CAPITOLO DECIMOTERZO.

Al suono delle trombe comparve Correa armato d'azza e d'un piccolo

scudo rotondo, per rispondere all'appello di Bajardo, che scavalcato

risalì su un cavallo fresco e si preparò al combattimento: mossero i

due avversarj l'uno contra l'altro non più lanciando i cavalli a tutta

briglia, ma col contrasto del freno e degli sproni tenendoli a un

mezzo galoppo fin che furono vicini. In questa zuffa la velocità della

carriera non serviva, come nel correre la lancia, ad accrescere impeto

ai colpi. La loro virtù nasceva più assai dal vigor del braccio, ed

in gran parte dal saper governare in modo il cavallo che impennandosi

facesse a tempo una volata ricadendo sulle zampe d'avanti; il momento

della ricaduta era scelto dal cavaliere per calare il colpo, col

quale si cercava per solito di ferire sull'elmo il nemico, e quando

ciò veniva fatto a tempo, era tale la percossa, che difficilmente

vi si reggeva. Al primo incontro, i due cavalli benissimo avvezzi

ed ammaestrati, s'alzarono e ricaddero insieme, onde i guerrieri

coperti dagli scudi non poteron colpirsi e passaron oltre. Al secondo,

succedette lo stesso. Conosciuto Bajardo il fare dell'avversarjo, mosse

la terza volta con maggior furia, e Correa dovè far lo stesso; ma

quando si trovaron quasi a fronte, il Francese fermò a un tratto sulle

groppe il cavallo nel punto che il suo nemico non aspettando tal cosa

avea levato in aria il suo credendo vibrare il colpo, ma ricadde senza

averlo potuto. Bajardo colse con incredibil prestezza il momento, alzò

l'azza a due mani, diede di sprone, e ritto sulle staffe calò sull'elmo

di Correa un grandissimo fendente che lo piegò sul collo al cavallo,

e quando gli spettatori aspettavano che si rizzasse, invece venne a

terra stordito e dai suoi scudieri fu portato fuor dell'arena. Bajardo

uscì anch'esso salutando il balcone di Donna Elvira fra gli evviva di

tutto l'anfiteatro ed i suoni che celebravano la sua vittoria. Dovette

però tornar tosto indietro e combattere Azevedo, che, fattosi avanti,

s'offeriva fornire la sfida in luogo del suo compagno. La zuffa durò

più a lungo e con varia fortuna: pure fu giudicato averne la meglio il

cavaliere francese.

Presso all'entrata, fuori dell'anfiteatro erasi accomodato un

luogo chiuso da uno steccato ove potessero i cavalieri che volevan

combattere, tenervi i cavalli, i famigli ed armarsi. Consalvo avea

provveduto che vi trovassero quanto era loro mestieri. V'eran più

tavole per deporvi le armi, un fabbro con una fucinetta portatile, se

mai si fosse dovuto racconciare qualche parte d'arnese, e finalmente

una credenza fornita di vivande e di vini. A Brancaleone era dato il

carico di badare che nulla mancasse, e fossero prestati que' servigi

che occorrevano.

Mentre egli attendeva a questa bisogna, Grajano d'Asti da lui

conosciuto, per averlo visto quando con Fieramosca portò il cartello

al campo francese, giunse con due scudieri che recavan l'arme, e

conducevano il suo caval da battaglia. Brancaleone che, secondo

l'usanza sua, avea sino a quel punto parlato pochissimo, si fece

incontro a Grajano, e l'accolse con più parole e meglio che non

soleva; e chi l'avesse avuto in pratica, vedendo i suoi modi in

quest'occasione, avrebbe conosciuto che qualche occulto fine lo

moveva a cercar d'affiatarsi con costui; in fatti aveva un fine, e

d'importanza, come si vedrà a suo luogo.

Dopo le prime accoglienze e proferte di servigi, e dopo averlo

accomodato di quanto poteva occorrergli, si trattenne a parlar seco

mentre i suoi scudieri l'ajutavano spogliar i ricchi panni ond'era

vestito per indossar farsetto e calzoni di pelle stretti alla carne,

sui quali poi si adattava l'arnese.

