L’ANNESSIONE DELLA GALLIA

9. =L’esilio di Cicerone (58 a. C.).= — Nei primi mesi del 58 Clodio

adempiè al suo impegno, anche oltre il desiderio dei triumviri. Non

solo fece approvare le leggi proposte; ma riuscì a mandare via di Roma

i due maggiori uomini che potevano dar ombra a Crasso, a Pompeo e a

Cesare: Catone e Cicerone. Al primo una sua legge impose di recarsi

ad occupare Cipro, sebbene godesse di un governo indipendente. E

Catone dovette, per quanto a malincuore, obbedire al comando del

popolo. A Cicerone toccò di peggio. Clodio voleva vendicarsi della

deposizione che Cicerone aveva fatta contro di lui nel famoso processo:

propose dunque sui primi del 58 una legge, con la quale si minacciava

l’_interdictio aqua et igni_ a chiunque condannasse o avesse condannato

a morte un cittadino romano senza appello al popolo. Era precisamente

il caso dei Catilinari e di Cicerone. Il grande oratore e i suoi amici

dapprima tentarono di commuovere il popolo, e sollecitarono Cesare,

Crasso e Pompeo ad intervenire. Ma il popolo non si mosse; Clodio

era popolarissimo; i tre capi del governo avevan troppo bisogno di

lui; onde colui che i senatori e Pompeo avevano chiamato _Padre della

Patria_, non aspettò nemmeno che la legge fosse approvata e ai primi di

marzo prese la via dell’esilio, salpando alla volta della Macedonia.

Appena Cicerone fu partito, Clodio si affrettò a far approvare la sua

legge e a far confermare con un’altra legge l’esilio del suo nemico,

relegandolo a 400 miglia da Roma, confiscandone i beni, distruggendone

le case e le ville.

10. =La campagna di Cesare contro gli Elvezi (58 a. C.).= — Frattanto

Cesare indugiava a Roma, invece di recarsi nella sua provincia, dove

pure parecchi mesi prima s’era detto che una grande guerra stava per

scoppiare; e non partì che a primavera, quando, sul finire di marzo,

anche gli Elvezi finalmente si mossero alla loro migrazione[8]. Se

veramente Cesare era persuaso che quelli fossero i nuovi Cimbri e i

nuovi Teutoni, occorre dire che egli fu di una singolare imprudenza;

perchè si lasciò sorprendere dal movimento elvetico con una sola

legione nella Provincia, mentre altre tre si trovavano acquartierate

ad Aquileia. Per fortuna, giunto che fu in gran fretta a Ginevra,

non ci trovò che un’ambasceria, la quale chiedeva umilmente di poter

attraversare la Provincia, per andare a stabilirsi nella Gallia. La

orda era così remissiva, che accondiscese senza difficoltà ad aspettare

alcuni giorni la risposta, quando Cesare di ciò la richiese; e mentre

Cesare faceva venire le altre tre legioni e fortificava i punti in cui

il Rodano era facile a passare tra il lago e il Giura, non cercò, in

quel non breve intervallo, di forzare il passo, come avrebbe potuto

senza soverchia difficoltà. Cosicchè il 13 di aprile, Cesare, ormai

sicuro di poter respingere un attacco, rifiutò loro il passaggio: e

allora i nuovi Cimbri e Teutoni non insistettero; e chiesero invece ai

Sequani il permesso di transitare pel loro territorio.

