Ma il Silla
democratico non intendeva esercitare nessuna rappresaglia, e neanche,
per ora, fare serie novità nello Stato. Si limitò a presiedere i
comizi per le nuove elezioni, nelle quali fu eletto console per il 48;
a proporre al popolo una quasi universale amnistia per i condannati
politici dopo il 52; a far una legge che concedeva la cittadinanza alla
Gallia Cisalpina, e una legge sui debiti, che cercava di alleviare i
disagi e le rovine della guerra, ma con molta prudenza e saggezza. La
legge statuiva che gl’interessi già sborsati fossero diffalcati dalla
somma totale del debito; e autorizzava i debitori a pagare le somme da
essi dovute coi loro beni immobili, non però secondo il loro valore
presente troppo basso, ma secondo la stima anteriore alla guerra. Le
contestazioni sarebbero giudicate da una commissione di arbitri. Nè
basta: per promuovere il riflusso del danaro, che la guerra aveva fatto
scomparire, rimise in vigore una vecchia disposizione caduta in oblio,
la quale vietava ai cittadini di tenere presso di sè più di 60.000
sesterzi in oro o in argento. Tutte queste cose furono fatte in soli
undici giorni di dittatura; dopo di che Cesare deponeva la carica e
s’accingeva all’impresa finale contro Pompeo.
23. =Farsaglia (48-49 a. C.).= — La vittoria che Cesare aveva riportata
in Spagna era stata controbilanciata da gravi rovesci subiti in Africa
e in Illiria. Curione, che Cesare aveva spedito in Sicilia e in Africa,
aveva occupato la Sicilia, scacciandone Catone; ma passato con due sole
legioni in Africa, dopo aver felicemente disfatto il generale pompeiano
P. Attio Varo, era stato attirato in un’imboscata dal re dei Numidi,
Giuba, amico di Pompeo, circondato ed ucciso. Un altro luogotenente
di Cesare, P. Cornelio Dolabella, che aveva tentato la conquista
dell’Illiria, era stato disfatto, perdendo parte della flotta e delle
milizie, speditegli dall’Italia da M. Antonio. Queste erano cadute
prigioniere. Pompeo, invece, in Oriente aveva riunito circa 50.000
uomini e una potente armata; alle quali forze Cesare non poteva opporre
che 12 legioni stremate, con effettivi ridotti: in tutto 25.000 uomini,
e un’armata capace della metà del suo esercito o poco più.
L’impresa era dunque pericolosissima. Ma non c’era altro scampo che
tentarla. Onde il 4 gennaio del 48, dopo avere assunto i poteri di
console, con una parte del suo esercito, tutta quella che la sua flotta
poteva contenere, e cioè 15.000 uomini, salpava da Brindisi; eludeva
facilmente l’ammiraglio della flotta pompeiana, Calpurnio Bibulo, che
lo aspettava a primavera; riusciva a sbarcare a _Oricum_, in un piccolo
golfo solitario dell’Epiro; prendeva _Oricum_, poi Apollonia, tentava
impadronirsi di Durazzo. Ma non ci riuscì; chè Pompeo lo prevenne
a Durazzo con tutto il suo esercito. Cesare allora mise il campo
sull’Apsus, a sud di Durazzo, per aspettare la parte dell’esercito che
era rimasta in Italia. Ma questa non veniva, perchè Bibulo, sorpreso
nel sonno la prima volta, s’era svegliato e ora faceva buona guardia.
Non giungevano neppure viveri. Cesare si trovò ben presto isolato in
paese nemico, con soli 15.000 uomini, con scarsi viveri, e di fronte a
Pompeo, accampato sull’altra sponda, con un esercito almeno tre volte
più numeroso. Perchè Pompeo non lo attaccò allora? A spiegare questa
singolare inerzia occorre ammettere o che gli mancasse la energia
necessaria a guidare la guerra, o che, volendo risparmiare il sangue
romano, si fosse proposto di terminare la guerra senza combattere.
Perchè rischiare una sanguinosa battaglia tra Romani, quando Cesare era
venuto egli stesso nella trappola? Tagliate le sue comunicazioni con
l’Italia, quel piccolo esercito dovrebbe, presto o tardi, o arrendersi
per fame o sciogliersi per logoramento. Così i due avversari stettero
di fronte parecchi mesi, ma Cesare con maggior pericolo di Pompeo.
