Per condurre di pari il racconto de' molti accidenti che accaddero
separatamente in quella sera ai varj attori di questa storia, ci
è convenuto lasciar il lettore sospeso sul conto di ciascuno; e
quantunque sia questo il costume di molti narratori, non crediamo
che riesca gradito quando il libro che si ha fra le mani è da tanto
d'inspirar il desiderio di conoscere il fine. Non ci scuseremo
presso il lettore d'aver seguìto un tal metodo, che del resto era
indispensabile nel caso nostro: questa scusa sarebbe un atto di vanità
che potrebbe far ridere alle nostre spalle; e la modestia, che in
alcuni è una virtù, in molti è un tornaconto.
Comunque stia la cosa, dobbiamo abbandonar per poco anche Fieramosca;
tornar alla rocca e trovar il Valenza che vi lasciammo nelle camerette
basse guardanti la marina.
Il primo de' due fini pei quali s'era condotto all'esercito spagnuolo,
malgrado la sua astuzia, gli era andato fallito; nè avea potuto
infondere a Consalvo bastante fiducia per indurlo a far lega con esso
lui, od almeno a spalleggiarlo. Lo Spagnuolo, serbandogli fede quanto
al tenerlo celato, avea declinate le sue domande, accogliendolo poi
del resto con quell'onore che, se non si doveva alle sue qualità, si
credeva dovuto al suo grado. Nei sette o otto giorni che scorsero
fra l'attaccarsi e lo sciogliersi di questa pratica, stette così
quasi sempre chiuso nelle sue camere per non dar indizio di sè; e se
qualche rara volta uscì a prender aria, fu di notte e colla maschera
al viso, come in quel secolo s'usava fra gli uomini d'alto stato, e
spesso per ajutare col segreto le poco lodevoli operazioni. Ma, come
dicemmo, alle mire politiche s'univano macchinazioni contro quella
che era stata ardita abbastanza per mostrargli sprezzo; e queste
macchinazioni, mediante la destrezza di Don Michele, e secondo le sue
promesse, dovevano in quella sera avere il loro effetto. Parrà forse
difficile ad alcuno il concepire come quest'insigne ribaldo, rotto ad
ogni sfrenatezza, potesse tanto stimare il possesso di una femmina,
e seguirne con tanto studio la traccia. Ed in fatto sarebbe errore
l'ammettere che l'amore, anche nel senso più abbietto, guidasse i
desiderj del Valentino. Ma Ginevra aveva resistito, resistito mostrando
sprezzo ed orrore per lui; viveva, a creder suo, felice con un altro;
gli pareva rimanere al di sotto e schernito: e chi nell'universo doveva
potersi vantare d'aver fatto stare Cesare Borgia?
Di quante donne aveva incontrate che avesser pregio di bellezza, tutte
aveva lasciato o colpevoli od infelici; e ve n'era pur fra queste delle
virtuose e dabbene, e di tali che strette per sangue ad uomini potenti
dovevan tenersi sicure. Si poteva ora sopportare che una femminella
poco nota e meno curata si facesse beffe a tal segno di lui che faceva
tremare Italia da un capo all'altro?
A quest'ora però il Valentino si trovava presso a poter far le sue
vendette, e diceva fra sè: il disagio d'essere stato in questa segreta
me l'avrai da pagar caro! E per verità il soggiornare in camerucce
simili ad una prigione, avvezzo com'era al vivere splendido della corte
romana, doveva parergli duro, se a quell'uomo fosser mai parse dure
cento privazioni per ottenere un suo fine. I modi tuttavia d'impiegare
il tempo non gli erano mancati interamente. Oltre le ore che aveva
dovuto passar con Consalvo, e quelle spese ad ordir con Don Michele la
traccia di loro impresa, gli pervenivano pure di giorno in giorno dalla
Romagna messi che spediti di colà da' suoi più fidati gli portavan
lettere, carte, avvisi sugli affari correnti; giugnevano e ripartivano
la notte, verificando in ogni cosa l'asserzione di Niccolò Machiavelli
che, scrivendo al Comune di Firenze poco prima di quest'epoca, diceva:
_Di quante corti sono al mondo, quella ove più si serba il segreto è
la corte del duca_. E benchè non aggiungesse chiaramente il perchè,
lasciava intendere che alle lingue imprudenti veniva imposto il
silenzio dell'avello.