Quello di Grajano era una bella armatura a striscie dorate sull'acciajo

brunito, ed era disposto su una tavola a pezzi. L'osservava Brancaleone

parte per parte con grande studio, e, preso in mano il petto per

ajutare affibbiarlo addosso al cavaliere, osservò che era fatto di

due lame d'acciaio, e lo giudicò impenetrabile: la panziera era

doppia e d'ugual fortezza; tolse in mano i bracciali, i cosciali e

gli schinieri, e come pratico conobbe che potevano resistere ad ogni

prova. Mentre faceva questa rivista, un osservatore sagace avrebbe

scorto sulla sua fronte un tal che di strano, e nella bocca un certo

ghigno; ma non v'era chi badasse a lui in quel momento. Infine restava

a porre la barbuta soltanto, e Brancaleone, avendola presa e guardata,

s'accorse che non corrispondeva in bontà al rimanente; domandò a

Grajano se usava forse portar sotto una cuffia o cervelliera di ferro,

e venendogli risposto di no, l'interrogava perchè, servendosi d'armi

cotanto salde pel resto del corpo, non cercasse con precauzioni eguali

di difendere il capo.

--Perchè--rispose Grajano--all'assalto di un castelluccio che valeva

tre quattrini (e quel pazzo del duca di Montpensier s'era incocciato

che si prendesse) mentre avevo appoggiato una scala per salire, un di

quei villani abruzzesi che lo difendevano mi lasciò cader sul capo un

sasso, che venuto giù per punta ammaccò l'elmo e mi fece un buco nel

capo che si chiuderà, credo, interamente, quando vi getteranno su una

palata di terra, e vedi qua!--

In così dire gli prese la mano e portandosela sul capo gli facea

tastare col dito una tacca in mezzo al cranio, per la quale si

conosceva che non avrebbe retto una barbuta più grave di quella.

--Per questa ferita, impiccato sia chi me la diede, ho perduto di bei

ducati; chè dovetti lasciar re Carlo, e restarmene per più mesi a Roma

a farmi curare. È vero--soggiungeva ridendo--che in quell'occasione mi

levai l'impaccio d'una certa moglie.... onde ci fu un po' di male e un

po' di bene. Poi m'acconciai per aver soldo con quello sciaurato del

Valenza; finchè, come Dio volle, mi son tornato coi Francesi; e con

loro almeno sulla condotta non ci piove e non ci nevica, e ad ogni fin

di mese snocciolano fiorini, come il banco Martelli di Firenze.

--Ma quest'elmetto--soggiungeva Brancaleone--come reggerebbe ad un buon

fendente?

--Oh!--rispose l'altro--di questo non ho un pensiero. Prima è acciaio

di Damasco e di una tempra che non v'è al mondo la migliore; e poi ti

so dire che quando in battaglia mi accorgo che mi si vuoi cacciar le

mosche dal capo, m'ajuto collo scudo in modo che è bravo chi m'arriva:

vedi (e gli mostrava lo scudo e la correggia colla quale s'attaccava al

collo), vedi come la tengo, lunga per avere spedito il braccio.--

Brancaleone non disse altro, guardò di nuovo ben bene la barbuta

volgendola da tutti i lati, e facendola sonare colle nocche delle dita

con un certo fare tutto suo; poscia apertala, l'adattò egli stesso al

cavaliere.

In questo frattempo erasi combattuto fra i tre Spagnuoli e Bajardo

nel modo che si è narrato. Questi, vinto ch'egli ebbe, venne ove

Grajano appunto avea finito d'armarsi, e stava per montar a cavallo.

Il cavaliere astigiano disse al vincitore qualche cortese parola, e

vedendo che Brancaleone non badava loro, gli domandò quanto valessero

gli avversarj.

Bajardo toltisi i guanti di ferro e l'elmetto li deponea sulla tavola

asciugandosi il sudore, e diceva:

--Don Inigo de Ayala, _bonne lance, foy de chevalier_.--

Ed anche agli altri accordava quelle lodi che credeva meritassero;

diede al guerriero che usciva a combattere alcuni avvisi sul modo di

governarsi, che non andaron perduti.

Entrò nell'arena Grajano bene a cavallo su un gran destriere morello

coperto d'una gualdrappa color d'arancio, ed un araldo gridò ad alta

voce il suo nome; dopo di che, il cavaliere andò sotto il palco di

Consalvo, e percosse colla lancia tre volte gli scudi d'Azevedo e

d'Inigo: un fremito interno ed involontario scosse ogni fibra di

Fieramosca quando udì pronunziare quel nome. Si rinnovò il rimorso

d'aver taciuto a Ginevra ch'egli era vivo; e come l'uomo è tanto più

atto a far buoni propositi quanto più nè scorge remota l'esecuzione,

stabilì di nuovo di svelarle tutto alla prima occasione.

