CAPITOLO I.

_Dove si vede in quali condizioni difficili versasse il primo

baritono del teatro di Chieti, nel maggio 1849._

--Vergogna!--pensava io--se qualcuno mi incontrasse!... se qualcuno

sapesse!... E non c'è da illudersi che il fatto debba rimanere

celato... I giornali parleranno, e quali commenti da parte degli

amici!

Essi combattono in Roma, gli amici... Essi difendono l'ultimo

baluardo della libertà italiana... essi spendono il sangue e muojono

per la patria... Mentre io--italiano--attraverso gli Appennini

tirato da due magre rozze, imbaccucato il capo e la gola in una gran

ciarpa color scarlatto, i piedi raccolti in una pelliccia, per

andarmene a Chieti--in terreno nemico--a terrorizzare con un elmo ed

una spada di cartone un esercito di coristi.

Mentre nel mio cervello si svolgeva l'umiliante soliloquio, la

vettura del Cicoria entrava fragorosamente in Grottamare, piccolo

paese delle Marche, a poca distanza dal confine napolitano. La

carrozza si fermò alla porta di un alberghetto, dove io presi terra,

dovendo, prima di proseguire il viaggio, compiere nel paese alcune

formalità.

Il mio impresario mi aveva procacciato non so quante lettere

commendatizie, fra cui una pel console marchese Laureati residente

in Grottamare.--Il marchese doveva porre il visto al mio passaporto.

Appena sceso dalla carrozza, mi recai alla casa del console. Questi

mi accolse con garbo--lesse la commendatizia, e gettandomi una

occhiata di compassione, disse: mio caro signore, dubito assai che

vi si permetta di passare il confine; da due giorni è rigorosamente

vietato, a quanti vengono dalla Toscana e dagli Stati romani, di

entrare nel regno di Napoli.

Io rimasi com'uom che pensa e guata

Quel ch'egli ha fatto e quel che far conviene

Poichè gli è stata data una cannata.

Poi, con una voce ed una eloquenza che avrebbe commosso alle lagrime

una cariatide, supplicai il marchese perchè volesse adoperarsi in

mio favore.

Il marchese, uomo dabbene, indovinando dal calore della mia

eloquenza la siccità del mio portamonete, stese immediamente una

lettera per raccomandarmi al Commissario preposto alla guardia dei

confini.

--Presentatevi con questo foglio al Commissario, e forse, stante la

mia raccomandazione e la singolarità del caso, vi si accorderà

l'ingresso negli Stati di Sua Maestà umanissima.

All'indomani, il Marcuccio, figlio dell'oste, mi condusse colla sua

vettura verso il confine; ma, a cento passi da S. Benedetto, le

guardie napoletane, avvicinatesi agli sportelli, m'intimarono

d'arrestarmi.

--Vorrei parlare al signor Commissario superiore. Debbo consegnargli

una lettera del signor marchese Laureati suo ottimo amico e

protettore...

Le guardie mi accompagnarono fino alla stazione del Commissario, a

cui mi presentai con quell'aria di sommissione e di rispetto, che

noi tutti, figliuoli della natura, sappiamo assumere innanzi agli

arbitri dei nostri destini.

--No, non è possibile! disse il Commissario crollando la testa; gli

ordini del Re sono precisi: nessuno ha da passare.

Il linguaggio del Commissario era talmente spiccio e risoluto, che

io non trovai parole a rispondergli. Feci un inchino, e tornai alla

carrozza coll'animo esacerbato. Nelle mie tasche non rimaneva che un

solo francescone... con poca salsa di mezzi paoli e di baiocchi,

tanto da vivere un giorno.--Pensa, o lettore, s'io mi trovassi in

male acque.--Ma Iddio tempera il vento in favore dell'agnello

tosato e del viaggiatore _in bolletta_.

Perchè tutti comprendano quanto la mia situazione fosse grave, e

quanto difficile l'uscirne con decoro, converrà che io rammenti

alcune circostanze storiche di quei tempi[1].

Roma assediata da soldati francesi, napoletani e spagnuoli, faceva

disperati sforzi di resistenza. Il popolo fiorentino dopo aver

ondeggiato quattro mesi fra le lotte dei vari partiti politici, avea

ceduto alle violenze della reazione, richiamando il principe

spodestato; Bologna ed Ancona erano invase dagli Austriaci; il

partito liberale, dilaniato su tutti i punti d'Italia, concentravasi

in Roma a farvi le ultime prove di eroismo. Era imminente la

battaglia di Velletri.

Chi non abbia in quell'epoca percorse le Romagne e le Marche, mal

potrebbe immaginare il disordine di quelle provincie. L'esercito

austriaco muoveva da Toscana verso Ancona per quello stesso

stradale che pochi giorni innanzi io aveva percorso. Da Bologna

uscivano a stormi i buoni patrioti per accorrere alla capitale;

carabinieri, guardie di finanza, giovinotti d'ogni casta e d'ogni

condizione, attraversavano tumultuanti le città, le borgate, i

villaggi.

Da Ascoli scendeva un esercito di volontari; un altro più numeroso e

più indisciplinato si spandeva nelle vie che da Foligno mettono a

Civita-Castellana, e di là, entrando nelle Sabine, inondava tutto lo

stradale che da Borghettaccio volge a Monte Rotondo. Alberghi,

osterie, bettole, cassinaggi, tutto era ingombro d'armi e d'armati.