Questa corrispondenza si manteneva per mezzo di legni leggieri che,
navigando terra terra dalla Romagna, s'appiattavano fra certi scogli
a piè del Gargano; di là con una barchetta a notte chiusa giungeva il
messo alla rocca, e dalle loro ciurme composte d'uomini scelti aveva
Don Michele tolto i compagni che alla sua impresa gli bisognavano.
In questa sera, mentre il castello era pieno di romori e di suoni,
stava il Valentino seduto avanti ad una tavola al lume d'una lucerna,
ripassando, per ingannar l'ore, molte carte che i corrieri dei giorni
innanzi gli avevan recate. Era vestito d'una cappa riunita d'avanti
da una fila di piccoli bottoni, col busto e le maniche di raso nero
piuttosto strette, e sovr'esse molte strisce di velluto bianco volanti,
e solo riunite al braccio in quattro luoghi da' cerchi del medesimo
panno: presso il collarino della cappa tre o quattro bottoni aperti
lasciavan vedere un giaco di finissima maglia d'acciajo che portava
sempre di sotto: abito che fu dal duca usato sovente; e chi ha visitato
in Roma la galleria Borghese si ricorderà d'avervi veduto il ritratto
suo per mano di Raffaello, vestito in tal guisa. Malgrado la forza
della sua complessione, era travagliato di tempo in tempo da un umore
acre della specie degli erpeti, che ora gli serpeggiava latente pel
sangue, ora si scopriva alla cute e sulla faccia specialmente, ed
allora la livida pallidezza del suo volto si cangiava in un rosso
spugnoso pieno di bolle, dalle quali stillava umore, e la schifosa
deformità del suo viso era tale da metter ribrezzo anche nelle persone
che di continuo gli stavano vicine; nè un'anima simile alla sua poteva
vestirsi d'una forma che più ne facesse il ritratto. Per la vita
sedentaria menata in quei giorni tanto contra il suo solito, e per
virtù della primavera s'erano sprigionati quegli umori infetti con
grandissima forza, deturpandogli più che mai i lineamenti, ed inducendo
in tutto il suo essere una inesplicabile ed irrequieta rabbia,
conseguenza ordinaria di tali malanni.
Verso le due ore, quando nelle sale al disopra stava cominciando il
ballo, la porta della camera del duca fu spinta leggermente ed aperta
da un uomo vestito di calzoni rosso-oscuri stretti alla carne, d'una
cappa che gli giungeva a mezza coscia, con un cappuccio nero sugli
occhi, spada, pugnale, ed un involto sotto braccio. Il Valentino alzò
il viso; e colui entrando, e facendo riverenza, deponeva sulla tavola
l'involto, senza che da nessuno dei due venisse profferita parola:
messa il duca una mano sull'involto diceva al messo:
--Stanotte mi leverò di qui: va nell'ultima di queste camere,
chiudiviti; e per cosa che ascolti, non venir se non ti chiamo.--
L'uomo uscì per la porta in faccia a quella dalla quale era entrato,
e Cesare Borgia trattosi d'accanto un pugnaletto che radeva, tagliò
i cordoni di seta vermiglia che coi sigilli apostolici legavano una
lettera in carta pecora che gli scriveva papa Alessandro. Nell'aprirla
uscì dell'interno rotolando sulla tavola un globetto d'oro; alla
vista del quale il duca balzò in piedi con sospetto; e guardando più
attentamente i sigilli e lo scritto, si veniva rassicurando e si
riponeva a sedere.
Nè si voglia attribuire questo suo sbigottimento a timor panico: erano
tanti i modi in quel secolo d'apprestar veleni, e persine di mandarli
chiusi in lettere in forma che all'aprirle facessero immediatamente il
loro effetto, che era perdonabile il duca se la vista d'un oggetto che
non aspettava l'aveva colpito: e se v'era al mondo uomo che dovesse
alla prima pensar al peggio, era esso sicuramente.
