La cattura di Pietraccio e della madre era un accidente che poteva aver
gravi conseguenze per Martino, e turbare l'esecuzione dei progetti
di Don Michele: se n'erano fatta parola scambievolmente, ed erano
d'accordo che bisognava far fuggire l'assassino onde non venisse
condotto a Barletta, ove avrebbe potuto palesare la condotta tenuta
dal capitano. Ma il modo non era facile trovarlo senza che n'avesse il
carico chi lo dovea guardare.
Quando Fieramosca era venuto per ottener l'ingresso del carcere,
turbato com'era per la quistione avuta con Fanfulla, non potè così alla
prima giudicare se ciò potesse guastare od aggiustare le cose sue.
Ebbe però bastante talento per prender tempo confidando nell'astuzia
del suo nuovo amico, e risalì da lui sperando avrebbe trovato il modo
di sbrigarlo da quel viluppo. Quando Don Michele udì la domanda di
Fieramosca disse:
--Se l'avessimo pagato non ci avrebbe serviti meglio. Lasciate fare a
me, Conestabile, e vedrete se so lavorar pulito. Ma.... ricordatevi!
--Resta inteso, non occorr'altro. Però.... le monache....
--Le monache--rispose Don Michele ridendo--non le toccheremo; state pur
quieto. Ora datemi le chiavi della prigione ed aspettatemi qui.--
Prese le chiavi, scese al pian terreno ed aprì la porta pian piano:
tese l'orecchio, ed udendo che la madre ed il figlio stavan parlando,
si fermò sul primo scalino dei quattro o cinque che scendevano in
quella buca, di dove allungando il collo poteva vedere ed udire que'
due meschini.
La donna era stata deposta in terra col capo appoggiato ad una trave
che giaceva in un angolo, ma per l'angoscia essendole saltata una
febbre gagliarda, nel divincolarsi era caduta colla fronte sul tufo
umido del suolo, nè aveva avuto mai forza di rialzarsi. Il figlio,
colle braccia legate sul petto in modo che non poteva muover un dito,
s'era provato, ma inutilmente, d'ajutarla; alla fine per disperato se
l'era posto ginocchioni accanto, e girava l'occhio istupidito ora sulla
madre, ora per le mura.
La donna tentava ogni tanto di alzar la testa, ma era troppo debole
per farlo da sè. Con molto stento riuscì pure alla fine al figlio di
sottentrare con un ginocchio in uno di quegli sforzi, e così la venne
a rimettere nella sua prima posizione; ma questo moto le cagionò tanto
dolore che portandosi le mani al capo con un gemito prolungato disse:
--Maladetta la ronca del villan calabrese! Ma se il diavolo mi
lascia due minuti.... voglio che sappi una volta chi sei.... Che
varrebbe pregar Dio e i Santi? Veramente m'han dato retta quando li
pregavo!....--E qui, alzando a stento le pupille spente verso la volta,
profferì bestemmie da far rizzare i capelli in capo a tutt'altri che a
Pietraccio.
--Eppure (seguitò a dire mutando quella disperazione feroce in
un'altra più dolorosa ed egualmente profonda) eppure anch'io avevo
sperato nel perdono!..... quando cantavo coll'altre monache!.... Oh
maladetta l'ora che misi piè su quella soglia!... Ma che serve? Ero
del diavolo prima di nascere;..... ho provato a fuggirgli... ecco come
ci son riuscita.--E di nuovo alzati gli occhi al cielo, disse con una
espressione che non si può descrivere--Sei contento?--Poi volta al
figlio:--Ma se puoi uscir di qui..... se sei uomo..... chi è causa
della mia morte e della tua rovina arderà con me sempre, se i preti
dicono il vero. Quella notte, a Roma, ch'io ti posi a canto di Tor
sanguigna perchè ammazzassi quel gentiluomo, e tu, pazzo, gridasti
prima di dargli, e così ti presero e ti conciarono come tu sei.... Era
Cesare Borgia!.... Quando costui studiava in Pisa (stavo in monastero)
s'innamorò di me; io, pazza birbona! di lui. Sapevo io chi era?....
Una notte venne a me.... Avevo una mia figlioletta di sette anni....
si risentì... dormiva in una cameruccia vicina.... lo vide scavalcando
per una finestra; si cacciò a gridare.... guai a lui se l'avessero
scoperto.... era vescovo di Pamplona di fresco,.... le gettò i cuscini
sulla testa.... e su colle ginocchia.... Mostro! io caddi in terra....