Intanto si cominciò a combattere: ed il guerriero piemontese, che per

robustezza e maestria nell'armeggiare era contato fra' primi, ottenne

deciso vantaggio sopra Azevedo, benchè non riuscisse a scavalcarlo: ed

anche con Inigo si portò in maniera che il giudizio d'ognuno rimase in

favor suo. Dopo di lui si provarono molti Francesi, il signor De la

Palisse, Chandenier, Obignì, e La Motta che, stizzito pel contrasto

avuto con Diego Garcia circa il combattere il toro, quel giorno fece

maraviglie.

Per dire il vero i tre Spagnuoli, che avean preso a difender il campo,

ebber la peggio, e dovettero accorgersi che porsi tre soli di loro

contra le migliori spade dell'esercito francese era un'impresa troppo

maggiore delle lor forze. Rimanevano però ancora in sella Inigo ed

Azevedo; e Grajano, che già gli aveva combattuti una volta, si mosse

di nuovo contro di loro. La stanchezza ch'essi provavano del tanto

combattere gli giovò forse in parte; comunque sia, a lui toccò la

fortuna di finir la guerra abbattendoli l'uno dopo l'altro, e fu

dichiarato vincitore della giostra. Ricevè dalle mani di Donna Elvira

il ricco elmetto, premio della vittoria, al suono degli stromenti,

e fra gli applausi universali. Finita in tal modo la festa, s'alzò

Consalvo, e colla figlia, il capitano di Francia e tutta la baronia

ritornava alla rocca, ove avvicinandosi l'ora del convito si stava

allestendo la mensa. La piazza e l'anfiteatro furon presto vuoti di

spettatori, che tutti, forestieri e terrazzani, andarono quali alle

lor case, quali alle osterie, ed a quella in specie di Veleno, che era

delle avvantaggiate, riposarsi e pranzare, trattenendosi delle varie

fortune di quella giostra.

Ginevra, la mattina di questo giorno in cui la fortuna le preparava

acerbissimi colpi, si svegliò un'ora più tardi che non soleva.

Travagliata sempre con maggior forza da' suoi pensieri presso

all'alba soltanto avea potuto prender sonno: sonno agitato da cento

fantastiche immagini. Ora le si rappresentava Fieramosca ferito,

coll'occhio moribondo, in atto di raccomandarsele; ora le pareva

mirarlo vittorioso, cinto di gloria, fra baroni, e che, torcendo lo

sguardo con disprezzo da lei, lo volgesse ad altra donna porgendole la

destra. E pur dormendo diceva per racquetarsi: Felice me che ciò non

sia altro che un sogno! ma pure tremava parendole persine di udire i

suoni di festa che celebravano le nozze d'Ettore, le campane, lo sparo

delle artiglierie; ed alfine il loro fragore le percosse talmente

l'orecchio che si riscosse a un tratto, aprì gli occhi e volgendoli

al balcone dal quale si scorgeva Barletta, s'accorse che se tutto il

rimanente era stato sogno, non lo era però il fragore che l'era venuto

all'orecchio. Si pose seduta sul letto, e cavando di sotto le coltri

un piede piccoletto, rotondo e bianco come il latte, lo nascose in

una pianelletta vermiglia, mentre s'infilava sulla camicia una veste

azzurra, mandandosi dietro le orecchie colle due mani i lunghi capelli

castagni.

Venne a seder sotto i pampini del balcone, mirando cogli occhi

abbagliati dalla luce d'un cielo sereno e limpido il quadro maestoso

che s'offriva a' suoi sguardi.

Il sole levato già da un pajo d'ore illuminava di faccia il lido, la

città e la rocca: fra le torri e gli spaldi rossicci parevano tratto

tratto crearsi in un subito globi di fumo color di perla, attraversati

da rapide lingue di fuoco, ed ai raggi solari splendevano d'una luce

candidissima, rivolgendosi in mille giri che salivano dileguandosi

nell'azzurro del cielo; dopo alcuni istanti giungeva lo scoppio che

ripercosso dall'onde s'udiva rinascere fra le rupi del lido e si

perdeva a poco a poco in un eco lontano fra l'ultime gole de' monti.

La rocca e la città, velata ora dal fumo, che presto era poi dissipato

dalla brezza marina, si specchiavano nella tinta cerulea del mare

in bonaccia, e talmente piano, che la loro immagine rovesciata si

riproduceva tremola, ma intera, nell'acque.