Senonchè il tempo, se logora gli eserciti, porta anche occasione e
fortune, di cui gli audaci approfittano. Così avvenne. Bibulo morì; e,
sotto il suo successore, rallentò la guardia, che la flotta pompeiana
faceva sui mari; cosicchè un bel giorno i generali cesariani d’Italia
riuscirono ad attraversare l’Adriatico e a congiungersi con Cesare.
Cesare allora, che aveva bisogno di finir presto la guerra, offrì
battaglia, ma invano; chè Pompeo, il quale non aveva voluto attaccarlo
prima, non mutò piano, perchè a Cesare erano cresciute le forze.
Invano Cesare provò tutte le provocazioni e tentò perfino di tagliare
le sue comunicazioni con Durazzo: Pompeo, potendo comunicare per mare
con la città, non si mosse. Esasperato, alla fine, Cesare pensò di
bloccarlo nel suo stesso accampamento, sperando forse di rinnovare il
miracolo, che aveva compiuto quattro anni prima con Vercingetorige
ad Alesia. Senonchè l’accampamento di Pompeo si appoggiava sul mare
di cui il nemico era padrone, mentre invece la carestia tormentava
ferocemente il suo campo. L’assedio fu una inutile fatica, che mise
capo a un disastro. Un giorno, una scaramuccia, impegnatasi intorno
alle trincee, divampò in una grande battaglia, che terminò in una
sconfitta dei Cesariani. Mille soldati caddero morti sul campo e
trentadue bandiere nelle mani del nemico. Allora Cesare levò il blocco
e si ritirò con l’esercito in Tessaglia, per andare a cercar dei viveri
e ricongiungersi con due luogotenenti, Domizio Calvino e Lucio Cassio,
che poco prima aveva mandati in Macedonia a combattere le forze di
Pompeo.
La vittoria si offriva a Pompeo. Egli poteva scegliere tra due partiti
egualmente buoni: o inseguir subito ed energicamente il nemico in
ritirata e distruggerlo; o tornare in Italia e di là, rifatte le sue
forze, riconquistare l’Oriente, dove Cesare sarebbe stato facilmente
isolato e accerchiato, il giorno in cui non fosse più che il capo di
poche legioni in rivolta contro il governo legale. Ma Pompeo non si
appigliò nè all’uno nè all’altro di questi due partiti; seguì da lungi
il nemico, quasi facendosi rimorchiare da lui, sperando forse che si
sbandasse per la fame, o capitolasse come i suoi luogotenenti nella
Spagna. Ma avesse almeno attuato sino alla fine questo piano che,
applicato con perseveranza, poteva dar la vittoria! Invece no: allorchè
i due eserciti furono giunti nella pianura di Farsaglia, Pompeo accettò
quella battaglia, che sino allora aveva rifiutata, quando poteva darla
in condizioni migliori. Come si spiega questa improvvisa risoluzione?
La guerra di spossamento, con cui Pompeo voleva aver ragione di Cesare,
se schivava i rischi, richiedeva una grande pazienza, non solo nel
generale e nei soldati, ma anche in tutti i senatori che, in qualità di
ufficiali o di amici, accompagnavano Pompeo. Molti di costoro invece
erano stanchi della vita che conducevano da tanti mesi. Tutti poi
si credevano sicuri della vittoria. E gli impazienti, gli ambiziosi,
gli strateghi improvvisati trascinarono il debole Pompeo a dare, il
9 agosto, nel piano di Farsaglia, la battaglia, di cui Pompeo — e non
a torto — aveva avuto sino allora tanta paura. Ma in una battaglia in
campo aperto il genio tattico di Cesare e il valore delle sue legioni
ebbero ragione di un nemico tanto più numeroso. Pompeo perdè nella
mischia la testa; e non seppe far di meglio che montare a cavallo e con
pochi soldati cercare la salvezza in una fuga vergognosa[18].
24. =Cleopatra e la guerra alessandrina (48-47 a. C.).= — Pompeo era
fuggito senza neanche fissare a se stesso una mèta chiara e precisa.