Giurami per tutto l'inferno, per la morte mia che l'ammazzerai; accenna
col capo che lo giuri... almeno questo...--
L'assassino cogli occhi orribilmente spalancati sulla madre crollò il
capo ed accennò che farebbe, ed essa levandosi dal collo una catena che
aveva sotto la camicia soggiunse:
--E quando gli avrai spaccato il cuore digli: Guarda questa catena....
sbattigliela sugli occhi.... te la rende mia madre... Non ho finito....
Oh un momento ancora! poi non ti temo... Quando mi riscossi, mi trovai
stesa sul lettuccio e tu sei... oh non posso dirlo.... accanto alla
povera Ines. Oh com'eri bella!... ed ora sei in paradiso!... ed io!
io! perchè ho d'andare all'inferno?...--Quest'ultime parole furono
accompagnate da un urlo che fece tremar la volta. Era morta.
Pietraccio non si commosse gran fatto; con guardo stupido pose mente
ai moti convulsi della madre. Quando la vide spirata, s'accovacciò
nell'angolo più lontano, come fa una fiera, che chiusa in gabbia con un
cadavere della sua specie, prova ribrezzo e lo sfugge.
Tutto quel racconto fatto interrottamente ed in una specie di delirio
non era stato inteso da lui se non in parte. L'idea che gli rimaneva
più viva, era che avea a vendicarsi di Cesare Borgia per più ingiurie,
ma principalmente, a parer suo, per essere stato ridotto ne' termini in
cui si trovava dalla barbarie di costui.
Il racconto medesimo aveva però ben altrimenti colpito lo sgherro del
Valentino. Chi avesse potuto vederlo in quel momento avrebbe creduto
che ogni parola di costei gli togliesse una porzione di vita, tanto si
veniva cambiando in viso. Quando la donna cadde sul pavimento, mancò
poco non accadesse a lui lo stesso.
Scese mal fermo sulle gambe, e colla mano che gli tremava tagliò le
corde che legavano Pietraccio. Fissò gli occhi un momento sulla catena
che già aveva al collo, poi disse:
--Or ora verranno a visitarti un gentiluomo ed una donna. Voglion
liberarti, ma che non appaja ciò sia opera loro. Sii accorto, e mentre
vorranno vedere se la donna si possa ancora ajutare, prendi la scala,
fuggi, e fa' di non esser colto; sei già condannato nella testa.--
Dette queste parole con grandissima fretta, come avesse avuto fuoco
sotto i piedi, gettò alla sfuggita uno sguardo di ribrezzo sulla donna,
lasciò il suo pugnale nelle mani di Pietraccio, ed in un lampo si trovò
nella camera del Conestabile. Si dirà a suo luogo quanto ciò che avea
veduto ed udito dovesse turbare anche un ribaldo par suo.
Il lettore forse dirà: Ma insomma non la finiamo mai con queste
malinconie di assassini, traditori, prigioni, morti, diavoli e peggio?
Se noi abbiamo indovinato la sua mente, egli con buona licenza non
ha indovinato la nostra che era appunto in questo momento di finirla,
mandar al diavolo Don Michele e Pietraccio e Martino (che a dirla in
confidenza cominciavano a divenir fastidiosi anche a noi), e pregarlo a
saltar nel bel mezzo della rocca di Barletta che troveremo assai mutata
da quando ci siam venuti l'altra volta con Don Michele.
Il cortile, le logge erano tese di parati in seta di tutti i colori
con ghirlande di mortella e d'alloro, che formavano festoni e cifre;
e tutte le bandiere dell'esercito pendevano ondeggianti dai balconi
e dalle finestre. La turba composta di spettatori oziosi e d'uomini
che s'affaccendavano a metter in ordine l'apparato, brulicava,
ora stringendosi, ora allargandosi per le scale, pel cortile, per
le logge. Soldati, operai, servitori, ragazzi andavano e venivano
carichi d'attrezzi, di scale, di suppellettili d'ogni sorta, per
fornir la mensa od adornar il teatro. Entravano grasce, frutta,
vini, cacciagioni, di che i primi della città e dell'esercito a gara
presentavano il Capitano di Spagna. Era un andare e venire, un gridare,
un chiamarsi; in conclusione, un disordine inestimabile.
Quando la campana della torre suonò quattordici ore comparì in cima
alla scala esterna il gran Capitano con tutti i suoi baroni; e
l'allegrezza che sentiva di riveder la figlia (una staffetta giunta
poco prima per annunziare il suo arrivo l'avea lasciata a tre miglia da
Barletta) avea voluto mostrarla nella gala del suo vestire e di quello
del suo corteggio.