Il suono delle campane e degli stromenti giugneva or più forte or più

debole secondo il soffiar del vento; e nella quiete del monastero si

potevan persino distinguere a momenti le grida e gli evviva del popolo

che acclamava il Capitano di Spagna. Ma nè questi segni d'allegrezza,

nè il quadro ridente che aveva sott'occhio, non valevano a sgombrar

dall'animo di Ginevra la mestizia che l'opprimeva. Alla puntura dei

rimorsi un'altra se n'era aggiunta egualmente terribile: il sospetto

d'esser tradita da quello al quale avea fatto il sacrificio immenso

di disobbedire alla voce del dovere e della coscienza. Era un dubbio

che la sua mente respingeva, ed il cuore abborriva, ma in conclusione

il dubbio era nato; chi ne fece la prova può dire se sia cosa facile

il dissiparlo. E per verità se ciò che temeva era falso interamente,

varie circostanze potean nondimeno dargli l'apparenza del vero.

Ettore avea saputo bensì celarle l'incontro di Grajano, ma, avvezzo

com'era ad aprirsele in tutto, non riuscì ad infingersi tanto che ella

non s'avvedesse essere nel di lui cuore riposto un segreto del quale

non voleva metterla a parte.

Dall'altro canto i modi tanto diversi di Zoraide le erano come una

spina che non poteva svellersi dal cuore. E pensava: Chi m'assicura

che Ettore anch'esso non abbia indovinato? chi m'accerta ch'egli

non la curi? E quando da tutti questi argomenti cercava dedurre una

conseguenza, si smarriva in un laberinto di dubbi senza trovare il filo

ad uscirne.

Stanca la mente da tanto travaglio, s'alzò per trovar con chi parlare

e distrarsi, e cercò di Zoraide; in casa non v'era: scese in giardino,

neppure: domandò nel monastero ai pochi rimasti, e nessuno sapeva ove

fosse. Si sentì una stretta ai cuore, e mille sospetti indefiniti

le si affollarono alla mente; nel far questa ricerca s'era trovata

presso la torre che difende l'entrata dell'isola. La vide abbandonata

e nemmeno un uomo di guardia; tutti, partito il Conestabile, erano

andati uno ad uno a goder delle feste. Passò il ponte, e camminò un

tratto luogo la spiaggia, avendo il mare a destra, ed a sinistra l'erta

del monte rivestita di folti cespugli. Passeggiava a passo lento, e

colla mente troppo ingombra di pensieri per potersi occupare di ciò

che accadeva intorno a lei. Fu a un tratto sorpresa da una strepito

che udì tra le frasche; e quindi sbigottita, vistone uscir un uomo,

il quale reggendosi a stento, coperto di cenci insanguinati, tutto

lacero dai rovi, coi capelli lunghi, arruffati, che gli ingombravano

il volto, le cadde in ginocchio ai piedi: ella ebbe il pensiero di

fuggire, ma come ardita ed animosa, rimase; e, guardando quello

che tanto stranamente le era comparso davanti, venne a poco a poco

raffigurando il capo-banda Pietraccio, che, secondo la traccia data

da Don Michele, essa involontariamente con Fieramosca aveva ajutato

fuggirsi. La cosa era appunto accaduta come avea preveduto lo sgherro

del Valentino: Pietraccio, mentre essi tentavano di porgere ajuto alla

donna, s'era cacciato a correre su per la scala e poi per la porta,

e liberatosi ruotando il pugnale da chi gl'impediva il passo, benchè

ferito ed inseguito da molti, pure messosi per la macchia come pratico

ed agilissimo gli era venuto fatto salvarsi. Per non cader in mano di

quelli che lo cercavano, gli convenne viver miseramente appiattato nel

più folto del bosco, ed ora, trovandosi per caso vicino a quella che

non poteva temere credendola sua liberatrice, spinto dallo stento e

dalla fame le si raccomandava ajutandosi co' cenni per farle conoscere

la sua miseria che troppo al suo aspetto si dimostrava. Ginevra sentì

ribrezzo e pietà di questo sciagurato, e gli disse non dubitasse, chè

nel monastero non v'era altri che le monache, e, non essendo la torre

guardata, poteva venir con lei, che l'avrebbe nascosto in una legnaja

sotto la sua casetta, e ristoratolo. L'assassino, il qual forse trovava

la morte men dura d'un tal vivere, la seguì, e senza esser visto potè

giungere al suo nascondiglio, ove dalla pietosa donna gli fu recato

cibo e bendata la ferita che, quantunque leggera, pure cercava rimedio,

e con un po' di paglia accomodatogli da dormire. Risalì quindi Ginevra

in casa, nel punto che Zoraide e Gennaro tornavano da Barletta.

Non si potè trattenere dal fare alla giovane un amorevole rimprovero

che fosse partita senza dirle nulla.