La lettera era scritta in una cifra della quale nessuno aveva la chiave
fuorchè egli ed il papa; per la pratica fatta la lesse correntemente, e
la sua sostanza era questa:
_Il pontefice essere stato tentato dall'oratore del Cristianissimo
onde fermasse con questo i patti d'una lega contra il re cattolico
per ispogliarlo del reame: offrendo nell'istesso tempo d'unir le sue
forze a quelle della Chiesa per l'impresa di Siena e degli Stati del
Co. Giordano. Non aver però il papa creduto bene di scendere a questi
accordi prima di sapere a che termini fosse la pratica attaccata dal
Valentino con Consalvo._
_Avere dalla madre e dall'amica del cardinale Orsino avuta una somma
in denaro ed una perla di mirabil bellezza, trafugate entrambe dal
palazzo di monte Giordano, quando era andato a sacco per ordine del
papa dopo la morte del duca di Gravina, Vitellozzo e Liverotto da
Fermo._
_Volere che il duca tenesse le genti in pronto, onde alla morte del
cardinale sopraddetto potesse andare a campo a Bracciano, ove gli
Orsini e i loro consorti s'erano rannodati._
_Per supplire poi alle spese che domandava l'esecuzione di tali
disegni, avere stabilito il pontefice di dar il cappello a Gio.
Castellar arcivescovo di Trani, a Franc. Remolino oratore del re
d'Aragona, a Francesco Soderini di Volterra, a monsignor di Corneto
segretario de' Brevi, e ad altri ricchi prelati, aspettando che il
figlio tornasse a Roma per decidere quanto venisse bene di fare, onde
impadronirsi de' loro tesori._
_In ultimo diceva essere stato ammonito che in quell'anno studiasse
guardarsi da un grave pericolo, e consigliato portasse indosso, a
sua salvaguardia, un globetto d'oro con entrovi un oggetto di somma
venerazione, simile a quello che si mandava al duca al medesimo
effetto._[11]
Quantunque i fatti accennati in questa lettera orribile, sieno pur
troppo veri, e che il tradimento ordito contra il cardinale di
Corneto specialmente, tornando in capo al papa, come ognun sa, sia
stato cagione della sua morte, siamo stati in dubbio se dovessimo
svelare tanto vituperio ai nostri lettori. Ma se Iddio, per fini
impenetrabili, ha permesso che alcuno dei primi custodi delle cose
più sante ne abusasse sì bruttamente, forse nocerebbe voler nasconder
le sue iniquità, e ne riporteremmo taccia di parziali, e di cercar
il trionfo della parte e non della verità, cui per reggersi non fa
mestieri l'ajuto della doppiezza. I falli di papa Borgia, e di altri
ministri della Chiesa saranno pesati sulle bilance incorruttibili
dell'ira di Dio, e non è dato all'uomo antivederne i giudizi: ma dalle
ceneri di quei pontefici, non meno che dalle tombe de' martiri, sorge
una verità che ci mostra, non sull'oro, non sulle spade, nè sulle arti
cortigianesche, ma sulle virtù evangeliche alzarsi e star gloriosa la
croce di Cristo.
Al duca di Romagna, come si può immaginare nel leggere la lettera
di suo padre, vennero in mente riflessioni molto diverse da queste.
Volgendo alternativamente lo sguardo allo scritto ed alla palla d'oro
che si faceva girar fra le dita, componeva il volto ad un sorriso nel
quale appariva disprezzo per un verso (poichè non credeva nè in Dio
nè in Santi), per l'altro una credulità timida e sospettosa, poichè
avea fede nell'astrologia: tanto è vero che l'intelletto ha bisogno di
veder un principio al di là del mondo corporeo. Se anche non avesse
disposto di partir la stessa notte per Romagna, le cose contenute in
quella lettera ve l'avrebbero indotto. Una trama che doveva saziar la
sua ambizione e tanto impinguare i suoi forzieri era ben altra cosa che
un vano impegno di femmine. Pensò che non poteva molto tardare a tornar
Don Michele co' suoi; messosi perciò in seno la palla d'oro coll'atto
non curante di chi dice, «sarà quel che sarà», si diede a metter
insieme le carte ed altre cose che dovea portar seco.