Sopra una vestetta di drappo d'oro riccio portava una cappa di velluto
pavonazzo acceso, foderata di zibellino, ed in capo una berretta
compagna. Da un bellissimo zaffiro che serviva di fermaglio spuntava
un pennacchio lungo poco più d'un palmo, ma interamente composto di
perle fine infilzate in fili d'acciajo, e ondeggiava leggiero sulla
fronte come fosse di piuma veramente. La spada ed il pugnale colle
guaine parimenti di velluto pavonazzo scintillavano di gemme, e sul
petto a sinistra avea una spada ricamata in rosso, che era l'insegna
dell'ordine di San Yago.
Trovò a piè della scala una mula bianca catalana coperta sino a terra
d'una gualdrappa di seta pavonazza cangiante, trapunta d'oro; messosi
in sella, il suo seguito montò a cavallo, e tutti insieme si mossero
per andare incontro a Donna Elvira.
Prospero e Fabrizio Colonna, vestiti di sciamito rosato, e pieni di
ricami d'argento, cavalcavano, a' suoi lati, due cavalli turchi, i
più belli che si fossero visti da gran tempo in Italia. I due cugini,
oramai oltre la virilità, stavano su quelle alte selle di velluto
frenando gli slanci de' loro cavalli in atto così bravo, che ben
apparivano que' gran soldati che erano, ed i migliori condottieri che
contasse allora la milizia.
Nella turba che seguiva si notava all'aspetto accigliato e robusto
Pedro Navarro, inventore delle mine, usate con tanta fortuna
all'espugnazione di Castel dell'Uovo. Diego Garcia di Paredes, l'Ercole
di quel tempo, il quale non usando quasi mai coprirsi d'altro che di
ferro, e neppur avendo in pronto abiti da comparire in tal giorno,
aveva limitata la sua gala a far sì che le sue armi fossero meglio
forbite del solito, ed a togliere il più feroce di parecchi cavalli da
battaglia che aveva. Era un gran stallone calabrese preso al capestro
da poche settimane, alto, membruto e nero come un corvo, senza pelo
d'altro colore.
Il solo Paredes avrebbe osato e potuto cavalcare questa bestia
selvaggia, che avvezza fra i boschi, trovandosi ora fra tanto popolo e
tanto romore, s'era imbizzarrita, sbuffava e schiumava come un leone.
Ma la statura del cavaliere, la sua grave armatura e l'ajuto d'un
freno lungo mezzo braccio che insanguinava la bocca al cavallo, glielo
facevan soggetto, e dopo aver fatti nel muoversi cento strani salti
(e nessuno era tardo a dargli luogo), prese il savio partito di non
stimarsi più forte di Diego Garcia, che inchiodato fra gli arcioni
rideva di quegl'inutili sforzi.
Il fiore della gioventù italiana veniva di conserva coi baroni
spagnuoli. Ettore Fieramosca cavalcando fra i suoi due amici più cari,
Inigo Lopes de Ayala e Brancaleone, portava un mantello di raso azzurro
ricamato in argento, lavoro e dono delle donne di Santa Orsola. Aveva
grido d'esser il primo dell'esercito nel maneggiare un cavallo. Quello
che aveva sotto, color di perla coi crini scuri, donatogli dal signor
Prospero, era stato addestrato da lui con tanto studio, che pareva
capisse senz'ajuto di briglia o di sproni tutti i voleri del suo
signore.
Pareva che Fieramosca avesse il dono di far sempre la prima figura in
ogni cosa e fra tutti ovunque si trovasse.
Perfetto nelle forme del corpo, ne mostrava la gentile struttura con un
vestire stretto alla carne, che in ispecie alle gambe ed alle coscie
non gli faceva una piega, tutto di raso bianco; ed era tanta la sua
bellezza, la grazia nell'atteggiarsi, che, passando la cavalcata per le
strade, le turbe guardavano lui solo, e di lui solo si maravigliavano.
Il giovane s'avvedeva di questo trionfo, ma quasi fra sè arrossiva di
cogliersi in un pensiero che appena si vuol perdonare all'altro sesso.
In ultimo venivano gli scudieri di questi capi; e, come voleva l'uso
in allora, ogni signore procurava avere a' suoi servigi uomini di
diverse nazioni; e più erano barbari e strani, più s'apprezzavano:
onde si vedevano Spahis turchi colle corazzine a squame, le storte ed
i cangiarri: uomini del regno di Granata armati di zagaglie moresche,
sagittarj tartari, e questi erano due staffieri di Prospero Colonna
vestiti di colori vivacissimi cogli archi ed i turcassi d'argento.