Roma non voleva che gli Elvezi si stabilissero in Gallia, temendo un

nuovo pericolo cimbrico; e il senato aveva ordinato al governatore

della Narbonese di difendere gli Edui, i quali avevano implorato

l’aiuto di Roma contro la nuova invasione. Cesare poteva dunque

considerarsi in obbligo di inseguire gli Elvezi nell’interno della

Gallia. Ritornò nella Cisalpina, arrolò due nuove legioni, passò il

Monginevra, scese a Grenoble e, volgendosi a settentrione, marciò

verso le frontiere della Provincia. La lentezza del supposto nemico,

che conduceva seco donne, fanciulli, masserizie e viveri per tre mesi,

aveva concesso al generale romano il tempo di compiere operazioni

così complicate. Per un momento, anzi, Cesare, oltrepassata verso il

principio di giugno la frontiera della Provincia, con circa 25.000

uomini, sperò di raggiungere gli Elvezi, mentre stavano passando la

Saona, sul punto di entrare, attraversato il territorio sequano,

nel territorio degli Edui. Ma per quanto egli si affrettasse, non

riuscì che ad annientare una piccola retroguardia, rimasta di qua dal

fiume. Passò allora con l’esercito il fiume, e si diede ad inseguire

il nemico: quand’ecco presentarglisi un’ambasceria di Elvezi, alla

cui testa era lo stesso loro capo, Divicone, una vecchia conoscenza

dei Romani, perchè tanti anni prima, giovanissimo, aveva preso parte

all’invasione dei Cimbri e dei Teutoni. Questa ambasceria dichiarò che

gli Elvezi non avevano alcuna intenzione di far la guerra a Roma; che

volevano solo stabilirsi in Gallia e con il consenso dei Romani.... Le

richieste non avrebbero potuto essere più discrete: ma chi le faceva

era un antico capo dell’orda cimbrica e Cesare non si fidò. Respinse

le proposte e ricominciò a seguire a qualche distanza gli Elvezi, che

avevano ripresa la marcia, senza tuttavia subito attaccarli, parte

perchè aspettava una buona occasione, parte perchè i suoi movimenti

erano di continuo intralciati dalla mancanza di vettovaglie. A queste

si erano incaricati di provvedere gli Edui: ma troppo spesso al loro

impegno mancavano, allegando ora un pretesto ora un altro. Cesare volle

alla fine mettere le cose in chiaro; fece un’inchiesta; e allora,

per la prima volta, si accorse che inseguendo gli Elvezi era venuto

a cacciarsi nel tremendo ginepraio delle discordie galliche. Se il

governo eduo gli aveva chiesto aiuto contro gli Elvezi, c’era tra gli

Edui un partito — e potentissimo — che considerava gli Elvezi come

amici. Anche tra gli Edui, come presso quasi tutti i popoli gallici, la

vecchia nobiltà, che fin allora aveva tenuto il potere, impoveriva e si

indebitava; arricchiva invece e predominava una piccola plutocrazia,

che accaparrava terre e capitali, monopolizzava la riscossione delle

imposte, esercitava con grande profitto l’usura, e, appoggiandosi

sulla plebe, ch’essa si studiava di favorire e accarezzare, lottava per

spodestare la vecchia aristocrazia, instaurando dei governi personali,

non dissimili da quello, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano costituito

in Roma. Questo partito aveva sollecitato gli Elvezi a venire in

Gallia, perchè sperava di servirsene come di una milizia, sia per

scacciare Ariovisto, sia per consolidare il suo potere; ed ora cercava

di favorirli, tagliando i viveri ai Romani.

Entrato in Gallia come un liberatore, Cesare s’accorgeva ad un tratto

che una parte di coloro che egli voleva liberare, erano amici del

nemico e se la intendevano segretamente con lui ai danni del presunto

salvatore. Egli fu così preoccupato di questa strana posizione, che

deliberò di ritornare indietro, per provvedere meglio al proprio

vettovagliamento. Ma allora gli Elvezi attaccarono d’improvviso i

Romani. Lo scontro fu lungo e difficile; e Cesare potè disimpegnare

il grosso delle sue legioni solo a costo di perdite gravi. Cosicchè,

mentre il tanto inseguito nemico poteva tranquillamente proseguire

verso il nord, egli era obbligato a restare tre giorni sul posto

per seppellire i morti e rimediare a tutto lo scompiglio arrecato da

quell’attacco improvviso. Quel che sarebbe successo se Divicone lo

avesse assalito di nuovo il giorno dopo, è difficile dire: ma gli

Elvezi non volevano la guerra a oltranza con Roma; e stanchi della

lunga marcia, impressionati dalle difficoltà dell’emigrazione e dalla

ostilità dei paesi che attraversavano, forse anche atterriti dalle loro

stesse vittorie e dalle prevedute vendette di Roma, offersero novamente

pace. E l’ottennero a condizioni che mostrano quanto poco Cesare

sentisse d’averli vinti. Quelli che vollero tornarono nel loro antico

territorio, ma ottenendo da Cesare il _titolo di alleati del popolo

romano_: quelli che vollero restare in Gallia, ebbero territori dagli

Edui (58 a. C.).