In pochi minuti tutto fu all'ordine. Ritornò a sedere come prima; e per
non saper che fare, si cavò di seno quella palla, cominciò a guardarla
e riguardarla, e farsela cadere da una mano nell'altra pensando a ciò
che conteneva, e a chi gliel'avea mandata; e poi via via da un'idea
in un'altra, alla Religione di cui questi era capo, agli articoli di
fede ch'esso pure avea creduti un tempo, al suo splendido stato, frutto
della soggezione dei popoli all'autorità pontificia; e dopo avere
schernita in cuore la credulità di tanti, e pensato «Io, a buon conto,
me la godo alla barba di tutti», udiva una voce che uscendo cheta cheta
di sotto quest'edificio di superbia, di violenza e d'irreligione,
diceva «E se fosse vero?»
Il duca non volendo prestarle fede, nè potendo farla tacere, s'alzò
con istizza, passeggiò per la camera, e fece alla meglio che potè per
distarsi. Tutto inutile. Quel _se fosse vero_ l'incalzava, infestandolo
e togliendogli, se ardissi dirlo, il sapore degli onori, del potere,
di tutti i beni che possedeva. Si buttò sul letto, cacciando il volto
con rabbia fra i guanciali; e, dandosi del pazzo, riuscì poco a poco a
calmarsi. Gli si fecer gravi le palpebre, le chiuse, s'addormentò.
Ma nel sonno il corso delle sue idee rimanendo nella medesima
direzione, gli parve esser in Roma sulla strada che da castello va a
San Pietro. Il cielo, la terra erano sconvolti; tutto diverso, tutto
pieno di tenebre e d'urli. Egli si spingeva per correr in San Pietro,
e non poteva, ed ansava affannato: gli parve d'esser tenuto, guardò
intorno: erano tutti coloro che aveva traditi, assassinati, avvelenati,
e l'avean pe' capelli e per le carni, con un gridar lungo e disperato.
Dopo, senza saper come, era in San Pietro, in un caos inenarrabile,
bujo, pieno di pianti, fra lo scuotersi delle mura, l'aprirsi delle
tombe, il vagar delle larve; ed egli, sempre straziato dalle sue
vittime che gridavan «Giustizia di Dio!» pensava: questa è dunque il
Giudizio che non volevo credere!
E tirava alla disperata per andar innanzi, e cercar rifugio pressa al
papa che vedeva in fondo sul suo trono fra una luce pallida e fioca.
Ma l'impedivano di qua il fratello, duca di Candia, colle ferite
aperte, che invece di sangue gemevano una linfa corrotta, e colla
forma turpe e gonfia d'un cadavere imputridito sott'acqua, di là il
duca di Biselli, e Astorre Manfredi, e donne, e fanciulli, che tutti
piangendo stendevano le braccia al papa gridando, giustizia e vendetta!
Il papa era chiuso in un gran piviale nero col triregno in capo. Il
viso grasso, vizzo, cascante d'Alessandro VI era giallo come quello di
un cadavere; e mentre la sua figura si venne alzando lenta lenta, come
rizzandosi in piedi, le grida e i pianti furono coperti da uno scroscio
di risa infernali uscito dalla bocca di un demonio accovacciato colle
ginocchia al mento con queste parole: «Cristo, la fede, i papi... tutte
imposture» e questa ultima parola suonò sotto la volta della chiesa
come un lungo ululato.
Il duca n'avea ancor pieni gli orecchi, e già era cogli occhi aperti,
seduto sul letto, e svegliato del tutto.
Rimase un momento sbigottito, ma questo sogno rese però in lui più
ferma la scellerata opinione che poteva commetter qualunque delitto
senza timor del castigo in un'altra vita.
Mentre si rinfrancava con questo pensiero (eran sonate le tre ore da
pochi minuti), il ronzìo del parlare di tante persone, i suoni, le
grida d'allegrezza che scendevano dal piano superiore della rocca
giugnevan deboli per la grossezza delle volte in quel piano terreno,
allorchè quello stesso grido, che avea interrotto il colloquio di Donna
Elvira e Fanfulla, fu udito dal duca molto più vicino, e quasi venisse
di dietro all'uscio suo, il quale metteva s'un poco di rena secca che
si trovava tra il mare e i fondamenti del castello. Uscì a vedere chi
l'aveva mandato, e non vide che un battello vuoto la cui prora solcando
la sabbia s'era fermata a riva: guardò su alla loggia ed alle finestre,
e non vide alcuno: stava per rientrare nella sua camera, pure fece
alcuni passi avvicinandosi al battello, ed allungando il collo sopra
gli orli vi trovò nel fondo distesa una donna che col capo all'ingiù
fra le due mani tratto tratto si lamentava. Dopo un primo movimento
di sorpresa, subito si risolse; ed entrato nel battello, postole un
braccio sotto le ascelle, e coll'altro alzandola alle ginocchia la levò
di peso, e tramortita come era, la portò dentro e la depose sul letto.