V'erano negri venuti dall'alto Egitto armati di lunghi dardi; e le
barbare fisonomie di questa gente contrastando co' visi europei,
formavano un quadro pieno di vaghezza e di varietà.
La mossa di Consalvo fu salutata dallo sparo di tutte le artiglierie
che guernivano le torri e gli spaldi del castello, e dalle campane
sonando a distesa. Fra tanto frastuono spiccava di tempo in tempo
lo squillo delle trombe ed il suono degli strumenti, producendo
un'armonia, se non perfettamente d'accordo, almeno tale da esprimere
l'allegrezza marziale che animava l'esercito.
In questa giunse l'avviso al gran Capitano che il duca di Nemours co'
suoi baroni era già entrato in Barletta; onde fermatosi mandò alcuni
de' suoi ad incontrarli, e pochi momenti dopo i Francesi comparvero al
lato opposto della piazza.
Il duca vedendo Consalvo smontato, e che veniva ad incontrarlo,
scavalcò, e dopo essersi ambedue stesa la mano con gentile accoglienza,
il Francese disse cortesemente che stimerebbe gran villania se,
invitato ad una festa, venisse a disturbarla, come sarebbe accaduto
se per cagion sua si ritardasse d'un momento al padre di riabbracciar
la figlia. Conoscendo che s'andava ad incontrarla, pregava gli fosse
concesso venire con essoloro, non dubitando che se la guerra li
rendeva nemici, non volesse il Capitano spagnuolo tenerlo pel primo di
quanti pregiavano in lui il valore, l'ingegno e l'altre sublimi sue
doti. Non si poteva non esser cortese a tali parole. Risaliti i due
capi a cavallo, s'avviarono i primi, ed il seguito tenne loro dietro
alla rinfusa, usandosi scambievolmente que' modi cortesi de' quali i
Francesi in ogni età sono stati sempre i maestri.
A poco più d'un miglio fuor della porta il corteggio si fermò, vedendo
comparire da lontano la schiera che scortava la lettiga di Donna Elvira.
Veniva in compagnia di Vittoria Colonna figlia di Fabrizio, la quale
divenne poi moglie del marchese di Pescara, e si rese cotanto chiara
per fortezza, per virtù e per ingegno. Scavalcato Consalvo, corse ad
abbracciare la figlia, che era scesa dalla lettiga, e se la tenne
stretta chiamandola più volte _Hija de mi alma_[8], e colmandola di
carezze che contrastavano mirabilmente colla matura gravità d'un tanto
uomo.
Ettore ed Inigo erano stati scelti da lui a servir di scudieri alla
figlia, onde vennero avanti conducendo una chinea per farla salire in
sella. Il giovane italiano piegò un ginocchio a terra, e la donzella,
posando leggermente sull'altro la punta del piede, si pose a cavallo
con tanta grazia che più non si poteva vedere. La fronte pallida di
Fieramosca si tinse d'un legger vermiglio, quando nel rizzarsi gli
furono rese grazie da Donna Elvira con un tal sorriso, e con un volger
d'occhi, che mostravano quanto avesse cara la scelta di un così bel
giovane a suo scudiere.
L'indole di costei (forse n'era cagione la soverchia tenerezza del
padre) non avea per avventura la maturità di senno che si potrebbe pur
trovare in una giovane di vent'anni. Il cuor caldo e la vivace fantasia
non erano in lei sempre temperate da quel giudicar retto, tanto
difficile a trovarsi in ambo i sessi, e che pure, dopo la virtù, è il
più prezioso giojello dell'anima.
La sua amica Vittoria Colonna univa a questa dote l'acutezza ed il
brio d'un prontissimo ingegno. Quantunque ambedue si dovessero dir
belle egualmente, non si sarebber però potute trovar due bellezze
d'un carattere più dissimile. Gli occhi sfavillanti di Donna Elvira,
il suo frequente sorriso, forse cagionato in parte da un intimo senso
che l'avvertiva d'esser così più bella, piacevano sulle prime; ma le
forme grandiose e veramente romane della figlia di Fabrizio, il suo bel
volto, simile a quello immaginato dagli scultori greci per figurare
le Muse, un certo raggio divino che le balenava fra ciglio e ciglio
s'insinuavano ben altrimenti nel cuore, generandovi un affetto ed una
maraviglia che si cancellavano difficilmente. Un occhio sagace avrebbe
forse creduto scorgere in lei una tinta d'orgoglio. Se v'era, la sua
virtù seppe dipoi vincerlo e volgerlo al bene.