Ecco, miei lettori, la bella prospettiva ch'io mi vedeva dinanzi; o

rimanere in Grottamare Dio sa fino a quando, ovvero, seguendo la

corrente, andarmene a piedi fino a Roma a cercarvi una palla nella

testa.

«Una palla nella testa!...» Qual tentazione... per un eroe

ambizioso! Se un giorno si leggesse nei giornali, che il primo

baritono assoluto di Chieti è morto sotto le mura di Roma da una

palla francese!...--qual gloria per me e qual consolazione pei

baritoni disponibili!... Il _Pirata_ mi consacrerebbe una necrologia

orlata di nero negli scoli della quarta pagina, fra gli ultimi

dispacci di una prima ballerina di cartello e l'annunzio di una

scrittura... Io conobbi molti giovani patriotti, i quali hanno

combattuto come leoni nelle ultime battaglie, spendendo

generosamente il sangue e la vita, e non ebbero nè anche la

rimunerazione di un breve cenno necrologico nella pagina più

screditata del più screditato giornale...

Assorto in tali pensieri, io passeggiava sulla piazzetta fumando e

guardando il cielo senza accorgermi che in quel momento io

rappresentavo il punto centrico sul quale venivano a convergersi

tutti gli occhi degli abitanti di Grottamare.

In tempi eccezionali, la presenza d'uno sconosciuto desta sempre

degli allarmi nei piccoli paesi.--Gli abitanti di Grottamare, che mi

avevano veduto partire poche ore prima alla volta di San

Benedetto--non avrebbero potuto coricarsi e dormire tranquilli se

prima non avessero conosciute le ragioni del mio subito ritorno.

--Chi è quel paino? donde viene? perchè fu respinto ai confini? si

domandavano l'uno all'altro i curiosi.

Sulla piazza si formano dei capannelli.

Il comandante della Guardia Nazionale ha consegnate le truppe nella

caserma...

Quattro consiglieri municipali si recano alla bottega del Sindaco

per fargli delle interpellanze sul conto mio.

Nella bottega dello speziale si aduna la gioventù più animosa per

prendere di comune accordo una risoluzione.

Or bene! lo credereste? in quella bottega da speziale, ove da

parecchie ore si stava tramando un complotto che poteva costarmi la

vita, io trovai il mio angelo protettore.

Dopo aver lottato alla mia volta con mille progetti contradditorii;

dopo aver discusso tutti i piani e gli espedienti possibili, io

aveva finito per convincermi che un uomo il quale si trova

sbalestrato in una falsa via, difficilmente può rimettersi in sulla

buona, colla deplorabile scorta di dieci paoli.--Questa disperata

conclusione mi inchiodò a metà dell'esofago un quarto di anitra che

io aveva inghiottito all'osteria del Marcuccio, e mi spinse

ipso-facto nella bottega dello speziale, in mezzo al circolo dei

cospiranti.

La verità è eloquente. Io n'ebbi prove in quel giorno e dappoi.

Tutte le prevenzioni sinistre, tutte le antipatie personali

svaniscono dinanzi a quel potente linguaggio che si parte

dall'intimo del cuore.

Mentre il farmacista pesava lentamente sulla bilancia quattro oncie

di magnesia, io narrai brevemente l'istoria del mio passato, esposi

le terribili incertezze della mia situazione. Prima che io avessi

finito di parlare, la causa era già vinta e il mio trionfo

assicurato.

Quand'io cavai dalla borsa uno degli ultimi spiccioli per pagare il

farmacista, questi mi diede un primo segnale di simpatia,

rifiutando generosamente la moneta.

Il Bussola, che era guercio, fissava in me l'unico suo occhio, tutto

inondato di lagrime.

Il Birecchi interrogava collo sguardo i colleghi, la cui profonda

compunzione mi diceva che essi meditavano qualche stratagemma per

levarmi d'imbarazzo.

Tutti mi confortavano di buone parole. Un gran fiasco di vino era

comparso in sul banco dello speziale. Si bevve, si discusse di

politica, si cantò, si dissero mille baje, poi, sul far della sera,

al disperdersi della brigata, io me ne andai col Birecchi e col

Bussola a fumare uno zigaro sulla piazzetta.

Chi era il Birecchi?--Chi era il Bussola?--Il cavadenti e il

sagrestano del paese.

Sull'ingresso dell'albergo, il sagrestano, coll'enfasi di chi dopo

lungo pensare è riuscito a qualche grande scoperta.

--Signor forestiere, mi disse; nell'urgenza dei vostri bisogni, io

credo non possiate far di meglio che ricoverarvi per qualche giorno

nel convento dei nostri padri francescani, uomini probi e

caritatevoli, i quali si terranno beati di accordarvi l'ospitalità.

Che vi pare del mio suggerimento?

--Stupendo--esclamai io, stringendo la mano del buon

sacrista.--Credete voi che i padri non si rifiuteranno di darmi

ricetto per qualche giorno?

--Ma vi pare?--rispose il sagristano.--Domattina andrò io stesso a

prevenire il guardiano, poi saliremo insieme al convento.

Il Birecchi pose in campo delle obiezioni, le quali dimostravano

com'egli covasse in petto una proposta di genere profano.

Dopo breve discussione, io mi determinai pel partito del sacrista, e

mi accordai seco per tutto che era da farsi.

[Nota 1: Maggio, 1849.]

In chiave di baritono · 第 4 / 25 题