Ma qual fu la sua maraviglia quando, accostatole il lume per vederla
in viso, conobbe Ginevra! Gli era troppo rimasto impresso quel volto
per poter negar fede ai suoi occhi; ma come indovinare per quale strano
accidente gli venisse ora in mano così sola, ed a quel che pareva
avendo ingannate le insidie di Don Michele?
Di qui innanzi, diceva fra sè stesso, voglio credere almeno vi sia il
diavolo. Altri che un diavolo amico non potea servirmi tanto a piacer
mio. E posato il lume s'una piccola tavola accanto al capezzale,
seduto sulla sponda del letto, studiava i moti del viso di Ginevra
per cogliere il momento in cui si fosse risentita; il piacere di
potersi goder finalmente una vendetta lunga, dolorosa gli accendeva
gli occhi d'una fiamma scorrente a guisa di scintilla elettrica fra
ciglio e ciglio, e le macchie che gli deturpavan il volto, parea
ribollissero tingendosi d'un colore quasi sanguigno. Certo la faccia
d'un uomo, mettendo insieme la deformità fisica con quella che induce
nei lineamenti l'espressione del delitto, non s'era mostrata mai sotto
un aspetto più orrendo. Da un lato Ginevra pallida, immobile, col
dolore scolpito in viso, con una mossa tutta abbandonata e languente;
dall'altro il Valentino, quale l'abbiamo descritto, formavano un quadro
troppo doloroso. Stettero ambedue in questa situazione immobili lungo
tempo: potè dirsi felice Ginevra finchè i suoi sensi smarriti, le
palpebre abbassate le tolsero la conoscenza del luogo ove si trovava, e
la vista di quello che oramai era assoluto padrone di lei; ma durò poco
questa fortuna, e da qualche moto leggiero s'avvide Cesare Borgia che
la sua vittima stava per aprir gli occhi. In quel luogo, ed a quest'ora
era certissimo che nessuno poteva impedirlo: il gridare sotto quelle
volte, mentre la festa era nel maggior calore, non sarebbe stato udito.
Trovandosi dunque sicurissimo, propose in cuor suo, poichè gli avanzava
il tempo, di goder senza fretta d'una fortuna tanto seconda.
Finalmente un sospiro profondo uscì dal petto della giovane, e fece
alzare i veli che lo coprivano. Aprì un momento gli occhi, e tosto li
richiuse. Gli aprì la seconda, la terza volta, poi cominciò a fissarli
nel volto che si vedeva star sopra immobile e sconosciuto: ma lo vedeva
materialmente soltanto, senza che la mente ricevesse nessuna idea da
quella vista: pure i suoi occhi non potendo reggere all'immagine di
quel viso sfigurato, si volsero altrove, lentamente, con un moto così
languido, che avrebbero messo compassione in ogni altro. Nel tornarle
a poco a poco il senso, la prima memoria che la percosse fu quella di
Fieramosca sulla loggia ai piedi di Donna Elvira.
--Oh Ettore!--disse articolando appena le sillabe:--Dunque era vero, e
son tradita da te!....--e portando sugli occhi e sulla fronte le palme
delle mani, stette così alcuni momenti. Al Valentino, udito quel nome,
si contrassero leggermente le labbra con un sorriso rabbioso.
Ginevra si ricordò allora soltanto che doveva esser nel suo battello,
ed alzandosi sul gomito per tentar di rizzarsi, sentì il morbido del
letto: aprì gli occhi spaventata, vide il duca, e gettò un grido
che la mano di lui le troncò nelle fauci, afferrandola alla gola, e
respingendola a giacere.