--Zoraide mia! sono stata in pena assai non trovandoti per tutta

risola; perchè non dirmi che andavi?

--Per non isvegliarti--rispose Zoraide; e la poca sincerità di questa

risposta le tinse le guance d'un leggiero vermiglio, che non isfuggì

agli occhi di Ginevra; poi seguì:

--Sono partita per tempo con Gennaro e....

--E--disse Ginevra sorridendo--jer sera non sapevi che volevi andare

alla giostra?--

Questa interrogazione tanto diritta aggiunse una tinta di dispetto

al volto di Zoraide, che rispose brevemente:--Sì.... avevo così

un'idea;--poi ripreso il filo che l'era stato interrotto,--da gran

tempo--disse--desideravo vedere una di queste giostre per poter

giudicare se veramente siano poi tanto al disopra dei giuochi degli

Arabi. Ma viva Dio! da noi ciò che fanno qui i cavalieri ed i signori,

si farebbe far dagli schiavi, e nessuno de' nostri capi esporrebbe la

vita per divertire tre o quattro migliaja di spettatori dell'infima

plebe.--

Ginevra accorgendosi che Zoraide per non aver a dare altri schiarimenti

sulla sua gita volea mettere innanzi il discorso della giostra, non si

curò d'insistere e disse:--Insomma la giostra è stata bella?

--Bella? e come!--prese a dir Gennaro, che si moriva di voglia

di servire esso di storico, e cominciò dall'uscita di Consalvo,

descrivendo il meglio che poteva la ricchezza e le gale di quei

baroni; poi coll'idea di farle cosa grata le diceva, scuotendo il capo

e stringendo le labbra, nel mentre che le sue mani facevano girare

e rigirare la berretta in cento modi:--E se aveste veduto vostro

fratello come stava a cavallo, su quel bel puledro color d'argento;

tutti dicevano: che bel giovane! E per dir la verità con quel vostro

mantelletto azzurro era proprio una pittura. Mi son voluto ammazzare

tra la folla per seguitar la cavalcata fuor di porta! Ci voleva buoni

gomiti, ve lo dico io, sì.... ma quando la figlia del signor Consalvo è

scesa di lettiga, ero accosto come da me a voi; e il signor Ettore l'ha

messa a cavallo.... cioè, dirò meglio, essa gli ha appoggiato un piede

sul ginocchio, un piedino così, vedete! (e per mostrarne la misura

stendeva il pollice della mano destra appuntando l'indice della manca

alla sua attaccatura), e poi su, svelta come un grillo; e sapete che

cosa vi dico? non le dovrebbe dispiacere vostro fratello; chè quando è

stata in sella gli ha detto certe paroline, e gli ha fatto un bocchino,

che beato chi l'ha veduto: e lui, mi son accorto, s'è fatto rosso;

Dio sa che cosa si son detto! e ho pensato fra me: sta attento che il

signor Ettore s'avesse da fare sposo: sarebbe una gran bella coppia, ve

lo dico io: pajon fatti l'un per l'altro.--

Pensi ognuno se questo racconto, e queste riflessioni erano grate a

Ginevra. Non potendole sopportare, e volendosi tor dinanzi costui,

disse brevemente:

--Sì, sì..... mi racconterai ciò un'altra volta--E si volgeva per

andarsene con Zoraide alle sue stanze. Ma Gennaro che era sul bel dire

non volle lasciarla e proseguiva:

--Eh questo non è niente! bisognava vedere poi alla giostra, nel palco

de' signori; è stato sempre seduto vicino a lei, e non hanno fatto

altro che discorrere; e poi, ecco qui la signora Zoraide ve lo può

dire, se tutti non ponevano mente a loro. Anzi c'era l'oste del Sole

che provvede il vino in castello, e diceva che il padre è contento

che la sposi: sarebbe un bell'affare sapete! quante belle migliaia di

ducati! Altro che tribolarsi la vita sua a cavallo, alla pioggia e al

vento!--

Ginevra, per finir questi discorsi che troppo la pungevano, quantunque

ne conoscesse la vanità, disse:

--Ma la giostra, in somma, la giostra?

--Oh la giostra! A Barletta non se la ricorda nessuno la simile.--

E qui principiando dalla caccia de' tori, e dalle prodezze di Don

Garcia, descriveva poi le battaglie all'azza ed alla lancia, ripetendo

i nomi d'ognuno gridati già dagli araldi. La sua memoria lo servì anche

troppo. Quando fu a conchiudere disse:

Quello poi che ha finita la festa, ed ha scavalcato i tre Spagnuoli uno

dopo l'altro, è stato il signor Don Grajano d'Asti.