Egli si era dapprima recato ad Anfipoli; poi di lì a Mitilene; poi,
costeggiando l’Asia minore, senza mai toccar terra, a Cipro; di qui
finalmente aveva deliberato di riparare in Egitto, presso i figliuoli
di quel Tolomeo Aulete, che a lui sopra tutti aveva dovuto il trono e
la vita. Ma in quel momento l’Egitto versava in un grande disordine:
i due re, Tolomeo XIII e Cleopatra, erano in conflitto fra loro, anzi
quest’ultima, maggiore di età, bella, ambiziosa, intelligente, era
stata deposta e scacciata. Ai diplomatici egiziani apparve chiaro che
l’incerto potere di Tolomeo non si sarebbe rinvigorito con la fedeltà
verso un amico vinto. Accadde così che, poco dopo l’arrivo di Pompeo
a Pelusio, il 29 settembre, mentre il grande generale smontava dalla
barca, che il re gli aveva inviata, un colpo di pugnale troncò per
sempre la sua vita e liberò Cesare dal suo rivale (ultimi giorni del
settembre 48). Così finiva l’uomo, che aveva trionfato di Mitridate,
donato a Roma un nuovo impero in Oriente e annesso al territorio romano
quella che un giorno sarebbe stata la patria di Gesù e la culla del
Cristianesimo.
Cesare intanto, mandati i suoi luogotenenti a ricevere l’omaggio dei
vinti, correva a grandi giornate, con un pugno di uomini, sulle orme di
Pompeo. Senonchè, giunto ad Alessandria e avuta notizia dell’eccidio
del suo rivale, invece di tornare indietro a terminare la guerra e ad
impadronirsi dell’Italia, Cesare per poco non si perdè in un oscuro
pericoloso intrigo della politica egiziana. Aveva pensato dapprima
di fermarsi in Egitto per rifornirsi di denaro; poichè il debito,
contratto nel 59 dal padre del sovrano con i triumviri, a compenso del
trono ricuperato, non era stato ancora interamente soddisfatto. Ma egli
non poteva chiedere al re dell’Egitto di pagare i suoi debiti, prima
che l’Egitto avesse un re. Perciò intimò a Tolomeo e a Cleopatra di
sottoporre al suo giudizio la loro contesa. Ambedue accettarono, anzi
Cleopatra venne in persona a difendere la sua causa. Ma Tolomeo e i
suoi ministri, quando seppero che Cesare aveva conosciuto Cleopatra,
non dubitarono che le avrebbe dato ragione: spinsero dunque il popolo,
sdegnato dalle esazioni dell’intruso e dalla prepotenza dei soldati
romani, ad insorgere; e infine dichiararono la guerra a Cesare.
L’inopinata guerra alessandrina non poteva essere nè breve nè facile;
Cesare si trovava quasi senza milizie; il re d’Egitto, invece, aveva un
piccolo ma non spregevole esercito, ed era aiutato dagli Alessandrini,
che l’intervento di Cesare aveva esasperati. Cesare dovette trincerarsi
nel palazzo reale; e sostenere per cinque mesi un vero assedio,
aspettando gli aiuti invocati da tutte le parti. Finalmente, a
primavera, gli aiuti giunsero; gli Alessandrini furono sconfitti;
Tolomeo, fuggendo, annegò nel fiume (28 marzo 47); e il trono
dell’Egitto e di Cipro fu dato a Cleopatra. Ma mentre Cesare perdeva
ad Alessandria tanti mesi, in Italia accadevano gravi turbamenti e il
partito pompeiano risollevava il capo. Dopo Farsaglia Cesare era stato
nominato dal popolo di Roma dittatore per tutto l’anno 47; e prima di
esser bloccato dalla guerra e dall’inverno in Alessandria, aveva avuto
ancora il tempo di nominare Antonio _magister equitum_. Ma Antonio,
trovatosi solo ad esercitare la dittatura in Italia, non aveva saputo
impedire una specie di rivoluzione. La guerra civile aveva rovinato
l’industria e il commercio, sospeso il credito, accresciuto il gravame
dei debiti e ridotto alla miseria la plebe e la condizione media. Per
rimediare al male, il tribuno Dolabella aveva senz’altro proposto di
annullare i debiti e di sospendere gli affitti delle case. Immaginarsi