--Non gridare Ginevra,--le disse il Valentino--sprecheresti il fiato;
ho caro assai che mi sia venuta a trovare, e ti ristorerò del disagio
di un viaggio a quest'ora..... Tu però non cercavi di me. Non è egli
vero? Che vuoi? tutte le palle non riescon tonde.--
La povera Ginevra ascoltava queste parole con un tremito che le
toglieva la forza; da molto tempo non avendo veduto il duca non lo
riconosceva, e soltanto provava orrore alla sua vista trovando pure
in sè una confusa reminiscenza di quella fisonomia. Conoscendo di non
poter far difesa, disse soltanto:--Signore!.... chi siete?.... abbiate
pietà di me... che cosa volete?.... lasciatemi....--Ed il duca:
--Ti ricordi, Ginevra, in Roma, in qual modo ti governasti, son già
molt'anni, con un tale che t'amava allora quanto gli occhi suoi, e
t'avrebbe fatto tali doni e tali carezze da farti maravigliare? Ti
ricordi che usasti seco modi che sarebbero stati sconci ad un ragazzo
di stalla? Ti ricordi che ti ridesti del suo amore, che tenesti a vile
le sue proferte, che ti vestisti seco d'una superbia che sarebbe stata
troppa ad una regina? Ebbene, sai chi era quel tale? Quel tale son io.
E sai chi son io? Cesare Borgia.--
Questo nome cadde come una massa di piombo sul cuor di Ginevra a
soffocarvi ogni speranza: stava perciò senza rispondere, guardando il
duca tutta tremante, come avrebbe guardato un tigre che la tenesse
fra gli artigli, e che non le sarebbe neppur venuto in capo di voler
intenerire colle parole.
--Ora che sai chi io mi sia--seguì a dire il duca--pensa se dovresti
aspettar da me compassione; pure potrei piegarmi a non far su di te la
vendetta che dovrei e potrei. Ma ad un patto, Ginevra, che facci senno:
e ti so dire che n'hai mestieri.--
Queste meno aspre parole non potettero non ridestare nel petto della
donna una favilla di speranza, e colle mani giunte, procurando di non
mostrare nel guardarlo il ribrezzo che ne sentiva, si pose a pregarlo
come si prega la Croce, che non volesse opprimere una femminella già
troppo misera ed infelice.
--Io vi prego, signore, per le piaghe di Gesù, per quel giorno in cui
ancora voi, benchè tanto potente in terra, vi troverete anima ignuda al
cospetto del Giudice eterno..... Se aveste mai donna che vi fosse cara,
dite, se si trovasse in mano altrui, e domandasse invano misericordia,
se vostra madre, se vostra sorella fosser poste al passo in che mi
trovo io, e pregassero, e pregassero invano, gridereste vendetta al
Cielo, non è egli vero, contra chi avesse loro fatto oltraggio?--
Queste parole, che univano l'idea della virtù e dell'onestà coi nomi
della Vannozza e di Lucrezia Borgia, mossero alquanto a riso il
Valentino, che ne sapea qualche cosa. Ma fu un riso sinistro, che a
Ginevra accrebbe la paura; pure seguitò la sua preghiera mutandosele
a poco a poco pel pianto la voce mentre parlava, onde poi a stento
fra la piena de' singhiozzi furon udite l'ultime parole:--Io sono
una meschina femminuccia: qual bene, qual gloria può trovare un
potente signore qual siete voi a vendicarsi di me?.... Chi sa che non
venga un momento in cui la memoria d'avermi usata mercede non vi sia
balsamo al cuore?--Voler dir l'ansia, l'angoscia, la disperazione
dell'infelicissima Ginevra nel vedersi a questo terribil passo, voler
descrivere le sue lagrime, le preghiere, ed in ultimo le furibonde
grida, e le dementi imprecazioni, sarebbe impossibile, ed offriremmo ai
nostri lettori un quadro troppo straziante. Diremo soltanto che la sua
sorte era fissata ed irrevocabile.
Don Michele intanto che tornava co' suoi compagni malcontento e colle
mani vuote, tremando dello sdegno del suo signore, giunse a piè del
castello, e vedendo fermi alla porta del duca i due battelli di Ginevra
e del messo, si mise in sospetto: sceso a terra s'accostò all'uscio, e
sentendo rumore di dentro, dubitò di qualche sinistro accidente: spinse
la porta, la trovò chiusa, e non si sarebbe rassicurato se la voce di
Cesare Borgia, che gli gridò «aspetta», non gli avesse mostrato ch'ei
non correva alcun pericolo. Mise l'orecchio al fesso dell'uscio non
potendo immaginare qual fosse la cagione per la quale non gli veniva
aperto.