--Chi, chi?--disse Ginevra con un'alterazione di volto e di voce che

non potè nascondere.

--Un certo signor Don Grajano d'Asti; dev'essere un gran barone: armato

e vestito ch'era una ricchezza.

--Grajano d'Asti hai detto? Grande, piccolo, giovane.... com'era?--

Gennaro che non aveva perduto un capello dell'armi, fisonomie ed

aspetto di tutti i combattenti, ed aveva presente il volto di Grajano,

che entrando in campo colla visiera alzata l'avea benissimo lasciato

vedere, potè descriverlo tanto a puntino, che non rimase alla donna

il minimo dubbio non fosse costui suo marito. Potè nondimeno esser

presente a sè stessa abbastanza per celare in parte il tumulto che le

sconvolgeva il cuore, e per conoscere quanto importasse il non essere

scoperta. Nel tempo che Gennaro si studiava di darle ad intendere la

forma e le fattezze del barone, ebbe agio a riprender gli spiriti,

e veduto che i suoi due ascoltatori s'erano pure accorti che udendo

pronunziare quel nome avea fatto una fermata, per dissipare ogni

sospetto, disse, quando l'ortolano finì di parlare:

--Non v'avete a stupire ch'io mi sia turbata al nome di costui;

passarono un tempo di strane vicende tra esso e la casa mia; furon poi

fatti accordi, e da molti anni è tolta ogni occasione di scandalo:

tutto pensavo però, fuorchè di trovarlo ora a Barletta ed al soldo

francese.--

Dette le quali parole, si volse per andarsene alle sue camere; Zoraide

e Gennaro si dovettero accorgere al color del volto che tratto tratto

se le cangiava, che un qualche nascosto pensiero, di grande importanza,

la travagliava; si guardarono perciò dal seguirla, e quando fu partita,

disse l'ortolano alla giovane:

--Che si senta male? Oppure ho io detto nulla che non istia

bene?--Zoraide che aveva pel capo tutt'altro, e neppur essa poteva ben

definire quali pensieri, quali sospetti avesse, rispose con una stretta

di spalle, e se n'andò, desiderando non meno di Ginevra d'esser sola;

Gennaro rimasto ivi colla berretta in mano borbottava incamminandosi

pe' fatti suoi.--Son tutte ad un modo! Chi le capisce è bravo!--

Ginevra intanto per una scaletta saliva in camera, ma ad ogni gradino

le pareva d'avere il mondo addosso; le cresceva l'anelito, sentiva

battere il cuore con tanta furia, che quasi si veniva meno. Diceva

continuamente sotto voce: _Vergine mia, ajutatemi_; e crescendo

l'affanno non potea dir altro che _mio Dio! mio Dio!_ ed alla fine fu

tale la stretta, che si sentì mancar le ginocchia e dovette sedersi

al quarto o quinto scalino ove avea potuto giungere appena; e con un

respirare interrotto e frequente, e la fronte molle d'un sudore di

spasimo, pensava: Io non sarò mai viva domattina! Quantunque avesse

sentito Zoraide andar per altra parte alla sua camera, e chiudervisi,

ed essendo dopo il mezzo giorno sull'ore calde, sapesse le monache

starsi ritirate a riposare nelle loro celle, pure il sospetto di poter

esser trovata ivi e così sottosopra le dava grandissimo travaglio: e

per fuggirne il rischio, deposto il pensiero di salir più in camera,

risolvette invece d'andarsene, per la porticella del chiostro, in

chiesa, ove s'avvedeva oggimai dover solo cercar ajuto e difesa contro

i mali che la minacciavano. Così il meglio che potea si condusse fin

là, ora attenendosi ai muri, ora facendo ogni opera per camminar come

il solito, quando o vedeva qualche conversa girar per gli anditi,

ovvero qualche monaca far capolino dalla finestra.

Nella chiesa non v'era persona: si buttò a sedere sul primo gradino del

coro che si trovò vicino, e stette un buon pezzo col capo fra le mani

ed i gomiti sulle ginocchia per riprender gli spiriti, e colla mente

confusa in tanti pensieri, che si può dire non ne avesse propriamente

alcuno.