11. =La guerra contro Ariovisto (58 a. C.).= — La prima impresa di

Cesare in Gallia era finita senza una grande vittoria e per di più

aveva alienato da Roma il partito nazionale e le moltitudini. Il solo a

cui la guerra di Roma contro gli Elvezi giovava era appunto Ariovisto.

Cesare non tardò ad accorgersene nell’assemblea generale dei Galli,

che venne spontaneamente a radunarsi dopo la pace con gli Elvezi; e

nella quale le città galliche gli domandarono di liberare la Gallia

da Ariovisto. Egli era venuto come un liberatore: quello, non gli

Elvezi, era il nemico della Gallia[9]. Cesare capì che il prestigio

suo e di Roma era finito, se egli non faceva e subito la guerra contro

Ariovisto e non liberava la Gallia dal pericolo germanico. Ma il re

degli Svevi, non era solo un nemico forte; era anche stato dichiarato

dal senato, l’anno prima, «amico ed alleato del popolo romano». Mancava

dunque la ragione legale della guerra: il che accresceva per Cesare

il pericolo di farla, nel caso che fosse vinto. Tuttavia l’impegno era

tale, che Cesare non esitò; e subito prese a cercare un _casus belli_.

Intimò dunque ad Ariovisto di non condurre altri Germani in Gallia,

di restituire agli Edui gli ostaggi, di smettere da ogni molestia o

atto di guerra contro questo popolo ed i suoi alleati: cercò insomma

di trovare il pretesto di un litigio con Ariovisto nell’incarico di

difendere gli Edui, che il senato gli aveva commesso. Ma Ariovisto

rispose — e non senza acutezza — che il senato, dichiarandolo amico

e alleato, aveva riconosciuto tutte le conquiste da lui fatte in

Gallia. Cesare allora dichiarò la guerra e marciò alla volta del

Reno. La battaglia fra le legioni e le schiere di Ariovisto ebbe luogo

nell’Alsazia superiore, forse non lungi da Mülhouse. Ma questa volta,

l’esercito romano ebbe interamente ragione di un nemico, che la voce

pubblica diceva feroce e crudele. I Germani furono gettati al di là del

Reno, e lo stesso Ariovisto potè a mala pena scampare alla morte con la

fuga (settembre 58).

12. =Il richiamo di Cicerone e la prima crisi della triarchia.= — La

dominazione germanica in Gallia era caduta per secoli; la Gallia era

restituita a se stessa. Cesare aveva questa volta riportato una vera e

grande vittoria, i cui effetti durerebbero nei secoli. Ma il giudizio

dei contemporanei sugli eventi è spesso fallace; e Roma si accorse

appena di questa vittoria, che apriva alla lingua e allo spirito latino

una delle terre privilegiate dell’Europa. Roma era tutta intenta a ben

altra faccenda: l’ingiusto bando di Cicerone. Esiliando Cicerone per

la condanna dei congiurati, Clodio aveva abusato della sua potenza.

Passato il primo spavento, la pubblica opinione si era riavuta. Quanti

non erano contenti, specie in senato, del governo della triarchia,

avevano visto subito nella prepotenza di Clodio un’arma per nuocere a

Crasso, a Pompeo e a Cesare; e quindi non avevano risparmiato fatiche

per commuovere il pubblico a favore di Cicerone: il pubblico, che

amava e ammirava Cicerone, si era a poco a poco appassionato: persin

dei _collegia_ di artigiani e dei municipi d’Italia avevano chiesto

il richiamo. In breve, mentre Cesare combatteva Ariovisto, Roma

dimenticava ogni altra cosa, non pensava che a Cicerone e al modo di

rendergli giustizia. Pompeo stesso che, come Cesare del resto, aveva

subìto, più che voluto, questa vendetta del tribuno, non aveva tardato,

per non contrariare troppo il pubblico, a dichiararsi favorevole al

ritorno del grande uomo. Senonchè Clodio, che dell’esilio di Cicerone

aveva fatto un impegno personale, non aveva esitato a rivoltarsi

perfino contro Pompeo, attaccando la sua politica in Oriente, andando

alla testa di bande armate a disturbare i comizi pubblici, agitando

Roma con continue dimostrazioni e tumulti, e cercando di imporsi

alla viltà universale con il terrore. Gli avversari, esasperati, si

intestarono ancor di più a volere a Roma a tutti i costi Cicerone;

le elezioni, fatte sulla disputata questione, furono favorevoli alla

nobiltà, anche perchè Pompeo si era accostato al partito senatorio. La

causa di Cicerone procedeva dunque a gonfie vele; e già i consoli e

i tribuni si preparavano a presentare una legge per il suo richiamo.