Dopo alcuni minuti duranti i quali regnò il più alto silenzio, e si
sentiva soltanto su in alto rimbombar l'aria di suoni e di grida
lontane, e il gorgoglìo dell'onda alla riva che faceva leggermente
percuotere i battelli l'un contra l'altro, Don Michele, che origliava
tutto attento, udì ad un tratto la voce del duca che disse con un
scroscio di risa:
--Or va, prega Dio e i Santi....--e il rumore de' suoi passi che
s'accostava alla porta, onde egli se ne ritrasse al punto che il duca,
voltata la chiave, uscì fuori.
Don Michele volle cominciare a scusarsi, ma venne interrotto.--Mi
dirai ciò un'altra volta; di questo fatto per ora ne so più di te
assai.--Queste parole avrebbero potuto far credere a Don Michele che
il suo padrone fosse sdegnato seco, se non avesse conosciuto nel suono
della voce e nel viso, che v'era un nodo nel quale egli non aveva che
fare.
Il Valentino volto agli uomini venuti con Don Michele disse:--Presto,
voi tutti in barca, ed aspettatemi sotto Sant'Orsola:--ed a questi--e
tu vien con me.--Coloro dieder de' remi e furon presto fuor di vista.
Don Michele e 'l duca entrarono nelle sue stanze, e tosto uscirono
portando Ginevra che riposero nel battello ov'era stata trovata. Don
Michele scorse sulle sue vesti dal lato sinistro alcune tracce di
sangue.
Ciò fatto venne chiamato dalla camera in fondo il messo; entraron nella
sua barca tutti tre senza profferir parola, e, raggiunta che ebbero
quella avviatasi innanzi, vi si trasferirono.
Sedè il duca a poppa, e Don Michele in piedi avanti a lui: quantunque
ora sapesse perchè il suo signore non si curava che il colpo non avesse
avuto il suo effetto, volle però narrargli per quali cagioni fosser
tornati colle mani vuote, e gli venne raccontato tutto a filo il modo
che avevan tenuto, e come assaliti da molti uomini s'eran difesi a
stento ed era loro stata ritolta la donna.
--Ad uno però di costoro è andata male--soggiungeva accennando dietro
di sè verso Pietraccio, il quale, come vedemmo, colto sul capo con un
remo, e caduto stordito nella barca v'era rimasto prigione. A quell'ora
risentitosi stava seduto a due braccia dal duca; e gli uomini suoi
credendolo più morto che vivo, nell'impossibilità del resto di fuggir
loro dalle mani, lo lasciavano stare.
--Questo mascalzone--seguitava Don Michele--c'è saltato in barca come
una furia, ma qui il Rosso gli ha appoggiata una nespola sull'orecchio,
che l'ha messo a giacere: lo credevo morto, ma vedo che va riprendendo
spirito.--
Nel racconto di Don Michele eran corse parole delle quali Pietraccio
s'era accorto d'essere innanzi a chi egli invano quella sera era andato
cercando. Il Valentino s'avvide che il ferito lo guardava in cagnesco,
e con un viso stralunato che gli facea dubitare stesse macchinando
qualche cosa a suo danno, ed era per ordinare fosse buttato a' pesci.
Don Michele poi che, se si ricorda il lettore, aveva ascoltate nella
prigione di Sant'Orsola le ultime parole della madre dell'assassino,
e le raccomandazioni perchè cercasse di vendicarsi di Cesare Borgia,
conobbe anch'esso osservandolo sott'occhio che stava per tentare
qualche atto disperato. Il sicario del duca, quantunque lo servisse
perchè col suo appoggio faceva gran guadagno, non ostante avrebbe
goduto se, senza scoprirsi e senza che sembrasse averne egli la colpa,
gli fosse riuscito di fargli scontare un'antica ingiuria. Sarà facile
al lettore l'immaginare qual fosse l'animo suo verso il suo signore
allorchè sappia che la donna morta nei fondamenti della torre sotto gli
occhi di Don Michele era sua moglie.