lo spavento dei ricchi! Era manifesto ormai che nel partito cesariano
gli estremi, gli avventurieri, i malcontenti, gli squilibrati, e con
essi la tradizione catilinaria pigliavano il sopravvento! Una parte
del partito cesariano, la più ricca, moderata e saggia, condotta
dai tribuni della plebe, Asinio Pollione e L. Trebellio, si era
opposta; erano scoppiate sommosse; il senato aveva proclamato lo stato
d’assedio; Antonio aveva dovuto procedere a sanguinose repressioni. Ma
mentre a Roma il partito cesariano si divideva in un partito moderato
e legalitario e in un partito rivoluzionario ed estremo, e l’uno e
l’altro venivano alle mani, i pompeiani approfittavano dell’assenza
di Cesare per riordinare le fila scompigliate. In Africa i figli di
Pompeo, Catone e Labieno, raccolti gli avanzi dell’esercito di Pompeo,
avevano stretto alleanza con Giuba re della Numidia; reclutavano
arcieri, frombolieri, cavalieri galli; preparavano un esercito e una
flotta; cercavano di sollevare la Spagna. In Oriente, Farnace, il
figliuolo di Mitridate, ricompariva con un esercito nel Ponto, nella
Piccola Armenia, in Cappadocia, in Armenia, sconfiggendo Domizio
Calvino, governatore della provincia d’Asia. Non a torto Cicerone
afferma che dei molti mali, i quali afflissero l’impero dopo Farsaglia,
la principale cagione fu la lunga assenza di Cesare. Eppure Cesare non
si affrettò a tornare, neppure dopo aver riconquistato Alessandria.
Intraprese con la regina un viaggio sull’alto Nilo; poi indugiò a
Corte un altro paio di mesi, tra feste, banchetti, giuochi e piaceri;
e solo ai primi giorni di giugno partì per la Siria, dopo aver perduto
nove mesi preziosi, ma non per tornare subito in Italia. Volle prima
riordinare le cose di Oriente. Il 2 agosto del 47, affrontò e vinse a
Zela (nel Ponto) Farnace; poi convocò a Nicea una grande dieta, nella
quale fece e disfece regni, premiò amici e perdonò a nemici, raccolse
denaro: indi, finalmente, tornò in Italia, sbarcando a Taranto il 24
settembre del 47.
Ma era troppo tardi. Subito dopo Farsaglia Cesare, per un momento,
era stato l’idolo di Roma e dell’Italia. Poichè la vittoria l’aveva
favorito, anche i suoi antichi nemici avevano voluto sperare da lui la
pace e l’ordine. Ma un anno dopo questo sentimento era dileguato senza
lasciare traccia. Il nuovo esercito pompeiano che aveva preso le armi
in Africa, la lunga dimora in Egitto, le dicerie — vere o false — sui
suoi amori con Cleopatra, le discordie del partito cesariano, le leggi
di Dolabella avevano fatto perplessi, esitanti o addirittura ostili la
nobiltà senatoria, i cavalieri, i ricchi. Non era questo un piccolo
pericolo per Cesare, che doveva partire tra poco per l’Africa ed
affrontare una guerra lunga e difficile: ma il tempo stringeva e metter
d’accordo tutti questi interessi contradittorî era difficile. Cesare
si appigliò ad un partito rischioso: poichè le classi alte e ricche
gli facevano il broncio, appoggiarsi sulle moltitudini malcontente.
Rimproverò ad Antonio le sue repressioni; non prese alcun provvedimento
contro Dolabella, anzi accolse parecchie sue proposte, decretando per
un anno il condono delle pigioni al di sotto di 2000 sesterzi in Roma
e di 500 nella restante Italia; impose prestiti obbligatori ai ricchi
privati e alle città; confiscò e mise in vendita il patrimonio di
parecchi cittadini, che erano periti nella guerra civile, tra i quali
Pompeo. Nel partito cesariano l’ala estrema prevaleva sugli elementi
moderati e ragionevoli. Presiedè, come dittatore, le elezioni; e fece
eleggere a tutte le cariche partigiani suoi. Egli stesso fu eletto
console per il 46. In dicembre partì per la Sicilia e per l’Africa.