Ma Clodio non era uomo da dichiararsi vinto così facilmente e, anche

scaduto da tribuno, tentò impedire con la forza l’approvazione della

legge. Roma era piena di tumulti e di risse.

13. =La guerra contro i Belgi (57 a. C.).= — Insomma, le cose volgevano

piuttosto male a Roma per Cesare. Roma non badava a quel che Cesare

faceva in Gallia, e il governo personale dei tre potenti vacillava,

dopo un anno, per la discordia nata dalla questione del richiamo di

Cicerone tra Pompeo e Clodio. Il congegno elettorale, con cui egli si

era immaginato di dominare la repubblica, stava per spezzarsi. Era

doppiamente necessario per Cesare di compiere, l’anno prossimo, in

Gallia, qualche impresa anche maggiore. Avendo appreso nell’inverno

dal 58 al 57 che la Gallia settentrionale, il potente paese dei Belgi

e la parte occidentale della Gallia del Nord, l’Armorica, ossia tutte

le popolazioni gallo-germaniche, stendentisi tra il Reno, la Schelda,

l’Atlantico e la Senna, si agitavano, inquiete per la presenza delle

legioni romane, svernanti in Gallia, deliberò di andare incontro nella

prossima primavera al pericolo, interpretando anche egli l’incarico

avuto dal senato così largamente, come aveva fatto Lucullo nell’ultima

guerra mitridatica.

Era una impresa difficile quella a cui Cesare si accingeva.

Cinquant’anni prima, la Belgica aveva resistito strenuamente a quei

Teutoni e Cimbri, che più volte avevano sconfitto gli eserciti romani.

Si diceva che potesse mettere in campo 350.000 guerrieri; ed era paese

ignoto. Nè c’era da far molto assegnamento sulla fresca amicizia dei

Galli del centro. Cesare arrolò due nuove legioni e molti arcieri

e frombolieri in Asia, a Creta, nelle Baleari; persuase gli Edui a

invadere il paese dei Bellovaci, il più forte dei popoli Belgi; ed

andò ad aspettare l’orda belga che si avanzava, sull’Aisne, dove si

trincerò. I Belgi arrivarono e si trincerarono alla loro volta: i due

eserciti stettero parecchi giorni a guardarsi, ciascuno aspettando

che l’altro l’attaccasse; ma nessuno dei due volle fare il giuoco

dell’avversario, e alla fine un giorno, dopo poche scaramucce,

l’esercito belga si ritirò. La meraviglia di Cesare fu così grande,

che a tutta prima dubitò di un inganno. Solo più tardi egli seppe che

i Bellovaci, preoccupati della invasione degli Edui, avevano voluto

ritirarsi a difendere il proprio paese. Quella defezione, l’imperfetto

servizio delle sussistenze, il timore della potenza romana avevano

sciolto la lega. La fortuna aveva dunque mirabilmente servito Cesare;

il quale comprese che quello era proprio il momento di dar addosso al

nemico sparpagliato e di domare una ad una quelle tribù valorose, ma

volubili. Fu questa la seconda e più fortunata fase della sua guerra

belgica. Uno dopo l’altro i _Suessioni_, i _Bellovaci_, gli _Ambiani_,

gli _Aduatici_, perfino i terribili _Nervii_, i più bellicosi fra i

Belgi, furono per amore o per forza assoggettati (57 a. C.).

14. =L’annessione della Gallia (56 a. C.).= — Senonchè mentre Cesare

combatteva con fortuna in Gallia, le cose precipitavano a Roma.