Dietro all'altar maggiore si scendeva per otto o dieci gradini di marmo

in una cappelletta sotterranea, ove cinque lampade d'argento ardevano

dì e notte avanti un'immagine della Madre di Dio, dipinta sul muro da

San Luca, per quel che si credeva da ognuno. I miracoli, che la fama

diceva operati in questo luogo, erano stati cagione che si fabbricasse

poi la chiesa ed il monastero. Il luogo era in forma d'un esagono, e

nel lato rimpetto alla scala era l'altare e l'immagine; ad ogni angolo,

una colonna, con un capitello a grossi fogliami di antica maniera,

reggeva una delle spine della volta che al sommo si congiungevano tutte

in un tondo di pietra come una macina, il quale aveva in mezzo un foro

largo un braccio, chiuso da una ferrata, e rispondeva su in chiesa

avanti la predella dell'altar maggiore. Un sottil raggio di sole che

entrava per le invetriate a colori d'uno dei finestroni della volta,

si facea strada per quel foro sino nel sotterraneo. Fra le tenebre

diradate appena dalla luce debole e rossiccia delle lampade scendeva

visibile il raggio formando in aria una striscia, e riproduceva sul

pavimento i colori de' vetri e la forma della ferrata. Andò Ginevra a

porsi ginocchioni a piè dell'altare, e, nel passare a traverso quel

raggio, la luce riflessa dalla sua veste azzurra rischiarò a un tratto,

come un lampo d'un lume pallido, tutta la cappella.

Cominciò a pregare colle mani giunte strettamente sul petto, e fisse

le pupille a quella pittura, ed a poco a poco sentiva diminuir il

batter de' polsi e calmarsi l'anelare del petto. Le sue preghiere non

tanto distinte in parole, quanto concepite col cuore e cogli affetti, a

poco a poco la ritornavano in calma.

Come tutte le antiche immagini, il volto di quella Madonna mostrava una

cotal mestizia tanto divina ed augusta, che sembrava alla travagliata

giovane sentisse pietà del suo dolore, e persino, a forza di fissarvi

lo sguardo, le parve scorgere come un balenamento negli occhi, che

l'empiè d'un santo terrore; pure in parte la riconfortava. «Vergine

santa e gloriosa! diceva alfine con piena d'affetti: chi son io per

meritare la tua pietà? Eppure chi m'ajuterà se tu non m'ajuti? Ecco a'

tuoi piedi i miei affanni; vedi ch'io non reggo a questa prova, e non

valgo ad uscirne: oh Vergine mia pietosa, mettimi in cuore tanta forza

ch'io possa ciò che pur vorrei!» E cogli occhi sempre fissi in quella,

e sgorgando lagrime che le bagnavano le gote ed il seno, stette così

lungo tempo quasi ponendosi sotto la protezione di colei che vuol esser

chiamata madre e consolatrice degli afflitti: e scorgeva alla prova

quanto, a chi in terra ha perduto tutto e persin la speranza, possa

giovar ancora volgersi al Cielo.

Le ritornavano alla memoria tutte l'ore del viver suo; le innocenti

gioje dell'infanzia, gli affetti della giovinezza, le prime parole

d'amore udite, i primi rimorsi provati; poi tutta la farragine di

pene e di guai venutale addosso dopo preso marito: considerava quali

fossero stati questi suoi ultimi anni, in una vicenda continua di poche

gioje (e queste tutt'altro che pure) e di tante amarezze e sì cocenti

rimorsi. Ed ora per soprappiù vedeva, come un lungo sogno che si

scioglie, dileguarsi persino la certezza della quale s'era fino a quel

tempo nutrita, che Ettore non fosse mai per cambiarsi a suo riguardo.

E quando scossa da tanti colpi, e quasi volendo seguir la voce di Dio

che la chiamava, pure non le pareva possibile di risolversi, ecco la

volontà divina parlar più alto, e porla quasi a forza sulla strada che

doveva battere, col farle in un modo così inaspettato ritrovare il

marito. «Ogni dubbio, pensava, ora è rimosso. Finch'io potei credere

che più non vivesse, forse v'era modo a scusarmi; ma ora potrei,

sciagurata, tirar innanzi così?»

Qui un nuovo impensato ostacolo le sorgeva contro. «E quando gli anderò

innanzi, e mi domanderà: Dove fosti sin ora?»

Non era facile trovar la risposta. Colpita da tal idea le sembrò così

assolutamente impossibile risolversi d'incontrare gli sguardi del suo

giudice, che ne depose tosto interamente il progetto, e si diede a

cercar altra via onde uscir da quel labirinto. Ma quanto più vi pensava

tanto più conosceva che il passo, pel quale sentiva tanta ripugnanza,

era appunto quel solo che potesse e dovesse fare; e diceva fra sè: Di

chi mi potrei dolere? di me stessa. S'io mi fossi governata in altro

modo, e come avrei dovuto, non mi toccherebbe ora quest'umiliazione

così amara; e tanto più amara diverrà, quanto più sarà lungo l'indugio.