Quando, in conseguenza dell'incontro di Fieramosca coi compagni,
s'era trovato aver Pietraccio in poter suo, aveva messo insieme in
fretta alcune idee, e come abbozzato un progetto di farlo servire a
vendicarsi del suo signore; ma in così poco tempo non gli era venuto
fatto di stabilire il modo; e senza aver nulla di fermo, pensava
soltanto a coglier l'occasione se si presentasse, ed a questo punto
vedeva avviarsi la cosa a seconda dei suoi disegni. Di fatti alle
ultime parole di Don Michele succedette un momento di silenzio, che
bastò al giovane per eseguire un disperato proposito. S'alzò dal luogo
ove stava, e passando accanto a Don Michele, il quale fece le viste
d'averlo voluto trattenere e che gli fosse sfuggito di mano, si scagliò
addosso al Valentino come una bestia arrabbiata, pensando valersi
dell'ugne e dei denti per isbranarlo; ma il duca che era in sospetto
si trovò pronto a riceverlo, e Don Michele aveva appena avuto tempo
d'afferrar Pietraccio per le spalle, che già gli cadeva morto di mano,
trafitto dal pugnaletto che portava il duca alla cintura, e che aveva
saputo in quel momento usare con incredibil prestezza.
La cosa era succeduta in modo tanto istantaneo che i remiganti si
volsero al rumore quando già tutto era finito, e, rimasti così sospesi,
videro il Valentino che, rimettendo la daghetta nel fodero e spingendo
col piede il cadavere ancor palpitante, ordinava che fosse buttato in
mare.
--Pazzo, ribaldo!--sclamava Don Michele mostrandosi affannato pel
pericolo corso dal duca:--eppure nessuno mi leverà dal capo non fosse
costui altr'uomo da quel che mostrava..... Lo trovai son pochi giorni
nel fondo della torre qui del monastero, rinchiusovi con sua madre, ed
eran stati presi ambedue dalla corte con una masnada d'assassini: la
madre rimase morta per certe ferite che avea toccate nel difendersi, e
prima di render lo spirito, diede al figlio una collana dicendogli non
so che novella.... ora sì mi ricordo... dicendogli, che l'avea avuta
da un suo innamorato a Pisa.... Eppure..... aspetta, Rosso, prima di
buttarlo a mare, voglio vedere se ancora l'ha al collo. L'oro, se non
altro, è meglio non vada in bocca ai pesci.--
In così dire sfibbiato il giubbone davanti al giovane trovò la catena,
e recatasela in mano la faceva vedere al duca che si mostrava tutto
attento alle sue parole.
Non potè il Valentino esser tanto uguale a sè stesso da dissimulare
l'improvviso turbamento che gli cagionò quella vista. Rimase un momento
sopra di sè; e le mani, che unite reggevano la gemma pendente dalla
collana, gli caddero sulle cosce come avessero perduta ogni forza.
Si rimise seduto nel luogo ov'era prima, ordinando la seconda volta
con voce tronca si gettasse a mare il cadavere. E volta la testa
dall'altra parte conobbe che era stato tosto ubbidito, dal tonfo che
udì nell'acqua, e dagli spruzzi che vennero nel battello: ristretta
in pugno la catena, scagliolla lontano, e serratosi nel mantello,
appoggiato il capo su una mano, ammutolì.
Don Michele, fingendo rispetto pei pensieri che occupavano il duca,
si scostò sedendo fra gli uomini che conducevan la barca, e tutti in
silenzio vogarono; nè s'udì più per tutto il viaggio che il leggero
strepito dell'acqua che stillava da' remi, quando eran alzati sul
mare. Lo sgherro del Valentino ebbe una vendetta che nessuno al mondo
aveva ottenuto forse mai da quell'uomo; riuscì a ridestargli nel cuore
memorie che gli fecero provare certo che di simile al rimorso; a
quel rimorso che spogliato d'ogni conforto somiglia alla disperazion
dell'inferno. Fu gran vanto per Don Michele, che ne seppe conoscere ed
assaporare il pregio. Dopo questi accidenti seguitando il lor viaggio
giunsero al legno che li aspettava, e che fece tosto vela per ritornare
in Romagna. Ma non terrem dietro altrimenti a questi ribaldi.