Cicerone era finalmente ritornato, accolto in tutta l’Italia da

entusiastiche dimostrazioni; ma solo dopo che Pompeo aveva trovato

un tribuno della plebe, Tito Annio Milone, il quale aveva raccolto

una banda di gladiatori e di bravi, e con quella, tra tumulti,

zuffe e sangue, fatta approvare, il 4 agosto del 57, la legge che lo

richiamava. Ma Clodio non si era dato per vinto: aveva annunziato la

sua candidatura alla edilità per l’anno prossimo; aveva tentato di

sollevare il popolo contro Pompeo, spargendo la voce che questi faceva

la carestia per essere creato re di Roma; cercava d’impedire, per mezzo

di tribuni amici, che si ripagasse a Cicerone la casa distruttagli; e

infine nelle elezioni per il 56 aveva portato l’inatteso soccorso delle

sue bande elettorali ai candidati del partito senatorio, avversi alla

triarchia, facendo loro conquistare tutti i posti di pretore e i due

consolati. Come se tanti guai non bastassero, la questione dell’Egitto

era inopinatamente risorta. Tolomeo Aulete, che Cesare aveva

ufficialmente fatto riconoscere re d’Egitto, era stato scacciato da una

rivoluzione ed era in quel tempo tornato a richiedere la protezione

della repubblica. Ma troppi erano quelli che ambivano l’incarico di

restituirlo sul trono: primo fra essi Pompeo. Invece il senato, al

solito, non ne voleva sapere, e la sua opposizione era apertamente

o nascostamente aiutata da Clodio, e, pare, anche da Crasso. Insomma

quel governo personale e di clientela, che doveva sostituire il senato

invecchiato e impotente, si sfasciava appena formato; e verso la

metà del 57, potè sembrare ormai spacciato. Clodio, per vendetta, era

passato interamente al partito senatorio e già aveva tentato di far

abrogare le leggi del 59. Fu allora che la mente vasta e ardita di

Cesare concepì un’idea grandiosa, che doveva aver nella storia effetti

immensi, oggi ancora vivi e profondi. Le vittorie sui Belgi avevano

commosso Roma profondamente. Secondo dirà poco di poi Cicerone, fino

a quel momento i generali della repubblica, Mario compreso, erano

stati paghi di respingere i Galli: Cesare invece era entrato nel loro

paese. Che cosa dunque si sarebbe pensato se Cesare ora, d’un colpo,

avesse annunziato a Roma che la Gallia Transalpina poteva considerarsi

soggetta a Roma tal quale come le Spagne, la Macedonia, la Siria?

Fu questa l’idea che egli venne maturando dopo le vittorie sui Belgi.

Per porla ad effetto, spedì il suo luogotenente P. Crasso, con una

legione, nella Gallia occidentale a ricevere _pro forma_ l’atto

di sommissione delle tribù sparse tra le foci della Loira e della

Senna; e un altro suo luogotenente, Sulpicio Galba, con una legione,

nell’alto Vallese, presso il Gran San Bernardo. Dopo di che tornò

rapidamente nella Cisalpina, annunziando al senato ch’esso poteva

deliberare l’annessione della Transalpina ed inviare, come di regola,

i dieci commissari, che avrebbero dovuto organizzare, insieme con il

proconsole, la nuova provincia. Era questa un’audacia quale nessun

altro generale romano aveva ancora osato: affermare che due guerre e

due anni erano bastati a conquistare un paese così vasto e del quale

tante parti non avevano ancora visto l’elmo d’un legionario o la

toga di un magistrato romano. La temeraria affermazione scatenerebbe

nella Gallia un uragano di guerre, assai più tremende di quelle che

Cesare aveva fin allora sostenute: ma l’impegno solenne, al quale

Cesare incatenava la Repubblica, costringerebbe questa, e il suo

audace generale, a compiere una conquista, che distraendo Roma dai

facili successi orientali, avrebbe spostato l’asse della civiltà verso

Occidente.

15. =Il convegno di Lucca e il consolato di Crasso e di Pompeo (56-55

a. C.).= — All’annunzio l’Italia tutta andò in delirio per la gioia.

Roma aveva avuto per tanti secoli tanta paura dei Galli, che nessuna

conquista poteva sembrargli più meravigliosa di questa o rallegrarla

maggiormente. Il popolo deliberò di inviare a Cesare una deputazione

di senatori per felicitarlo della vittoria; il senato, cedendo

all’opinione pubblica, decretò una supplicazione di quindici giorni,

la più lunga ordinata fino ad allora; molti avversari dell’anno innanzi

si convertivano all’ammirazione. Cesare diventò l’idolo del pubblico; e

di questo fugace favore approfittò per ricostituire il governo del 59:

urgente bisogno, perchè dopo Cicerone anche Catone ritornava da Cipro.