Ginevra aveva un animo di tempra forte e perciò nemico dello stare

lungamente irresoluto; disse dunque animosamente: Posso viver sempre

in tanti rimorsi? no. Posso rifiutar le speranze, estinguere i terrori

d'un'altra vita? no. Dunque si faccia il debito senza curarsi d'altro;

le angosce cui vado incontro siano espiazioni de' miei errori; e

tu, Madre divina, avrai pietà di me in questo mondo e nell'altro.

Se Grajano non vorrà perdonarmi, che cosa potrà farmi al peggio?

Uccidermi? L'anima mia immortale volerà innanzi a Dio, e potrà offerir

frutti di penitenza e meritar misericordia e perdono.

Dopo un'ultima preghiera fervidissima risalì in chiesa con passo

fermo e veloce, quasi così le paresse farsi più animo, e s'andò a

chiudere in camera per pensare qual modo terrebbe nel mettere il suo

progetto ad esecuzione. Sedè, com'era suo costume, al balcone che

guardava Barletta, e incominciò a pensare. Per ritornar col marito non

poteva immaginare giorno in cui ciò fosse per riuscirle più agevole,

essendo certa di trovarlo alle feste nella rocca di Barletta, ove

senza ostacolo poteva in mezz'ora condursi per mare. Se all'opposto

avesse aspettato che fosse di nuovo al campo francese, le difficoltà

se le raddoppiavano. Perciò diceva: Qui non è da dubitare; prima di

domani bisogna ch'io sia seco.... Ma con Ettore, come aggiustarla?

Dentr'oggi non verrà sicuramente: aspettare? non posso; lasciar

l'isola, abbandonarlo, e che neppur sappia che sia avvenuto di me? dopo

che s'io son viva lo debbo a lui? Qui le nacque un pensiero degno solo

d'un'anima qual era la sua. Se nel lasciarlo, disse fra se, gli fo

sapere qual è il mio cuore per lui a questo passo, troppo lo conosco,

non avrà più un'ora di bene fin che vive; se invece me ne vo senza

dirne la cagione, penserà ch'io fui una sconoscente; la memoria di me

meschina gli sarà presto cancellata dal cuore.... Non potè reggere a

questo pensiero, sospirò, e disse: I miei peccati son grandi, ma sono

pure orribili queste pene!

Con quell'inquieta sollecitudine che si prova nelle forti scosse

dell'animo, si alzò asciugandosi gli occhi col dosso della mano, e si

pose ad ammannire quel poco che pensava portar con sè. Nel cercar in

un cofano, le vennero fra mano certi ritagli del mantello azzurro di

Fieramosca, e gli avanzi del filo di argento col quale era ricamato. Il

lettore saprà immaginare che cosa sentì in cuore Ginevra a quella vista.

Il primo moto fu di prenderli per portarli con sè; ma tosto disse,

riponendoli ove gli avea trovati: No.... ogni pensiero di lui deve

esser cancellato, e per sempre: saperlo felice per cagion mia, ciò deve

bastarmi quaggiù.

Scrisse alla badessa ringraziandola in poche parole dell'ospizio

accordatole, e raccomandando a lei la sua amica; le diceva che un

motivo gravissimo l'obbligava a partirsi senza toglier commiato, e che

sperava fra non molto trovarsi in parte onde avrebbe potuto darle più

chiara contezza dell'esser suo.

Compiuto così quest'ultimo uffizio, nulla più le rimaneva da fare al

monastero; ma non voleva partire innanzi sera. Avanzava un'ora circa

di giorno, e si dispose d'aspettar la notte pazientemente seduta

al balcone: nè vi poteva esser per lei in quel momento modo più

travaglioso di passar il tempo. Se volgeva lo sguardo all'interno della

camera, la vista del piccolo involto che aveva deposto sulla tavola, e

dovea esser con lei in un viaggio tanto angoscioso, le anticipava, per

dir così, que' dispiaceri: se guardava il letto rifatto come il solito

dalla conversa, pensava che v'era entrata la sera innanzi per l'ultima

volta, e Dio solo sapeva dove avrebbe dormito la sera vegnente. Fuori

del balcone era peggio: vedeva quel tratto di mare che la separava

dalla rocca di Barletta, e si ricordava quante volte aguzzando le

ciglia avea scoperta, come un punto oscuro sull'acque, la barchetta

condotta da Fieramosca. Toccava ora a lei varcar quello spazio, per

andare dove?...

Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta · 第 29 / 46 题