Convocò dunque Crasso e Pompeo a Lucca, dove i suoi amici giunsero,

seguiti da una vera corte di senatori, ed espose loro un vasto piano,

con il quale avrebbero salvato la comune potenza, ormai pericolante

sotto i colpi della ringagliardita opposizione. Crasso riconcilierebbe

Clodio con Pompeo; ed ambedue si proporrebbero candidati al consolato

per l’anno 55: durante il consolato essi farebbero prolungare a lui,

per altri cinque anni, il comando della Gallia e assegnargli i fondi

per pagare le legioni che aveva reclutate, oltre quelle assegnategli

dal senato, dopo il principio della guerra: egli conquisterebbe in

quei cinque anni la Britannia e porterebbe le legioni oltre il Reno;

Crasso, dopo il consolato, avrebbe avuto la provincia della Siria

e compiuto la conquista della Persia; quanto all’Egitto, ambedue

ne deporrebbero l’idea, ma si incaricherebbe Gabinio di ricondurre,

senza autorizzazione del senato, Tolomeo nell’Egitto, a condizione che

pagasse a ciascuno di loro una somma considerevole. Sembra che la somma

chiesta da Cesare fosse di 17 milioni e mezzo di sesterzi. In cambio,

Pompeo avrebbe, dopo il consolato, per cinque anni, le due Spagne.

Non sappiamo quali discussioni ebbero luogo tra Crasso, Pompeo e

Cesare; ma sappiamo che essi si misero d’accordo e che quella specie

di rivoluzione politica, adombrata da Cesare nell’anno del consolato,

sembrò acquistare forma e corpo di saldo governo. Tre clientele e tre

capi potentissimi governerebbero d’accordo, in luogo del senato, la

repubblica; e invece di temporeggiare con prudenza, come il senato

faceva, conquisterebbero tutto ciò che potevano: dopo la Gallia, la

Britannia e la Persia. E per un istante la repubblica sembrò davvero,

per effetto del rinnovato accordo, riordinarsi ed agire. Nessuno

pensò più ad abrogare la legge agraria di Cesare; Cicerone rispose

trionfalmente, in senato, con la sua storica orazione _de provinciis

consularibus_, a coloro che, poichè la Gallia era conquistata,

avrebbero voluto scorciare e ridurre i poteri proconsolari di Cesare;

la proposta di ordinare la Gallia Transalpina in provincia e di

inviare all’uopo i dieci legati senatorî fu approvata[10]. I popoli

della Gallia con cui Roma aveva trattato di alleanza, come gli Edui

e i Sequani, i popoli più ricchi e civili del centro, conservarono la

indipendenza con il titolo di alleati; mentre le barbare popolazioni

del settentrione e dell’occidente furono sottomesse al dominio romano.

Per impedire infine che i consoli in carica si valessero dei loro

poteri per fare ostruzione alle candidature di Pompeo e di Crasso,

si trovò modo di rimandare le elezioni sino ai primi giorni del

55, e di farle sotto la presidenza di un _interrex_ amico. Crasso e

Pompeo furono eletti; e, appena eletti, brigarono affinchè anche la

maggioranza delle restanti magistrature fosse occupata dai loro amici.

Così M. Porcio Catone non fu eletto pretore e riuscì in suo luogo P.

Vatinio, l’autore della legge che nel 59 aveva conferito a Cesare il

governo delle Gallie. A tenore delle leggi vigenti, il senato aveva già

in anticipazione decretato che ai consoli dell’anno toccassero, per il

54, rispettivamente, la Siria e la Spagna ulteriore. Ma i due consoli

provvidero subito anche a questo: un tribuno, C. Trebonio, propose

che il duplice proconsolato fosse invece quinquennale, e che non solo

la Spagna ulteriore, ma le due Spagne, ulteriore e citeriore, fossero

affidate a Pompeo. Approvata questa, i due consoli fecero approvare

un’altra legge che prorogava di cinque anni a Cesare il comando delle

Gallie e dell’Illiria. Restavano le difficoltà egizie.... Se non che

ad un tratto si apprese a Roma che Tolomeo era stato ricondotto in

Egitto; che sua figlia Berenice, la quale aveva in sua assenza usurpato

il trono, era stata uccisa; che il nodo egiziano era stato tagliato, e

tutto ciò per opera del governatore della Siria, A. Gabinio. Gabinio

aveva agito, senza aspettare gli ordini del senato, per incarico di

Pompeo.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 9 / 45 题